di György Lukács
A guardare le cose in termini obiettivi, abbiamo dunque la situazione seguente: l’ordinamento economico e sociale introdotto al tempo di Stalin è stato bensì in grado di superare di gran lunga, in termini economici immanenti, la inaudita arretratezza sul terreno economico stesso, e lo ha fatto anche senza intaccare la propria struttura socialista di fondo. Non è stato invece in grado di rimuo- vere l’impianto da formazione capitalistica, che riesce a ottenere uno sviluppo fino ad ora inimmaginabile delle forze produttive e con ciò fornisce una base oggettiva per il «regno della libertà», per il vero divenir-uomo dell’uomo, lo fa però in maniera tale da frapporre nella vita concreta a questo divenir-uomo ostacoli sociali oggettivi insormontabili.
È una questione da noi già toccata analizzando la democrazia borghese. La base economica di questo rapporto umano universale è stata messa in luce da Marx già nel Manifesto comunista. Dove, a proposito della prassi della borghesia come classe dominante, prassi obbligatoriamente prodotta dall’economia capitalistica, si dice: «Ha fatto della dignità personale un semplice valore di scambio», e poi: «Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, lo scienziato in suoi operai salariati». La domanda che, nella prospettiva del divenir-uomo dell’uomo, viene posta alla rivoluzione socialista perciò, come in ogni passaggio da una formazione sociale a un’altra supe- riore, è sempre una: come vengono socialmente prodotti quegli uomini che nella loro prassi spontanea saranno in grado di assolvere i compiti che, dato questo cambiamento, socialmente nascono? Nei rivoluzionamenti precedenti, però, la nascita di rapporti economici di tipo radicalmente nuovo era oggettiva. Se si confronta, poniamo, la divisione del lavoro del periodo della manifattura con quella dell’artigianato delle corporazioni durante il feudalesimo, appare subito evidente e netta la svolta radicale che si ha nel rapporto di ciascun lavoratore con il proprio processo lavorativo. Questo vuol dire che il nuovo atteggiamento del lavoratore – quale che sia la sua opinione soggettiva, favorevole o contraria alla nuova condizione – nasce dalla forza delle cose, dalla divisione sociale del lavoro in quanto tale.
Invece il passaggio dal capitalismo al socialismo esibisce modi, sotto ogni profilo, radicalmente diversi, che sembrano addirittura paradossali. Da un lato, qui la svolta è di parecchio più profonda. Nel passaggio dal feudalesimo al capitalismo si trattava, in fondo, semplicemente di andare da una società classista, sfruttatrice, a un’altra che poggiava anch’essa sullo sfruttamento, anche se a un più alto livello di produttività. Adesso invece il punto è la revoca di ogni sfruttamento. Dall’altro lato, quel precedente passaggio ha provocato una svolta radicale in tutti i campi della produzione materiale (basta ricordare, come abbiamo appena fatto, il cambiamento nella divisione del lavoro che intercorre fra corporazione e manifattura), mentre adesso, soprattutto quanto agli aspetti tecnici della produzione, non si ha alcun cambiamento che sia anche lontanamente paragonabile con quella svolta. (Una fabbrica costruita per il capitalismo può in definitiva lavorare tranquillamente, senza grandi cambiamenti, anche nel socialismo e viceversa.) Certo, si è avuto un sovvertimento, la socializzazione dei mezzi di produzione. E abbiamo già parlato di alcuni dei suoi effetti decisivi. Tuttavia, essa sola non riesce di per sé a riplasmare materialmente il modo di lavorare e quindi il modo di vivere la quotidianità da parte delle persone, tanto da produrre quel mutamento radicale che è ormai necessario nel rapporto dell’uomo con il proprio lavoro e con i propri umani congeneri. Il che poi costituisce per l’appunto la premessa dello specifico svolgersi del socialismo come fase di passaggio, di preparazione, al comunismo. Nei suoi scritti del periodo della guerra Lenin nota con chiarezza che, pur essendo il socialismo fondato sull’economia, questa non ne esaurisce affatto l’intero contenuto.
Va da sé che, mettendo in dubbio qui la dipendenza obbligata delle trasformazioni umane dai mutamenti nella produzione, noi non vogliamo affatto dire che esse abbiano solo moventi ideologici. L’ideologia, come momento teorico-pratico dello svolgersi della società, come mezzo per combattere nei conflitti aperti dal cammino della produzione materiale, è bensì una componente importante, inevitabile, di ogni mutamento sociale, ma per sua natura solo una componente, essendo essa una risposta che gli uomini danno al trasformarsi della produzione. Perciò non può non essere fondata nella materialità, il che naturalmente non ne annulla l’azione pratica di potenza sociale, al contrario la rafforza estensivamente e intensivamente dandole una base reale all’interno del concreto essere-proprio-così della società.
Si dispiega, così, davanti a noi la situazione paradossale cui già più volte abbiamo fatto cenno: la produzione materiale – naturalmente non senza la mediazione delle risposte ideologiche ad essa – anche in questo caso è obbligata a produrre un cambiamento negli uomini, il loro traformarsi in adeguati portatori della formazione che viene. L’automatismo immanente all’economia, però, in questo caso non sa pervenirvi tramite la propria dialettica spontanea. Invece, è proprio tale automatismo – in quanto base di ciò che viene – che deve essere guidato a risvegliare negli uomini, come risposta, quelle qualità e quelle relazioni reciproche che li rendano capaci di essere nella realtà autentici uomini.
Una tale situazione non si era mai data fino a oggi nella storia degli uomini. Per questo le esperienze delle formazioni sociali precedenti vanno usate con estremo senso critico, per non finire in vicoli ciechi. Non per nulla già nel Manifesto comunistaMarx definisce la formazione capitalistica l’ultima fondata sui mezzi dello sfruttamento, riferendosi ovviamente non soltanto al fatto in sé, ma anche a tutte le sue premesse e conseguenze individuali e inter-individuali. L’idea di Lassalle di ritenere decisivo per il socialismo il diritto al «reddito integrale del lavoro» era un errore «economicistico», tuttavia Stalin – andando nella direzione opposta, ma in termini altrettanto «economicistici» – continuava a non vedere il problema centrale, quando imputava direttamente al lavoratore in quanto individuo il pluslavoro indispensabile per la società. Il nuovo che decide sta, al contrario, nel modo in cui questo pluslavoro sa, sul piano economico oggettivo e su quello umano soggettivo, trasformare la vita umana nel suo esterno e nel suo interno. Per ripetere quanto abbiamo già detto: la cosiddetta umanizzazione delle condizioni di lavoro, di cui si parla anche nel capitalismo attuale, è un mezzo per adattare gli uomini ai modi di lavorare esistenti o nuovi e per intensificare così lo sfruttamento o magari semplicemente per renderlo più fluido. Qui invece si tratta di adattare il modo di lavorare all’adeguata essenza dell’uomo, alla sua dignità, alla sua capacità di esplicitazione umana.
Queste cose devono ovviamente andare d’accordo con le esigenze della produzione per essere realizzabili nella pratica; non sono però direttamente deducibili da essa, ma, come Lenin era solito dire, vi devono essere portate da fuori, dall’esterno della produzione in quanto tale. Ed è appunto questa la funzione specifica della democratizzazione socialista. Questo suo particolare compito so- ciale ne determina il carattere, la differenza specifica rispetto a ogni democratizzazione di formazioni precedenti basate sulla proprietà privata, lo sfruttamento e l’alienazione, in specie rispetto a quella capitalistica. Tale esigenza della rivoluzione socialista ebbe un’immediata espressione di massa nei più volte citati grandi e impetuosi movimenti consiliari spontanei. Circa il modo, però, in cui da essi potesse svilupparsi qualcosa di organico e decisivo nella costruzione concreta della società socialista non possediamo nessuna esperienza reale che sia, anche solo entro certi limiti, generalizzabile per il nostro presente. Le rivoluzioni del 1871 e del 1905 vennero sconfitte prima che questo nodo problematico potesse anche solo affiorare come oggetto concreto. D’altronde negli ultimi anni di Lenin il movimento consiliare tendeva a declinare, a dissolversi, e noi abbiamo già ricordato il vario ma vano impegnarsi di Lenin, di fronte alla burocratizzazione avanzante, a conservare in qualche modo come forza viva, per sviluppi futuri, il contenuto di quel movimento che conduceva al socialismo.
Lo sappiamo: quell’impegno è andato frustrato. E chi oggi, giustamente considerando che è però indispensabile per edificare il socialismo, volesse tentare un’azione teoricamente fondata e rimanere realista, non potrebbe trovare un punto di partenza concreto né in quella lontana fioritura di spontaneità né nel successivo confuso declino. Perciò, quel che voglia presentarsi oggi come un obiettivo, non potrebbe in nessun caso riallacciarsi direttamente a quel movimento sociale di tempi lontani, a prescindere dalle tendenze «clandestine» di cui abbiamo parlato, le quali non forniscono nessuna base teorica diretta. Occorre al contrario, muovendo da un’analisi marxista della situazione attuale e delle prospettive di socialismo che ne risultano, tentare di elaborare con lucidità sul piano teorico i principi di una riproposta e con altrettanta lucidità tradurre in prassi sociale i risultati così ottenuti. Si tratterà dunque di un lungo processo contraddittorio da avviare e condurre con grande consapevolezza. Infatti, da una parte non va mai persa di vista la feconda contraddizione di fondo che ci si trova davanti, vale a dire che devono essere incorporati nell’economia fattori attivi di tipo economico che da ultimo servono a scopi non economici e, ciò nondimeno, sono lì non solo non per arrestare lo sviluppo economico, ma al contrario per promuoverlo in conformità, anche sul piano strettamente economico, ai bisogni sociali di una data situazione. Dall’altra parte, il fatto che il processo sarà lungo implica la necessità di accordare al rispettivo grado di sviluppo produttivo, alle esigenze economiche di ogni fase, la consapevolezza teorica da acquisire circa il contenuto sociale della sua prospettiva, e di farlo ininterrottamente, punto per punto, per così dire giorno dopo giorno. È questo il compito di una politica economica del socialismo marxisticamente fondata, sui dettagli della quale un ragionamento appena abbozzato come il nostro, che cerca di mettere in luce semplicemente i dati di principio più elementari, non può nemmeno tentare di soffermarsi.
Ma tanto più importante, allora, è avere chiarezza sui fondamenti teorici. Nella sua giustamente celebre distinzione fra spontaneità e coscienza (coscienza marxista, coscienza di classe autentica) Lenin disse che quest’ultima «può essere portata all’operaio solo dall’esterno, cioè dall’esterno della lotta economica» e che il «campo dal quale è possibile attingere questa coscienza» è costituito dalla interazione di tutte le forze sociali, cioè dalla totalità della società nella sua dinamica storica. (Lenin nel Che fare? stava parlando delle condizioni del 1903, aveva però in mente al medesimo tempo qualcosa di generale, di attinente ai princìpi, per cui riteniamo legittimo citare solamente questo contenuto del suo discorso e non quanto diceva relativamente agli aspetti allora attuali.) Per ottenere una prassi corretta in una situazione come questa, tale metodo prescrive imperativamente di richiamarsi ad esso, il che vuol dire proseguire in avanti nel senso del metodo marxiano.
E però, è possibile oggi farlo applicando semplicemente le teorie correnti negli ultimi decenni? Abbiamo già detto quale fosse il centro mentale delle teorie staliniane: poggiare sulla testa (tattica- strategia-teoria) la gerarchia teoria-strategia-tattica, e ciò ha prodotto una distorsione dell’intero metodo marxiano che a tutt’oggi non può sotto nessun profilo essere considerata superata, emendata nella sua sostanza. Per limitarci a questioni essenzialissime, dobbiamo constatare: che dopo L’imperialismo di Lenin (1916) non c’è stata più nessuna indagine scientifica intorno alla specificità, ai tratti di novità del capitalismo contemporaneo e, parimenti, nessuna indagine scientifica intorno alle leggi specifiche dello sviluppo socialista.
Più sopra ci siamo soffermati di sfuggita sulle affermazioni di Stalin circa l’economia e abbiamo visto come, anche qui, la supremazia della tattica non ha fatto che condurre a una deformazione del metodo marxiano e dei suoi risultati. Com’è noto, nel medesimo periodo il «modo di produzione asiatico» è stato escluso dall’intero panorama della storia economica, per mettere al suo posto un mai esistito feudalesimo cinese, perché questo sembrava rendere più agevole per Stalin la moti- vazione di talune decisioni tattiche; ma intanto veniva così resa impossibile per decenni la ricerca marxista dei fatti autentici, dei veri contesti, delle regolarità reali in un campo rilevantissimo.
È ancora dalla priorità metodologica della tattica che dipende, strettissimamente, quella deformazione, da noi parimenti sottolineata, del metodo marxiano-leniniano che ha portato a guardare alla società nel senso esasperato della rivoluzione permanente. La priorità della tattica infatti esclude in pratica ogni discussione teorica oggettiva circa il vero modo di essere di situazioni, tendenze, ecc. Le decisioni vengono prese in termini soltanto di tattica, e chi non è del medesimo avviso risulta un nemico, palese o mascherato; non c’è da confutarlo, deve essere diffamato, reso «innocuo» sul piano morale o nei fatti.
Lasciare in funzione questo metodo staliniano fa sì, e anche con una certa facilità, che la tesi del costante inasprirsi della lotta di classe, pur respinta dal XX Congresso, non appena sul piano tattico risulti idonea a risolvere con violenza burocratica una situazione complicata, torni in vigore praticamente, che di fatto l’inasprimento ci sia o no. Magari qualche volta un inasprimento transitorio può venir provocato proprio da reazioni burocratico-tattiche di questo tipo. La lista delle deformazioni del metodo marxiano-leniniano potremmo proseguirla all’infinito, cosa che ovviamente non possiamo fare in questa sede, e sarebbe anche superfluo.
Ricorderemo soltanto, in breve, perché è un punto strettissimamente connesso con la democratizzazione socialista, la concezione leniniana del diritto all’autodecisione delle nazioni, anch’essa un proseguimento del pensiero di Marx. Nel 1917 Lenin rivendicò per ogni nazione l’illimitato diritto a dichiararsi indipendente e respinse con la massima energia ogni tentativo di fare eccezioni in proposito. Ma già prima, nel corso della guerra imperialistica, aveva affermato che era un tradimento del socialismo voler rinunciare in regime socialista a questo diritto delle nazioni. Non c’è sofistica burocratica che sia in grado di annullare la centralità di questa tesi per il marxismo- leninismo. Infatti quand’era gravemente malato, Lenin protestò vivacemente contro la sua violazione. Nessuna manipolazione tattica, perciò, può eliminare il fatto che Lenin, allo stesso modo di Marx, nel diritto di autodecisione delle nazioni vedeva un grande punto di principio della rivoluzione proletaria, della costruzione del socialismo.
La realizzazione pratica della democrazia socialista presuppone quindi la restaurazione del metodo del marxismo. E, ovviamente, non in senso meramente scientifico, storico-filosofico. Al contrario. Tale restaurazione è nel campo della teoria una questione di vita o di morte per il movimento comunista, non da ultimo perché altrimenti è impossibile comprendere con correttezza i veri problemi del presente (inclusa la loro genesi storica nell’intervallo di tempo finora non indagato), le prospettive autentiche, concrete, che la prassi rivoluzionatrice odierna apre. Ciò, com’è ovvio, non potrà mai essere la semplice conseguenza di una deliberazione presa una volta per tutte, magari da un’istanza dichiarata idealmente perfetta. Le omissioni, le confusioni, le deformazioni, ecc. di decenni possono essere eliminate soltanto con un lungo lavoro di ricerca, con discussioni concrete sulle questioni di principio nel campo della teoria, della storia, ecc. Invece, anche questa ineludibile necessità viene screditata.
Si parla – e non semplicemente da parte dell’apparato, ma anche da parte di determinati critici – di pluralismo. È fuorviante. Pluralistico può essere l’argomentare di una manipolazione del pensiero neopositivistica. Il marxismo conosce per ogni domanda soltanto una risposta corretta, quella conforme alla realtà oggettiva. Risposta che si forma però non tramite i deliberati di una istanza quale che sia, ma per via di ricerca, di analisi, ecc. e deve essere criticamente vagliata con esattezza in discussioni, per cui non di rado c’è bisogno di alquanto tempo prima che una verità venga riconosciuta tale universalmente. Se dunque il movimento comunista vuole avere un terreno solido sotto i piedi, non può che scegliere questo cammino per autocorreggersi, per far rinascere il marxismo.
Della rinascita del marxismo il movimento ha bisogno in tutti i casi, per tutti i problemi da risolvere. Ed è un bisogno che si fa sentire con intensità maggiore quando si tratta di risvegliare la democratizzazione socialista. Infatti, non soltanto noi ci troviamo su un terreno tutto nuovo, molto poco lavorato sul piano teorico, – dove vale in larga misura quanto Lenin diceva introducendo la Nep e cioè che i classici del marxismo sono morti senza lasciarci in eredità linee guida univoche, – ma poi tra quel poco di sicuro che sappiamo intorno alla democratizzazione socialista c’è che, nello stadio attuale, essa non può venire in essere da sé, è assolutamente necessario invece che ci sia chi lavori con grande consapevolezza a suscitarla, a metterla in moto. La cosa è anche troppo evidente: chiunque vi rifletta sopra si rende perfettamente conto di quanto abbiamo già detto, e cioè che oggi un moto verso la democratizzazione in senso socialista non può arrivare alle coscienze spontanea- mente, ma solo, secondo l’espressione di Lenin, guidato «dall’esterno». Abbiamo infatti già in precedenza osservato come la diffusissima apatia delle masse lavoratrici possa aprirsi a un attivismo democratico-socialista solo attraverso un apposito lavoro.
Per un marxista bastano questi pochi fatti, ma fondamentali, per aver chiaro come in questo caso si tratti di un attivismo la cui naturale forza motrice e guida non possa che essere proprio il partito co- munista. Occorre infatti individuare nella pratica quotidiana e liberare, rendere consapevoli, quelle forze che al momento, nel migliore dei casi, si esprimono nel privato, da singolo a singolo, cioè dal punto di vista sociale clandestinamente. Perché ci sia un risveglio occorre prima di tutto che prendano atto della attualità, per ciascuno, di quei grandi problemi sociali che in loro inducono quelle sensazioni, quelle idee, ecc. perlopiù inconsapevolmente, spontaneamente. Già il Manifesto comunista vedeva il connotato specifico dei comunisti nel fatto che «essi mettono in rilievo e fanno valere gli interessi comuni dell’intero proletariato» e «rappresentano sempre l’interesse del movimento complessivo». E quando Lenin, mezzo secolo dopo, nel definire la appropriata coscienza di classe sottolinea che a suo fondamento sta la visione totale della dinamica della so- cietà, che essa considera prioritari i grandi interessi durevoli del proletariato, se necessario ponendosi in rapporto critico, conflittuale, con quelli transitori, del momento, egli non fa altro che concretare ulteriormente quell’idea.
La prassi del periodo staliniano ha però, anche in questo campo, spinto moltissimo verso la mera tattica burocratizzata. Considerando il nostro obiettivo in questa sede e quanto ci è possibile dire, possiamo limitarci a talune questioni di principio. In primo luogo c’è quel che abbiamo appena detto: la rinascita del marxismo è naturalmente l’unica base possibile perché l’attività del partito abbia successo. Altrettanto determinante è poi la sua democrazia interna. Ci riferiamo, com’è ovvio, al funzionamento pratico, giacché sul piano formale è sempre esistita e sembra esserlo anche oggi. I tentativi di alcuni ideologi di realizzare questa radicale riforma interna del partito mediante un sistema pluripartitico rientrano fra le aperture alla democrazia borghese criticate all’inizio. Pur non avendo modo qui di addentrarci di più in questo complesso di problemi, vorremmo osservare che pensiamo, com’è ovvio, a una democrazia di partito effettivamente funzionante, ben sapendo che nei «democratici» sistemi pluripartitici del mondo capitalistico una reale democrazia interna non si dà in nessun partito.
Per contro, uno dei compiti più impellenti dal punto di vista del nostro problema è una divisione del lavoro realistica, ripensata a fondo, fra Stato e partito. Anche a questo proposito dobbiamo limitarci al punto più decisivo in termini di principio: i grandi compiti nuovi della democratizzazione socialista, cioè la ripulitura pratica della vita quotidiana dai residui di società classista ancora esistenti e operanti. Tali residui, tuttora largamente diffusi, mentre la dinamica economica – non coscientemente orientata sui princìpi del socialismo – per molti versi finisce addirittura per accrescerli (ad esempio, determinate forme di consumo di prestigio), non possono essere condotti all’estinzione né con i divieti né con la semplice propaganda su questioni specifiche. La profonda destinazione da Lenin attribuita all’abitudine può davvero farsi operativa solo quando l’essere sociale, anzitutto quello economico ma naturalmente non questo soltanto, s’impossessa a poco a poco di un contenuto tale e a poco a poco conquista forme tali che le persone, abituandovisi, con l’abitudine e nell’abitudine, cominciano ad abbandonare i loro affetti, convincimenti, modi d’agire, non veramente umani, anzi spesso antiumani, nei confronti di se stesse e del loro prossimo, per costruire invece la propria vita e le relazioni con gli altri membri del genere umano (due cose ontologicamente inscindibili) nello spirito di un autentico essere-uomo. Ora, se non viene riplasmatoil mondo quotidiano esterno, questa svolta interna non può aversi; ma senza un propagarsi di quest’ultima in estensione e profondità, una società comunista non potrà mai sorgere, qualunque altezza raggiunga lo sviluppo produttivo materiale.
A dire il vero, negli ultimi decenni si è di nuovo parlato molto dei residui del capitalismo, che sono stati criticati, stigmatizzati, e di cui anzi spesso si è perfino annunciato il superamento. Sul piano so- ciale però – eccezioni singole e anticipazioni di ciò che viene, come anche semplicemente casi estremi, esistono in tutte le società, sia in positivo che in negativo – questa non può essere la strada giusta. Naturalmente per quanto concerne se stesso – faccenda che comunque si articola lungo una
scala assai ampia di livelli – ogni individuo può superare le proprie estraniazioni dall’autentico essere-uomo solo da sé, solo con i propri sforzi. E altrettanto naturalmente questo processo prende le mosse, nella massima parte dei casi, da una critica o autocritica rivolta a una determinata forma di queste alienazioni. Sul piano sociale, però, un atteggiamento che sia tipico, che nella società si manifesti di continuo, può considerarsi realmente superato solo quando si abbiano circostanze reali di vita capaci di espellerlo dalla coscienza di tutte le persone normali perfino in idea. (Si pensi ad abitudini generali come furono un tempo il cannibalismo o la vendetta di sangue.)
Nei periodi di passaggio i tentativi di superamento individuale, ideologico, morale, ecc. hanno ovviamente un peso talvolta rilevante. Ma, a prescindere dal fatto che da soli tali superamenti non sono mai in grado di raggiungere un’effettiva universalità sociale, nel senso detto sopra, qui si tratta esattamente di trasformare in radice l’intera persona in tutte le sue espressioni di vita essenziali, non semplicemente di superare certe singole cattive abitudini concrete all’interno di certe permanenti relazioni di vita concrete. Nulla è più lontano dall’autore di questi ragionamenti che voler sottovalutare simili metamorfosi, perfino se soltanto individuali; egli al contrario è profondamente persuaso che, se nel corso della storia degli uomini quale è stata fino a oggi non si fossero avuti moti di questo genere, individuali o di gruppo, che a loro modo, spesso con falsa coscienza, spesso con mire utopistiche, hanno di volta in volta protestato contro l’inumanità, contro la negazione dell’essere-uomo, oggi sarebbe difficile parlare di tutto questo complesso di problemi come di un tema attuale.
Altrettanto lontana da lui è, poi, l’idea che quei tentativi di superare ciò che nella nostra esistenza è non degno dell’uomo possano venir misurati esclusivamente dai loro effetti sociali pratici diretti. L’evolversi dell’umanità fino ad oggi – Marx con profonda coerenza lo definisce preistoria dell’umanità – ha potuto far arrivare a un decisivo punto di svolta solamente alcuni sparsi, e spesso confusi, spunti di formazione del fattore soggettivo. Questi spunti devono essere apprezzati secondo il loro giusto valore e da tale esame va tratto un insegnamento: il divenir-uomo dell’uomo può essere soltanto opera sua, e però opera sua sociale. Questo operare, d’altronde, non è altro che tentare di dare risposta a quei problemi, a quelle loro possibilità di soluzione, il cui spazio reale può essere creato, determinato e delimitato appunto solo dall’oggettivo processo riproduttivo concreto. Ora, poiché la democratizzazione socialista è chiamata a superare l’ultima, evolutissima, forma di anti-umanismo (l’altro uomo come limite, come mero oggetto, come possibile avversario o nemico, per la propria prassi auto-realizzativa), soltanto da essa può venire la base oggettiva, socio-umana, per la metamorfosi decisiva.
I grandi movimenti consiliari del passato recente, nella loro immediatezza rivoluzionaria, ebbero la tendenza istintiva a mettere questi complessi problematici all’ordine del giorno. Ma, date le condi- zioni reali da cui emergevano, data la situazione oggettiva, quei movimenti non furono capaci di arrivare nel concreto a contenuti così generali, così onnilaterali, non parliamo poi di tradurli in realtà. Tuttavia il fatto che tra le larghe masse il loro ricordo sia rimasto sempre vivo, incancellabile, ci dice che viene nutrita una speranza, – pur spesso erroneamente motivata in termini idealistici, utopistici, – la speranza che, a causa della tendenza di fondo ad essi intrinseca, basterebbe semplicemente riproporli per aprire all’umanità una via d’uscita, una via per la realizzazione di sé. Il fatto che in tutti gli Stati socialisti si sia dovuto imperativamente, cioè a partire dalla vita economica, considerare compito del presente una riforma radicale dell’economia, dimostra che quest’unica vera alternativa sia alla burocratizzazione staliniana del socialismo e sia alla democrazia borghese di oggi, manipolata dal positivismo, ha acquisito, al principio di un nuovo periodo, nuova attualità storico-sociale. Questo non vuol dire affatto che essa possa oggi avere anche soltanto qualcosa della trascinante spontaneità di allora, quando si ebbero quelle sue grandi esplosioni. Vuol dire soltanto che i segni storico-sociali di una crisi in arrivo, provenendo dall’economia, alludono dappertutto a una forma nuova di democratizzazione, ancora non esistente in nessun luogo, ma pure nota a partire dalla storia e dalla sua – purtroppo ancora poco adeguata – interpretazione marxista. Vuol dire che la continuità in apparenza inossidabile degli sviluppi fittizi fa venire ora in superficie dappertutto contraddizioni, crepe, conflitti insanabili, che alla lunga è difficile permettano ancora la routine delle soluzioni manipolatorie, dei compromessi abborracciati, sebbene qualche governo borghese vada industriandosi operoso ad assorbire nel proprio establishment i movimenti di protesta, ancora spontanei e caotici.
Non è nostro compito, in questo discorso appena abbozzato, fornire un panorama concreto, tanto meno una prospettiva politico-economica, di ciò che oggi nel mondo intero comincia a venire in su- perficie e a farsi riconoscere come crisi dell’esistente. Ciò nondimeno i marxisti hanno il compito radicalmente nuovo, nella mutata situazione economica, di individuare – ridestando il metodo di Marx – le nuove vie per lottare contro il capitalismo imperialistico così da innovare intrinsecamente il socialismo. Non possiamo qui entrare nel merito delle forme nuove di separazione e riunificazione del vecchio, e di ciò che ancora resta vivo della tradizione, con i nuovi problemi. Possiamo soltanto e dobbiamo sottolineare che ristrutturare, come è ormai necessario, l’economia socialista non significa ovviamente che, con la riforma economica, per via di risoluzioni e ordinanze si stia dando vita direttamente a quanto abbiamo qui tratteggiato (che l’economia divenga base di una metamorfosi dell’uomo, della sua abitudine a un’esistenza umana degna, nella quotidianità e di qui in tutte le sue espressioni di vita). Il rapporto fra sviluppo economico e trasformazione dell’uomo cui stiamo pensando è nella sua concretezza pratica assai più complicato.
Al primo sguardo si presenta semplicemente come una riforma economica attuata allo scopo di accrescere quantitativamente e migliorare qualitativamente il meccanismo produttivo e distributivo. Nel fare questo, però, ci si accorgerà che l’economia socialista, sebbene avere una relazione duttile con il consumo sia divenuto per essa un problema vitale, non sarà tuttavia in grado di risolverlo «introducendo» semplicemente un «modello» capitalistico. Quel che nel capitalismo il mercato è capace di fare, in sostanza, spontaneamente, qui deve essere integrato da una multidimensionale, plurivariata democratizzazione del processo produttivo, dal momento della pianificazione a quello della sua pratica reale. Una democratizzazione che da principio avrà per forza di cose mero carattere economico. Ma già a questo livello è palese la grande urgenza, per esempio nella questione del sindacato, di recuperare, in termini aggiornati, la posizione di Lenin [di mobilitazione reciproca fra vertice statale e base economica] e di respingere quella che, nonostante tutti i proclami in contrario (nel periodo staliniano), era di Trockij [di statizzazione del sindacato]. Senza questa rinascita della posizione di Lenin è impossibile una vera attivizzazione delle masse, il superamento della loro apatia.
A ogni gradino di quest’opera di riforma economica, certamente di lunga lena, emergono in veste economica, nei modi in cui va riorganizzandosi l’economia, i nuovi problemi cui abbiamo accennato: quali strade percorrere per risvegliare e far sviluppare il fattore soggettivo della formazione sociale socialista. Non intendiamo dare l’impressione di pensare a una «divisione del lavoro» meccanica; sembra tuttavia certo, in pratica, che quanto al primo complesso problematico sono chiamate a svolgere un ruolo di guida le istituzioni statali man mano che si democratizzano, oltre alle organizzazioni di massa (sindacati), mentre il secondo costituisce un rilevantissimo campo di lavoro per il Partito, mentre va innovandosi in senso democratico; il quale comunque non può non essere anche un fattore decisivo nella elaborazione dei princìpi concernenti il primo complesso problematico e nella critica permanente circa la loro attuazione. Non si deve dimenticare naturalmente quale importante parte spetti, in ogni campo, alla diretta iniziativa delle masse. Al quale proposito, nessuno può sapere in anticipo quale sarà il peso delle figure di movimento consiliare che, del tutto innovate, verranno chiamate in vita per tale via. Le nostre considerazioni possono in effetti pretendere – al massimo – di delineare sul piano puramente teorico qualche profilo, ma assai in generale, di prospettive possibili.
A tener conto di tutti questi momenti, si ha che il mondo da uno stadio in apparenza statico (in realtà prevalentemente a moto continuo ma entro una cornice determinata) è passato a uno stadio di più impetuoso dinamismo. Il periodo di crisi del sistema della manipolazione capitalistica e la temporanea impossibilità di avere prospettive chiare per il mondo dei popoli che solo ora cominciano a liberarsi, sono sintomi importanti di questo passaggio. L’aspetto per noi essenziale è però che l’attivizzarsi del movimento comunista va altresì verso una rinascita del marxismo, verso un recupero del suo ruolo di guida teorico-pratica autentica nel rinnovamento rivoluzionario della società e, in esso e con esso, nel rinnovamento rivoluzionario dell’uomo.
Così è anche troppo «naturale» che moltissimi si spaventino davanti all’inquietudine e all’incertezza che vi sono necessariamente collegate e aspirino con grande impegno a conservare il più possibile immutata l’angusta, in apparenza statica, continuità degli ultimi decenni. Nella prospettiva storica data, questo impegno appare – in definitiva – vano. E si tratta di timori che ri- sultano vani tanto quanto le illusioni frutto della medesima situazione storica, i vagheggiamenti di un subitaneo radicale «sovvertimento» rivoluzionario spettacolare (insomma, tipo happening), cosa verso cui va oggi il focoso anelito di una parte notevole dei giovani e degli intellettuali di sinistra. Oggettivamente, però, si tratta – com’è ovvio, in maniera diversa nelle diverse, socialmente diverse, parti del mondo – di un processo esteso nel tempo e ricco di conflitti sia interni che esterni, di un processo di autochiarimento circa le prospettive e le mete concrete, e circa i mezzi concreti per raggiungere queste ultime realmente.
Se c’è un campo nel quale il timore di rompere la continuità avutasi fino a oggi non ha oggettivamente motivo d’essere è proprio il campo del socialismo. Lenin faticosamente doveva trovar modo di utilizzare qualche rara pausa di un tempo in cui ancora i soviet erano in costante pericolo di vita. I grandi fatti politici del socialismo nel passato più recente (la vittoria su Hitler, la parità atomica) hanno reso oggettivamente possibile un terreno assai più solido per le «pause» da dedicare alla ristrutturazione interna. Ora naturalmente gli imperialisti sono rimasti imperialisti. Ma il loro retroterra sociale e il loro potere di disposizione su di esso, che era totale, assoluto, non lo si può paragonare né con il 1914 né con l’immediato periodo postbellico. Quindi quanto a reazioni da parte del circostante mondo imperialistico, una ristrutturazione interna del socialismo può oggettivamente contare su pericoli molto minori che non ai tempi di Lenin.
È che di solito si trascura di tener conto d’un momento positivo estremamente importante. Il pericolo di un intervento armato del mondo imperialistico era allora molto più grande di oggi. Al medesimo tempo, però, – a dire apertamente una verità assai sgradevole, – la simpatia spontanea delle masse dei paesi capitalistici era allora molto più forte di quanto non sia oggi. La ragione è evidente. Nel 1917 e negli anni che lo seguirono moltissime persone nel mondo capitalistico – da Anatole France ai semplici uomini e donne del mondo del lavoro – sentivano che tutto quanto accadeva sul terreno sovietico era qualcosa che contribuiva alla propria liberazione umana, che cioè in tutto quanto si faceva là era presente una lotta per la propria causa, per la propria umana salvezza. Il passaggio staliniano al predominio assoluto della tattica in tutti campi teorici e pratici spezzò in gran parte questi fili di collegamento. Naturalmente in tale estraniarsi dal socialismo ebbero un peso rilevante fatti come i processi degli anni trenta, ma ogni singolo gesto sfavorevole avrebbe potuto essere superato se non si fosse avuto un durevole trend ideologico di distanziamento, di divergenza sempre maggiore fra la direzione verso cui muoveva l’Unione sovietica e, nel capitalismo, l’anelito in apparenza sempre meno appagabile delle persone a superare quelle tendenze che vanificano l’essere-uomo.
L’effetto provocato dal generale elevarsi del livello della vita economica o da singoli risultati in ambito tecnico non poteva e non può, nonostante tutta l’ammirazione spesso suscitata, far ritornare per incantesimo a quel legame emotivo degli inizi. In ogni società capitalistica infatti si dà questa possibilità generale di pervenire a risultati economici e tecnici di quel tipo. L’attrazione, il fascino del divenir-uomo, invece, lo possiede soltanto – potenzialmente – la società socialista. Con tutta la potenza di un apparato propagandistico inaudito si è tentato dopo la fine della guerra di poetare su una analoga capacità d’attrazione dell’american way of life. L’assenza però in esso di una reale sostanza umana ha condotto al fallimento anche tale dispendiosissima e ricchissima apparecchiatura reclamistica. Questo contenuto socio-umano non lo si può acquistare con investimenti, nemmeno di quella misura. Per contro, tutte le mosse reali in questa direzione, di cui oggettivamente soltanto le società socialiste sono capaci, riaccendono subito anelito e simpatia, anche quando sono mosse ancora modeste e iniziali.
È quanto sta accadendo in tutto il mondo dal XX Congresso. Com’è ovvio, e va continuamente ripetuto, l’imperialismo è rimasto imperialismo e rimarrà tale fin quando la rivoluzione non lo abbatterà e non ne distruggerà in radice le fondamenta. Com’è ovvio, esso cercherà, finché avrà respiro, di procurare la caduta del socialismo. E poiché la parità atomica ha reso estremamente rischiosa una terza guerra mondiale, per cui le possibilità reali di avviarla divengono sempre minori, maggior peso acquisisce sul piano internazionale la battaglia ideologica. È per questo che l’autore di queste pagine, subito dopo il XX Congresso, definì la coesistenza, obbligata dalla parità atomica, come una nuova forma di lotta di classe nella quale, seguendo Lenin, vige il criterio: chi le dà, chi le prende?
Il fatto che si sia interrotta l’opera di radicale demolizione dei metodi staliniani, anzi che si sia avuto un loro temporaneo ritorno, – formalmente modificati nei modi, ma per la sostanza solo un po’ attenuati, – ha certamente reso inferiore la capacità d’irradiamento del XX Congresso, e tuttavia certe speranze sono, nonostante tutto, rimaste vive e i sintomi di crisi del sistema della manipolazione imperialistica hanno finito per dar loro un qualche impulso. In questo momento, infatti, sono visibili in tutto il mondo, anche se ancora deboli e spesso confuse, tendenze a un avvicinamento al marxismo, tentativi di rianimarlo che oggettivamente possono realizzarsi solo in alleanza con il socialismo.
La tradizione leniniana è: possibilità di lottare in comune contro l’avversario comune, distin- guendosi con nettezza ed esercitando una critica di principio su tutti i punti in cui si abbiano deviazioni dal marxismo. Quella staliniana è: ogni posizione che non coincida esattamente con le decisioni prese per tattica e praticate punto per punto giudicarla avversa o addirittura opera diretta di agenti dell’imperialismo e adoperarsi per annullarla con tutti i mezzi organizzativi dell’apparato. Questo fu il metodo dei grandi processi, ma questa è ancora oggi – pur senza arrivare tanto lontano sul piano organizzativo concreto – la base della lotta ideologica ufficiale all’interno e all’esterno dei confini del socialismo.
Si tratta di un forte ostacolo a che entro l’area dominata dal socialismo venga in essere la democratizzazione socialista. Ed è parimenti un forte ostacolo alla collaborazione internazionale e alla integrazione, un giorno, delle spinte verso una rinascita del metodo marxiano autentico e, per suo tramite, a ottenere chiarezza circa tutto ciò in cui il mondo di oggi ha socialmente sorpassato l’assetto nel quale si trovava al tempo di Marx, Engels e Lenin. Cosicché, anche la rappresentazione, la prospettiva del passaggio alla democratizzazione socialista, al socialismo come via al comunismo, cioè a porre termine alla preistoria dell’umanità, oggi non può risultare diversa da come poté apparire a suo tempo a Marx.
Il quale più di cento anni fa descrisse il contrasto fra i percorsi delle rivoluzioni borghesi e i percorsi di quelle socialiste, in base ai conflitti di classe che le muovono e alle possibilità sociali che ne derivano, nei termini seguenti: le rivoluzioni borghesi «passano tempestosamente di successo in successo; i loro effetti drammatici si sorpassano l’un l’altro; gli uomini e le cose sembrano illuminati da fuochi di bengala; l’estasi è lo stato d’animo d’ogni giorno. Ma hanno una vita effimera, presto raggiungono il punto culminante: e allora una lunga nausea si impadronisce della società, prima che essa possa rendersi freddamente ragione dei risultati del suo periodo di febbre e di tempesta. Le rivoluzioni proletarie invece, quelle del secolo decimonono, criticano continuamente se stesse; interrompendo a ogni istante il loro proprio corso, ritornano su ciò che già sembrava cosa compiuta per ricominciare daccapo; si fanno beffe in modo spietato e senza riguardi delle mezze misure, delle debolezze e delle miserie dei loro primi tentativi», «si ritraggono continuamente, spaventate dall’infinita immensità dei loro propri scopi, sino a che si crea la situa- zione in cui è reso impossibile ogni ritorno indietro e le circostanze stesse gridano: hic Rhodus, hic salta!».
Rodi oggi sta ancora nel lontano futuro. Ma tutto ci dice che soltanto la via tracciata da Marx vi può condurre. Se e fino a che punto i comunisti saranno in grado di percorrerla è cosa che dipende dalla loro perspicacia e dal loro coraggio.
Nota editoriale
Quando già si apre, con articoli di intellettuali puri e cioè, come li chiamava Gramsci, “puri asini, un qualche ricordo dell'”indimenticabile ’56” – anno considerato da qualche serio studioso “uno spartiacque del secolo” – ed ovviamente con le solite superficiali e astoriche giaculatorie sul socialismo (reale e teorico) – crediamo non inutile pubblicare un saggio del filosofo marxista ungherese György Lukács (1885-1971). Il testo, redatto nel corso del 1968, anno in cui il Movimento studentesco con la sua ‘contestazione’, negli USA e in Europa, esprimeva la crisi della democrazia borghese, mentre a Praga i carri armati sovietici reprimevano un tentativo di democrazia socialista, non fu allora pubblicato per ragioni politiche. Apparve soltanto dopo la morte dell’autore, nel 1986, pochi anni prima della caduta del ‘Muro di Berlino’ e la fine dell’esperienza del ‘socialismo reale’ in Europa. Riportiamo qui le pagine conclusive del volume.
Traduzione di Alberto Scarponi
Fonte: malacoda.eu

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