La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 31 luglio 2015

C'è del marcio in Eurozona



di Yanis Varoufakis
Un paradosso si aggira nelle fondamenta dell’eurozona. I governi nell’ambito dell’unione monetaria sono privi di una banca centrale che copra loro le spalle, mentre la banca centrale è priva di un governo che la sostenga.
Questo paradosso non può essere eliminato senza cambiamenti istituzionali fondamentali. Ma ci sono passi che gli stati membri possono fare per alleviare alcuni dei suoi effetti negativi. Uno che abbiamo preso in considerazione nel corso della mia carica a ministro greco delle finanze ci concentrava sulla cronica mancanza di liquidità di un settore pubblico finanziariamente stressato e sul suo impatto sul settore privato a lungo sofferente.

Il confltto tra la Turchia e i Curdi

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di Robert Fisk
I curdi sono nati per essere traditi. A quasi ogni aspirante staterello in Medio Oriente era stata promessa la libertà dopo la Prima Guerra mondiale e i curdi inviarono perfino una delegazione a Versailles per chiedere una nazione e confini sicuri.
Ma con il Trattato di Sèvres, nel 1920, hanno avuto una piccola nazione in quella che era stata la Turchia. Poi arrivò il nazionalista turco Mustafa Kemal Ataturk che riprese la terra che la nazione curda potrebbe aver guadagnato. E così i vincitori della Grande Guerra si sono incontrati a Losanna nel 1922-23 e hanno abbandonato i curdi (e anche gli armeni) che erano ora divisi tra il nuovo stato turco, la Siria francese e l’Iran e l’Iraq britannico. Quella è stata la loro tragedia da allora – e quasi ogni potenza regionale vi ha partecipato.

Il "cottimo" digitale: siamo uomini o algoritmi?


di Domenico Tambasco 
La “fine del lavoro” profetizzata alcuni anni orsono in un celebre libro di Jeremy Rifkin[1] non sembra così lontana, se solo si pensa alla “tenaglia tecnologica” che stringe sempre più da vicino il lavoro umano individuale. Una stretta operata da un lato dai progressi esponenziali dell’intelligenza artificiale, che va freneticamente sostituendo i lavori manuali ed intellettuali di natura ripetitiva (si pensi, ad esempio, alle operazioni di cassa delle banche o dei supermercati, ormai gestite da apparecchi completamente automatizzati) e dall’altro dall’emersione – attraverso le tecniche di connessione via web – dell’intelligenza umana collettiva, con funzione sostitutiva delle professioni e dei lavori intellettuali di natura non routinaria[2].
Ed è proprio dalla creazione tecnica di una sconfinata rete globale in cui si alimenta e si produce l’intelligenza umana collettiva che sono nate, per gemmazione naturale, la società del “Commons collaborativo”[3] e la “Crowdeconomy”, rispettivamente società ed economia della condivisione, nuovo modello socio-economico di cui il “Crowdsourcing” sembra essere, nell’ambito delle attività produttive, la più piena ed espressiva applicazione.

Quella violenza nelle merci

di Giorgio Nebbia
In generale sappiamo ben poco di che cosa sono fatti gli oggetti che usiamo continuamente; la pentola in cui cuociamo la pasta, l’automobile con cui ci muoviamo, il cellulare o il tablet con cui comunichiamo, eccetera, contengono materie plastiche e metalli, della cui provenienza sappiamo ancora meno. Vengono dal fabbricante di pentole e automobili e cellulari, ovviamente, ma il fabbricante li ha prodotti a sua volta da idrocarburi e minerali estratti in paesi anche lontanissimi, da persone che non conosceremo mai, forse liberi lavoratori con salari equi e adeguata sicurezza, forse miserabili schiavi costretti a lavori estenuanti, lontani dalle loro case.

La buona scuola? Tutti i dubbi del referendum im-possibile


di Marina Boscaino
La novità di queste ultime settimane è stata la necessità di spostare l’attenzione dall’organizzazione delle iniziative da mettere in campo a settembre per contrastare la “Buona Scuola” di Renzi a ben due quesiti referendari, sottoposti all’opinione pubblica senza mediazione, dialogo, condivisione: insomma, con un atteggiamento arbitrario quasi quanto quello adottato dal premier/segretario nell’imporre la sua “riforma” al Parlamento e al partito di cui è ‘proprietario’, oltre che al Paese, da cui non è mai stato eletto.
Occorre innanzitutto ricordare che – prima ancora di affidare ad una qualsivoglia iniziativa abrogatrice una funzione salvifica e risolutoria rispetto alla situazione configurata con la definitiva approvazione della legge 107/15 – il compito e la sfida principali sono mantenere intatto, se non aumentare, illivello di mobilitazione, per tentare di depotenziare la pseudo-riforma attraverso l’azione dei singoli istituti scolastici, oltre che nelle piazze.

Ttip. Piccoli e grandi no al Tratto commerciale Usa/Ue

di Francesca Spinelli
Dal 13 al 17 luglio si è svolto a Bruxelles il decimo round dei negoziati sul Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip), l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti e Unione europea che alcuni paragonano a un cavallo di Troia guidato dalle grandi aziende.
Una volta ratificato, regalerebbe a queste una serie di agevolazioni, tra cui: la possibilità di citare uno stato davanti a un collegio di arbitri invece che in un tribunale ordinario se l’azienda ritiene di poter essere danneggiata dalle politiche di quello stato (il cosiddetto Investor-state dispute settlement, o risoluzione delle controversie tra stato e investitore, Isds); l’accesso al mercato dei servizi pubblici di tutti i paesi firmatari; una deregolamentazione in vari settori, da quello ambientale a quello agroalimentare, definita diplomaticamente “cooperazione in campo normativo”.

Il caso Azzollini e la tortura di classe


di Alessandro Gilioli
Conosco l'argomentazione e la rispetto: il carcere è una tortura, quindi meno gente ci va e meglio è.
Conosco l'argomentazione, perché i miei amici radicali me la portano talvolta all'estremo: se tu sei contrario alla pena di morte, salveresti chiunque dal patibolo; e se puoi salvarne solo uno e tutti gli altri no, hai già fatto qualcosa di buono, mentre male faresti nel mandarlo alla forca, chiunque sia.
Conosco questa argomentazione, addotta da quanti in buona fede ieri hanno salvato Azzollini dal carcere: peraltro un'esiguissima minoranza tra quelli che hanno votato no, forse giusto Luigi Manconi e un altro paio, mentre gli altri si sono schierati contro gli arresti solo per arrocco di corporazione - cane non mangia cane, oggi a te domani domani a me.

giovedì 30 luglio 2015

Un'alternativa europea in ogni singolo Paese


di Paolo Ferrero
Con­di­vido molto l’appello di Marco Revelli e Argi­ris Pana­go­pou­los nel con­te­sto del dibat­tito sulla sini­stra. Costruire «un sog­getto poli­tico dichia­ra­ta­mente anti­li­be­ri­sta dotato della forza per com­pe­tere per il governo del paese in con­cor­renza con gli altri poli poli­tici» oggi non solo è neces­sa­rio ma possibile.
Rifon­da­zione Comu­ni­sta da tempo avanza que­sta pro­po­sta poli­tica: par­tiamo subito, noi ci siamo.
I punti di rife­ri­mento di que­sto sog­getto mi paiono ben deli­neati da Marco e Argi­ris: l’Unione Euro­pea è una gab­bia d’acciaio neo­li­be­ri­sta, costruita sull’austerità attorno agli inte­ressi domi­nanti tede­schi. Que­sta Europa è stata costruita insieme da popo­lari, libe­rali e socia­li­sti: a tutti costoro, alle loro poli­ti­che, al blocco di potere e di inte­ressi che rap­pre­sen­tano, dob­biamo costruire un’alternativa. Si tratta di un punto fon­da­men­tale in quanto la sini­stra in que­sti ultimi vent’anni si è sem­pre divisa sui rap­porti con il PD e il par­tito socia­li­sta europeo.

L'oblio democratico


di Alfonso Gianni
C’è una domanda cru­ciale che si aggira negli ambiti di quella che pos­siamo chia­mare – senza per ora migliore spe­ci­fi­ca­zione — la sini­stra di alter­na­tiva in Europa e nel nostro paese. Laura Pen­nac­chi la pone nelle prime pagine del suo ultimo lavoro (Il sog­getto dell’economia. Dalla crisi a un nuovo modello di svi­luppo, Ediesse, Roma 2015, pp. 318, euro 16,00) con que­ste parole: «per­ché il neo­li­be­ri­smo – di cui gli eventi del 2007/2008 ave­vano san­cito il fal­li­mento sul piano teo­rico – si è mostrato così resi­liente nel tempo, con­ti­nuando imper­ter­rito a infor­mare di sé le poli­ti­che e le scelte pratiche?».
Rispon­dere non è facile, eppure biso­gna rico­no­scere che qui sta, non la, ma cer­ta­mente una delle chiavi – anche per­ché le porte da aprire non sono poche – che per­met­tono di com­pren­dere le ragioni pro­fonde della crisi della società con­tem­po­ra­nea e della sini­stra in particolare.

Sciogliere e coagulare, una nuova sinistra in Italia


di Francesco Martone
“Per coa­gu­lare sul serio per­corsi ed ispi­ra­zioni diverse in uno sforzo comune (non neces­sa­ria­mente in un par­tito comune!), biso­gna che prima di tutto le rigi­dità e gli spi­riti di ban­diera si atte­nuino e magari si dis­sol­vano. “Solve et coa­gula”, scio­gliere e coa­gu­lare, dice­vano gli alchi­mi­sti rina­sci­men­tali”. Solve et coa­gula, appunto, per rige­ne­rare sé stessi, tra­sfor­mare i metalli in oro. Non neces­sa­ria­mente abban­do­nare del tutto la pro­pria com­po­si­zione chi­mica, ma scio­glierla e ricoa­gu­larla con altre com­po­nenti per costruire una nuova strut­tura, non un com­po­sto unico, ma un’architettura collettiva.
Que­sto pro­po­neva decenni or sono Alex Lan­ger al Pci di allora, lo faceva sullo sfondo della crisi dell’Europa, attra­ver­sata dagli scos­soni della guerra fredda, e lo pro­po­neva par­tendo dal pen­siero eco­lo­gi­sta. Pro­viamo a rileg­gerle oggi que­ste parole sol­le­ci­tati dall’apertura di dibat­tito del mani­fe­sto.

La nostra libertà comincia dai migranti


di Alessandro Portelli
Da Lam­pe­dusa non si entra. Da Calais non si esce. Da Ven­ti­mi­glia non si passa. Dalla Ser­bia a Buda­pest si viag­gia in vagoni piom­bati. A Ceuta e Melilla, enclave spa­gnole in terra d’Africa, come al con­fine fra Bul­ga­ria e Tur­chia o al con­fine fra Unghe­ria e Ser­bia, si alzano reti­co­lati e muri.
Un po’ per volta l’Europa sta ritro­vando le sue radici: con­fini invio­la­bili, egoi­smi e pre­giu­dizi nazio­nali e raz­ziali, l’eredità di un secolo e mezzo di colo­nia­li­smo, le con­se­guenze di guerre dis­sen­nate a cavallo del terzo mil­len­nio, gli effetti del pen­siero unico occi­den­tale in forma di libe­ri­smo sfre­nato. Il tun­nel di Calais è una vivida meta­fora di tutto que­sto: pen­sato per unire, è diven­tato una inva­li­ca­bile bar­riera divi­so­ria per chi non ha i soldi del biglietto – anzi, una bar­riera fra chi i soldi ce li ha e chi no.

Monti nel "fondo", con Draghi


di Nico Perrone
A prima vista poteva sem­brare la ricerca di un buon posto a Bru­xel­les per Mario Monti, che non ha dimo­strato di saperci fare né come pre­si­dente del con­si­glio né come lea­der del suo par­tito per­so­nale. Si era fatto dise­gnare da un gra­fico di grido per­fino lo stemma e i volan­tini della sua for­ma­zione poli­tica, ma per tenere in piedi i par­titi ci vogliono soprat­tutto i voti, e quelli Monti non li ha saputi tro­vare. Allora gli hanno dato una buona siste­ma­zione a Bru­xel­les, nell’Unione euro­pea (lui si ricor­derà di esserne grato), con la nomina a pre­si­dente dello High-Level Group on Own Resour­ces, ossia super mini­stro euro­peo del tesoro: per sem­pli­fi­care il discorso, chia­me­remo que­sto orga­ni­smo il «fondo».
Si tratta natu­ral­mente di una carica con­cor­data fra i governi, che non ha avuto biso­gno di alcun voto popo­lare: ma que­sta non è un’eccezione per le alte cari­che comu­ni­ta­rie.

Renzi non tocchi il diritto di sciopero


di Antonio Sciotto
L’autunno caldo della Fiom di Lan­dini ha tre parole d’ordine: diritto di scio­pero, rin­novo del con­tratto, rap­pre­sen­tanza. Il segre­ta­rio dei metal­mec­ca­nici Cgil ha spie­gato di essere pronto a difen­dere il diritto dei lavo­ra­tori a scio­pe­rare, attac­cato «in modo aber­rante» dal governo e da alcune pro­po­ste in voga, come quella di Pie­tro Ichino. «Pos­siamo chie­derci per­ché non ha fun­zio­nato l’attuale nor­ma­tiva per i ser­vizi pub­blici, pos­siamo discu­tere nuove forme di accordo pre­ven­tivo tra impresa e lavo­ra­tori, ma non si può e non si deve in nes­sun modo vio­lare il diritto di scio­pero garan­tito dalla Costi­tu­zione, per­ché è un diritto indi­vi­duale del cittadino».
Mau­ri­zio Lan­dini fa rife­ri­mento alla pro­po­sta Ichino, che è già un ddl depo­si­tato al Senato in sostan­ziale accordo con il governo, secondo cui per poter scio­pe­rare sarà neces­sa­ria la pro­cla­ma­zione da parte dei sin­da­cati che rap­pre­sen­tano il 50% più 1 dei dipen­denti, o — nel caso di orga­niz­za­zioni mino­ri­ta­rie — il pas­sag­gio attra­verso un refe­ren­dum tra tutti i lavo­ra­tori, con il 50% dei sì fra i votanti e un quo­rum del 50% dei dipen­denti.

I sindacati preparano il Vietnam giudiziario contro la scuola di Renzi

 
di Roberto Ciccarelli
I sin­da­cati della scuola ini­ziano a pre­di­sporre l’artiglieria con­tro il governo Renzi. Flc.Cgil, Cisl e Uil scuola, Snals e Gilda sot­to­por­ranno alla Corte Costi­tu­zio­nale la que­stione della legit­ti­mità della legge appro­vata defi­ni­ti­va­mente dalla Camera il 9 luglio e fir­mata dal pre­si­dente della Repub­blica Mat­ta­rella il 13. La riforma lede il prin­ci­pio costi­tu­zio­nale della libertà di inse­gna­mento, viola le pre­ro­ga­tive con­trat­tuali e attri­bui­sce al governo «dele­ghe spa­ven­to­sa­mente ampie».
I punti con­si­de­rati «ille­git­timi» sono: la chia­mata diretta, l’estromissione del ruolo del sin­da­cato e del con­tratto nazio­nale, i rap­porti tra organi mono­cra­tici e gli orga­ni­smi col­le­giali.
Il secondo fronte della bat­ta­glia sarà aperto davanti alla Com­mis­sione Euro­pea. I sin­da­cati denun­ciano «l’insufficienza delle misure‎sulla sta­bi­liz­za­zione che ino­pi­na­ta­mente esclude docenti della scuola dell’infanzia, Ata e seconde fasce».

Il destino fatale dell'Occidente


di Marco Pacioni
Para­gone fra civiltà, ago­nia dell’occidente e agone della Ger­ma­nia. Metodo, destino e com­pito della ricerca di Spen­gler den­tro e intorno alla sua opera prin­ci­pale: Il tra­monto dell’occidente. Di due figure di rife­ri­mento di que­sto libro, dei pro­dromi e del pro­cesso che lo carat­te­riz­zano anche al cospetto di altri scritti di Spen­gler si occupa Fran­ce­sco Gagliardi, Il tra­monto di Faust. Oswald Spen­gler fra Goe­the e Nie­tzsche (Agua­plano, pp. 264, euro 20).
Seguendo Gagliardi nella sua rico­gni­zione di prima mano (tutta con­dotta sul tede­sco dell’autore), si evince il modo in cui, sin dalla tesi di dot­to­rato del 1904 dedi­cata a Era­clito, Spen­gler fac­cia pro­pria un’idea mor­fo­lo­gica e evo­lu­zio­ni­stica della vita delle civiltà. Per Spen­gler, nel pro­cesso meta­mor­fico delle cul­ture è cru­ciale il pas­sag­gio dalla Kul­turalla Zivi­li­sa­tion.

Ma quale elezione indiretta, il nuovo Senato è illegittimo


di Alessandro Pace
Dal testo del dise­gno di legge di revi­sione costi­tu­zio­nale appro­vato dalla camera dei depu­tati e in discus­sione al senato risul­tano vio­lati sia il prin­ci­pio della sovra­nità popo­lare sia il prin­ci­pio di egua­glianza, entrambi qua­li­fi­cati «supremi» dalla Corte costi­tu­zio­nale. Il prin­ci­pio della sovra­nità popo­lare ver­rebbe vio­lato negan­dosi il suf­fra­gio popo­lare diretto nelle ele­zioni del senato. Una vio­la­zione tanto più grave in quanto al senato ver­rebbe con­fer­mata la spet­tanza della fun­zione legi­sla­tiva e della fun­zione di revi­sione costi­tu­zio­nale, le quali si pon­gono all’apice dell’esercizio della sovra­nità dello stato.
Non intendo con ciò spen­dere argo­menti in favore del bica­me­ra­li­smo, anche se al riguardo sono state espresse cri­ti­che ingiu­sti­fi­cate. Mi limito però a sot­to­li­neare con deci­sione che l’attribuzione delle fun­zioni legi­sla­tiva e di revi­sione costi­tu­zio­nale ad un organo non eletto dal popolo costi­tui­rebbe un vero e pro­prio vul­nus dal punto di vista costi­tu­zio­na­li­stico e dei prin­cipi democratici.

Jeremy il "Rosso" manda in subbuglio il Labour Party


di Francesco Martone
Jeremy Corbyn, esponente della sinistra del partito laburista, avrebbe un incredibile vantaggio di venti punti sui suoi rivali nella corsa alla leadership del partito britannico, orfano di un leader dopo l’abbandono di Ed Miliband a seguito della batosta elettorale di maggio.
Secondo il tabloid Daily Mirror, che avrebbe visto un sondaggio riservato sulla contesa, Corbyn ha il 42% dei voti contro il 22,6% di Yvette Cooper, il 20% di Andy Burnham e il 14% di Liz Kendall. Tenuto conto delle seconde scelte, il vantaggio di Corbyn, 66 anni, deputato di Islington, un quartiere del nord di Londra, si riduce: il veterano della sinistra è al 51% contro il 49% della Cooper, che ha definito la campagna di Corbyn “sorprendentemente retro”.

L'euro, un errore politico

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Intervista a Wolfang Streeck di Giuliano Battiston
«L’euro non è l’Europa». Per analizzare con lucidità il negoziato sul debito greco e il futuro politico ed economico del vecchio continente Wolfgang Streeck suggerisce di partire da qui. «L’equazione tra l’Unione monetaria e l’Europa è semplicemente ideologica, serve a nascondere interessi prosaici», spiega nel suo studio il direttore del Max-Planck Institut per la ricerca sociale di Colonia. Gli interessi dei paesi del Nord Europa contro quelli del Sud, della finanza internazionale contro le popolazioni mediterranee, del “popolo del mercato” (Marktvolk) contro il “popolo dello Stato” (Staatvolk): del capitalismo contro la democrazia. Per l’autore di Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (Feltrinelli, 2013), il caso greco non rappresenta infatti che l’ultima variante del processo di dissoluzione del regime del capitalismo democratico del dopoguerra. Quel regime che aveva faticosamente tenuto insieme, in una combinazione fragile e instabile, democrazia e capitalismo appunto, dando vita a un patto sociale ormai imploso. Anche in Europa. E proprio a causa di un’Unione europea che si è fatta «motore di liberalizzazione del capitalismo europeo, strumento del neoliberismo». E di una moneta comune che serve gli «interessi del mercato». Per uscire dal vicolo cieco dell’Europa liberista votata all’austerity, per Wolfgang Streeck, tra i più influenti sociologi contemporanei, si dovrebbe partire proprio dalla rinuncia all’euro come moneta unica. Con una nuova Bretton Woods europea.

La comunicazione digitale: rovina del mondo o nuova civiltà?

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di Lea Melandri
Le visioni apocalittiche hanno senza dubbio un merito: non si lasciano accecare dal dio del progresso e, dove altri appaiono storditi dai suoi effetti speciali, esse puntano pervicacemente lo sguardo sulle insidie che  si porta dietro.
Che il reale stesse perdendo il suo ancoramento alla terra, ai corpi, alla tattilità, a tutto vantaggio dei fantasmi dell’immaginario, era già nelle analisi brillantemente argomentate di Guy Debord e Jean Baudrillard. Ma non è un caso che sia stata l’irruzione del medium digitale a spingere il discorso critico a profondità finora non toccate della vita psichica.
“Lo smartphone” -si legge nel libro di Byung-Chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale, Nottetempo 2015– si può considerare “la riedizione post-infantile dello stadio dello specchio: dischiude uno spazio narcisistico, una sfera dell’immaginario nella quale rinchiudermi.”

Scuola cattolica e Ici, il privilegio si fa diritto

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di Seila Bernacchi
Due sentenze della Corte di Cassazione hanno accolto – ribaltando i due precedenti gradi di giudizio – il ricorso che il Comune di Livorno ha promosso contro il mancato pagamento dell’imposta comunale ICI da parte di due scuole paritarie gestite da enti religiosi. Si tratta degli istituti “Santo Spirito” e della “Immacolata” che dovranno corrispondere una somma di €422.178,00 per gli anni dal 2004 al 2009.
Durissima la reazione del segretario generale della Cei, Monsignor Galantino, che parla di sentenza “pericolosa” e “ideologica”, afferma che “si rischia realmente la chiusura di queste scuole” e che la sentenza lederebbe la “garanzia di libertà educativa richiesta anche dall’Europa” concludendo che “non è la Chiesa cattolica ad affamare l’Italia” perché con le scuole paritarie lo Stato risparmia sei miliardi e mezzo a fronte di un’erogazione di contributi per 520 milioni di euro.

Economia e politica in Cina dopo il crollo delle borse

Carta di Laura Canali
di Angelo Richiello
Il parametro cui si fa generalmente ricorso per la misura della crescita della ricchezza di un paese è il prodotto interno lordo (pil) inteso come il valore di mercato dei beni e dei servizi finali prodotti all’interno di un paese in un determinato periodo.
Ideato negli anni Trenta del secolo scorso dallo statunitense Simon Kuznets, poi insignito del premio Nobel, il prodotto interno lordo è una delle basi del sistema di contabilità nazionale adottato dopo gli accordi di Bretton Woods da quasi tutti i paesi del mondo, particolarmente dai membri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). Nella sua forma algebrica semplificata, il prodotto interno lordo è composto dalla spesa in consumi (famiglie), dagli investimenti (imprese), dagli acquisti pubblici di beni e servizi (settore pubblico), dalle esportazioni nette (settore estero).
Qualunque paese che per venti o trent’anni accresce il proprio benessere economico sviluppando solo una o due delle voci del prodotto interno lordo sarà un paese zoppo.

La politica tedesca attraverso due libri


di Vincenzo Comito
Gli sviluppi recenti del gigante europeo nel volume del politologi britannico Hans Kundnani e in quello del deputato Ue Jean Luc Mélenchon
Negli ultimi tempi abbiamo segnalato, in diversi articoli pubblicati in questo stesso sito, una decina di studi sulla Germania. E le librerie di tutta Europa si vanno riempiendo di ulteriori volumi sul soggetto, tanto la necessità di capire il paese sembra farsi pressante, in relazione al progressivo aumento del suo peso nei destini del nostro continente. Ora i recenti avvenimenti greci acuiscono ancora il desiderio di capire.
Oggi vogliamo aggiungere all’elenco due studi, uno francese e, per la prima volta, anche un testo scritto da uno studioso inglese. L’autore del primo libro è un ben noto politico della sinistra radicale transalpina, Jean Luc Mélenchon (Mélenchon, 2015); egli è stato ministro dal 2000 al 2002, è oggi deputato europeo, cofondatore nel 2008 del partito della sinistra; alle presidenziali del 2012 ha preso l’11% dei voti. Nel secondo caso si tratta invece di un politologo britannico, Hans Kundnani (Kundnani, 2014). Egli è direttore della ricerca presso il Consiglio Europeo per le Relazioni Estere, collabora con l’Università di Birmingham, scrive infine su alcuni noti giornali britannici. Il suo libro sta per essere pubblicato anche da noi.

La ripresa? Parlarne è un passatempo

di Paolo Ramazzotti
Alla fine la crescita è arrivata. A dire il vero si tratta di ben poca cosa, lo 0,3% rispetto al trimestre precedente e lo 0,1% rispetto allo stesso trimestre del 2014. C’è stato, comunque, un miglioramento. Va da sé che un po’ di crescita è meglio che niente, ma occorre chiedersi se abbia senso accalorarsi per questa circostanza. Proviamo a riflettere sulla sua rilevanza, sia in sé che per la più generale qualità della vita delle persone.
Intanto, merita osservare che, malgrado la politica della Banca centrale europea e la riduzione del prezzo del petrolio, la crescita interna è sostanzialmente riconducibile a una ripresa estera. Da più di quattro anni quel poco di contributo positivo all’andamento del reddito che c’è stato, è dipeso fondamentalmente dalla domanda proveniente dal resto del mondo. In modo particolare, come ci segnala l’ultimo Rapporto annuale dell’Istat, nel 2014 sono stati gli Usa che hanno reso possibile la ripresa dei paesi avanzati. L’Italia, che l’anno scorso non era riuscita a evitare il persistere della recessione – con un tasso di crescita del - 0,4% – finalmente ha potuto beneficiare delle migliori condizioni altrui.

La democrazia sindacale diventa disabitata

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di Umberto Romagnoli
Generalmente, i materiali giuridici permettono di identificare il patrimonio culturale  di chi li ha prodotti o ne ha  largamente condizionato il processo di formazione. Così, per fare significativi esempi legati alla contemporaneità, se il contratto di lavoro a tutele crescenti, la cui disciplina costituisce finora il pilastro del Jobs Act renziano, esprime la convinzione che ormai la politica è comunicazione, la clausola contrattuale che vincola l’impresa ad assumere come “base ed oggetto” delle trattative la piattaforma rivendicativa approvata tramite votazione referendaria dalla maggioranza dei dipendenti, e subordina la sottoscrizione dell’ipotesi di accordo all’esito positivo di un successivo referendum, corrisponde anzitutto all’istanza di sindacati che rifiutano di appiattirsi su logori stereotipi carismatico-autoritari e adottano un modello di relazioni fondato sulla verifica del consenso dei rappresentati. Non è difficile immaginarsi che una clausola del genere riproduca una proposta della Fiom: ottenendone l’adesione della controparte, questa organizzazione ha infatti dato il suo imprinting al sistema dei apporti sindacali all’interno della Automobili Lamborghini istituito dall’accordo del 4 luglio 2012 cui si richiama l’accordo di rinnovo del 22 maggio 2015.

"Siamo donne, e allora...". Riflessioni sul nostro tempo

foto Flickr/Mary
di Manuela Manara
Molte questioni legate all’assetto sociale sono collegate dai più all’etichetta 'femminismo', usata come spauracchio e quasi offesa in ammiccanti battutine fintamente ironiche, invece che come punto di riferimento storico fondamentale e prestigioso. Mi chiedo se, a decretare questo insuccesso, non abbia contribuito anche il suffisso –ismo, che lo definisce più come corrente di pensiero che come movimento di lotta, e se la parola avrebbe avuto un trattamento diverso con un’uscita in –enza, come resistenza.
Assisto a incontri, convegni, giornate di studio: di fronte ai dati offerti su slide frettolose come su vassoi d’argento mal lucidati e a relazioni che, senza i microfoni, sarebbero poco più che solite chiacchiere tra amiche, a colpirmi è l’incapacità, o la non volontà, di focalizzarsi su alcuni snodi oggi fondamentali.
È necessario valorizzare le differenze tra le persone, più che tra i sessi. C’è una tendenza a 'genderizzare' tutto e tutti: ci si sforza di ritagliare ed esaltare a tutti i costi la specificità femminile.

Debito e colpa nella genesi del capitalismo

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di Sandro Vero
Il rapporto polisemico che il termine tedesco Schuld/Schulden intrattiene coi concetti di "debito" e di "colpa" è il cuore del recente libro di Elettra Stimilli (Debito e Colpa, Ediesse, Roma 2015), ricercatrice presso la Scuola Normale di Pisa. Le diverse fonti cui l'Autrice attinge - Benjamin, Foucault, Weber - non oscurano il carattere cristallino, ampio, snello del suo pensiero, elasticamente oscillante fra suggestione teorica e tensione etico-politica.
L'ipotesi più interessante del libro è quella sulla genesi cristiana del capitalismo, e si badi bene: cristiana, non semplicemente protestante. In realtà le premesse weberiane non sono abbandonate ma inserite all'interno di una considerazione più comprensiva del rapporto fra cultura occidentale, cristianesimo e sistema economico del profitto.
Il passaggio cruciale è, per l'Autrice, quello da una religione (l'ebraismo) centrata sulla colpa, emendabile attraverso la pratica sacrificale, a una religione (il cristianesimo) centrata sul debito, da gestire ed amministrare nel rapporto con la salvezza e con la grazia. Un debito che nasce da una colpa (il peccato) che tuttavia viene "strutturata" come un bene, consegnato all'individuo al fine di una sua valorizzazione. Al fine di farlo fruttare.

Il "Greco Levantino" e le narrazioni al tempo della crisi

cicala formica

di Girolamo De Michele
Circa quattro anni fa, il non-ancora-greco-levantino Yanis Varoufakis scrisse un testo (Never bailed out: Europe’s ants and grasshoppers revisited, dicembre 2011, qui) nel quale la narrazione delle cause della crisi greca si intrecciava con la sovversione della narrazione dominante, incentrata sulla contrapposizione fra le virtuose formiche (tedesche) del nord e le scellerate cicale (greche) del sud d’Europa. Questa narrazione fungeva da schermo nei confronti della reale contrapposizione fra cicale e formiche, che non è originata nelle identità nazionali o localizzata nell’asse cardinale nord-sud, ma radicata negli antagonismi di classe: le formiche greche lavoravano in settori a bassa produttività con bassi salari e tutele lavorative e un’inflazione reale superiore a quella ufficiale; quelle tedesche lavoravano in settori a grande produttività, e la differenza fra alti profitti e salari stagnanti creava un surplus che veniva investito, a causa dei bassi tassi d’interesse esistenti in Germania, all’estero; per contro, le cavallette tedesche (quegli inimitabili banchieri il cui scopo è massimizzare i guadagni col minimo sforzo) facevano fluire il capitale prodotto dal duro lavoro a basso costo delle formiche verso il meridione in cerca di alti guadagni, mentre le cavallette greche, e i loro alleati politici al governo, chiedevano alle cavallette tedesche (le banche) sempre maggiori prestiti, senza pensare al domani (per contro, le formiche greche dovevano farsi carico dei costi di questa macchina finanziaria che non portava alcun reale beneficio al popolo greco.

Bisex. Ubriaca e di facili costumi

di Bia Sarasini 
È bru­tale, la sen­tenza del pro­cesso di appello che assolve sei ragazzi impu­tati di stu­pro di gruppo, già con­dan­nati in primo grado a quat­tro anni e mezzo, un fatto avve­nuto a Firenze nel 2008. Bru­tale non solo per­ché dice che il fatto non sus­si­ste, cioè che la ragazza ha sem­pre con­sen­tito a quanto avve­niva, ma per la moti­va­zione. Che usa psi­co­lo­gia disin­volta e cat­tiva let­te­ra­tura per inchio­dare la ragazza a «un’energica reazione». 
Suc­ces­siva ai fatti, «evi­den­te­mente per rispon­dere a quel discu­ti­bile momento di debo­lezza e fra­gi­lità che una vita non lineare come la sua avrebbe voluto con­su­mare e rimuo­vere».
Insomma, il fatto che la mat­tina dopo la ragazza abbia denun­ciato sarebbe stato il ten­ta­tivo di riscatto di una il cui rac­conto «con­fi­gura un atteg­gia­mento sicu­ra­mente ambi­va­lente nei con­fronti del sesso». In altri ter­mini, è il modo di vivere della ragazza che è stato inda­gato, e che for­ni­sce la moti­va­zione dell’assoluzione. Insomma, se l’è cer­cata. Una facile, una che ci è stata. Il col­le­gio giu­di­cante si offen­derà di parole così ridut­tive, rispetto a una sen­tenza che si misura nelle sot­ti­gliezze di un’interpretazione. 

mercoledì 29 luglio 2015

E' l'Europa reale, bellezza!

di Paolo Pini e Alessandro Somma
Il Trattato di Lisbona del 2007, nella parte in cui elenca i fondamenti dell’Unione europea, menziona una formula carica di ambiguità: economia sociale di mercato. Molti ritengono che sia un richiamo al capitalismo dal volto umano, quindi a un ordine economico incompatibile con lo sconcertante epilogo della crisi del debito greco. Non è così: quella formula ha una lunga storia, tutta tedesca e tutta in linea con quanto avviene ad Atene.
Come si sa, il nazismo esattamente come il fascismo affossarono la democrazia ma non anche il capitalismo: la prima venne anzi sacrificata sull’altare del secondo, fatto che alla conclusione del secondo conflitto mondiale era considerato pacifico dai più. Tanto che nello scontro sulla costituzione economica della rinata democrazia tedesca era nettamente prevalente l’opzione per la democrazia economica: la situazione in cui lo Stato disciplina il mercato per renderlo un luogo nel quale le persone possono emanciparsi, se del caso contro il principio di concorrenza.

Syriza verso il congresso

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di Argiris Panagopoulos
Dentro Syriza, cominciando da Tsipras che compie oggi 41 anni, si fanno appelli all’unità, ma è evidente che ci sono due strategie completamente diverse per uscire dalla crisi, quella del governo per ricostruire la Grecia e quella della Piattaforma di sinistra che vuole l’immediato ritorno alla dracma.
“Obbligo di tutti noi è salvaguardare l’unità di Syriza”, ha detto Alexis Tsipras ieri alla riunione della Segreteria Politica del suo partito, che si riunisce di nuovo oggi per decidere le procedure per l’organizzazione del prossimo congresso del partito e la convocazione o no del suo Comitato centrale il prossimo weekend. Tsipras ha chiesto ieri un congresso straordinario aperto alla società e la Piattaforma di Sinistra di Lafazanis sembra che vuole un congresso permanente con i delegati dell’ultimo congresso del 2013. Dentro la Segreteria Politica non è mancata la voce anche a chi crede che basta la convocazione del Comitato Centrale per far uscire il partito dalle divisioni che sono nate con la firma dell’accordo del governo con le istituzioni.

Referendum, costruiamo una larga partecipazione

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di Nicola Fratoianni
La campagna refendaria proposta da Pippo Civati ha il merito di mettere al centro di una iniziativa politica l'architrave dell'agenda del governo Renzi. Sblocca Italia, Jobs Act, Italicum e riforma della scuola costituiscono, insieme, non solo una somma di pessimi provvedimenti ma la trama di una idea di società fondata sulla verticalizzazione delle relazioni e sulla riduzione dei diritti.
Dal via libera generalizzato alle trivellazioni, che oltre a disegnare una idea della politica energetica del tutto sbagliata, espropria le comunità locali di ogni potere decisionale, al Jobs Act che eliminando definitivamente l'articolo 18 e introducendo il demansionamento e il controllo a distanza, mette il lavoratore in una posizione di assoluta subordinazione e di solitudine davanti all'impresa.
Dall'Italicum, che con uno spropositato premio di maggioranza contribuisce a rendere stabile la deformazione della rappresentanza e la aggrava con i capilista bloccati, alla riforma della scuola che tra preside manager e nuovi finanziamenti alle private, assesta un colpo definitivo al carattere pubblico della scuola e alla libertà di insegnamento.

Israele e Palestina. I colpevoli silenzi di Renzi

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di Francesco Martone
In Israele e Palestina, il premier Matteo Renzi avrebbe avuto più volte occasione di riaffermare alcuni punti imprescindibili relativi all'occupazione, all'urgenza di riavviare un processo di negoziato per assicurare il rispetto del diritto internazionale e neppure riferito alla formula rituale dei due stati per due popoli, pur desueta e nei fatti resa oggi impraticabile dai cosiddetti "facts on the ground" ovvero la fitta espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania.
Non è stato così, ed ha fatto bene Pax Christi in un suo comunicato a stigmatizzare duramente le reticenze del premier ed il suo silenzio in risposta all'appello di Abu Mazen al rispetto della legalità internazionale. Avrebbe avuto dalla sua la forte presa di posizione del Consiglio dei ministri degli Esteri europei che proprio qualche giorno prima della sua missione in Medio Oriente, il 20 luglio, ha prodotto una dichiarazione nella quale si riaffermava la condanna dell'occupazione e degli insediamenti, e delle continue violazioni del diritto internazionale, attraverso la costruzione del muro, la demolizione di abitazioni palestinesi, i reinsediamenti forzati, e la violenza dei coloni.

La cicala e la formica

di Piero Bevilacqua
Nata per scongiurare i nazionalismi che avevano devastato il Vecchio Continente e il mondo nella prima metà del '900, l'UE ritorna sui suoi passi. Torna ad alimentarli Nata per scongiurare i nazionalismi che avevano devastato il Vecchio Continente e il mondo nella prima metà del '900, l'UE ritorna sui suoi passi. Torna ad alimentarli con rinnovato vigore. E lo fa per iniziativa del paese che avviò, ogni volta, la carneficina: la Germania. Oggi il nuovo nazionalismo egemonico tedesco possiede tutti i presupposti per durare ed espandersi. L'Unione tutte le condizioni materiali e politiche per disintegrarsi. Come tutti i vedenti han potuto osservare, la vicenda greca l'ha mostrato in maniera esemplare. 
Alla base dell'egoismo nazionalistico tedesco, ben orchestrata dai media, opera infatti una narrazione ideologica potente: la leggenda che la Germania, seria e laboriosa, stia a svenarsi per sostenere una vasta platea di popoli debosciati. Sappiamo che l'opinione pubblica tedesca è una delle più colte, se non la più colta, d'Europa. Ma nella patria di Lutero il messaggio di una nazione del Nord, laboriosa e risparmiatrice, che si contrappone ai popoli del Sud, oziosi e dissipatori ha una capacità di presa difficilmente resistibile. Tanto più che in soccorso di tale convinzione viene una serie di stereotipi lunga diversi decenni, una Grande Retorica, che divide il Nord ed il Sud in due sfere separate dello spirito umano.