di Maria Gabriella Lanza
Lavorano per ore sotto il sole cocente, nelle serre asfissianti, curvi verso terra o con le braccia alzate per raccogliere pomodori, arance, uva. Sono il motore fondamentale del mercato ortofrutticolo italiano che ogni anno muove più di dieci miliardi di euro, eppure loro, gli invisibili dell’agricoltura, guadagnano solo due euro all’ora quando non muoiono di fatica. Come è successo a Paola Clemente, una bracciante di 49 anni di San Giorgio Jonico, vicino Taranto, morta lo scorso 13 luglio mentre raccoglieva uva nelle campagne di Andria. Otto giorni prima era toccato a Mohamed, un sudanese stroncato da un malore sotto il caldo torrido nelle distese di pomodori a Nardò. Ieri la procura di Trani ha indagato l’autista del bus che ha condotto Paola nei campi e ha deciso di riesumare il corpo per effettuare la autopsia. Lo sfruttamento dei braccianti nell’agricoltura è un fenomeno che riguarda italiani e stranieri e si regge su regole e prassi mafiose, come ha sottolineato lo stesso ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina.




