La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 4 settembre 2015

Con la nuova legge diritti a rischio

Intervista a Barbara Pezzini di Jacopo Rosatelli
Nel lento per­corso del dise­gno di legge sulle unioni civili, fa discu­tere l’emendamento (a prima firma Fat­to­rini) appro­vato mer­co­ledì dalla com­mis­sione giu­sti­zia del Senato: una pre­messa all’articolo 1 che defi­ni­sce l’unione tra per­sone dello stesso sesso una «spe­ci­fica for­ma­zione sociale». Sul signi­fi­cato di tale voto, che nel movi­mento lgbt viene visto come un brutto segnale, abbiamo sen­tito la costi­tu­zio­na­li­sta Bar­bara Pez­zini, docente all’Università di Ber­gamo, esperta di studi giu­ri­dici su orien­ta­mento ses­suale e iden­tità di genere.
Pro­fes­so­ressa, ci aiuti a capire la qua­li­fi­ca­zione dell’unione civile come «spe­ci­fica for­ma­zione sociale».
"Cosa signi­fica que­sta dizione – che richiama l’articolo 2 della Costi­tu­zione e le due sen­tenze della Corte costi­tu­zio­nale sul tema (138/2010 e 170/2014) – lo capi­remo meglio a seconda del con­te­nuto degli arti­coli che ver­ranno dopo. Certo serve a raf­for­zare l’enfasi sulla distin­zione dal matri­mo­nio. Il legi­sla­tore ha scelto di non pro­ce­dere sulla strada del matri­mo­nio per tutti, come secondo me avrebbe dovuto fare, ma ha pre­fe­rito creare un dop­pio bina­rio: il risul­tato può essere la nascita di un isti­tuto giu­ri­dico ana­logo al matri­mo­nio oppure qual­cosa di deci­sa­mente inferiore."

Caro Renzi, meno tasse per chi

di Giorgio Lunghini
Dieci anni fa sul tema delle impo­ste si fron­teg­gia­vano due mani­fe­sti. Sul primo Ber­lu­sconi pro­met­teva «Meno tasse per tutti»; il secondo, autore ignoto, recla­mava «Meno tasse per Totti» (cioè per i ric­chi). Oggi la discus­sione è pres­sap­poco allo stesso livello.
Circa la prima tesi si pon­gono due pro­blemi: come finan­ziare la ridu­zione delle impo­ste nel rispetto dei vin­coli di bilan­cio (aggiun­ge­rei: e senza sop­pri­mere quanto rimane dello stato sociale); e come rispon­dere — seria­mente — alle cri­ti­che di Bru­xel­les: ridurre le impo­ste sulla casa è con­tra­rio alle rac­co­man­da­zioni dell’Unione euro­pea, e il carico fiscale che grava sul lavoro e sui capi­tali dovrebbe essere spo­stato pro­prio sugli immo­bili. La fles­si­bi­lità sul defi­cit, d’altra parte, è già stata con­cessa la pri­ma­vera scorsa.
Quanto alla seconda tesi, c’è chi ogni tanto risco­pre la “Curva di Laf­fer”: se l’aliquota fiscale supera un certo livello le entrate fiscali dimi­nui­reb­bero, dun­que meno tasse per i ric­chi. È que­sta una tesi priva di fon­da­menti teo­rici, cara alla destra ame­ri­cana, e che ogni tanto viene risco­perta in Italia.

Politica economica, austerità, Europa ed MMT: quali soluzioni per l’Italia?

Intervista a Marco Veronese Passarella di Christian Dalenz
In questa intervista al prof. Marco Veronese Passarella, economista marxista e circuitista alla Facoltà di Economia dell’Università di Leeds, ci occuperemo dipolitiche economiche, della Modern Monetary Theory (MMT) e della questione eurexit . Qui la prima parte dell’intervista. Qui la seconda parte.
Come abbiamo ricordato nell’articolo in cui abbiamo sommariamente presentato la differenza tra i due paradigmi di scarsità e riproducibilità, i neoclassici tendono a non riporre molta fiducia nelle possibilità espansive nel bilancio dello Stato, anche perché sarebbero costretti a loro avviso o a trarre dalle tasse imposte sui cittadini, o a indebitarsi, cosa che comporterebbe però problemi di debito pubblico. Eppure lo Stato è generalmente possessore della propria moneta...
"Bisogna partire dalla priorità logica che la teoria dominante accorda all’offerta sulla domanda, ai risparmi sugli investimenti, ai depositi sugli impieghi.

La ripresa non c’è, Draghi lancia la stampella

di Domenico Cirillo
La pistola, anzi il bazooka com’è stato chia­mato sei mesi fa il Quan­ti­ta­tive easing (Qe) deciso dalla Banca cen­trale euro­pea, è sul tavolo. Ma l’Eurotower non spara un altro colpo, non adesso. Nes­suna nuova misura di allen­ta­mento mone­ta­rio, se si eccet­tua l’innalzamento del limite di acqui­sto di titoli di stato (è così che si rea­lizza in con­creto l’espansione mone­ta­ria, immet­tendo liqui­dità nel sistema) che passa dal 25% al 33% del totale dell’emissione, però solo in via teo­rica e dopo una veri­fica «caso per caso». Eppure Mario Dra­ghi, in con­fe­renza stampa, chia­ri­sce: «Non ci sono limiti par­ti­co­lari alla pos­si­bi­lità della Bce di poten­ziare la pro­pria poli­tica eco­no­mica. Il cam­bia­mento di uno dei para­me­tri del Qe è un segnale». Per il resto il pro­gramma «con­ti­nua a pro­ce­dere senza intoppi» il che signi­fica, garan­ti­sce il gover­na­tore, che «noi attue­remo in pieno i nostri acqui­sti men­sili da 60 miliardi di euro fino alla fine del set­tem­bre 2016 o oltre, se necessario».
Il pro­blema è che, tra­scorsi sei mesi, l’impatto del Qe, il colpo di bazooka, è assai limi­tato. Tant’è che il board della Banca cen­trale euro­pea (che ieri si è riu­nito per la prima volta dopo le ferie) ha dovuto rive­dere al ribasso sia le stime di cre­scita dell’Eurozona che quelle dell’inflazione.

L’esercito in ritirata incontra un nemico in abiti civili

di Enzo Collotti
Il titolo dell’edizione ita­liana dell’importante libro di Carlo Gen­tile, I cri­mini di guerra tede­schi in Ita­lia 1943–1945 (Einaudi, pp. 580, euro 45) che nella ver­sione ori­gi­nale suona «Wehr­ma­cht e Waffen-SS nella guerra par­ti­giana in Ita­lia», rischia di essere fuor­viante, tanto più difronte allo sforzo di pre­ci­sione con­cet­tuale dell’autore, per­ché non con­sente al let­tore di cogliere l’escalation tra le pur bru­tali misure espres­sive di Kas­sel­ring e i veri e pro­pri cri­mini di cui si resero respon­sa­bili talune unità mili­tari di stanza in Italia.
Carlo Gen­tile è cer­ta­mente con Gerhard Schrei­ber il miglior cono­sci­tore degli archivi tede­schi rela­tivi al periodo dell’occupazione dell’Italia ed è per­tanto più che posi­tivo il fatto che il suo libro sia stato reso acces­si­bile in Ita­lia; la tra­du­zione non facile è gene­ral­mente buona, resta solo da lamen­tare che, come è già acca­duto altre volte nel periodo 1943–45 com­pa­iono sulla scena i sin­daci delle diverse loca­lità citate dall’autore, lad­dove si trat­tava dei pode­stà di marca fasci­sta: un det­ta­glio al quale il tra­dut­tore o quanto meno il com­pe­tente redat­tore einau­diano avrebbe dovuto pre­stare atten­zione, se è vero che basta un det­ta­glio di que­sta natura per decon­te­stua­liz­zare una intera situazione.

Geografie militanti del presente

di Alessandro Santagata
Quando par­tono gli spari che feri­scono a morte John F. Ken­nedy ci sono almeno quat­tor­dici cine­prese pun­tate sul cor­teo pre­si­den­ziale. Una è nelle mani di Abra­ham Zapru­der, cinea­sta ama­to­riale, che nei suoi ven­ti­sei secondi di regi­stra­zione cat­tura l’intera sequenza dell’assassinio. Il fil­mato con­tri­buirà a ren­dere più pro­ble­ma­tica la rico­stru­zione uffi­ciale della com­mis­sione pre­si­den­ziale. Allo stesso modo, e come sanno i let­tori di que­sto gior­nale, i fasci­coli di «Zapru­der. Rivi­sta di sto­ria della con­flit­tua­lità sociale» si pro­pon­gono di deco­struire le verità dei poteri, rac­con­tare una sto­ria altra e inci­dere su di essa.
Figlia di Genova e del «movi­mento dei movi­menti», «Zapru­der» rap­pre­senta una splen­dida ano­ma­lia nel pano­rama ita­liano degli studi sto­rici. Esce in car­ta­ceo dal 2003 senza rice­vere finan­zia­menti esterni, vive del con­tri­buto gra­tuito di una fitta rete di pre­cari e pre­ca­rie della ricerca e scrive quel che pensa senza rive­rire appar­te­nenze acca­de­mi­che e tra­di­zioni poli­ti­che. Al qua­dri­me­strale dell’associazione pro­mo­trice «Sto­rie in movi­mento» si deve anche l’organizzazione del sim­po­sio annuale di «sto­ria e con­flit­tua­lità sociale», in corso da oggi a Tor­ri­cella (Magione-PG) fino a dome­nica 6 settembre.

Psichiatria e violenza ancora a braccetto

di Alberto Brugnettini
“Quando garantiamo ai funzionari medici dello Stato il potere di imprigionare persone innocenti, non c’è alcun modo realistico di prevenire che essi, e i loro superiori, abusino della legge.” Thomas Szasz
Alcuni decessi avvenuti in seguito a TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) hanno riportato alla ribalta la violenza psichiatrica. La legge “Basaglia” (legge 180 del 1978) aveva sostituito l’istituto del ricovero coatto (legge del 1904 – basato sul concetto di “pericolosità per sé e per gli altri e/o pubblico scandalo”)col TSO, fondato su criteri di urgenza clinica con lo scopo dichiarato di tutelare la salute del paziente.
Il TSOè figlio di un compromesso: Basaglia non lo voleva, ma infine ottenne solo che la legge includesse una serie di paletti perimpedirne l’abuso. Questi paletti vengono quotidianamente aggirati, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Perché la società accetta questa violenza?
Nell’immaginario collettivo, il trattamento coercitivo è ancora giustificato dal concetto di pericolosità, ma il cliché del matto pericoloso è una leggenda metropolitana. Chi subisce TSO non è un individuo pericoloso, ma, spesso, qualcuno che pensa o si comporta in maniera diversa dalla media, e che un altro (un familiare, un vicino di casa ecc.) segnala a uno psichiatra.

Perché il cinema non può raccontare il caso di Giuseppe Uva?

di Graziano Graziani
Alcuni giorni fa è stato diffuso il testo di una lettera che Franco Maccari, segretario generale del COISP (sindacato indipendente di Polizia), ha pubblicamente indirizzato ad Ascanio Celestini. Si tratta di una lettera dai toni accesi, dovuti al fatto che nel suo ultimo film, «Viva la sposa» che verrà presentato alla Mostra del cinema di Venezia, Celestini affronta la vicenda di Giuseppe Uva, morto il 14 giugno 2008 dopo un fermo di polizia e successivo Tso, il trattamento sanitario obbligatorio. Ecco uno stralcio della lettera:
«Ci risparmi le manfrine su “tutti coloro che sono morti nelle mani dello Stato” perché ne sono pieni i titoli dei giornali, i polmoni di Manconi e soprattutto di chi si dimostra tanto solerte e definitivo nel giudicare qualcosa che non sa nemmeno come funziona.
Nel modo in cui, con altrettanta “competenza” possiamo affermare che il suo film fa schifo, signor Celestini, glielo diciamo senza averlo visto, senza mai aver fatto gli attori, senza mai aver fatto un minuto di regia o di teatro. Il suo film è orrendamente dozzinale e gli attori che lo interpretano non sanno recitare. Eppure noi non siamo attori.

Insegnare a vivere

di Antonio Vigilante
Che la formula del titolo, che viene dall’Emilio di Rousseau («Vivere è il mestiere che voglio insegnargli»), sia eccessiva, Morin lo ammette fin dalla prima pagina: «A vivere si impara attraverso le proprie esperienze con l’aiuto dapprima dei genitori, poi degli educatori, ma anche attraverso i libri, la poesia, gli incontri» (p. 11). E tuttavia non rinuncia a costruire il suo discorso intorno a questo assioma: che la scuola debba insegnare non solo le discipline, ma anche a vivere, ossia a vivere bene. Ma cosa significa vivere bene? Il novantenne Morin non trema di fronte alla domanda. Vivere bene, dice, significa «essere bene», ma non nel senso del benessere volgare, materialistico, consumistico. Essere bene vuol dire essere, appunto, e non avere. Vuol dire intrecciare prosa e poesia, gli inevitabili aspetti materiali della vita con il piacere, l’arte, l’amore. E non è detto, aggiunge, che «vivere in modo sano» sia il modo giusto di vivere, poiché la vita «comporta un minimo di dispendio, di gratuità, di sragione» (p. 24).
Ha ragione Morin? Qualcuno dirà di sì. Qualcuno dirà di no. Qualcuno sarà offeso dall’accostamento che Morin fa (ivi) del buddhismo e dello zen alla New Age. Qualche altro rivendicherà le ragioni del vivere in modo sano. Qualcuno, ancora, troverà moralistica la critica del benessere materialistico. E così via.

Crimini economici, crimini di pace

di Roberto Mancini
Crimini economici. È una categoria cruciale i cui due versanti, quello etico e quello giuridico-costituzionale, dovrebbero essere pubblicamente evidenziati per poterne perseguire i responsabili. Il sistema del capitalismo è una macchina globale la cui morsa stringe la vita delle persone, dei popoli, della natura al solo scopo di tutelare gli appetiti degli “investitori internazionali”. Giacché questi soggetti, un’infima percentuale della popolazione mondiale, devono essere “liberi” di arricchirsi oltre ogni misura, tutto il resto del mondo deve assoggettarsi ai loro voleri.
L’umanità è sempre più divisa tra pochi dominanti e la massa dei dominati. I primi realizzano la logica del capitalismo, conferendole “soggettività” autonoma perché il denaro viene assolutizzato, non solo come fine supremo di ogni attività umana ma anche come motore e soggetto della storia. Molti tra i dominati si adattano e non pochi assorbono la stessa mentalità dei dominanti. La vita della società -istituzioni, informazioni, linguaggi, codici di comportamento- è stravolta per tenere in piedi la piramide della società di mercato. In cima ci sono gli speculatori internazionali e i capi dell’economia mondiale, delle multinazionali e delle banche più grandi del mondo, poi abbiamo gli imprenditori principali, quindi i capi politici servizievoli con la finanza e tutti gli intellettuali che legittimano il sistema.

E se fosse l'uomo a essere diventato inutile?

di Paolo Ercolani
Gli studi uma­ni­stici non ser­vono a nulla.
O sei ricco di fami­glia, oppure devi sapere che sce­gliere di stu­diare all’Università filo­so­fia, let­tere, sto­ria, sto­ria dell’arte, socio­lo­gia e inu­ti­lità simili, equi­vale al tuo sui­ci­dio pro­fes­sio­nale e quindi sociale.
A soste­nerlo, ali­men­tando una sapiente pole­mica ago­stana, è stato il vice­di­ret­tore de «Il Fatto quo­ti­diano» Ste­fano Feltri.
Suf­fra­gando tale affer­ma­zione con uno stu­dio del Ceps di Bru­xel­les, in cui si dimo­stra, numeri alla mano e con rife­ri­mento spe­ci­fico all’Italia, che il tasso di occu­pa­zione di coloro che escono dagli studi uni­ver­si­tari crolla pesan­te­mente tanto più que­gli stessi studi hanno avuto a che fare con le disci­pline umanistiche.
Ste­fano Fel­tri ha ragione. O meglio, i numeri e quindi la realtà fat­tuale gli danno ragione.
A nulla serve sca­gliarsi con­tro di lui, come pur molti si sono sen­titi di fare, magari tirando in ballo i costo­sis­simi studi alla Boc­coni che il signore ha potuto per­met­tersi gra­zie al sup­porto della famiglia.

Una proposta di soluzione della crisi dell’euro

di Riccardo Achilli e Lanfranco Turci
Nel dibattito sull’euro che si è aperto finalmente nella sinistra italiana vorremmo provare a mettere in fila un ragionamento logico e un percorso realistico che la sinistra dovrebbe presentare in una piattaforma possibilmente unitaria. A differenza di tanti pericolosi populismi, una sinistra che vuole avere responsabilità di governo, è consapevole che solo un balzo verso una unione politica federale e democratica può consentire di avere gli strumenti politici per accentrare i debiti pubblici nazionali in un debito pubblico europeo riavviando politiche fiscali espansive, eliminando gli squilibri dei saldi nazionali di bilancia dei pagamenti, dotandosi di una politica fiscale e dei redditi comune, in grado di ridurre i differenziali nei costi dei fattori, nonché attuando pienamente quella Transfer Union necessaria per omogeneizzare le condizioni economiche, occupazionali e sociali del continente e renderlo resiliente alle crisi economiche.
Come opposizione responsabile, quindi, chiederemmo, come prima opzione, che tale balzo in avanti verso una unione politica e genuinamente democratica e solidale sia compiuto irreversibilmente, ma il realismo ci porta ad evidenziare che non vi sono le condizioni per andare verso tale direzione.

L’Europa dei diritti può vincere. Servono coraggio e molti soldi

di Monica Frassoni
La riu­nione del Con­si­glio straor­di­na­rio Giu­sti­zia e affari interni del 14 set­tem­bre pros­simo appare come la riu­nione di tutti i peri­coli, ma potrebbe anche essere l’occasione di un chia­ri­mento salu­tare fra i governi euro­pei, con l’attiva par­te­ci­pa­zione della Com­mis­sione Junc­ker e la pres­sione del Par­la­mento euro­peo, che la pros­sima set­ti­mana a Bru­xel­les voterà sul piano pro­po­sto dalla Com­mis­sione per la rial­lo­ca­zione dei rifugiati.
Soprat­tutto se, da parte di quel set­tore dell’opinione pub­blica e dei media che si sta mobi­li­tando con­tro la ver­go­gna delle morti, dei muri, dell’indifferenza e delle false solu­zioni dei popu­li­sti di tutte le lati­tu­dini, si riu­scirà a inci­dere sul dibat­tito pub­blico per ora ancora domi­nato dalle loro logi­che di paura e di chiu­sura e dalla paura insen­sata di molti governi di com­bat­terla dav­vero per paura di per­dere consenso.

I “nostri” morti, la nostra normalità

di Vincenzo Vita
Le imma­gini ter­ri­bili e bru­tali dei cit­ta­dini del mondo (per­ché chia­marli migranti?) che pro­vano a soprav­vi­vere ai con­flitti e alla fame — cer­cando terra ed acco­glienza — sono diven­tate seria­lità nar­ra­tiva. Con il con­torno della defor­ma­zione iper­bo­lica dei dati reali (l’Italia ben al di sotto di altri paesi nelle richie­ste di asilo) e della stra­te­gia della paura, fun­zio­nale alle sub­cul­ture xeno­fobe e fasci­stoidi. Que­ste ultime pre­senti sotto trac­cia, come un malanno ende­mico che rie­splode quando le spe­ranze e il futuro cedono il passo al noir.
Ne ha par­lato con accu­rata argo­men­ta­zione Mario Mor­cel­lini su l’Unità di dome­nica scorsa. Ma non basta. Ormai è la morte ad essere diven­tata un’immagine normale.
E sì, pro­prio la per­dita della vita, che si tinge per­sino di pro­pa­ganda ideo­lo­gica quando fa poli­ti­ca­mente comodo (ricor­diamo l’amarissimo caso di Eluana Englaro, ad esem­pio), si sva­lo­rizza ad imma­gine pre­ve­di­bile e minore: una mera sequenza mediatica.

Cos’è davvero la Cina?

Intervista a Domenico Losurdo di Fabio Massimo Parenti
Prosegue il nostro speciale sulla Cina, volto ad indagare, al di là di facili semplificazioni e deformazioni della prospettiva occidentale, le vere caratteristiche del suo sistema politico. Vi proponiamo l’intervista al Prof. Domenico Losurdo, esperto di questioni cinesi.
Perché lo sviluppo della RPC degli ultimi decenni viene frettolosamente definito come capitalistico tout court – spesso aggettivato come autoritario – sia dai media occidentali che da molti studiosi di scienze sociali?
"Faccio un bilancio storico: nei primi 15 anni di vita della Russia sovietica è possibile individuare il succedersi di tre diversi modelli di sviluppo postcapitalistico. Inizialmente c’è il comunismo di guerra, poco dopo, a partire da una situazione disastrata, c’è la NEP e, infine, c’è la completa collettivizzazione, anche alla luce dei pericoli di guerra. Non c’è dubbio che il terzo modello a un certo punto è caduto in crisi, come è avvenuto negli ultimi anni della Cina maoista. I dipendenti non si presentavano al lavoro e quando lo facevano si impegnavano ben poco, continuando tuttavia a godere di un salario garantito: ciò non corrisponde affatto alla definizione marxiana di socialismo, in cui la retribuzione deve essere proporzionata al lavoro erogato.

La crisi dei profughi in Europa deriva dalle guerre della Nato

di Tony Robinson
Ieri mattina a Budapest ero in una palestra dove vado spesso, per combattere gli effetti del tempo che passa muovendo il corpo e quando sono uscito ho sentito la sirena di una moto della polizia che veniva verso di me. Mentre mi guardavo intorno per capire cosa stava succedendo ho notato altri due veicoli che si avvicinavano e ho pensato che qualche presidente straniero stesse visitando il paese con una scorta speciale.
Con mia grande sorpresa invece le moto e le macchine della polizia stavano scortando un pulman verso la sede dell’Ufficio Immigrazione, che sorge proprio lì di fronte.
Una volta capito che non si trattava di un dignitario straniero – visto che pochi dignitari viaggiano su vecchi pulman – mi sono chiesto se a bordo ci fossero dei pericolosi criminali. Poi mi sono ricordato di aver sentito per tutta la mattina dal mio appartamento il rumore delle macchine della polizia che si muovevano per la città e di averlo ignorato.

La polizia: dietrofront sul marchio del profugo «procedura standard»

di Jakub Hornacek
Dopo l’andata di indi­gna­zione mon­diale per la mar­chia­tura sul brac­cio con pen­na­rello inde­le­bile, il Mini­stro degli Interni ceco fa mar­cia indie­tro sulla pratica.
Secondo un comu­ni­cato stampa di ieri mat­tina, «le imma­gini mostrate non rap­pre­sen­tano un metodo di lavoro stan­dard della Poli­zia ceca». A detta del Mini­stero l’uso dei pen­na­relli sarebbe stato det­tato «dalla man­canza di tempo e dalla volontà di man­te­nere uniti i nuclei fami­gliari». Viene così smen­tita la Poli­zia di Con­fine, che alle prime rea­zioni cri­ti­che dall’estero aveva par­lato di pro­ce­di­menti standard.
L’ondata di sde­gno inter­na­zio­nale non ha così tro­vato una grande com­pren­sione né presso la poli­zia né nella società ceca. Tut­ta­via la poli­zia ha comu­ni­cato un cam­bia­mento di atteg­gia­mento rispetto ai pro­fu­ghi siriani, che sono stati regi­strati in Unghe­ria.

Guatemala, la caduta di Manodura Molina

di Geraldina Colotti
L'ex gene­rale Otto Pérez Molina, pre­si­dente del Gua­te­mala, ha perso l’immunità par­la­men­tare ed è com­parso davanti ai giu­dici. Dopo aver resi­stito fino all’ultimo, ha dovuto infine dimet­tersi, alla vigi­lia delle ele­zioni pre­si­den­ziali di dome­nica. Si è pre­sen­tato in tri­bu­nale spon­ta­nea­mente e così potrà evi­tare il car­cere, dispo­sto dal giu­dice Miquel Angelo Gal­vez. Molina, 64 anni, è accu­sato di asso­cia­zione a delin­quere e tan­genti nell’ambito di una grossa frode doga­nale chia­mata La Linea, che ha già por­tato in galera la vice­pre­si­dente Roxana Bal­detti e un’altra qua­ran­tina di per­sone. Ogni anno, sono state sot­tratte alle casse dello stato circa 130 milioni di dollari.
Con una deci­sione sto­rica che fa di Molina il primo pre­si­dente gua­te­mal­teco obbli­gato dai giu­dici a lasciare l’incarico, il Con­gresso aveva deciso di pri­varlo dell’immunità par­la­men­tare: i 132 depu­tati ave­vano votato all’unanimità. Molina ha pro­cla­mato la sua inno­cenza, ma sono state pro­dotte diverse prove. Ad accu­sarlo è soprat­tutto un’intercettazione tele­fo­nica in cui avrebbe chie­sto la sosti­tu­zione di un diri­gente per far entrare un altro coin­volto nella truffa.

La primavera di Atene e lo spettro della democrazia in Europa

di Yanis Varoufakis
Lasciate che vi dica perché sono qui con le parole che ho preso in prestito da un famoso vecchio manifesto. Sono qui perché: Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro della democrazia.
Tutte le potenze della vecchia Europa si sono riunite in una santa alleanza per esorcizzare questo spettro: i banchieri sponsorizzati dallo stato e l’Eurogruppo, la troika e il dottor Schäuble, gli eredi spagnoli del lascito politico di Francisco Franco e la leadership dell’ SPD di Berlino, i governi baltici che hanno sottoposto le loro popolazioni a una terribile e non necessaria recessione e la risorta oligarchia della Grecia.
Io sono qui di fronte a voi, perché una piccola nazione ha scelto di opporsi a questa santa alleanza. Per guardarli negli occhi e dire: “La nostra libertà non è in vendita“. La nostra dignità non è all’asta. Se noi abbandonassimo la libertà e la dignità, come ci chiedete di fare, l’Europa perderà la sua integrità e perderà la sua anima.

Il marchio di fabbrica. Sul braccio

di Francesco Piccioni
L'orrore della ripetizione ha scosso la comunicazione “europeista”, quando qualche deficiente burocrate senza memoria ha ordinato di scrivere un numero sulle braccia di bambini e adulti, profughi senza documenti, alle porte di Praga. Identico orrore per le foto del bambino siriano affogato nel mare molto turistico di Bodrum. O per le docce rimesse in fuzione ad Auschwitz, seppure in linea con la loro funzione “normale”.
Il passato non è passato. I focolai di infezione sono stati conservati e dunque si sono riprodotti. Non per forza ideologica, ma come normalità amministrativa, modo di fare e gestire “tecnicamente” i problemi. Perché quel mostro non veniva da un insondabile altrove, ma da dentro un certo modo di funzionare della normalità occidentale.
Il fantasma del nazismo si è riaffacciato e tutti a gridare “per favore, questo no!”. No alla scritta sul braccio, o alle foto che ne danno testimonianza. Non certo alla logica sottostante, ovvero al rifiuto di considerare quelle braccia come appartenenti a persone dotate di nome, cognome, identità, lingua, cultura, competenze. Dignità.

Nicolas Maduro in Cina chiede aiuto a Ban-Ki-moon

di Geraldina Colotti
Maduro, in Cina chiede aiuto a Ban-Ki-moon. Il pre­si­dente vene­zue­lano è in viag­gio diplo­ma­tico in Viet­nam e a Pechino, dove ha fir­mato 14 accordi di coo­pe­ra­zione che con­sen­ti­ranno di con­so­li­dare lo svi­luppo delle zone eco­no­mi­che spe­ciali, attive soprat­tutto negli stati di fron­tiera. Per l’occasione, Maduro ha incon­trato anche il segre­ta­rio gene­rale dell’Onu. Gli ha chie­sto appog­gio per affron­tare l’arrivo di pro­fu­ghi pro­ve­nienti dalla Colom­bia, sem­pre in aumento. Ad oggi, in Vene­zuela vivono quasi sei milioni di colom­biani, in fuga dalla mise­ria e dalle per­se­cu­zioni. Tutti usu­frui­scono degli stessi diritti dei vene­zue­lani e dei vasti piani di soste­gno decisi dai governi socia­li­sti, prima di Cha­vez e ora di Maduro. Solo negli ultimi nove anni, ne sono stati accolti 800.000 e ogni giorno il flusso è di 150.000.
Cifre che il governo vene­zue­lano ha sem­pre gestito senza cla­more. Maduro e i paesi che si richia­mano al socia­li­smo del XXI secolo, si sono espressi a più riprese per chie­dere all’Europa una poli­tica di acco­glienza dei migranti, e per denun­ciare le cause che pro­du­cono l’esodo delle popo­la­zioni. Per il con­ti­nente, l’idea è quella della Patria grande, il sogno del Liber­ta­dor Simon Boli­var.

Lavaggio del cervello versus educazione: l’Occidente diffonde l’idiozia intellettuale universale

di Andre Vltchek
Cosa potrebbe desiderare di più un dittatore? L’intera popolazione dell’Impero, o quasi, ora pensa allo stesso modo!
La popolazione è istruita nelle scuole, il personale delle università è composto da insegnanti e professori sottomessi e pavidi.
La popolazione riceve informazioni da centinaia di migliaia di giornalisti e analisti servili. Non c’è praticamente nessuno scarto dal racconto ufficiale.
Congratulazioni, Impero d’Occidente! Sei riuscito dove altri hanno fallito. Hai ottenuto un’obbedienza e una disciplina quasi assolute, un servilismo totale.
E, ancora meglio, la maggior parte della gente è in realtà convinta di esser libera, di avere il controllo, convinta di poter scegliere, di poter decidere. Convinta di appartenere alla più grande civiltà che la terra abbia mai conosciuto!

«Prima i fiamminghi» Destra contro i profughi in Belgio

di Guido Caldiron
Una sorta di diritti di “serie B” da riser­vare agli stra­nieri che arri­vano nel paese. È que­sta la pro­po­sta avan­zata da alcuni espo­nenti del governo belga di fronte al forte aumento dei richie­denti asilo che tra luglio e ago­sto ha fatto regi­strare una cre­scita del 40% rispetto al 2014.
Dopo che anche a Bru­xel­les, nelle ultime set­ti­mane le auto­rità sono state colte alla sprov­vi­sta, con rico­veri di for­tuna insuf­fi­cienti rispetto agli arrivi, il dibat­tito sul tema ha rag­giunto toni esasperati.
E ha finito per met­tere in evi­denza tutta la debo­lezza di un ese­cu­tivo in cui risulta deter­mi­nante il ruolo dei nazio­na­li­sti fiam­min­ghi, spesso affini all’estrema destra del resto d’Europa. For­mato ad otto­bre dello scorso anno dopo la crisi del governo del socia­li­sta Elio Di Rupo, la vita del nuovo ese­cu­tivo di cen­tro­de­stra che ha scelto come pre­mier il libe­rale wal­lone Char­les Michel, pog­gia sul soste­gno della la Nieuw-Vlaamse Allian­tie, Nuova alleanza fiam­minga, forza di mag­gio­ranza delle Fian­dre, dove supera il 30% dei con­sensi che, insieme al mai sopito spi­rito indi­pen­den­ti­sta, pro­pone un mix di libe­ri­smo eco­no­mico, pro­te­zio­ni­smo sociale, ma solo per i fiam­min­ghi, e xeno­fo­bia “soft” che le ha con­sen­tito di svuo­tare il bacino elet­to­rale della destra radi­cale del Vlaams Belang, recu­pe­ran­done qual­che qua­dro poli­tico di rilievo.

La Cina scivola e l’Occidente affonda


di Giulietto Chiesa
Alla vigilia dell’enorme parata militare cinese, in occasione del 70-esimo anniversario della vittoria contro il Giappone, l’International New York Times aveva già perduto l’a-plomb che lo contraddistingue come ammiraglia mediatica dell’Occidente. Un titolo, a centro pagina, suonava più o meno così: “La Cina scivola verso il basso e la mette in spettacolo”.
Rovesciare la frittata è operazione poco entusiasmante, ma in questo caso è davvero comica. Poiché quanto sta accadendo nei mercati mondiali, nelle borse, nella roulette finanziaria, dice una cosa molto evidente. Christine Lagarde, presidente del Fondo Monetario Internazionale, ha ammesso che quel poco di crescita che, forse, possiamo aspettarci, dipenderà dalla crescita cinese, per quanto “scivolata in basso”. Ma altro che crescita! Siamo in piena recessione mondiale. La Cina che si ridimensiona contribuisce ad aggravarla, ma non ne è la causa.

Terror Act, sarà terrorismo anche sventolare la bandiera palestinese

di Michele Giorgio
Nuovo “suc­cesso” della mini­stra israe­liana della giu­sti­zia, Aye­let Sha­ked, espo­nente di punta della destra più radi­cale. Il suo “Ter­ror Act” è stato appro­vato in prima let­tura mer­co­ledì sera dalla Knes­set. La noti­zia è giunta men­tre si discu­teva del via libera che il pre­mier Neta­nyahu intende dare all’allentamento ulte­riore delle regole di ingag­gio per i mili­tari israe­liani in modo che pos­sano spa­rare subito in caso di lan­cio di pie­tre e bot­ti­glie incen­dia­rie. Cosa che in verità già si vede tante, troppe volte in giro per i Ter­ri­tori occu­pati ma che si vuole amman­tare di lega­lità. Sha­ked, dopo aver otte­nuto l’inasprimento delle pene fino a 20 anni di car­cere per coloro – i pale­sti­nesi – che lan­ciano sassi, ora sta per met­tere a dispo­si­zione delle auto­rità una serie di stru­menti puni­tivi ecce­zio­nali. Coloro che saranno con­dan­nati per “ter­ro­ri­smo” — un reato dai con­torni molto lar­ghi in Israele dove, appunto, include anche il lan­cio di pie­tre — dovranno affron­tare con­danne fino a 30 anni di reclu­sione. Ver­ranno inol­tre lega­liz­zate le “deten­zioni ammi­ni­stra­tive” — arre­sti pre­ven­tivi ese­guiti senza alcuna prova con­creta che pre­ve­dono il car­cere senza pro­cesso per sei mesi e per più volte con­se­cu­tive — men­tre i “soste­ni­tori del ter­ro­ri­smo”, cate­go­ria nella quale saranno inclusi anche quelli che sven­to­le­ranno la ban­diera pale­sti­nese, rischiano di rima­nere in pri­gione per tre anni.

Il soft power brasiliano in Africa

di Riccardo Vecellio Segato
«Il Brasile non è un Paese serio», recita un vecchio adagio attribuito (probabilmente errando) a Charles De Gaulle. Forse, ma di certo ha intenzione di fare sul serio, almeno nei riguardi del continente africano. Con gli Stati Uniti ancora alla regia della governance mondialema in lento declino almeno in alcune aree del mondo (Mediterraneo in primo luogo), una Cina ancora in espansione ma alle prese con difficoltà finanziarie, speculazioni edilizie, deficit nella tutela dei diritti umani fondamentali e via discorrendo, una Russia in difficoltà nel dialogo con l’Occidente, un’India ancora troppo povera per porsi credibilmente come interlocutore di peso, un’UE dal cammino incerto e perennemente titubante fra un ingessato intergovernativismo e l’antica strada del federalismo, il Brasile può aspirare a divenire una potenza mondiale. E sull’altra sponda dell’Atlantico, proprio di fronte al Brasile, c’è un continente nero in risveglio, in costante ascesa, con rialzi dell’Indice di Sviluppo Umano (ISU), performance commerciali di notevoli dimensioni e alcuni tassi di crescita del PIL nel 2013 tra i maggiori al mondo: Nigeria (6%, nonostante l’instabilità generata dal terrorismo fondamentalista), Kenya (5%), Mozambico (7%), Tanzania (7%), Zambia (6%), Senegal (4%), Sierra Leone (13%, grazie alla stabilizzazione post guerra civile), Costa d’Avorio (8%), Burundi (5%) [fonte: CIA World Factbook].

giovedì 3 settembre 2015

Torna la coalizione sociale e riscalderà il nostro autunno

In questi anni di crisi, austerità e ricatto del debito pubblico, chi in alto ha deciso e imposto l’austerità e accresciuto le diseguaglianze ha convinto gran parte della popolazione che soffre gli effetti della crisi che la responsabilità di tale situazione non fosse di chi ha causato la crisi e con la crisi si è arricchito, ma di noi cittadini. Come se la causa della povertà e delle diseguaglianze fossero i diritti dei lavoratori, la pensione, la scuola e l’università pubblica, e sanità pubblica, il contratto nazionale, il diritto alla casa, i beni comuni, l’accoglienza degna dei migranti; come se fosse possibile fuggire dalla miseria del presente rinchiudendosi in piccole patrie e nella guerra tra poveri, nel tutti contro tutti.
Ciascuno di noi, maggioranza invisibile in Italia e in Europa, vede la povertà come una minaccia sempre più concreta. La comprensibile paura di perdere quel poco che rimane a ciascuno viene usata per alimentare un clima di violenza, aggressività verso tutti coloro che vivono nella medesima condizione, se non addirittura peggiore, gli altri poveri o a rischio povertà, italiani e non, vengono percepiti o rappresentati come una minaccia. Chi era ricco è diventato sempre più ricco grazie a una economia bastata su ricatti, livellamento verso il basso e crescita delle diseguaglianze.

L’Odissea gotica del presente

di Raffaele K. Salinari
Norma Ran­geri invita ad una nuova resi­stenza con­tro l’assuefazione media­tica dalle morti dei migranti. Il tema viene ripreso da Tom­maso Di Fran­ce­sco con par­ti­co­lare riguardo alle respon­sa­bi­lità euro­pee nelle guerre da cui pro­ven­gono i pro­fu­ghi. Si tratta di un appello giu­sto e acco­rato, e di una ana­lisi sto­ri­ca­mente docu­men­tata, che com­pon­gono entrambi un qua­dro poli­ti­ca­mente pro­vo­ca­to­rio poi­ché chia­mano in campo non solo il sistema dell’informazione ma lo spi­rito stesso col quale ci pre­di­spo­niamo ad inter­pre­tare le notizie.
E allora vediamo di dare qual­che ele­mento con­cre­ta­mente sim­bo­lico a que­sta rin­no­vata bat­ta­glia di civiltà, par­tendo pro­prio dal deca­di­mento spi­ri­tuale delle nostra epoca, tutta orien­tata alla quan­tità, in cui ciò che uni­sce, al di la di ogni deter­mi­na­zione super­fi­ciale, gli esseri umani, sem­bra scom­pa­rire all’ombra del particulare.
Vic­tor Hugo nel suo Notre Dame di Parigi descrive a un certo punto la novità archi­tet­to­nica rap­pre­sen­tata dall’arte gotica. Il grande roman­ziere sostiene, a ragion veduta, che l’innovazione sti­li­stica che sor­passa il pre­ce­dente stile roma­nico, nasce da quella grande epo­pea non solo caval­le­re­sca ma anche popo­lare, che furono le cro­ciate.

Jobs Act: se non è una bolla, sono bollicine

di Aldo Carra
All’indomani dell’approvazione del Jobs Act alcuni auto­re­voli ana­li­sti si erano spinti a pre­ve­dere una “bolla lavoro”, cioè, una impen­nata dell’occupazione per effetto dei con­si­stenti incen­tivi asse­gnati a chi assu­meva col con­tratto a tutele cre­scenti. E sic­come in attesa della nuova legge alcuni impren­di­tori ave­vano rin­viato le assun­zioni neces­sa­rie, quell’attesa non era infondata.
In quella stessa occa­sione il Pre­si­dente del Con­si­glio aveva pro­nun­ciato una frase che la dice lunga sulle sue inten­zioni e sulla sua idea di poli­tica e di eco­no­mia. Aveva detto, rivolto agli impren­di­tori, che lui aveva con­cesso loro tutto quello che ave­vano chie­sto e che, quindi, adesso toc­cava a loro man­te­nere le pro­messe di pro­ce­dere a nuove assunzioni.
L’idea di poli­tica che sta sotto quella frase era la poli­tica come scam­bio: tu mi chiedi di poter avere la mas­sima fles­si­bi­lità della forza lavoro come con­di­zione per inve­stire e cre­scere, io lo fac­cio e adesso mi aspetto che tu fac­cia la tua parte.

Referendum, maneggiare con cura

di Massimo Villone
E dun­que il voto popo­lare può essere l’unico stru­mento utile a mani­fe­stare un dis­senso che — pur di massa — non rie­sce diver­sa­mente a farsi ascol­tare. Ma è uno stru­mento non facile da uti­liz­zare.
Come va for­mu­lato un que­sito? Biso­gna anzi­tutto con­si­de­rare che il refe­ren­dum can­cella una legge o parti di essa, non la scrive. E la can­cel­la­zione non fa rivi­vere la legge prima vigente. Que­sto punto è ormai con­so­li­data giu­ri­spru­denza della Corte costi­tu­zio­nale (da ultimo con la sen­tenza 12/2014). Quindi, l’abrogazione lascia un vuoto nell’ordinamento giu­ri­dico. Per la Corte, taluni vuoti sono tol­le­ra­bili, altri no e deter­mi­nano l’inammissibilità del que­sito. Que­sto accade quando la legge è essen­ziale per il fun­zio­na­mento di organi costi­tu­zio­nali o l’attuazione di diritti costi­tu­zio­nal­mente pro­tetti, ed è dun­que «costi­tu­zio­nal­mente necessaria».
I prin­cipi richia­mati sono stati ela­bo­rati a par­tire dalle leggi elet­to­rali, e poi estesi ad altre fat­ti­spe­cie, come la fecon­da­zione assi­stita, e la rior­ga­niz­za­zione degli uffici giu­di­ziari, per cui la Corte ha dichia­rato inam­mis­si­bili i que­siti in tutto o in parte abro­ga­tivi (sen­tenze 45/2005; 5/2015).

Il rapporto tra lavoro e cooperazione

 
Intervista a Lanfranco Turci di Inchiesta
Inchiesta:
Il tema che vogliamo sviluppare riguarda in particolare il rapporto tra lavoro e Cooperazione. Specialmente nell’esperienza italiana (anche se non soltanto in questa) è stato determinante per lo sviluppo del movimento cooperativo, e per tutti gli intrecci con il movimento dei lavoratori, dalla fine dell’800 fino ad un certo punto del ’900. Dal tuo punto di vista e con l’esperienza che hai avuto dal 1987 al 1992 come presidente della Lega nazionale delle cooperative, come valuti i fatti degli ultimi mesi, dalla vicenda di Mafia Capitale a quelle successive?
Lanfranco Turci:
Non c’è dubbio che questi fatti sono un duro colpo per il mondo cooperativo. Soprattutto per la Lega, perché il movimento cooperativo della Lega è nato avendo come impronta storica, il legame con le Camere del lavoro, i sindacati e i partiti della sinistra. Si identifica con un nucleo di valori: la solidarietà, i lavoratori come protagonisti della creazione della stessa possibilità di vita e di sviluppo, l’emancipazione. La Lega si considera ancora erede di quella storia. Non c’è dubbio che i fatti che avete ricordato colpiscano duramente un’immagine, tanto è vero che le stesse cose quando avvengono in imprese di altro genere determinano meno scalpore nell’opinione pubblica di quello che si determina quando succedono in una cooperativa. Questa cosa dovrebbe far riflettere.

Dove va la cooperazione?


di Luciano Berselli
In un saggio pubblicato alcuni anni fa (1), la storica Mariella Nejrotti ricostruisce un dibattito originario sulla Cooperazione, tra teoria economica e teoria del Socialismo.
Riportando attenzione su personaggi che sono stati dimenticati, come Ugo Rabbeno e Antonio Vergnanini, Nejrotti consegna una documentazione rilevante, utile anche per la riflessione sui problemi che oggi si manifestano. Per Rabbeno, la forma autentica della Cooperazione si esprime nelle cooperative di produzione lavoro: “…il grosso fatto innovativo che la Cooperazione introduceva nel sistema economico capitalistico ed era per questo che era osteggiata e combattuta da molti. L’innovazione era data dal fatto che nelle cooperative di produzione veniva abolita la compravendita della merce lavoro, o, meglio, il lavoro perdeva la sua qualità di merce.”

La ”recherche du temps perdu” del movimento cooperativo


di Sergio Caserta

Palmiro Togliatti: “…Circa i problemi che sono stati posti, pare che essi siano stati chiariti abbastanza bene dai compagni che sono intervenuti. Le vostre risoluzioni sono molto concrete, precise e danno delle direttive, dei consigli che i compagni si attendevano. Una sola questione di principio è sorta e sulla quale, dopo quel che ha detto il compagno Longo non mi pare che ci sia bisogno d’intervenire; se qualche compagno aveva avuto qui delle espressioni che teoricamente noi non approviamo ( nel senso che hanno indicato la cooperazione che oggi si svolge in regime capitalista come socialista) credo che i compagni hanno compreso la nostra critica. In realtà, in regime capitalista, la cooperazione non si sottrae alla legge del profitto come non si sottrae, a tale legge, l’industria nemmeno nel periodo della costruzione del socialismo. Vorrei però che i compagni comprendessero che il fatto di aver precisato questi punti della dottrina non significa che noi svalutiamo la cooperazione quale oggi è, una scuola di socialismo per i lavoratori, per il sindacato, per il partito”.

Pil e occupazione, l’Italia galleggia sull’alta marea

di Luca Aterini
L’alta marea finisce col sollevare tutte le barche, ma se gli yacht non fanno che navigare meglio le imbarcazioni più piccole potrebbero anche finire alla deriva. E purtroppo per l’Italia, nonostante la martellante propaganda del governo Renzi sui dati del lavoro, le acque della Penisola sono ancora punteggiate da un innumerevole quantità di gusci noce in balia della corrente.
Le rilevazioni trimestrali dell’Istat sull’occupazione mostrano che «nel secondo trimestre 2015 – ininterrotta da cinque trimestri – continua la crescita degli occupati, stimata a +180 mila unità (0,8% in un anno). L’incremento dell’occupazione interessa sia gli stranieri (+50 mila unità) sia, soprattutto, gli italiani (+130 mila unità). Dopo quattordici trimestri di crescita e il calo nel primo trimestre del 2015, nel secondo trimestre il tasso di disoccupazione si attesta al 12,1% (-0,1 punti su base annua)».

La Resistenza. Il plusvalore di un evento storico

di Claudio Vercelli
Per cele­brare la sua «resi­stenza» per­so­nale con­tro l’allora «editto bul­garo» – cor­reva l’anno 2002 e Sil­vio Ber­lu­sconi da Sofia aveva appena messo all’indice tre note firme della Rai – un gigio­ne­sco ed ego­cen­trico Michele San­toro cantò, in esor­dio della sua tra­smis­sione, alcune strofe di «Bella ciao». Fu uno stra­zio di note, di tona­lità e di ragioni ma l’escamotage dell’identificarsi con i motivi, non solo canori, della lotta di Libe­ra­zione parve fun­zio­nare. L’autobeatificazione, infatti, pagò. Ber­lu­sconi oggi sta die­tro le quinte della poli­tica, pur con­ti­nuando a mano­vrarne alcuni set­tori, men­tre San­toro con­ti­nua a reci­tare sul pal­co­sce­nico media­tico la sua par­ti­tura. Pari e patta. Quasi due facce della mede­sima meda­glia, ancor­ché di conio dif­fe­rente. Detto que­sto, qual è il vero nesso tra le abili com­par­sate pub­bli­che di un popu­li­sta tele­vi­sivo e una tra­iet­to­ria, quella com­piuta dalla memo­ria col­let­tiva della Resi­stenza, nelle sue mol­te­plici decli­na­zioni? Più pro­pria­mente, insieme ad un’identità esi­ste anche un’eredità della Resistenza?

Pensioni: la staffetta generazionale. Ma per chi? E per cosa?


di Marta Fana
Le pensioni. Si fa un gran parlare di come modificare la legge Fornero usando la flessibilità in uscita. Ora chi scrive è troppo lontana dall’età pensionabile e vorrebbe guardare ad alcune argomentazioni sulla cosiddetta staffetta generazionale. Secondo alcuni, in modo trasversale dalla CGIL a Poletti mercoledì scorso sul Corriere, è bene fare andare prima in pensione così da aprire le porte del mercato del lavoro ai giovani, grandi protagonisti del mondo dei disoccupati. Per altri questo trade-off non esiste.
Premettendo che sono contraria al pensionamento a 67 anni o comunque oltre i 60 per tutti coloro che hanno svolto lavori usuranti, tra cui includo coloro che lavorano all’aperto nei giardini a potare alberi, sui tetti a misurare fumi inquinanti, gli operai in fabbrica, i muratori, i braccianti (ma tanto quelli ad oggi muoiono ben prima, quindi per la pensione problema risolto, vero?), tutti quelli che per un motivo o l’altro non sono in grado di portare avanti la propria mansione senza incorrere in problemi fisici, tipo gli autotrasporatori o gli autisti dell’Atac. Per capirci sono molti.

Renzi, tutto austerity e distintivo

di Nicola Fratoianni
Caro Matteo Renzi,
trovo davvero incredibili i toni trionfali del suo ultimo video sui dati Istat, riguardo Pil e occupazione. Non conoscessi il suo codice comunicativo penserei di trovarmi di fronte a uno che non conosce i numeri e le ragioni di quei numeri. E invece, tutti sappiamo che si tratta di propaganda.
L'Italia non è sulla strada giusta e non va tutto bene, madama la marchesa. L'aumento del Pil (dallo 0,2% allo 0,3%!) è frutto del prezzo basso del petrolio e dell'effetto del Quantitative Easing della BCE. Sono dati drogati, in sostanza, che non indicano proprio alcuna ripresa per la vita e le condizioni materiali delle persone.
Un presidente serio dovrebbe chiedersi cosa accadrebbe e a che punto saremmo senza gli effetti di iniziative su cui non abbiamo alcun controllo.

Dalla parte delle donne

di Adriano Prosperi
In occasione del prossimo Giubileo della Misericordia, papa Francesco scrive di aver «deciso, nonostante qualsiasi cosa in contrario, di concedere a tutti i sacerdoti per l’Anno Giubilare la facoltà di assolvere dal peccato di aborto quanti lo hanno procurato e pentiti di cuore ne chiedono il perdono». Questo è quanto si legge in una lettera a monsignor Rino Fisichella, presidente del pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione. È una misura speciale, che spicca insieme ad alcune altre — una tregua coi lefebvriani, un’offerta di amnistia dei peccati ai carcerati, auspicio — pensiamo — di una svolta simile nell’uso insensato e criminogeno dell’istituzione carceraria. Questa lettera complica e arricchisce il disegno generale proposto mesi fa con la bolla di indizione Misericordiae vultus . Là si parlava di un corpo speciale di “missionari della misericordia”, sacerdoti col potere di assolvere da ogni peccato. Ma ora si estende a ogni confessore il potere finora riservato ai vescovi, di assolvere dal peccato di aborto e dalla scomunica che comporta.

Un venditore di fumo non serve all'Italia

di Roberto Marchesi
La maglia rosa identifica storicamente un grande campione del ciclismo, uno cioè che è capace di competere per tre settimane di fila e vincere in una delle più dure gare del calendario internazionale di ciclismo. Per fare il presidente del Consiglio dei ministri, non occorrono ovviamente le doti atletiche di un ciclista professionista, occorrono però, persino in misura maggiore, altre doti e altre competenze. In ogni seria democrazia infatti una delle maggiori doti richieste è quella della credibilità. Se non sei credibile non ti votano e se non ti votano non vieni eletto.
Ma Renzi è mai stato eletto dal popolo italiano? No, mai! E’ arrivato alla guida del governo solo grazie alla sua schiacciante vittoria nelle primarie del Partito Democratico, che gli hanno consentito di conquistare la Segreteria del suo Partito nel 2013, e, successivamente (grazie anche ad accordi sottobanco che ancora oggi non si conoscono con esattezza col lo storico antagonista del suo partito, Berlusconi), grazie ad un ribaltone interno ai danni del suo compagno di partito Letta.

Sul toto-cattedra decide il Grande Fratello-Miur

di Roberto Ciccarelli
Solo in Ita­lia l’assunzione a tempo inde­ter­mi­nato nella scuola peg­giora le con­di­zioni delle per­sone invece di miglio­rarle. Alla mez­za­notte di ieri sui 9 mila docenti pre­cari che hanno rice­vuto via mail la pro­po­sta di assun­zione pre­vi­sta dalla cosid­detta “fase B” della «buona scuola» di Renzi ben 7 mila saranno costretti ad emi­grare dal Sud al Nord. L’ora attesa da sem­pre l’hanno pas­sata in fami­glia o tra amici, scan­dendo i secondi, pro­prio come se fosse Capo­danno, davanti al Pc o curvi sugli smart­phone. Dopo anni di pre­ca­riato, e cen­ti­naia di chi­lo­me­tri per­corsi in mac­china o in treno, la lunga veglia ha por­tato cat­tive noti­zie per la stra­grande mag­gio­ranza dei nuovi assunti.
Sulla tratta Taranto-Ascoli
Dalla Cam­pa­nia alla Sici­lia dovranno tra­sfe­rirsi entro dieci giorni in Pie­monte, Lom­bar­dia o Veneto e dovranno pen­sare a tro­varsi una casa, a ripen­sare il piano delle spese, par­tendo da uno sti­pen­dio che è uno dei più bassi dei paesi Ocse: 1300/1400 euro men­sili. Elena La Gioia, pre­si­dente del Comi­tati inse­gnanti pre­cari nazio­nale (Cip), ha denun­ciato il caso di una pre­ca­ria di 62 anni di Taranto, assunta a Ascoli Piceno.

Nel futuro di Sel c'è la creazione di una nuova sinistra

«Sel non ha scelto l’isolamento ma dialogare con il governo Renzi è difficile se non c’è condivisione di programmi. Nel futuro di Sel c’è la creazione di una nuova forza politica di sinistra». Così il coordinatore nazionale di Sel, Nicola Fratoianni, a Radionorba, commentando le critiche avanzate nei giorni scorsi da Dario Stefano sulla linea politica del partito. «Leggo le dichiarazioni di Stefano come una posizione naturalmente legittima. Ma il punto non è isolarsi o meno, scegliere preventivamente in modo pregiudiziale una collocazione, non si tratta di una discussione nella quale ci sono spinte all’isolamento, o peggio, all’auto-isolamento – ha spiegato Fratoianni – il punto è che dobbiamo stare al merito e giudicare le questioni sulla base dei fatti. Dobbiamo discutere il nostro rapporto con il partito democratico, con Renzi e con le altre forze politiche, non a priori, ma sul merito delle questioni».

Annullare la riforma incostituzionale del Senato

Intervista ad Alessandro Pace di Liana Milella
Il costituzionalista Alessandro Pace non ha dubbi: "La riforma del Senato non può restare com'è adesso".
Cosa bisogna fare? Lasciare la versione della Camera o riaprire la possibilità di cambiare l'articolo 2?
"Bisogna riaprire senza alcun dubbio la partita degli emendamenti, per una duplice ragione. Primo, perché c'è già un parere della giunta del regolamento della Camera del 1993 presieduta da Napolitano, che decise l'ammissibilità di un emendamento soppressivo di quanto votato in precedenza dalle due Camere trattandosi di una modifica dell'articolo 68 della Costituzione ".
E lei trova delle similitudini tra il caso attuale e quello del '93?
"Certamente sì. Perché, in entrambi i casi, si tratta di revisioni costituzionali. In occasione dell'emendamento del '93 si sottolineò che la norma regolamentare sugli emendamenti delle leggi ordinarie non potesse applicarsi a quelle costituzionali.

Il linguaggio dell’odio e il razzismo

di Luigi Manconi
La campagna d’estate della Lega Nord e di alcuni organi di informazione è stata una mobilitazione di odio. Mi chiedo: perché?
E non si tratta di una domanda ingenua. In altre parole, perché mai la critica più radicale alle politiche del governo italiano e a quelle dell’Unione europea in materia di immigrazione e asilo e la proposta di strategie totalmente alternative devono comportare la degradazione della persona del migrante e del profugo?
Questo è, infatti, il contenuto profondo e la forma linguistica del messaggio xenofobo: non un’argomentazione politica, bensì uno sfregio morale che deve –proprio per potersi efficacemente realizzare – richiamare un fondamento razzistico.
Sembra, cioè, che l’agitazione della Lega in materia di immigrazione non possa non fondarsi su una “politica del disgusto”: un’opera di svilimento, che mira a sfigurare il proprio bersaglio, come premessa per così dire morale a un’attività di esclusione e discriminazione.

Arcipelago ’ndrangheta

di Corrado Stajano
Avevo letto i racconti di Umberto Zanotti Bianco, Tra la perduta gente, sulla Calabria dei primi decenni del Novecento ed ero rimasto inorridito e turbato dalla povertà disperante degli abitanti di un paese di nome Africo, ai piedi dell’Aspromonte. Scrittore, archeologo, liberaldemocratico gobettiano, Zanotti Bianco era una figura di intellettuale politico ricca di fascino che dedicò anni a rendere migliori le inumane condizioni degli umili che vivevano in quella regione d’Italia. 
Avevo visto anche le fotografie di rara efficacia di Tino Petrelli che con il giornalista Tommaso Besozzi, dopo la Seconda guerra mondiale, aveva fatto un reportage in quel paese il cui nome derivava forse dal greco aprikos o dal latino apricus. E poi, in quegli anni Settanta del secolo scorso, avevo letto le cronache quotidiane, spesso giudiziarie, che avevano per protagonista un sacerdote di nome Giovanni Stilo, definito «il prete padrone» di Africo, che i giornali di sinistra giudicavano «spogliato di ogni sacralità» e accusavano di un corposo malfare, proprietario di una scuola che sfornava diplomi a pagamento, in consuetudine con ministri e uomini del potere politico democristiano, vicino agli ambienti della ’ndrangheta, la mafia calabrese.

Sul caporalato e dintorni

di Devi Sacchetto
Il dibattito apertosi sul caporalato, dopo la morte in Puglia di alcuni braccianti italiani e stranieri, solleva alcune questioni centrali. E, tuttavia, ci pare che la riduzione del fenomeno del caporalato all’agricoltura meridionale e all’alleanza tra mafia e aziende conserviereoperata da alcuni autorevoli commentatori finisca per occultare la questione delle condizioni e dei rapporti di lavoro. Il riemergere di forme di intermediazione illegali è infatti diffuso in vari settori produttivi e in diverse aree italiane. Le prolungate lotte nella logistica, in particolare quella emiliana e veneta, portate avanti dai lavoratori migranti assunti da cooperative, etichettate prontamente come spurie, hanno svelato un sistema relativamente analogo; così anche nel turismo romagnolo agenzie di intermediazione rumene hanno rifornito per diversi anni gli albergatori di manodopera fresca e possibilmente a digiuno di esperienze all’estero. L’edilizia è poi un settore in cui l’intermediazione illegale o semi-legale di manodopera è diffusa dal nord al sud del paese.

Mettere in comune. Una lotta di classe, a scuola

di Giampiero Monaca
Giusto due conti della serva…
Uno zaino scuola costa circa 70 euro, c’è chi se ne fa bastare uno per cinque anni, altri lo cambiano ogni anno (facciamo una media e diciamo 100 euro in cinque anni di scuola elementare).
Pennarelli, biro, matite, pastelli 50 euro in un anno, cioè 70 euro per ogni alunno ogni anno. Credo di aver fatto i conti per difetto.
Quindi 70 euro per venticinque alunni sono 1.750 euro a classe.
E se invece di partecipare a bandi di concorso di fondazioni (discutibili, per usare un eufemismo) per ricevere elemosine facessimo quadrato ed ottimizzassimo con le nostre classi? 1.750 euro a classe sono un budget regale! Se si condivide il materiale scolastico (che è un’ottimo spunto educativo…) si risparmia e si ottimizza perchè gli acquisti vengono centralizzati.

Energia, Eni ed Egitto: Zhor ci salverà?

di Antonio Tricarico
La sco­perta del gia­ci­mento gigante di Zohr 1X al largo delle coste egi­ziane nel Mar Medi­ter­ra­neo da parte dell’Eni ha sca­te­nato un grande giu­bilo nella sede del cane a sei zampe e nel mondo poli­tico, Renzi com­preso, corso a tele­fo­nare al «gol­pi­sta» al-Sisi per sot­to­li­neare l’importanza della sco­perta. A fronte di un balzo del prezzo del gas dell’un per cento subito dopo l’annuncio, in tanti si sono chie­sti cosa cam­bierà nel deli­cato scac­chiere ener­ge­tico medio­rien­tale ed europeo.
Che Clau­dio Descalzi, ad di Eni, esulti, è abba­stanza scon­tato. La sco­perta avrà un impatto posi­tivo anche sull’utile del gruppo. L’Eni è già il prin­ci­pale pro­dut­tore in Egitto e gode quindi, anche per motivi sto­rici, di una rela­zione pri­vi­le­giata con la diri­genza del paese. Ma il fatto che l’Eni diver­si­fi­chi le sue fonti e fac­cia più pro­fitti non signi­fica neces­sa­ria­mente che l’Italia ne bene­fi­cerà. In molti è bale­nata l’idea che con que­ste nuove sco­perte — per altro l’Eni sta svi­lup­pando un altro impor­tante gia­ci­mento di gas in Mozam­bico — il nostro paese si può pro­gres­si­va­mente eman­ci­pare dagli import dalla Rus­sia, e magari ridurre la dipen­denza da altri stati meno sta­bili del Medi­ter­ra­neo, vedi la Libia.

Storia, fortune e prospettive di Podemos. Verso il riscatto dell'Europa meridionale?

di César Rendueles e Jorge Sola
Un’iniziativa dei cittadini per lanciare una nuova candidatura per le elezioni del Parlamento europeo è stata presentata il 17 Gennaio 2014, in un piccolo teatro del centro di Madrid. Il suo capo visibile era Pablo Iglesias, un professore di scienze politiche di 36 anni, noto tra i locali movimenti sociali, che nei mesi precedenti aveva raggiunto una certa notorietà per le sue apparizioni in programmi televisivi con grande audience. Iglesias non ha presentato un partito o una coalizione tradizionale, ma quello che lui chiamava “un metodo partecipativo aperto a tutti i cittadini”. Cinque mesi più tardi e dopo un’ascesa folgorante, Podemos diventava la grande sorpresa delle elezioni europee ottenendo l’8% dei voti e cinque deputati. Eppure, Iglesias dichiarò che non riteneva soddisfacenti i risultati: “Abbiamo percorso una lunga strada e abbiamo sorpreso la casta, ma il compito che cisi presenta da domani è enorme (…). Podemos non è nato per avere il ruolo di un cameo, siamo nati per raggiungere tutti e raggiungeremo tutti. ” Non era spavalderia. Pochi mesi dopo, Podemos diventava il primo partito nelle intenzioni di voto nei sondaggi.
Nel suo anno e mezzo di vita, questa formazione ha rivoluzionato la vita politica spagnola.

La crisi globale e la Pizia cinese. Cronaca di un’estate torrida


di Angela Pascucci

Alla fine è arrivato Capitan America sfoderando un tasso di crescita dell’economia Usa che nessuno si aspettava e il rinvio dell’aumento dei tassi di interesse, e i foschi cinesi sono rientrati nei ranghi facendo quello che tutti si aspettavano dovessero fare, pompare soldi nel loro sistema spompato. Le Borse mondiali hanno rimbalzato di sollievo agguantando i rialzi, la “tempesta perfetta” si è dissolta. Fino al prossimo round che, a leggere bene le cronache economiche rosa del giorno dopo, è acquattato dietro l’angolo.
Ragion per cui l’immagine più vera di questa torrida estate di crisi finanziaria resta una sola. Quella di un mondo che, entrato nella seconda fase della grande crisi economica deflagrata nel 2008, non ha ancora capito a che santo votarsi per arginarla. Il disorientamento globale è tale infatti da far apparire surreale, anche alla luce del poi, il raccomandarsi spasmodico alla Cina che nella circostanza è apparsa anch’essa come una Pizia traballante sul suo trespolo fumoso, dal quale nei momenti più critici ha lanciato rimedi, senza apparentemente rendersi conto di dove sarebbero andati a parare.

Europa e migranti: egoismo e generosità

di Anna Polo
Ogni giorno siamo sommersi di notizie sull’arrivo di migliaia di migranti in Italia, Grecia, Ungheria, Macedonia, Bulgaria e sul trattamento spesso inumano che ricevono. L’impressione è che l’Europa sia sopraffatta dall’ampiezza di un fenomeno peraltro del tutto prevedibile: chi non scapperebbe da una feroce guerra civile come quella siriana, dall’obbligo di un servizio militare eterno come succede in Eritrea, dalla miseria e dalle fame di tanti paesi africani?
Le risposte dei governi variano: l’Ungheria e la Bulgaria costruiscono muri di confine, la Repubblica ceca manda incontro ai migranti diretti in Germania agenti che scrivono sui loro avambracci numeri di registrazione (vi ricorda qualcosa?), la Slovacchia accetta solo profughi cristiani, per paura che un afflusso massiccio di musulmani snaturi la sua cultura e i suoi lavori. La Germania e l’Austria litigano sulla validità o meno del regolamento di Dublino, secondo cui la domanda d’asilo viene esaminata dal paese di arrivo e intanto la Merkel alterna l’apertura ai profughi siriani alla richiesta di ripristinare i controlli alla frontiera con l’Italia.