La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 25 settembre 2015

Un Def espansivo? No: espansione restrittiva

di Ruggero Paladini
Già in primavera (Il Sole 24 Ore, 1 aprile 2015, occhio alla data) Padoan annunziava un Def espansivo. Ora sembra che non vi sia più nessun dubbio: per la prima volta da anni (magari non settanta) abbiamo una manovra di bilancio espansiva. Ma è proprio così?
La recente Nota di aggiornamento presenta i seguenti dati, in percentuale del Pil:

                                                       Tabella I

Anni
2016
2017
2018
Deficit tendenziale
1,4
0
-0,7
Deficit programmatico
2,2
1,1
-0,2
Saldo primario tendenziale
2,9
4,1
4,8
Saldo primario programmatico
2
3
3,9

Il deficit tendenziale è quello che si determinerebbe in assenza di interventi, sulla base della normativa esistente, compreso, ad esempio, l’aumento dell’Iva di due punti. Per differenza rispetto alla spesa per interessi si ricava il saldo primario, cioè la differenza tra entrate totali e spese (ad eccezione di quella per interessi) (1).

C'è ancora spazio per la Sinistra?

di Paolo Bartolini 
Il dibattito sulla Sinistra che verrà - sebbene la questione possa sembrare ad alcuni già superata dagli eventi, e dunque anacronistica - mi pare meriti una ripresa capace di sfidare il qualunquismo e le approssimazioni fin troppo presenti nella galassia dei cosiddetti movimenti anti-sistema. La possibilità che una Sinistra coerente rinasca dalle sue ceneri, dopo decenni di subalternità al pensiero neoliberista, oggi sembra auspicabile per chiunque abbia colto il nesso che lega le politiche europee di austerità (con i loro effetti deprimenti e persino criminali), il dramma dei migranti alla ricerca disperata di una vita dignitosa e il mutare degli equilibri geopolitici sullo scacchiere internazionale.
L'intreccio delle crisi epocali che sta minacciando la convivenza umana e l'intera biosfera, ha una natura complessa e mette in gioco fattori e concause sui quali i partiti e movimenti di sinistra hanno avuto pochissima presa negli ultimi anni. Ciò è accaduto, fra gli altri motivi, per aver aderito passivamente al mito della crescita infinita e del produttivismo ad ogni costo. Questo punto di notevole portata è, insieme all'ormai squalificato ceto politico di sinistra, una delle ragioni per cui è stata messa in campo (anche da chi scrive) la questione di un superamento della dicotomia destra-sinistra.

Un compromesso che non risolve: Costituzione stravolta

di Domenico Gallo e Alfiero Grandi
Il compromesso raggiunto nel Pd sulle modifiche alla legge costituzionale Renzi-Boschi in discussione al Senato non da’ agli elettori il diritto di eleggere direttamente i loro rappresentanti e non risolve gli altri punti inaccettabili di questa manomissione della Costituzione che abbiamo sempre denunciato. Un’assemblea legislativa deve trarre la sua fonte di legittimità dalla sovranità popolare, che si esprime attraverso il voto.
In particolare il rinvio delle procedure di nomina ad una legge successiva lascia aperta la possibilita’ che tutti i consiglieri regionali-senatori siano eletti mediante liste bloccate nelle quali i cittadini elettori non possono scegliere.
Questo inaccettabile compromesso, inoltre, lascia irrisolti tutti gli altri nodi. In particolare la sottrazione alle Regioni di ogni possibilità di governo del territorio; la sostanziale attribuzione al Governo del controllo dell’agenda dei lavori della Camera dei Deputati, già mortificata e sottoposta alla supremazia dell’esecutivo in virtù della legge elettorale voluta dal governo Renzi che garantisce al partito vincitore un premio di maggioranza sproporzionato come e peggio che nel “porcellum”, l’eliminazione della garanzia della doppia lettura per le leggi che riguardano i diritti fondamentali dei cittadini; la sproporzione numerica fra senatori (100) ed i Deputati (630) che rende irrilevante il ruolo del Senato nell’elezione del Presidente della Repubblica.

EurHope? L’agorà della sinistra europea per riprenderci la speranza

di Eleonora Forenza
Se il neoliberismo è sempre più la Costituzione materiale su cui si fonda questa Unione europea, le politiche di austerità – lungi dal fornire una via d’uscita dalla crisi – hanno agito come una gigantesca leva di “redistribuzione” dal basso verso l’alto. Il risultato più evidente è l’aumento delle disuguaglianze: tra Nord e Sud Europa, tra i nord e i sud dello stesso Paese, tra uomini e donne (gender pay gap), tra ricchi e poveri. La mia generazione e quelle più giovani sono cresciute già nello smantellamento (o nell’assenza) di un’idea di welfare come elemento di giustizia sociale e come politica redistributiva (del reddito, del lavoro, dei diritti).
L’idea di un’altra Europa possibile è stata messa a dura prova in questi mesi, in uno scontro durissimo tra il neoliberismo a trazione tedesca e il governo greco. Uno scontro che ha messo ulteriormente in chiaro quali fossero i rapporti di forza, oggettivi e soggettivi. Dobbiamo ripartire dalla sconfitta di luglio, con l’imposizione del memorandum.

Questione sindacale. L'unità può partire dall'azienda

di Giovanni Principe
Acuto e stimolante come al solito, Pierre Carniti ha preso di petto, forte dell'autorità che gli va riconosciuta in questo campo, la questione sindacale. E l'ha squadernata, per come la vede, ai diretti interessati, i sindacalisti delle grandi confederazioni. Permettendosi anche il lusso, che pochi possono permettersi al pari di lui, di dare qualche suggerimento sotto forma di proposte concrete.
Arriveranno a destinazione? Appariranno convincenti? Visti i precedenti non ne sarei sicuro. E sì che il punto da cui parte (il declino dei sindacati trova riscontro in dati oggettivi ma “nulla autorizza a ritenere che sia ineluttabile”) dovrebbe essere accattivante, in un panorama in cui invece si dà per scontata anche nel maggiore partito di quella che dovrebbe essere la sinistra, o soprattutto in quello, la sua eclissi definitiva.
Vedremo. C'è da dire che delle due misure indispensabili, secondo Carniti, per invertire la tendenza al declino, la prima la considera lui stesso più facile a dirsi che a farsi: rendere il sindacato più inclusivo, più capace di rappresentare i giovani e i precari, che più degli altri, tutte le indagini lo confermano, lo stanno abbandonando. Per riuscirci occorre escogitare (impiegando “creatività e risorse” in modo adeguato) nuove forme di iniziativa e di tutela dovendo fare i conti con un mondo del lavoro che sfugge alle modalità di impiego su cui il sindacato si è tradizionalmente cimentato.

Il 17 ottobre tutti in piazza contro la povertà

di Alessia Petraglia e Nuccio Iovene
Alcuni giorni fa la Caritas Italiana ha presentato a Roma il Rapporto 2015 “Le politiche contro la povertà in Italia” in cui si denuncia come confrontando il 2014 con il 2007, cioè con il periodo pre-crisi, il numero dei poveri in senso assoluto sia salito in Italia da 1,8 milioni a 4,1 milioni, più che raddoppiando. L’Italia è l’unico paese europeo, insieme alla Grecia, privo di una misura nazionale contro la povertà, mentre l’attuale sistema di interventi pubblici risulta del tutto inadeguato (i fondi nazionali sono passati da 3.169 milioni del 2008 a 1.233 milioni del 2015).
Nel frattempo il Governo ci informa che “l’Italia riparte” e che l’urgenza del Paese è stravolgere la Costituzione: o è la Caritas ad essersi iscritta al partito dei gufi o è il Governo ad aver le idee confuse su quali siano le priorità. Quel che è certo è che non basterà un tweet a cancellare dati di fatto che hanno bisogno di risposte immediate. Dall’inizio della crisi, mentre le destre, e non solo le destre, mettevano in salvo le banche grazie all’austerità, il 10% più povero della popolazione italiana ha visto decrescere il proprio reddito del 27%. Un fenomeno inarrestabile e pericoloso che non si risolverà da sè né, tantomeno, troverà nella cieca fiducia nel mercato e nelle politiche liberiste la propria soluzione.

«No alla legge bavaglio», ma sempre

di Andrea Maestri
«Il DDL sulle intercettazioni non ha nulla a che fare con la tutela della riservatezza personale. Vogliono limitare pesantemente la libertà di informazione a tutela degli interessi dei potenti. È un vero e proprio bavaglio, che compromette la capacità investigativa della magistratura e indebolisce le forze dell’ordine nel contrasto alla corruzione e alla criminalità. NO ALLA LEGGE BAVAGLIO, LA DEMOCRAZIA NON VUOLE CENSURE. DIFENDIAMO LA LIBERTA’ DI INFORMAZIONE E LA SICUREZZA».
Potrebbe sembrare la dichiarazione di voto di Pippo Civatidi fronte al ddl sul processo penale approvato oggi dalla Camera a trazione renziana e invece… Invece si tratta di uno dei tanti manifesti che il PD affiggeva nell’era berlusconiana per opporsi alla legge bavaglio.
Legge che a Berlusconi non riuscì fino in fondo e che oggi la zelante maggioranza renziana porta a compimento.
È penoso che il dibattito si sia concentrato solo sulle intercettazioni perché il ddl approvato oggi alla Camera contiene numerosi obbrobri giuridici e politici.

Il suicidio della minoranza Pd


di Francesco Marchianò
Gli esponenti della minoranza Pd sono contenti dopo l'accordo raggiunto sulla riforma costituzionale. Bontà loro. Vanno rispettati: c'è tanta gente che muore serena, persino felice. Hanno scelto la via del suicidio politicamente assistito; Renzi e i suoi, increduli, si sono limitati ad esaudire l'ultimo desiderio.
Le opposizioni interne avrebbero dovuto tenere il fiato sul collo del gruppo dirigente renziano e mostrare i denti in ogni occasione. Hanno preferito, invece, fare i bravi agnellini che si portano in dono alla tana del lupo. Avrebbero dovuto imparare da Renzi e rispondere con la stessa moneta. Quando era in minoranza nel partito, l'allora sindaco di Firenze aveva messo in piedi una lotta a Bersani e ai suoi, fatta di polemiche, offese, attacchi frontali e imboscate parlamentari, come accadde durante l'elezione del presidente della Repubblica nel 2013.
In questo caso, però, non si tratta di sola vendetta e spirito di fazione. Di mezzo ci sono i principi fondamentali della costituzione di fronte ai quali si sarebbero dovute alzare barricate. In quale paese democratico il capo dell'esecutivo si fa promotore di una riforma costituzionale?

E se la sinistra cominciasse a Milano, ad esempio?

di Giulio Cavalli
Quindi Nicola Fratoianni, coordinatore di Sel, ha firmato i referendum promossi da Possibile, la formazione politica di Pippo Civati. Li ha firmati dopo avere detto che non lo avrebbe fatto e comunque l’ha fatto precisando che non è d’accordo sui tempi e i modi. Un capolavoro di equilibrismo. Intanto la strategia di Sinistra Ecologia e Libertà continua ad essere una doccia scozzese per chi vorrebbe leggere o almeno riuscire ad immaginare il futuro del partito di Vendola e, più largamente, della sinistra.
Per ora la posizione (piuttosto contorta) è: siamo in opposizione contro questo PD a livello nazionale, ne contestiamo le scelte anche se un referendum oggi è fuori tempo perché troppo presto, a Milano e Cagliari andiamo con il PD perché si sta bene, Civati ci piace ma non ci piacciono i leader e per il futuro speriamo che il PD cambi perché così si possa tornare insieme. Un capolavoro, eh.

Tutti i cittadini contrari allo scempio della Costituzione si uniranno nel referendum

di Massimo Cervellini
Questo governo senza mandato parlamentare si è autoinvestito del diritto di cambiare una Costituzione come la nostra - aperta, capace di orientare le scelte politiche fondamentali, di resistere alla prova del tempo e a contesti profondamente diversi - impelagandosi in un ddl costituzionale che non supera il bicameralismo perfetto e fa regredire il Senato ad organo consultivo composto da persone già gravate da impegni sul territorio, nominati e non eletti dal popolo.
Il pericolo supremo sta però, soprattutto, nel combinato disposto tra riforma del Senato e Italicum, che rischia di minare la democrazia, con una maggioranza col potere di determinare tutti gli assetti istituzionali, in virata libera verso un presidenzialismo accroccato, senza nemmeno la dignità di quello di tradizione nordeuropea. Tutto pur di evitare il male supremo: il suffragio universale, aggirando il confronto con le minoranze. A ciò si somma il grande equivoco - accentramento o decentramento? - della riforma del Titolo V. Intanto, con la finta cancellazione delle Province, sono state abolite democrazia, partecipazione e atti di buon governo.

Li ha disarmati e toccati nell'identità smarrita

di Guido Moltedo
Dia­logo, soli­da­rietà, sus­si­dia­rietà, bene comune, inclu­sione, acco­glienza. La cura del pros­simo. L’attenzione al più debole. Pace. Ambiente. Soste­ni­bi­lità. Sobrietà. Costru­zione di ponti. Lotta alla povertà. Abo­li­zione della pena di morte. Stop alle armi che ali­men­tano le guerre. Le parole del papa. Il lin­guag­gio di Fran­ce­sco. C’era da aspet­tar­selo, un discorso così, di fronte al Con­gresso ame­ri­cano?
Certo, il papa venuto dalla “fine del mondo” ci ha abi­tuato a misu­rarci con parole che la poli­tica non sa più pro­nun­ciare – e molti dei poli­tici che l’ascoltavano ne sono un esem­pio – parole che lui non si stanca di ripe­tere, e di con­net­tere tra loro, quindi non slo­gan, eppure espresse con la sem­pli­cità diretta che disarma e sfida qual­siasi inter­lo­cu­tore, cre­dente e non, una lin­gua resa ancora più forte dai gesti, dai com­por­ta­menti che accom­pa­gnano il suo “gui­dare con l’esempio”. Eppure quelle parole, dette in quel suo inglese ispa­nico, gen­tile e lento, ma chiaro e fermo, pro­prio per­ché pro­nun­ciate di fronte a quella pla­tea, ave­vano un rim­bombo potente. Scuo­te­vano. Sono parole desti­nate a lasciare un’orma pro­fonda, anche in virtù della “coda”, dav­vero ecce­zio­nale, del suo saluto dal bal­cone del Con­gresso alla grande folla della spia­nata sotto Capi­tol Hill, con la richie­sta, anche que­sta già sen­tita, ma que­sta volta ancora più sin­cera e toc­cante, di pre­gare per lui.

Uniti con Podemos? Per Garzón si può

Intervista a Alberto Gar­zón di Luca Tancredi Barone
Alberto Gar­zón ha bru­ciato le tappe. Classe 1985, in que­sta legi­sla­tura è stato il più gio­vane depu­tato al Con­gresso, e al momento è il più gio­vane desi­gnato come capo­li­sta dai par­titi che saranno in lizza per le ele­zioni poli­ti­che di dicem­bre. Eco­no­mi­sta di fede mar­xi­sta, mili­tante del Par­tito comu­ni­sta spa­gnolo e di Izquierda Unida dal 2003, Gar­zón par­te­cipò ai movi­menti indi­gna­dos del 2011 ed è stato eletto depu­tato nella cir­co­scri­zione di Málaga (in Anda­lu­sia), sua città adot­tiva in ele­zioni, quelle del 2011, in cui IU con i suoi alleati ha otte­nuto 11 depu­tati, con 7% dei voti.
La sua linea poli­tica punta tutto sulla crea­zione di una lista popo­lare che uni­sca le liste di sini­stra con­tra­rie al bipar­ti­ti­smo, in pri­mis Pode­mos. È con­vinto che sia arri­vato il momento di supe­rare la mar­gi­na­lità e di pun­tare all’agglutinamento delle forze alter­na­tive, sul modello delle can­di­da­ture che hanno por­tato per­sone come Ada Colau e Manuela Car­mena a diven­tare sin­da­che delle prin­ci­pali città spa­gnole. In que­sti giorni è in Cata­lo­gna per appog­giare la lista uni­ta­ria Cata­lu­nya, sí que es pot (CSQEP) che riu­ni­sce pre­ci­sa­mente Pode­mos, i rosso-verdi di ICV e la stessa IU. Ele­zioni carat­te­riz­zate dalla pola­riz­za­zione del discorso indipendentista.

Augusto Graziani: l'uomo che capì davvero la moneta

di Steve Keen 
Cos’è la moneta e come viene creata? Queste dovrebbero essere due delle domande più semplici a cui rispondere in economia; dopo tutto, la moneta è l’unica cosa che tutti noi usiamo in un’economia; ma davvero sappiamo di cosa si tratta, e da dove viene?
Purtroppo conosciamo la moneta allo stesso modo in cui i leggendari ciechi di Hindustan sanno cos’è un elefante: colui che ha afferrato il tronco sa che è “come un albero”, mentre quello che ha afferrato la zanna sa che è “come una lancia “, e così via. La moneta è un elemento così sfaccettato e onnicomprensivo del nostro sistema – il proverbiale “elefante in salotto” [qualcosa così ovvia da non poter non essere vista, ndt] – che la nostra attitudine a fissarci su un suo singolo aspetto ci impedisce di sviluppare una comprensione corretta di cosa è realmente.
Non sapendo cosa sia, diamo vita a “miti della creazione” riguardo la sua origine, scontrandoci poi su questi come bande di fanatici religiosi rivali. A un estremo troviamo persone come Paul Rosenberg, le quali sostengono che il nostro sistema monetario è basato sulla frode:
“Possiamo voi ed io scrivere assegni “emessi a nostro nome”? Ovviamente no. Dobbiamo sostenerli con un valore. La Fed non lo fa. E così, il potente dollaro USA non è sostenuto né da oro né da argento né da niente altro; è semplicemente un trucco contabile.” (da “That Couldn’t Possibly Be True”: The Startling Truth About the US Dollar)

Dell’intimità politica, ovvero: perché il voto greco non è una capitolazione

di Akis Gavriilidis
Sono stato in Grecia nei giorni delle elezioni e in quelli successivi e, leggendo la maggior parte dei commenti scritti al riguardo dall’estero (ma in alcuni casi anche in Grecia) ho avuto una sensazione di disagio, di discrepanza, al punto che mi sono chiesto se quei testi stessero davvero parlando degli eventi di cui avevo appena fatto esperienza. Forse questo non dovrebbe sorprendere, perché la situazione che stiamo vivendo è estremamente sfaccettata, è senza precedenti, e i modelli che abbiamo a disposizione per pensarla e darne ragione sono inadeguati. Qui perciò non ho la pretesa di dire «la vera verità» o restituire un’«immagine reale» contro una «falsificata». Cercherò solo di offrire un altro punto di vista per leggere questa complessità.
Tra quelli che hanno commentato i risultati delle elezioni, alcuni hanno espresso disperazione per ciò che percepiscono come «un affare macabro che ha condotto al funerale del primo governo radicale di sinistra che si vedesse in Europa da una generazione». Altri, che non vogliono abbandonarsi al pessimismo, hanno cercato di immergersi nell’aritmetica elettorale e nelle cifre e hanno invocato l’alto tasso di astensionismo per provare che «i media si sbagliano nel presentare la vittoria di SYRIZA come la ratifica dell’austerity da parte del popolo greco»[1]. In effetti, questa lettura offerta dai media è sbagliata, ma non per la ragione appena enunciata. Tanto la versione «pessimistica» quanto quella «ottimistica» sono basate su una lettura che dà per scontati i numeri delle elezioni, gli obiettivi politici e i programmi dichiarati dai candidati.

Le due sfide della scuola democratica



di Alain Goussot
Oggi la scuola democratica aperta a tutti, di tutti e per tutti si trova di fronte due rischi mortali. Il primo: la pedagogia neoliberista che la trasforma in una azienda puro ingranaggio funzionale al mondo dell’impresa e ai bisogni del mercato. Il secondo: la medicalizzazione dell’educazione e il tecnicismo procedurale didattico (normalizzatore e omologante).
La pedagogia neoliberista
L’aziendalizzazione della scuola, la precarizzazione del corpo docente, la gerarchizzazione delle funzioni e dei ruoli con un dirigente manager, la privatizzazione con l’ingresso massicio degli sponsor privati, la trasformazione del prodotto scuola in un business, il passaggio dalla scuola delle conoscenze (che forma il cittadino) alla scuola delle competenze (che forma il tecnico), l’accentuata competitività nel percorso formativo, la standardizzazione e la frammentazione delle conoscenze sono tutti aspetti fondanti dell’ideologia neoliberale e neocapitalista che caratterizza oggi la controriforma della scuola. In questa logica formativa si riproducono i dualismi: lavoro manuale e intellettuale, materie scientifiche e materie umanistiche, si riduce il peso delle scienze umani nella formazione (quelle materie come la filosofia, la storia e la letteratura che fanno pensare) e si accentua il peso delle materie scientifiche identifiche con la tecnica.

Denaro. Dalla critica sociale alla critica categoriale

di Boaventura Antunes
Negli ultimi decenni, la contraddizione fra i miliardi che circolano nel settore finanziario e la miseria dei salari di chi ha ancora un lavoro non ha mai smesso di aggravarsi. La maggioranza dei sette miliardi di esseri umani del pianeta, rimane in un'economia del centesimo; i residenti dei quartieri di lamiera delle megalopoli di tutto il mondo intravvedono a malapena il colore dei soldi e, in seguito al collasso dell'economia locale, rimangono impigliati nella rete barbara della dipendenza personale postmoderna. Negli ultimi anni, le classi medie dei paesi centrali hanno sperimentato la valorizzazione fittizia degli attivi finanziari e degli immobili, rispetto al lavoro (il cui rendimento continua a cadere), con le banche costrette a svolgere solo dei servizi minimi per non lasciar fuori quella parte della popolazione ancora solvibile.
L'abolizione volontaristica del denaro in una società di produzione di merci può dare luogo solamente ad una burocrazia totalitaria, quale è stato il regime di Pol Pot negli ultimi dieci anni dello scorso secolo. E l'emissione arbitraria di moneta dà luogo ad un'iperinflazione, come quella della repubblica di Weimar negli anni 1920, o nei vari paesi latinoamericani negli anni 1980, o più recentemente nello Zimbabwe, che ha finito per adottare il dollaro americano, dopo un'immensa catastrofe sociale provocata dalla svalorizzazione che ha portato alla scomparsa della moneta locale.

Verso una nuova etica del lavoro culturale

di Nicolas Martino e Ilaria Bussoni
Quello che vorrei mettere in luce in questa parte del nostro intervento è la centralità della figura di Luciano Bianciardi come intellettuale, centralità rispetto alla questione strategica dell’«aura» nel lavoro contemporaneo, e sulla quale il nostroderaciné grossetano finì per inciampare, non riuscendo a trovare una via di fuga percorribile rispetto al «ruolo» che gli era stato cucito addosso dall’industria culturale e nel quale a tratti lui stesso finì per trovarsi anche a proprio agio.
Un’ambivalenza di Bianciardi quindi delle sue intuizioni rispetto al ruolo dell’intellettuale e alle trasformazioni del lavoro culturale nella metropoli contemporanea, ma anche dei suoi limiti che gli impedirono di capire fino in fondo tutte le conseguenze di quella grande trasformazione che lui stesso si trovava a vivere nell’Italia a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta. Bianciardi è autore, come è noto, di una cosiddetta trilogia della rabbia che comprende Il Lavoro culturale (1957), L’integrazione (1960) e La vita agra (1962), il suo libro di maggior successo. Di questi il primo è dedicato al lavoro culturale in provincia nell’Italia del secondo dopoguerra, gli altri due al lavoro nell’industria culturale in un’Italia metropolitana attraversata dal boom economico e sociale. Molti tratti dell’ambivalenza di Bianciardi emergono da queste due opere di ambientazione milanese, ma anche dalla corrispondenza privata e da scritti e interventi di varia natura che Bianciardi disseminò nella sua frenetica attività di collaboratore su testate diverse; una piccola parte di questo materiale proveremo qui a prenderlo brevemente in esame.

Marx e la fondazione macro-monetaria della microeconomia

di Riccardo Bellofiore
Per Marx, la società capitalistica è definita come quel contesto storico in cui le condizioni «oggettive» della produzione (mezzi di produzione, incluso le risorse originarie e il lavoro) sono possedute privatamente da una parte della società, la classe capitalista, mentre l'altra parte, la classe dei lavoratori, ne è esclusa. I lavoratori, separati dalle condizioni materiali del lavoro e quindi incapaci di produrre indipendentemente i propri mezzi di sussistenza, sono costretti a vendere alle imprese capitaliste la sola cosa che posseggono, la condizione «soggettiva» della produzione (la loro forza-lavoro), in cambio di un salario monetario da spendere nell'acquisto dei beni salario. La forza lavoro è la capacità di lavorare: essa è costituita dalle capacità fisiche e mentali che vengono messe in moto nel lavoro utile, che produce qualsiasi tipo di valori d'uso, e che è inseparabile dal corpo vivente degli esseri umani. Il contratto di lavoro tra i capitalisti e i lavoratori salariati presuppone che questi ultimi siano formalmente soggetti liberi (diversi dagli schiavi e dai servi), e, quindi, che mettano la loro forza-lavoro a disposizione dei capitalisti soltanto per un periodo limitato di tempo.

Quei fiori nel fango. E il nostro silenzio

di Giovanna Mulas
Nel paese dove vivo (circa cinquemila anime) diverse minorenni si prostituiscono. Non lo fanno per necessità – il che non sarebbe comunque una scusante -, almeno non tutte. C’è chi ammette di farlo “così per fare”, perché è esperienza nuova. Una ha confidato piangendo di essere stata violentata per anni in famiglia, da un padre che ora è in galera per furto: si sente “una cosa vuota” quindi si vende, i servizi sociali non si sono mai interessati al suo caso nonostante, dice, “sono a conoscenza della situazione”.
Una cugina le ha urlato di “vergogna buttata su tutta la famiglia“, ma pare non sia servito. Sanno anche tanti vicini che l’hanno vista col cliente di turno che potrebbe essere suo nonno; la guardano male, sanno che ha quattordici anni, “ne parlano alle spalle” e lei li sente parlare (dice che la fanno ridere, per come si scandalizzano), ma mai hanno voluto affrontare con lei il discorso come potrebbe fare una vera amica, o la madre di un’amica preoccupata per questa adolescente che ha imboccato una strada che la segnerà, suo malgrado, per l’intera esistenza.
Un’altra piccola prostituta mi ha confidato di aver abortito, volutamente, già un paio di volte: alcuni medici e le infermiere sanno – la struttura è piccola –, anche altre puerpere che ne hanno incrociato il cammino in ospedale, sanno.

Agnes Heller: Orbán, il Bonaparte dell’odio

Intervista a Agnes Heller di Massimo Congiu
Abbiamo incon­trato la filo­sofa Ágnes Hel­ler nel suo appar­ta­mento di Pest per par­lare con lei di come il governo unghe­rese sta gestendo l’emergenza migranti.
Come valuta la poli­tica di Orbán sull’immigrazione?
"Orbán ha comin­ciato male per­ché prima ancora che arri­vas­sero i migranti aveva dif­fuso nelle città dei car­tel­loni recanti mes­saggi capaci di inco­rag­giare l’avversione con­tro di loro. Anche ora mi è capi­tato di vederne alcuni con su scritto che secondo i son­daggi oltre il 90% degli unghe­resi non vuole i migranti, ma non c’è da stu­pir­sene per­ché il governo ha fatto di tutto per otte­nere que­sto risul­tato. Posso dire che è dif­fuso il pre­giu­di­zio nei con­fronti di que­sta gente che ha una men­ta­lità diversa, crede in un altro dio, ma aggiungo che un governo dav­vero demo­cra­tico ha il com­pito di sti­mo­lare i buoni istinti, la volontà di aiu­tare, e non l’odio. Con que­sti pre­sup­po­sti la gente con­ti­nuerà a pro­vare avver­sione nei con­fronti di chi viene da fuori ma potrà avere la coscienza tran­quilla e dire di essersi com­por­tata in que­sto modo per­ché il governo glielo chie­deva. La cosa è stata gestita male dall’inizio, non c’erano inter­preti di arabo, il governo ha riem­pito le città di que­sti mani­fe­sti e prima ancora che l’emergenza vera e pro­pria ini­ziasse c’era già caos. Non sono stati nean­che creati da subito dei punti nei quali si potes­sero ese­guire le ope­ra­zioni di regi­stra­zione, non è stato fatto niente in que­sto senso e ciò è peri­co­loso per l’Europa. Poi Orbán ha detto che quelli che ven­gono qui non sono dei pro­fu­ghi ma dei ter­ro­ri­sti o gente che vuole la nostra ric­chezza, il nostro lavoro, e que­sto non è vero. Quello che posso dire è che occorre pro­ce­dere all’identificazione dei migranti; se que­sto non si fa pos­sono pas­sare il con­fine anche per­sone peri­co­lose. Il paese non si è orga­niz­zato in que­sto senso e ne è nata una situa­zione caotica."

Volkswagen: scandalo mondiale, Europa travolta, la Francia trema

di Giorgio Ferrari
Una trama degna di Michael Cri­ch­ton quella che si va sve­lando nell’affaire Volk­swa­gen, se non fosse che non di un romanzo si tratta ma di uno scon­tro di potere ai mas­simi livelli.
La sto­ria – diver­sa­mente da quel che si legge in giro — ini­zia nel 2011 presso un ente della Comu­nità euro­pea, pre­ci­sa­mente l’Istituto per l’energia e i tra­sporti con sede a Ispra (Varese). Un gruppo di ricer­ca­tori, tra cui due ita­liani, met­tono a punto un test di misura delle emis­sioni che non si svolge in labo­ra­to­rio ma on the road, cioè con la vet­tura in movimento.
La con­clu­sione dei ricer­ca­tori, già allora, è che i vigenti test di labo­ra­to­rio non sono adeguati.
I risul­tati indi­cano che men­tre le emis­sioni di idro­car­buri totali e di monos­sido di car­bo­nio nelle vet­ture a ben­zina e die­sel rispet­tano le nor­ma­tive vigenti, quelle degli ossidi di azoto – nelle vet­ture die­sel Euro 5– supe­rano i limiti di 3–4 volte e il con­te­nuto di ani­dride car­bo­nica allo sca­rico risulta supe­riore del 30% rispetto a quello misu­rato in laboratorio.
La con­clu­sione dei ricer­ca­tori è che i vigenti test di labo­ra­to­rio non sono ade­guati, tanto che nel 2013, con la pub­bli­ca­zione di un altro stu­dio, met­tono a punto una pro­ce­dura per risol­vere il problema.

Fumo negli occhi (e nei polmoni)

di George Monbiot 
A Londra, suggeriscono i dati più recenti, uccide oggi più persone del fumo di tabacco. Nel mondo, stima un nuovo studio, causa più morti che non la malaria e l’HIV-Aids messi insieme. Sto parlando della trascurata crisi sanitaria di questo tempo, di cui raramente discutiamo o che addirittura raramente riconosciamo: l’inquinamento atmosferico.
Attacchi cardiaci, infarti, asma, cancro ai polmoni e alla vescica, basso peso alla nascita, basso QI verbale, scarsa memoria e attenzione nei bambini, più rapido declino cognitivo negli anziani e – suggeriscono studi recenti – precoce insorgenza della demenza senile; tutti questi sono tra gli impatti di un problema che, credono ancora molti, abbiamo risolto decenni fa. Le ciminiere possono essersi trasferite in Cina, ma altre fonti, le cui esalazioni sono meno visibili, hanno preso il loro posto. Tra le peggiori ci sono i motori diesel, venduti, ancor oggi, come un’opzione rispettosa dell’ambiente in base all’affermazione che le emissioni di gas serra tendono a essere minori che nei motori a benzina. Ci si comincia a chiedere se di tali affermazioni ci si possa ancora fidare.
La manipolazione dei test d’inquinamento da parte della Volkswagen è un attacco ai nostri polmoni, ai nostri cuori, ai nostri cervelli.

Gli scioperi ci sono anche in Francia, a Parigi. Dove spendono per la cultura quasi il quadruplo

di Vittorio Emiliani
Anche martedì 22 settembre a Ballarò il ministro Franceschini ha molto insistito sulla chiusura per due ore e mezza del Colosseo, a causa di una assemblea sindacale, coi toni di un vero e proprio dramma nazionale. Noi non siamo mai stati teneri con gli scioperi o con le assemblee sindacali nei servizi pubblici essenziali ritenendo che vadano sempre salvaguardati i diritti alla mobilità e alla salute fissati dalla Costituzione, e nemmeno con certi scioperi del passato nei musei. Ma in questo caso ci sembra che il personale del Colosseo avesse pieno diritto ad essere ascoltato visto che appena 27 custodi (1000-1100 euro al mese) si trovano ad affrontare un pubblico che nei giorni normali ascende a 10-12 mila unità e nelle domeniche di ingresso gratuito balza a 30 mila, meno di un custode ogni 1000 visitatori, una follia. Non vedendosi per giunta pagati da nove mesi gli straordinari resisi assolutamente necessari. Eppure la retorica dell'Arte italiana viene declamata ogni giorno.
Quasi nessuno si è sognato di ricordare al premier Renzi e al ministro Franceschini che alla National Gallery di Londra sono in atto scioperi ad oltranza, che scioperi frequenti si sono verificati alla Tour Eiffel e altri al Grand Louvre per protestare contro violenze, bullismo, manomissioni, ecc. Lo stesso in Spagna. Silenzio di tomba su tutto ciò: ignoranza provinciale od omissione voluta?

Da Gibilterra a Bruxelles, in cammino per un’altra Europa

di Massimo Serafini e Marina Turi
Basta! Costruiamo un’altra Europa. Met­tia­moci in mar­cia! Migranti e rifu­giati già lo stanno facendo da giorni, mar­ciano per un futuro migliore, per una Europa delle persone
Una mar­cia Euro­pea — #Euromarcha2015 — lan­ciata dalla Spa­gna, orga­niz­zata da decine di col­let­tivi, orga­niz­za­zioni e movi­menti di almeno 8 paesi dif­fe­renti, per attra­ver­sare l’Europa, dall’1 al 15 di otto­bre, e con­fluire a Bru­xel­les in una grande mani­fe­sta­zione in con­tem­po­ra­nea con la riu­nione del Con­si­glio Euro­peo. La con­fe­renza stampa di lan­cio è stata a Madrid, per­ché 34 sono le orga­niz­za­zioni e i movi­menti spa­gnoli che la con­vo­cano, un nucleo impor­tante già pro­mo­tore delle Marce per la Dignità che, anche per que­sto anno, stanno orga­niz­zando una gior­nata di mobi­li­ta­zione gene­rale in tutta la Spa­gna con­tro le poli­ti­che neo-liberiste del governo della destra.
Gli eco­lo­gi­sti di Equo e quelli di Eco­lo­gi­stas en acción, Attac, quello che resta del movi­mento del 15M, tan­tis­sime orga­niz­za­zioni sin­da­cali, la Piat­ta­forma per una banca pub­blica, i Cri­stiani di base e quelli per il socia­li­smo, Izquierda Unida e Pode­mos, la Marea con­tro la disoc­cu­pa­zione e la pre­ca­rietà che si riu­ni­sce nella par­roc­chia di San Bar­to­lo­meo a Madrid, la rete per l’acqua pub­blica. E poi gli anti­ca­pi­ta­li­sti e anche l’Allenza spa­gnola con­tro la povertà.

giovedì 24 settembre 2015

La coraggiosa verità di Alexis Tsipras

di Antonio Lettieri
Se c’è una ragione prevalente su tutte le possibili altre per la vittoria di Tsipras, essa sta nel fatto che ha detto al suo elettorato la verità.
L’accordo di luglio tradiva le attese di quanti avevano votato per Syriza a gennaio in base alla promessa di farla finita con la politica di austerità. Un voto ribadito con lo straordinario risultato del referendum contro il programma di austerità di Bruxelles. Ma, alla fine, Tsipras, dopo un drammatico quanto impossibile negoziato con i signori dell’eurozona, aveva dovuto sottoscrivere il terzo memorandum peggiore, se possibile, di quelli firmati dai precedenti governi greci.
Perché sottoscriverlo, tradendo le attese della sua duplice vittoria elettorale e referendaria? Tsipras non ha nascosto le ragioni della svolta. Ha detto la verità: ha affermato che non aveva altra scelta, se non l’uscita dall’euro – che era la posizione della Germania secondo la proposta di Schäuble condivisa da Gabriel, leader della Spd. Ma Tsipras non aveva questo mandato. La maggioranza della popolazione greca era contraria all’abbandono dell’euro. E Tsipras, nonostante le accuse di doppiogiochismo, non aveva mai preso in considerazione quest’opzione.

La crisi cinese e la "stagnazione secolare". Lo sguardo globale di Joseph Halevi

Intervista a Joseph Halevi di Francesco Piccioni
Guardare le cose dalla ristretta visuale europea, o peggio ancora italiana, impedisce di cogliere le dinamiche globali, nascondendo molto di quel che avviene - di vitale - sul piano macro.
Questa intervista con Joseph Halevi, docente di economia all'università di Sidney fin dal 1978, consente invece di guardare al mondo da un angolo visuale diametralmente opposto. Spiazzando molte delle visioni consolatorie che girano nel dibattito pubblico, italiano e non. Una visione marxista nei fondamenti teorici, ma soprattutto una "analisi concreta della situazione concreta" che non concede nulla alla falsa coscienza.
Proviamo a ragionare sulla partita crescita dopo che per sette anni si era retta – livello globale – soltanto sulla Cina e i paesi emergenti. E invece esplode il caso cinese...
"La crescita cinese e quella dei paesi emergenti non sono compatibili, nel senso che era la Cina a trainare la loro crescita. Io non vedrei la Cina come un paese “emergente”. E' un paese con un processo di accumulazione di tipo capitalistico-statalista, con le multinazionali, ecc. Se prendiamo ad esempio l'Argentina, non è mica detto che dopo la crisi del 2001 potesse recuperare davvero. Certo, riducendo o non pagando il debito, ha ammorbidito o attenuato di molto gli effetti sociali. Poi è iniziata una crescita stimolata un po' dall'interno, con maggiore spesa, ecc. Ma la vera dinamica argentina si è collegata allora all'enorme crescita delle esportazioni verso la Cina, che era cominciata diventare una grande consumatrice di prodotti agricoli come la soia - quindi anche argentini o del Brasile.

Grecia, interrogativi dopo il voto

di Dario Guarascio
Come abbiamo scritto all’indomani dell’indizione del referendum del 5 luglio, l’avventura politica di Tsipras e del suo partito, Syriza, hanno rappresentato la novità più sorprendente nel monocorde scenario dell’Europa neoliberale. A fronte di una socialdemocrazia europea impegnata nell’esecuzione diligente dei diktat elaborati sull’asse Berlino-Bruxelles, Syriza è riuscita nell’ardua impresa di garantire la maggioranza dei voti - nell’ala sinistra del parlamento ateniese - a chi quei diktat li ha subiti pagandone l’intero prezzo.
Dopo sei defatiganti mesi, quando il muro di gomma delle ‘istituzioni’ è emerso in tutta la sua evidenza, il coraggio del giovane governo greco è parso accrescersi, anziché cedere alle volontà repressive della controparte. L’indizione del referendum, infatti, ha prodotto l’illusione che un uso coraggioso degli strumenti democratici potesse ribaltare le sorti della lotta a favore della classe subalterna e degli ultimi. La formidabile partecipazione al voto del popolo greco, così come la decisione di non astenersi assunta da parte del movimento anarchico, sono stati, in questo senso, eventi di assoluta importanza.
Quanto è avvenuto dal giorno successivo al referendum è, ormai, cronaca nota. L’entusiasmo dell’OKI si è rapidamente trasformato in terrore nell’istante in cui ci si è accorti che al di là del tavolo stesse sedendo un solo soggetto: il pilota automatico.

Un’altra storia

di Guglielmo Ragozzino
La storia del mondo, intesa come ricostruzione del passato è difficile e controversa. La difficoltà di interpretare correttamente i documenti del tempo andato è risaputa; quelli del presente lasciano quasi sempre aperte molti dilemmi e contraddizioni. Più semplice e indiscutibile è la storia del futuro, purché non ci si appassioni ai dettagli. Ma lasciamo per un momento la storia del mondo (tanto va avanti lo stesso senza di noi).
Del futuro, da quando la scienza ha demolito l’arte del vaticinio e l’astrologia, la trasmigrazione e la speranza di paradiso (o il timore dell’inferno) si occupano ormai quasi soltanto gli assicuratori e i banchieri, trasformando in materia sordida la voglia di sapere, di prepararsi. Negli ultimi secoli è cresciuta poi la riflessione ambientale e sulla natura: se faccio adesso qualcosa: costruisco, scavo, brucio, trasformo, di certo modifico l’assetto del mio domani. Avrò abbastanza da mangiare? E se non faccio niente?
Duecento anni fa Tommaso Roberto Malthus ha riordinato il problema. L’aumento della prole e quindi in ultima analisi della popolazione, se libero da vincoli, ha un ciclo di crescita geometrico; l’aumento della produzione agricola, dei beni di sostentamento, a condizioni date, ha un tasso di crescita solo aritmetico.

Dopo le elezioni greche: quale prospettiva per i movimenti? Una critica costruttiva

di Vanebix
Siamo stati in Grecia per le elezioni di gennaio, e per il referendum di luglio, così come eravamo stati in piazza Sintagma negli anni precedenti, se non sempre con i nostri corpi lo siamo stati sempre con i nostri cuori. Abbiamo vissuto la crisi greca e le risposte dei movimenti sociali greci come fossero le nostre, mentre in Italia vivevamo nell’impasse che ha fatto emergere Renzi come il salvatore della patria.
Dopo aver esultato per la vittoria del referendum, quando Tsipras ha convocato la riunione di unità nazionale con tutti i partiti presenti in parlamento, esclusa Alba Dorata, abbiamo visto le espressioni dei nostri compagni in piazza, e abbiamo capito che qualcosa non sarebbe andato come ci aspettavamo. Ma cosa ci aspettavamo?
Da luglio fino ad oggi sulla Grecia, su Tsipras, il suo tradimento, la sua strategia, la sua incapacità negoziale, la sua tattica si sono scritte tante, forse troppe, parole. E in questa entropia, che si alimenta tra facebook e twitter (e magari anche su instagram), una cosa semplice deve essere detta: a luglio un legame si è spezzato, il legame che legava Syriza alle reti sociali e ai movimenti sociali diffusi e radicati in Grecia dalle lotte anti-austerity.

Nessuno tocchi i bambini migranti

di Andrea Iacomini
Viviamo una crisi epocale, storica, che, senza giri di parole, si poteva evitare in parte se si fosse presa in considerazione più di 4 anni fa l'ipotesi di risolvere un'altra grande crisi di questo decennio. Mi riferisco alla guerra in Siria, madre di gran parte dei movimenti umani di questi mesi, Le cronache di oggi però ci impongono di fare proposte concrete e di non recriminare sugli errori commessi dalla comunità internazionale su cui sarà la storia ad emettere il suo giudizio.
Circa un quarto delle persone che hanno cercato rifugio in Europa quest'anno sono bambini e adolescenti. Un numero sempre crescente sta intraprendendo viaggi pericolosi per raggiungere l'Europa, correndo grandissimi rischi. I minorenni che viaggiano attraverso l'Europa stanno vivendo in condizioni inadeguate e di sovraffollamento e corrono un alto rischio di essere vittime di violenza, abuso e sfruttamento.
Solo un'azione coordinata e un'equa distribuzione delle responsabilità tra i Paesi dell'Unione europea potranno prevenire ulteriori perdite di vite umane e sofferenze nei mesi a venire. È necessario che gli Stati membri dell'Unione europea garantiscano protezione a tutti i minorenni migranti e rifugiati a prescindere dalla loro nazionalità, residenza o status migratorio. Tale protezione è prevista dalla Convenzione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza e nella legislazione e nelle misure europee in materia di infanzia, che prevedono la protezione per tutti i minorenni.

Il Pentagono prepara le guerre (evitabili) del dopo-Obama

di Fabio Mini
Gli Stati Uniti stanno aggiornando i loro piani militari in caso di aggressione russa nel Baltico. Secondo Foreign Policy, la pianificazione comprenderebbe sia l’eventualità di una risposta americana nell’ambito della Nato sia di una reazione unilaterale.
Non c’è niente di strano che un comando militare pianifichi le operazioni di contingenza o che aggiorni costantemente quelle esistenti. Non è strano che un comando come il Pentagono pianifichi operazioni sul piano globale. È il suo mestiere. Sarebbe strano il contrario. E sarebbe estremamente innaturale che i comandi militari mantenessero fisse le pianificazioni adattando la realtà alla pianificazione esistente, anche se superata. Ma anche questo è già successo per cinquant’anni e, in un altro senso, è successo nei successivi venticinque.
Durante la guerra fredda si è pianificata una sola opzione – lo scontro tra blocchi – lasciando inalterati i presupposti politici e le grandi strategie e modificando di poco le predisposizioni operative per far posto a nuovi strumenti e metodi. L’implosione del blocco orientale è giunta come una grande sorpresa, subito abilmente trasformata in una vittoria deliberata del blocco occidentale.

Corbyn: il nonnino "social", ma per davvero

di Claudia Vago
Quando sono quasi riusciti a convincerti che con Twitter e i social network non si vincono le elezioni, pur essendo straordinari strumenti con cui diffondere la propria propaganda che, di certo, nessun giornalista metterà in prospettiva o per chiedere come battezzare il gatto, arriva Jeremy Corbyn e spariglia le carte.
Corbyn, 66 anni, si definisce socialista, è un fiero oppositore delle politiche di austerità e un forte critico delle disuguaglianze sociali che, in Gran Bretagna come ovunque altrove, crescono senza sosta, è sostenitore della nazionalizzazione di servizi essenziali, come trasporti e poste, dell’abolizione delle tasse universitarie.
Il genere di politico che la vulgata descrive all’opposto della modernità, un dinosauro ancorato in un’epoca passata, irrimediabilmente passata la cui evocazione è prerogativa di nostalgici poco pragmatici, adatti, al massimo, a fare testimonianza delle proprie idee, non certo governare un paese. Ed è proprio per “fare testimonianza” che Jeremy Corbyn ha deciso di correre come candidato alla guida del Partito Laburista inglese. Salvo che poi le elezioni le ha vinte e ora è davvero leader del principale partito di opposizione britannico.

Grecia, perchè Syriza ha vinto di nuovo

di Dimitri Deliolanes
I primi a essere sorpresi del grande successo elettorale sono stati alla fine gli stessi dirigenti di Syriza. Ovviamente pochissimi in Grecia davano credito ai sondaggi che davano per certo un testa a testa con il partito di centrodestra Nuova Democrazia e hanno dato ancora meno credito ai pochi, come l’Università di Macedonia, che azzardavano addirittura la vittoria dei conservatori. Ma le proporzioni della vittoria si stimavano contenute, non superiori al 4%, stima ampiamente smentita da quel 7,5% definitivo. In sostanza, è risultato che il costo della scissione con i dissidenti di Unità Popolare è costata a Syriza solo un punto in percentuale. Più serio il costo, versato non solo dal partito di Tsipras ma da tutto il sistema politico, pagato attraverso l’astensione.
Eppure, il motivo stesso che ha gonfiato le vele di un partito fino a qualche anno fa minore come Syriza era la sua ferma opposizione alla politica di austerità. Era prevedibile, in particolare da parte dei dissidenti di Syriza, che buona parte di quell'elettorato anti-austerità avrebbe avuto una reazione di rigetto di fronte al “doloroso compromesso” raggiunto, con la pistola alla tempia, tra la Grecia e i creditori al Consiglio Europeo del 12 luglio. In effetti, buona parte degli elettori di gennaio non risparmiano al governo di sinistra accuse di avere nutrito speranze illusorie, di inesperienza, di scarsa capacità nel negoziare e soprattutto una mancanza di progettazione strategica nei rapporti con l’Unione Europea e l’eurozona.

Oltre il fiscal compact con un vero New deal europeo

di Mario Leone
“Nel 2012 l'Ue aveva l'occasione di realizzare due grandi innovazioni di politica fiscale: da un lato aggiornare la specificazione delle regole nominali (60% debito/Pil e 3% deficit/Pil) prendendo atto che le ipotesi macro-economiche su cui si basavano - fatte all'inizio degli Anni Novanta - non erano più attuali; dall'altro, far evolvere rapidamente l'esperienza del primo fondo Salva-Stati verso un embrione di politica fiscale comune, con emissione di debito comune da destinare non solo alle crisi di liquidità, ma anche alla costruzione di un primo sistema di trasferimenti interni all'Unione”.
I due punti qui evidenziati dal prof. Marattin (1) non nascono a caso e non sono il prodotto di astruse formule fantascientifiche.
L’istituzione di un meccanismo permanente di stabilità (ESM, European Stability Mechanism) dell’area euro, consentito da una apposita modifica all’articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell’UE (TFUE), ha costituito uno dei pilastri del nuovo sistema di governance economica europea, di fianco e poi in sostituzione degli strumenti transitori di stabilizzazione finanziaria (European financial stabilisation mechanism, EFSM, e European financial stability facility, EFSF).

Donald Trump & Co. secondo Noam Chomsky

di Noam Chomsky e Amy Goodman
Noam Chomsky è intervenuto sulla politica presidenziale statunitense in un discorso tenuto sabato presso The New School a New York. Affrontando una domanda sul candidato Repubblicano alla presidenza Donald Trump, Chomsky ha valutato il panorama politico: “Gli attuali Democratici sono quelli che di solito venivano definiti Repubblicani moderati. I Repubblicani sono soltanto scivolati via dallo spettro. Si dedicano così tanto alla ricchezza estrema e al potere, che non riescono a ottenere voti… Quello che è accaduto, quindi, è che hanno mobilitato settori della popolazione che ci sono stati per molto tempo…Trump potrebbe essere un intermezzo comico, ma non è poi tanto diverso dalla tendenza dominante, il che penso sia più importante.”
AMY GOODMAN: Dopo il suo discorso, il Professor Chomsky ha letto e risposto a domande del pubblico. Questa è una di quelle domande.
“Che cosa pensa delle buffonate di Donald Trump, in corrispondenza con la sua precedente idea sull’eccezionalismo americano?
NOAM CHOMSKY : Ebbene, in realtà penso che dovremmo riconoscere che gli altri candidati non sono poi così diversi. Cioè, date appena un’occhiata alle loro idee. Sapete, essi vi parlano delle loro idee e sono straordinarie. Così, tanto per rimanere sull’Iran, un paio di settimane fa, i due favoriti – ora non lo sono più – erano Jeb Bush e Scott Walker e avevano opinioni diverse sull’Iran. Walker diceva che dobbiamo bombardare l’Iran; quando verrà eletto bombarderanno immediatamente l’Iran, proprio il giorno in cui verrà eletto. Bush è stato un po’ più serio.

Fidel e Francesco, due rivoluzionari

di Fabio Marcelli
Dio solo lo sa, quanto questo mondo abbia bisogno di rivoluzioni. E quindi di rivoluzionari. Altrimenti si va a finire male. Cambiamento climatico (tema a proposito del qualeNaomi Klein ha appunto invocato la necessità di una rivoluzione), degrado ambientale, guerre in corso e guerre ancora più devastanti dietro l’angolo, come quelle che Obamavaticina con Russia e/o Cina, miseria dilagante, predominio della finanza, approfondimento delle diseguaglianze sociali, migrazioni bibliche cui troppi sprovveduti reagiscono con razzismo e indifferenza, ecc.
Solo nell’immaginario dei piccolo-borghesi terrorizzati e oggi condannati comunque, loro malgrado, a un inesorabile processo di proletarizzazione, rivoluzione significa violenza. Laviolenza, beninteso, può costituire, in alcune situazioni, un mezzo inevitabile cui far ricorso, ma mai il mezzo principale. Chiamiamola piuttosto forza, che necessariamente si abbina al consenso, all’egemonia e al convincimento.
Senza il ricorso alle armi, la rivoluzione non avrebbe trionfato a Cuba, cinquantasei anni fa, spazzando via un regime mostruoso, brutale e corrotto, totalmente asservito agli Stati Uniti e in particolare alla mafia statunitense, come quello di Batista.

Syriza è la sinistra che fa paura perché è realista e vince

Intervista a Dimitrios Papadimoulis di Alfonso Bianchi
La Grecia ha bisogno di un governo che duri quattro anni, e Tsipras sarà “un pilastro di stabilità”, ed è pronto a collaborare anche con le opposizioni per portare a termine le necessarie riforme del Paese. Il vicepresidente del parlamento europeo, Dimitrios Papadimoulis, è raggiante per il successo del suo partito e non accetta le critiche di chi, come Yanis Varoufakis, afferma che la vittoria di Syriza a queste elezioni sia solo la vittoria dei creditori, che potranno vedere applicato il Memorandum. “Noi siamo la sinistra del 21esimo secolo, e facciamo paura perché siamo realisti e vinciamo”.
Pensa che il governo di Syriza e Greci Indipendenti possa durare davvero per tutta la legislatura?
“È importante avere un governo stabile per i prossimi 4 anni, fino al 2019 non ci sono altre elezioni, né europee, né regionali, né locali. Abbiamo grandi sfide di fronte a noi: stabilizzare l’economia, l’atmosfera politica e iniziare a implementare riforme alcune difficili, come quelle contro evasione fiscale, corruzione e Stato clientelare. Il Paese, anche chi ha votato per altri partiti, ci chiede stabilità, e Tsipras sarà il pilastro di questa stabilità”.

Cina-Usa, tappeto rosso per silicon Xi

di Michelangelo Cocco
“Internet è il nuovo motore del futuro economico della Cina e ha un potenziale illimitato”. Con la retorica messianica dei dirigenti dei colossi hi-tech, il 10 settembre scorso Michael Dell ha annunciato un investimento di Dell nella Repubblica popolare di 125 miliardi di dollari per i prossimi cinque anni.
Il direttore esecutivo della terza (dopo Lenovo e Hewlett-Packard) produttrice mondiale di personal computer ha spiegato che la sua azienda “si atterrà al principio ‘In Cina per la Cina’, integrando strettamente le strategie di Dell China con le politiche nazionali per sostenere l’innovazione tecnologica, lo sviluppo economico e la trasformazione industriale della Cina”.
Il 42% delle macchine Dell in Cina ha installato il sistema operativo “NeoKylin”, basato su Linux e co-sviluppato dall’esercito cinese nel tentativo di arginare le intrusioni nemiche: una priorità nazionale dopo che, due anni fa, le rivelazioni dell’ex informatico della CIA, Edward Snowden, portarono a galla il “datagate”, il sistema di cyber-spionaggio internazionale della National Security Agency statunitense.

E ora sciopero generale della sanità

di Ivan Cavicchi
Il decreto messo a punto dal mini­stero della salute è uno schiaffo in piena fac­cia alla pro­fes­sione medica. E’ la ridu­zione della cli­nica a una sorta di medi­cina di Stato quindi di medi­cina ammi­ni­strata. E’ para­dos­sal­mente la nega­zione di una medi­cina dav­vero ade­guata verso la com­ples­sità espressa dal malato. E’ la fine di qual­siasi reto­rica su uma­niz­za­zione e per­so­na­liz­za­zione delle cure.
Con que­sto decreto sulla “appro­pria­tezza pre­scrit­tiva” si passa dalla cen­tra­lità del malato, dalla alleanza tera­peu­tica, dal valore della per­sona, alla cen­tra­lità dei vin­coli ammi­ni­stra­tivi ai quali tutti gli atti medici dovranno con­for­marsi pena la pos­si­bi­lità (fino ad ora solo dichia­rata) di pena­liz­zare i malati e i medici con san­zioni pecu­nia­rie. Così i medici diven­tano dei dispen­ser buro­cra­ti­ca­mente ete­ro­gui­dati, una sorta di distri­bu­tori di ben­zina, che pre­scri­vono non più in scienza e coscienza ma secondo pro­to­colli stan­dar­diz­zati. Così la cli­nica diventa l’esercizio di atti dia­gno­stici e tera­peu­tici stan­dard, i malati per­dono la loro indi­vi­dua­lità diven­tando astra­zioni sta­ti­sti­che. Come si è arri­vati a tutto questo?
Con il decreto lo Stato intende recu­pe­rare almeno 10/13 mld dalla spesa sani­ta­ria cor­rente spe­rando di azze­rare quel feno­meno defi­nito “medi­cina difen­siva” per il l quale almeno l’80 % dei medici (inda­gini fatte dalla cate­go­ria) adotta com­por­ta­menti oppor­tu­ni­sti per pre­ve­nire rischi di con­ten­ziosi legali: pre­scri­vono ana­lisi, far­maci e rico­veri anche quando non servono.

Le conseguenze di Tsipras

di Paolo Ciofi
Quali sono le conseguenze che si possono trarre, in Italia e in Europa, dalla vittoria di Tsipras in Grecia? Da più parti si delinea uno scenario, che equivale a una gabbia ideologica prefabbricata, dal quale non è consentito uscire. Secondo illustri maestri del pensiero, che considerano la politica un semplice gioco di posizionamenti dentro il sistema sociale dato a prescindere dai contenuti, la straordinaria affermazione di Syriza non sarebbe altro che la prova provata di un vecchio assioma: la sinistra, stretta tra spinte scissioniste volte al passato e politiche di austerità prive di alternative, non ha altra prospettiva se non quella di affidarsi all’uomo della provvidenza, che fa e disfa a suo piacimento. In Grecia è Tipras, in Italia è Renzi. E se in Grecia si è dimostrato che non c’è spazio a sinistra di Syriza, altrettanto si profetizza per l’Italia a sinistra del Pd. Come se il Pd fosse Syriza e Renzi fosse Tsipras.
Mescolate i fatti accertati con i vostri desideri e il gioco è fatto. Il leader di Atene si sottopone per tre volte al voto popolare in meno di un anno, e lo statista di Rignano diventa capo del governo con un colpo di palazzo? Non fateci caso, entrambi sono giovani, abili e astuti. L’uno mette nel mirino sindacati e lavoratori, fino al punto di additare come nemici dell’Italia i custodi del Colosseo - ai quali è stato negato il dovuto - per un’assemblea regolarmente convocata, e l’altro, pur nella morsa dei creditori, dichiara di voler restare dalla parte di chi lavora, dei precari, delle donne disoccupate e dei pensionati, come ha fatto in tutti questi anni Syriza? Niente di strano, è solo un particolare irrilevante nel gran circo mediatico in cui gli sfruttati e i subalterni, tutti coloro che subiscono la crisi, non hanno rappresentanza né rappresentazione. In tale visione, la sinistra non è altro che un prodotto equivalente della destra, cui Tsipras e Syriza dovrebbero uniformarsi.

Lo sterminio della minoranza che fu

di Massimo Villone
Alla fine, con gli emen­da­menti Finoc­chiaro alla riforma costi­tu­zio­nale, scop­piò la pace, accom­pa­gnata da vistose mani­fe­sta­zioni di giu­bilo. A dire il vero, non si capi­sce di cosa gioi­sca la fu mino­ranza Pd. Per la ele­zione popo­lare diretta dei sena­tori, che aveva assunto come ban­diera, ha perso su tutta la linea.
Il testo con­clu­si­va­mente con­cor­dato con­ferma anzi­tutto che i sena­tori sono eletti dagli «organi delle isti­tu­zioni ter­ri­to­riali». Quindi non dai cit­ta­dini. Si rin­cara poi la dose aggiun­gendo «in con­for­mità delle scelte espresse dagli elet­tori per i can­di­dati con­si­glieri in occa­sione del rin­novo dei mede­simi organi …». E qui l’ambiguità rag­giunge ver­tici ineguagliati.
Si con­si­deri il con­cetto di con­for­mità. Qua­lun­que sia il signi­fi­cato che si vuole rico­no­scere alla parola, di sicuro non può inten­dersi come «esat­ta­mente coin­ci­dente con». Se così fosse, infatti, il potere di eleg­gere i sena­tori che la norma attri­bui­sce alla assem­blea ter­ri­to­riale sarebbe una sca­tola vuota, una inu­tile super­fe­ta­zione. L’unica let­tura pos­si­bile è che l’assemblea ter­ri­to­riale possa allon­ta­narsi, in più o meno larga misura, dalla volontà degli elettori.

Noam Chomsky: la storia non procede lungo una linea retta

Intervista a Noam Chomsky di Jacobin magazine
In una intervista di un paio di anni fa, lei ha detto che il movimento Occupy Wall Street aveva creato un raro sentimento di solidarietà negli Stati Uniti. Il 17 settembre è stato il quarto anniversario del movimento OWS. Qual è la tua valutazione dei movimenti socialicome OWS negli ultimi venti anni? Sono stati efficaci nel determinare il cambiamento? Come potrebbero migliorare?
"Hanno avuto un impatto; essi non si sono coalizzati in movimenti persistenti e continui. Si tratta di una società molto atomizzata. Ci sono pochissime organizzazioni continuative che hanno memoria istituzionale, che sanno come muoversi nella fase successiva e così via.
Questo è in parte a causa della distruzione del movimento operaio, che era solito offrire una sorta di base fissa per molte attività; ormai, praticamente le uniche istituzioni persistenti sono le chiese. Tante cose sono basate sulla chiesa.
E’ difficile per un movimento prendere piede. Ci sono spesso movimenti di giovani, che tendono ad essere transitori; d’altra parte c’è un effetto cumulativo, e non si sa mai quando qualcosa farà da scintilla per un grande movimento. E’ accaduto tante volte: il movimento per i diritti civili, il movimento delle donne. Quindi, continuate a provare fino a quando qualcosa decolla."

La sinistra e la vita

di Paolo Ciofi
C’è vita a sinistra? Ancora non siamo tutti morti, e per chi non è morto finché c’è vita c’è speranza. Anche se la fatica sta diventando insostenibile. Ma, al di là dei desideri e delle aspettative di ciascuno, il dato di fatto inoppugnabile è che la sinistra oggi politicamente non esiste. Da qui bisognerebbe muovere, chiarendo perché si è arrivati a questo punto. Senza di che costruire una sinistra con caratteristiche popolari e di massa, in grado di incidere sulla vita delle donne e degli uomini del nostro tempo, diventa una missione impossibile.
Nel dibattitto aperto da Norma Rangeri sul manifesto, l’intervento di Bia Sarasini è risuonato come un brusco e necessario richiamo alla realtà, quando ha sottolineato che la (presunta) sinistra non ha avuto, e non ha, nulla da dire alle braccianti come Paola che muoiono di fatica in Puglia o ai dipendenti dell’Ikea che fanno scioperi in tutta Italia. E a milioni di uomini e donne oppresse dallo sfruttamento del capitale. Si domanda Sarasini: «Pensa, la sinistra, immagina, progetta come affrontare, risolvere i problemi della vita di queste persone? Il modo per proteggerle dalla ferocia del capitalismo neo-liberista? Strade percorribili [...], ma che permettano di intravedere modi diversi di vivere? La risposta è brutale: no, da molto tempo questo non avviene». E questo è il centro del problema, che dovrebbe portare a una riflessione e a una mobilitazione collettiva.

Per una lista unitaria ed alternativa della sinistra già dalle amministrative

Negli ultimi anni è stata portata avanti, da parte di tutti i governi che si sono succeduti, una controriforma liberista degli Enti Locali, sia sul terreno dell’autonomia economica che sul terreno dell’ordinamento istituzionale e democratico. Questa sta minando il ruolo degli Enti Locali come possibili “enti di prossimità” più vicini ai bisogni dei cittadini, capaci di garantire diritti costituzionali universali (dalla casa, al welfare, alla mobilità, alla vivibilità) e di creare le condizioni ambientali e territoriali utili allo sviluppo di un economia solidale ed ecocompatibile.
Mentre fino ad alcuni anni fa al centro del dibattito c’era il presunto federalismo e le modifiche costituzionali del titolo V – che noi contrastavamo in quanto lesive del principio dell’ uguaglianza nella dotazione dei servizi per i cittadini ed elemento di accentuazione delle differenze fra territori del nord e del sud – oggi i giganteschi tagli dei trasferimenti agli enti locali, operati in piena continuità dai Governi liberisti a partire dal 2008, rendono l’ Autonomia dei Comuni e delle Regioni praticamente inesistente sul terreno di una corretta programmazione dei servizi sui territori.

Renzi taglia le prestazioni sanitarie per finanziare l’abbattimento delle tasse

Intervista Tonino Aceti di Roberto Ciccarelli
Tonino Aceti, por­ta­voce del tri­bu­nale per i diritti del malato-CittadinanzaAttiva, con­te­sta l’esistenza di un’emergenza creata dall’eccesso di pre­sta­zioni sani­ta­rie che coste­rebbe allo Stato 13 miliardi di euro all’anno. In base a que­sta cifra, il governo Renzi ha deciso di tagliare 208 pre­scri­zioni con­si­de­rate «esami inu­tili». «Parto da un dato incon­te­sta­bile per­ché isti­tu­zio­nale – afferma Aceti — Nel 2014 per l’Istat il 9,5% della popo­la­zione ha rinun­ciato a una pre­sta­zione sani­ta­ria di cui aveva biso­gno a causa delle lun­ghe liste di attesa, dell’inefficienza orga­niz­za­tiva e del costo dei tic­ket. Non è un fatto di poco conto: il dato è aumen­tato in un anno dello 0,5%. Nel 2013 riguar­dava il 9% dei cit­ta­dini. Que­sto allarme lan­ciato dalla mini­stra della Sanità Loren­zin per noi è esat­ta­mente l’opposto: in Ita­lia esi­ste una dif­fi­coltà ad acce­dere alle pre­sta­zioni, non un loro eccesso».
Non crede che sia neces­sa­rio miglio­rare l’appropriatezza delle pre­scri­zioni? Se è così per­ché il governo ha lan­ciato l’allarme?
"Per fare cassa e finan­ziare l’abbattimento delle tasse annun­ciate dal pre­si­dente del Con­si­glio Renzi. Il decreto sull’appropriatezza è neces­sa­rio per repe­rire le risorse, sca­ri­cando i costi sulle spalle dei cit­ta­dini e del Wel­fare.

Si ammali chi può

di Eleonora Martini
Messo defi­ni­ti­va­mente in sof­fitta l’obiettivo prio­ri­ta­rio di pre­ve­nire le malat­tie che era alla base della riforma sani­ta­ria del 1978, la mini­stra della Salute Bea­trice Loren­zin allunga ulte­rior­mente fino a 208 voci, rispetto alle 108 dell’agosto scorso, l’elenco degli esami cli­nici — da inse­rire in un pros­simo decreto legge — che saranno coperti dal Sistema sani­ta­rio nazio­nale solo a deter­mi­nate con­di­zioni, pre­ve­dendo san­zioni per i medici che non rispet­tano i paletti impo­sti e per­se­ve­rano invece in quell’«eccesso di pre­scri­zioni» esploso negli ultimi anni con la cosid­detta “medi­cina difensiva”.
Un pro­blema, quello dell’appropriatezza delle pre­scri­zioni di test dia­gno­stici (ma di abuso di far­maci non parla più nes­suno) su cui tutti con­cor­dano, inclusi, con scarsa auto­cri­tica, i camici bian­chi, e che com­por­te­rebbe secondo i cal­coli gover­na­tivi uno spreco di risorse pub­bli­che pari a 13 miliardi ogni anno. I medici però non ci stanno ad accet­tare il «metodo repres­sivo» che limita la loro azione «in scienza e coscienza» e «rischia di incri­nare il rap­porto di fidu­cia col paziente». Ma soprat­tutto, si riper­cuote sulla salute pub­blica, aumen­tando il diva­rio tra le oppor­tu­nità di accesso alle cure a seconda del censo e della regione di appartenenza.