La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 2 ottobre 2015

Referendum e opposizione a Renzi. Un percorso possibile

di Giuseppe D'Elia
Il mancato raggiungimento delle firme necessarie per la presentazione dei quesiti referendari, lanciati frettolosamente quest’estate, per abrogare alcune norme delle cosiddette riforme renziane, offre l’occasione per ragionare bene su come coordinare al meglio l’opposizione all’iniziativa governativa.
Pippo Civati, giustamente, ha sempre sostenuto che sui contenuti c’è un vasto accordo tra tutti quelli che non appoggiano il governo Renzi. Ma non basta essere critici del Jobs Act, dello Sblocca Italia, della Buona Scuola e dell’Italicum. Non solo perché, chiaramente, non tutte le critiche a queste leggi hanno lo stesso segno (la prospettiva critica di Lega e Forza Italia è verosimilmente diversa da quella di Sel e M5S). Ma perché se si vuole intervenire su queste leggi, con lo strumento del referendum abrogativo, bisogna fare molta attenzione alla scrittura dei vari quesiti: la forma in questo caso conta quanto la sostanza, se non si vuole rischiare che la Corte costituzionale li dichiari inammissibili.
Tuttavia, l’errore più grande che c’è stato in questa improvvisata campagna referendaria estiva è stato quello di sopravvalutare il peso effettivo del malcontento che c’è oggi nel Paese, verso l’azione governativa.
Questo è un punto fondamentale: oggi è vero che c’è una fetta consistente dell’elettorato attivo (intorno al 40%, stando ai sondaggi) che non sa chi votare o non vota, ma questo non significa solo ed esclusivamente sfiducia nel governo Renzi e nel PD.

L'eredità di Pietro Ingrao

di Nichi Vendola
Dire di Pietro Ingrao, ora che ci misuriamo con la sua assenza, significa entrare dentro le pieghe di un secolo, il Novecento, che fu il grembo della società di massa, con le sue luminose utopie e le sue mostruose tenebre.
Un secolo negletto e aborrito dai cantori di quell'eterno presente che ridicolizza il passato ma anche il futuro. Viviamo come in apnea: e ci manca l'aria, manca l'ossigeno, la politica e la vita sembrano consumarsi nel chiacchiericcio di giornata e nella velocità di un tweet. Noi siamo a disagio e siamo a rischio proprio perché abbiamo subìto la banalizzazione e la manipolazione della memoria collettiva e della coscienza storica. Per capire dove siamo finiti e cosa siamo diventati occorre tornare a interrogare il Novecento, il secolo delle rivoluzioni e dei fascismi, della libertà come vertenza di popolo e dello sterminio come programma politico e organizzazione industriale.
Ingrao fu un figlio speciale di quel secolo di smisurate ambizioni e altrettanto smisurate tragedie. Com'è noto, fu l'arte, il gesto della creazione artistica, la parola che scolpisce versi, il racconto della macchina da presa, furono la letteratura e il cinema gli arnesi con cui il giovane Ingrao formò il proprio sguardo sul mondo.

Gli obiettivi raggiunti

di Andrea Pertici
Quest’estate – e soprattutto in questo mese di settembre – sui referendum proposti da Possibile sono state raccolte davvero tante firme (almeno trecentomila oltre a quelle non ancora certificate). L’obiettivo era di raccoglierne cinquecentomila, per cambiare – già da questa primavera e in modo molto concreto – alcune scelte compiute da questo governo su democrazia, ambiente, lavoro e scuola.
Avevamo proposto sin dall’inizio a molte forze politiche e sindacali e associazioni di condividere questo percorso, di essere al nostro fianco in questo concreto modo di cambiare alcune politiche e con esse, probabilmente, la politica. Soltanto pochissimi (come Green Italia e Critica liberale) si sono uniti alle nostre richieste.
Così, alla fine le firme sono state raccolte dalle donne e gli uomini di Possibile, una ad una, raggiungendo un numero che da cinque anni non era mai stato raggiunto da nessuno. E il maggior numero di firme è stato conseguito sul quesito del preside manager che parte dell’associazionismo avversava (pur dichiarandosi contrario alla legge), ma che insegnanti e genitori firmavano a tutto spiano.
Abbiamo comunque raggiunto alcuni bellissimi obiettivi.

Il regolamento del più forte

di Andrea Fabozzi
La tra­ci­ma­zione dei sena­tori dal gruppo di Forza Ita­lia a quello ormai sta­bil­mente in mag­gio­ranza di Ver­dini, il nego­ziato con la mino­ranza Pd che ha ridotto il dis­senso interno da una tren­tina di sena­tori a due o tre sono cose che cer­ta­mente aiu­tano. Ma pro­ba­bil­mente non sareb­bero bastate al governo per far appro­vare la legge di revi­sione costi­tu­zio­nale entro il 13 otto­bre, data sulla quale Renzi non tran­sige. Ci voleva una grossa mano da parte del pre­si­dente del senato, quel Pie­tro Grasso con il quale nell’ultimo mese il pre­si­dente del Con­si­glio ha più volte cer­cato lo scon­tro isti­tu­zio­nale, lan­ciando avver­ti­menti e ulti­ma­tum. Evi­den­te­mente andati a segno, per­ché quella mano è arri­vata. Anche più gene­rosa del pas­sato. Grasso ha con­sen­tito qual­siasi strappo al rego­la­mento e ha seguito passo dopo passo il per­corso trac­ciato dai tec­nici di palazzo Chigi e di palazzo Madama per aggi­rare gli osta­coli alzati dalle oppo­si­zioni con­tro un governo che non accetta modi­fi­che alla «sua» riforma costi­tu­zio­nale. Ieri sera, prima dell’ultima inter­pre­ta­zione del rego­la­mento utile ad allon­ta­nare peri­co­lose vota­zioni segrete dal cam­mino dell’articolo 2, il pre­si­dente del senato non si è fatto scru­polo di riu­nirsi a palazzo Madama con la mini­stra Boschi per stu­diare assieme le stra­te­gie d’aula.
E così la riscrit­tura di oltre un terzo della Costi­tu­zione pro­cede spe­dita. Ieri è stato appro­vato l’articolo 1 che sta­bi­li­sce la fun­zioni del senato, gra­zie alla risco­perta della tec­nica dell’emendamento «kil­ler». Grasso lo aveva già con­sen­tito all’inizio dell’anno sulla legge elet­to­rale, allora reg­geva ancora il «patto del Naza­reno» e l’emendamento Espo­sito servì a pie­gare la mino­ranza Pd. Ieri l’emendamento Cocian­cich ha scan­sato il rischio di vota­zioni segrete.

Renzi in camicia bianca e l'euforia della Voce del padrone

di Michele Prospero
Al Corriere della Sera vivono un periodo di grande euforia. Con l’asse Renzi-Marchionne saldamente al timone dell’azienda Italia, sentono di non essere mai stati così al centro del potere. È forse per questo profumo di potenza che i suoi commentatori di punta scrivono cose al di fuori dall’ordinario, per celebrare il bel tempo che corre sotto la gloriosa egemonia della corte gigliata.
In un editoriale, scritto a commento delle giornate di Cernobbio, quando i fogli di Palazzo parlavano di “Renzi che seduce villa d’Este”, Dario Di Vico esaltava le parole nuove del premier che, “senza nemmeno fare il bullo”, aveva ritrovato “il primato della politica”. Cosa mai di così straordinariamente politico aveva colpito del discorso di chi un tempo fu patentato bullo? Il Corriere aveva scoperto un contenuto davvero fondamentale. Renzi “ha mandato un messaggio chiaro: il governo di Roma c’è”.
Scoperta brillante. Ci voleva l’editoriale per comprendere l’acutezza di un pensiero politico che fornisce la prova ontologica dell’esistenza di Palazzo Chigi. E, venendo alla sostanza, anche l’editorialista del Corriere confessava: “Francamente non ci ha detto cose che non sapessimo”. È il bello della narrazione politica in stile fiorentino. Niente di nuovo sotto il sole, banali parole al vento. E però la grande stampa ricama sull’ovvio.

Marchionne, lo schiaffo americano

di Antonio Sciotto
«Vote no to Ser­gio». Uno slo­gan che ha avuto molta for­tuna tra i 36 mila dipen­denti ame­ri­cani del gruppo Fca, tanto che ieri il super ceo dei due mondi (Ser­gio) Mar­chionne ha rice­vuto uno schiaffo che deci­sa­mente fino a qual­che giorno fa non si sarebbe aspet­tato. Il 65% dei lavo­ra­tori Fiat Chry­sler ha infatti riget­tato l’accordo siglato dal mana­ger con Den­nis Wil­liams, pre­si­dente del sin­da­cato Uaw (Uni­ted auto wor­kers). È la prima volta in 30 anni che accade nella sto­ria di que­sta orga­niz­za­zione, e addi­rit­tura si minac­cia uno scio­pero: pare che per bat­tere un record così impor­tante ci volesse pro­prio il (nostro) Ser­gio. E dire che Mar­chionne ha sem­pre van­tato ottimi rap­porti con le tute blu Usa, con­trap­po­nen­dole ai più riot­tosi e a suo parere vetero ope­rai ita­liani. Ed è un modello per il nostro pre­mier Mat­teo Renzi.
Ma quando si parla di sala­rio e di ugua­glianza, il “vetero” rie­merge pre­po­ten­te­mente: il punto più con­tro­verso dell’accordo con lo Uaw, infatti, riguarda la paga ora­ria dei più gio­vani, quelli entrati dopo la sto­rica fusione tra la Fiat e la Chry­sler. E che hanno per­messo, accet­tando sti­pendi di fatto dimez­zati, alla nuova Fca di ripar­tire. E di arri­vare oggi a ottime per­for­mance: la divi­sione Usa dell’azienda ha chiuso il 2014 con un pro­fitto del 4%, e adesso che l’auto ita­loa­me­ri­cana torna a tirare, le tute blu si sono chie­ste: e noi?

Pesi, contrappesi e deserti politici

di Alfredo Morganti 
Dice Goffredo Bettini che le modalità di elezione dei senatori sono una questione “di dettaglio” (tant’è vero che lui il Senato lo abolirebbe). Mentre il punto vero è la “strutturale e tragica assenza di credibili canali di rappresentanza tra cittadini e potere. Un tempo questo lavoro veniva svolto dai partiti di massa. Oggi c’è il deserto”. Per spiegarsi meglio, espone la sua formula vincente: “Massimo decisionismo del leader e massima decisione diretta da parte dei cittadini”. E in mezzo il deserto, appunto! Deserto delle istituzioni rappresentative (ridotte a una soltanto, per di più formata da nominati che, col maggioritario, sono minoranza della minoranza). Deserto dei corpi intermedi (a partire dai sindacati, che Bettini vorrebbe ‘riformati’, magari con le primarie). Deserto della politica, che si farebbe solo ai vertici (le stanze dove si riuniscono le classe dirigenti), nelle piazze (il leader che fa discorsi), a Palazzo Chigi (il leader che prende decisioni in nome della nazione e del suo partito), sui media (occupando tv e social) o nei referendum (che somigliano sempre più a Grandi Eventi come l’Expo). Mentre invece, dico io, la politica andrebbe fatta soprattutto tra le persone, orizzontalmente e forse pure lateralmente rispetto alla verticalità e alla immediata fenomenologia dei vertici del potere.
Bettini punta il dito sull’attuale assenza di canali di rappresentanza sociale e sulla fine del partito di massa. Ma chi lo ha voluto il partito liquido, leggero, striminzito, in capo al quale doveva esserci il leader, l’alfiere, il pezzo da novanta, il comandante in capo, e sotto di lui al massimo un cerchio magico di lacchè, più una direzione bulgara e, infine, le primarie aperte o plebiscitarie? Io? Bersani? Berlinguer? Breznev? Molotov? Fidel Castro? Chi ha voluto QUESTO partito? Così com’è adesso, proprio così? Domanda retorica.

Rottamazione? No, antiquariato. Vorrebbero la vita di Renzi in diretta

Intervista a Carlo Freccero di Micaela Bongi
Mar­tedì sera Mat­teo Renzi ha assi­cu­rato, diret­ta­mente a Bianca Ber­lin­guer, che lo ha inter­vi­stato per il Tg3 da lei diretto, di non voler cac­ciare nes­suno, non è il suo mestiere e la Rai deve essere indi­pen­dente. Caso chiuso? Mac­ché. Il con­dut­tore di Bal­larò, Mas­simo Gian­nini, dice al Fatto che «se si smor­zano i toni è un bene». Ma poi­ché è stato pro­prio il pre­mier a aprire la cam­pa­gna con­tro il talk, descrive così i ripe­tuti attac­chi degli ultimi giorni da parte Pd, com­presi quelli di Michele Anzaldi che ha indi­cato la porta alla diret­trice del Tg3: «E’ come quando il cac­cia­tore scio­glie la muta dei cani — dice Gian­nini — parte subito la cac­cia: si sca­te­nano tutti quelli che intorno e al di sotto del pre­si­dente del Con­si­glio si sen­tono tito­lati a spa­rare su chi fa tele­vi­sione in modo sgra­dito». E così subito si è ria­perta la cac­cia a Giannini.
Anche Carlo Frec­cero, ora nel nuovo cda di viale Maz­zini, spera che le acque si siano pla­cate, «ma io vedo che con­ti­nua il bom­bar­da­mento». Men­tre Renzi vor­rebbe «una Rai della nazione che rac­conti che è tutto bello, vuole l’Eiar».
Frec­cero, ora i ren­ziani pro­te­stano per­ché Gian­nini avrebbe offeso Anzaldi e dicono che per «la Costi­tu­zione c’è un limite alle espres­sioni rivolte a un rap­pre­sen­tante del popolo».

La Carta di Bolzano per il diritto d’asilo

di Luigi Manconi
All’alba del 3 otto­bre del 2013 nau­fra­gava, al largo di Lam­pe­dusa, un pesche­rec­cio pro­ve­niente dal porto libico di Misu­rata. Le vit­time accer­tate — ma chissà quanti i dispersi — furono 366: prin­ci­pal­mente uomini di nazio­na­lità eri­trea.
L’ennesima tra­ge­dia del Medi­ter­ra­neo in cui a per­dere la vita, ancora una volta erano per­sone in fuga da situa­zioni atro­ce­mente invi­vi­bili e inten­zio­nate a chie­dere pro­te­zione in Europa.
Dai primi anni ’90 si cal­co­lano oltre ven­ti­mila morti in quel tratto di mare, quasi tre­mila solo negli ultimi nove mesi.
Chi rie­sce a soprav­vi­vere approda in Ita­lia, con­si­de­rata nella mag­gior parte dei casi una terra di tran­sito: attra­ver­sata da migranti che, in genere, vogliono rag­giun­gere il nord Europa per­ché lì pos­sono ritro­vare parenti e amici; per­ché lì hanno mag­giori pos­si­bi­lità di intra­pren­dere un per­corso di studi e di tro­vare lavoro; e,infine, per­ché lì rice­vono fin da subito un’accoglienza che con­si­de­rano migliore e più effi­cace di quella dispo­ni­bile in altri paesi dell’Unione.
Uno dei pas­saggi cri­tici di que­sta lunga tra­ver­sata è Bol­zano, o più pre­ci­sa­mente la sua stazione.

Tutti i limiti del Reddito d’inclusione attiva

di Elena Monticelli 
Il 22 luglio scorso è stato presentato dal Ministro del Lavoro Poletti il «Piano nazionale di contrasto alla povertà e all'esclusione sociale» che, secondo quanto ribadito dalle dichiarazioni del Governo, dovrebbe essere finanziato nella prossima legge di stabilità.
Dalle informazioni reperibili fino ad ora, questo piano nazionale prevederebbe l’introduzione di una misura di welfare chiamata RIA – Reddito d’Inclusione Attiva, un assegno familiare per i nuclei aventi un ISEE inferiore a circa 3.000 euro, non beneficiari di altri trattamenti previdenziali o assistenziali rilevanti o comunque inferiori ad una determinata soglia. In cambio chi riceve il sussidio dovrebbe impegnarsi ad accettare di partecipare a percorsi formativi. La misura costerebbe 1,5 miliardi. “Quanto al finanziamento dei servizi per l'inclusione attiva, i territori potranno beneficiare di risorse del Fondo Sociale Europeo, e in particolare del PON Inclusione che il Governo ha presentato a Bruxelles e che la Commissione Europea ha approvato, per un ammontare di 1,2 miliardi nei prossimi sette anni.”1
Dalle poche informazioni disponibili è tuttavia possibile fare alcune considerazioni in relazione alle vicende ed il dibattito pubblico degli ultimi mesi.

Il consumo di suolo avanza. Ma la proposta di legge giace

di Tiziana Barillà
Tic tac. Per ogni secondo che passa otto metri quadrati di terra vergine vengono asfaltati o cementificati. Un consumo di suolo che negli ultimi 50 anni ha avuto un ritmo di 90 ettari ogni giorno. L’emergenza ambientale la ricorda il geologo Mario Tozzi sul quotidiano La Stampa di ieri. È un’emergenza che supera di intensità persino il fenomeno dell’inquinamento, da amianto e da traffico. Secondo i conti riportati di Tozzi, e già denunciati dal Wwf a febbraio, di questo passo, nei prossimi 20 anni saranno perduti 660mila ettari. Come se asfalto e cemento inghiottissero una regione grande due volte la Valle d’Aosta.
No, preoccuparsene non è una roba da hippy. Le conseguenze di ciò sono il danneggiamento dell’equilibrio idrogeologico, quello di cui ci ritroviamo a parlare ogni qual volta un fenomeno naturale travolge o annega le nostre case, le nostre auto, le nostre città. Per non parlare poi del paesaggio e dei danni che questo disastro provoca alla nostra salute.

Il sindacato europeo rispolvera la “lotta”

di Antonio Sciotto
Abi­tuati a un sin­da­cato euro­peo ormai seduto, carico di scar­tof­fie, rituali, buro­cra­zie, e che raris­si­ma­mente scende in piazza? Il Con­gresso della Ces che si chiude oggi a Parigi ha ten­tato di riscat­tare un’immagine ormai parec­chio offu­scata, e ieri da Car­melo Bar­ba­gallo, segre­ta­rio Uil, è arri­vato l’invito a tor­nare a mobi­li­tarsi: «Negli inter­venti che ho ascol­tato in que­sti giorni — ha detto dal palco — ho sen­tito par­lare di rac­co­man­da­zioni, di buone prassi, di atti­vità nego­ziale. Ma nel nostro dizio­na­rio non ci sono più le parole: “riven­di­ca­zione”, “mobi­li­ta­zione”, “lotte”? Pen­siamo che con le sole rac­co­man­da­zioni sia pos­si­bile con­tra­stare il neo libe­ri­smo delle mul­ti­na­zio­nali e dei governi che cer­cano di divi­derci tra gio­vani e anziani, tra occu­pati e disoccupati?».
Ma il cen­tro del dibat­tito, al Con­gresso, è stato soprat­tutto il tema del sala­rio minimo euro­peo, da riven­di­care per evi­tare il dum­ping tra i diversi paesi: il sin­da­cato ita­liano arriva con una posi­zione molto netta, e se apre a uno stan­dard Ue, è però deciso a difen­dere il ruolo del con­tratto nazio­nale all’interno dei con­fini italiani.

Il diritto alla salute dei non autosufficienti e l'equilibrio di bilancio in Costituzione. Appello

di Maria Grazia Breda e Francesco Pallante
A livello culturale e giuridico è diventato urgente riaffermare il diritto alle cure sanitarie e socio-sanitarie di lunga durata, costituzionalmente garantito, che riguarda gli anziani malati non autosufficienti e/o con demenze e le persone con gravi disabilità invalidanti dipendenti in tutto dall’aiuto di altri, di qualunque età e, quindi, anche minori. Si tratta di circa un milione di cittadini italiani. Sono malati gravi ai quali è indispensabile assicurare la continuità terapeutica e che perciò non possono essere collocati in liste d’attesa; in questo caso infatti viene messa a rischio, per mancanza di cure, la loro stessa sopravvivenza (*1 ).
Per garantire il loro diritto alla cura anche nelle fasi di lunga durata, il nostro sistema sanitario nazionale ha definito le prestazioni rientranti nei Lea, livelli essenziali di assistenza socio-sanitaria (*2). Tuttavia, questo diritto, che è costituzionalmente garantito (*3), viene in moltissimi casi negato. La conseguenza è uno strisciante abbandono terapeutico per carenza di cure, di prestazioni domiciliari, di ricoveri in strutture socio-sanitarie idonee.
Da un lato la crisi economica è diventata un pretesto per inserire a tutti i livelli vincoli di bilancio e tetti di spesa (*4). Dall’altro si punta a negare la condizione di malati, per ricondurre le esigenze di cura a semplice bisogno di “assistenza/badanza” (*5). Di fatto si lascia alla giurisprudenza amministrativa il ruolo, che spetta alla politica, di garantire i diritti e di individuare le priorità a cui destinare le risorse disponibili (*6).

Rapporto Lunaria. Come fare cose buone con i dati

di Duccio Zola
Nella società dell'informazione e della conoscenza i dati e le statistiche hanno un ruolo cruciale. E la società civile è sempre più impegnata su questo fronte. In tutto il mondo gruppi, reti e organizzazioni civiche lavorano con i dati e le statistiche, e proprio a partire dal loro utilizzo sperimentano innumerevoli pratiche di innovazione e progresso sociale sostenibile.
Sono questi, in estrema sintesi, i risultati del Rapporto “Come fare cose (buone) con i dati”, appena pubblicato da Lunaria nell'ambito delle iniziative del progetto europeo Web-COSI – acronimo di Web Communities for Statistics for Social Innovation – a cui Lunaria partecipa insieme all'Istat (istituzione capofila del progetto), l'Ocse e la community inglese di imprenditori sociali i-genius.
l Rapporto di Lunaria si concentra sull'analisi di tre fattori strettamente interdipendenti: l'importanza dei dati e delle statistiche all'interno di società complesse e informatizzate come le nostre, il prezioso lavoro che gli attori della società civile realizzano con i dati e le statistiche, e i traguardi di progresso e innovazione sociale che possono essere conseguiti grazie all'incontro tra i due precedenti fattori.

L’azienda chiude? La prendono i lavoratori. E’ successo già 252 volte

L’azienda chiude? La prendono i lavoratori. I beni comuni vengono svenduti? Li tutela la comunità. I beni vengono confiscati alla criminalità organizzata? Li gestiscono soggetti sociali. Sono le nuove sfide della cooperazione, che negli ultimi anni non solo sono cresciute in numero e portata, ma che hanno anche subìto una forte spinta innovativa. A renderne conto è l’Euricse, l’Istituto europeo di ricerca sull’impresa cooperativa e sociale, che ha pubblicato il terzo rapporto “Economia cooperativa. Rilevanza, evoluzione e nuove frontiere della cooperazione italiana”.
In Italia nel complesso sono 67.062 le cooperative attive, che hanno generato un valore di produzione di 90,7 miliardi di euro e che hanno dato lavoro a oltre un milione di persone. In 10 anni – dal 2001 al 2011, quindi anche in piena crisi – sono aumentate del 15%. Tra queste, le cooperative sociali sono 11.264, con una crescita dell’88,5 per cento in 10 anni. Ma la vera portata innovativa sta tutta qui, nelle nuove forme cooperative che negli ultimi anni hanno preso sempre più piede in Italia. “Nuovi tipi di cooperative caratterizzate da un orientamento sociale più marcato di quelle tradizionali, orientate cioè a perseguire interessi di carattere generale, più che a risolvere un problema economico di un particolare gruppo sociale” evidenzia Euricse. E questo avviene in almeno tre ambiti: le cooperative costituite tra lavoratori per scongiurare la fine di un’azienda, quelle nate per gestire beni a favore di intere comunità di cittadini e quelle impegnate nella gestione di beni confiscati alla criminalità organizzata.

Tagliare la sanità utile per un ponte inutile: ecco il governo del Pd

di Vincenzo G. Paliotti
E’ ritornato in ballo il ponte sullo Stretto, me lo aspettavo e ad annunciarlo è il ministro Alfano, nemmeno quello delle infrastrutture. Si cominciano a regolare i conti in casa del governo. Così, si potranno sprecare i soldi pubblici per celebrare la grandezza dell’attuale premier/segretario. Rispettando naturalmente tutto quello che ci sarà dietro: mazzette, tangenti, appalti concessi a peso d’oro, costi gonfiati naturalmente per i vari passaggi di mano. Oltre al fatto che questo era il “piatto forte” che Berlusconi voleva servire agli italiani e non ci è riuscito anche per l’opposizione di quelli che oggi invece, cambiando di nuovo idea, appoggiano il progetto (perché ci sono loro a grufolare nel trogolo).
Al solito però si è guardato al fatto in superficie, senza però curare quelli che saranno “gli effetti collaterali” sicuramente negativi, che poi è una costante delle riforme e dei provvedimenti che il premier/segretario sta mettendo in atto.
In un paese dove uno dei problemi principali è l’occupazione non si è pensato che semmai sarà messo in opera questo “monumento” alla grandezza del premier/segretario, che già se ne bea, tutta quella piccola economia che ruota intorno alle due sponde morirà creando un deserto, senza contare i posti di lavoro che si perderanno perchè immancabilmente le compagnie di navigazione adibite al passaggio dello stretto saranno costrette a chiudere o al massimo ridurre notevolmente l’attività, e qui altri posti di lavoro che si perderanno e tante famiglie andranno ad incrementare le percentuali, già cospicue, di povertà.

Luther Blissett: «Il nostro corridoio umanitario è possibile»

di Gina Musso
«Oggi se si deve inter­ve­nire a livello di pro­du­zione di realtà e di imma­gi­na­rio biso­gna farlo con moda­lità più proat­tive e con­crete che met­tano in luce le con­trad­di­zioni pro­prie della poli­tica e dell’economia».
Ben­tor­nato Luther Blis­sett, e gra­zie per aver dato con­cre­tezza – anche se la cosa è durata solo poche ore – al sogno di inci­dere sulla tra­ge­dia dei pro­fu­ghi che rischiano la vita e troppo spesso la per­dono per rag­giun­gere clan­de­sti­na­mente l’Europa. «In que­sto uni­verso 3000 per­sone sono morte nel Medi­ter­ra­neo nel 2015. Per qual­che ora altre per­sone hanno potuto imma­gi­nare un uni­verso paral­lelo», si legge nella “riven­di­ca­zione” della falsa noti­zia dif­fusa mer­co­ledì dal col­let­tivo dal nome mul­ti­plo che dal 1994 – e nella fat­ti­spe­cie dopo un lungo silen­zio — firma azioni in cui il “falso” è inteso come gri­mal­dello dell’esistente e stru­mento di lotta poli­tica. Il report era di quelli che rischia­rano gli spi­riti: Ryan Air apre le sue rotte verso il nord Europa ai pro­fu­ghi privi di visto e si accolla anche le san­zioni pre­vi­ste per le com­pa­gnie che disat­ten­dono la diret­tiva euro­pea vigente.

Italia, paese più ''vecchio'' d'Europa: nel 2015 gli anziani raddoppieranno

Grazie ai progressi della medicina e della ricerca, la popolazione mondiale di eta'' superiore ai 60 anni raddoppierà entro il 2050, passando dai 900 milioni di individui di oggi a quasi 2 miliardi, e supererà il numero dei bambini di età inferiore a 5 anni entro il 2020. E' quanto emerge dal nuovo Rapporto sull'Invecchiamento e la Salute lanciato oggi dall'Organizzazione Mondiale della Sanità alla vigilia della Giornata Internazionale degli Anziani in programma il 1°ottobre. Secondo le stime dell'Oms, a livello globale, la popolazione aumenta a ritmi sempre più veloci: oggi, per la prima volta nella storia, la maggior parte delle persone raggiungono e superano i 60 anni, mentre 125 milioni di persone nel mondo raggiungono gli 80; entro il 2050 la maggior parte di questi- 120 milioni- vivranno in Cina, mentre 434 milioni nel resto mondo. ‘Oggi, la maggior parte delle persone, anche nei paesi piu'' poveri, vivono sempre piu'' a lungo- afferma Flavia Bustreo Vice Direttore Generale Salute delle Donne e dei Bambini presso l''Oms- Ma questo non e'' sufficiente. Dobbiamo garantire che la terza eta'' sia vissuta in salute, consentendo l''accesso alle cure anche a chi vive in condizioni svantaggiate e continuare a lavorare insieme ai Paesi per aumentare la qualità della vita delle persone anziane. Il raggiungimento di questo obiettivo non sarà solo un bene per le persone anziane, ma sarà un bene per la società nel suo complesso’.
Nel 2050, secondo il Rapporto dell''Oms, l'80% della popolazione anziana vivrà nei Paesi a medio e basso reddito. E mentre in Europa, la popolazione anziana è aumentata dal 10% al 20% in circa 150 anni, nei paesi come Brasile, Cina e India ci vorranno poco più di 20 anni per raggiungere lo stesso cambiamento. L'Italia, grazie ad alcuni dei fattori che hanno contribuito a raggiungere un'alta qualità della vita- dall'accessibilità universale delle cure, all'alto livello del sistema sanitario tra cui anche i risultati raggiunti nella salute materno-infantile - si attesta al secondo posto per popolazione più anziana al mondo: il 21,4% dei cittadini è over 65 e il 6,4% è over 80, seconda solo al Giappone, e medaglia d'oro d'Europa seguita da Germania e Portogallo.

Il biologico va al super

di Duccio Facchini
Secondo Expo 2015 Spa, la “Carta di Milano” avrebbe dovuto rappresentare l’“eredità” dell’Esposizione che terminerà il prossimo 31 ottobre. Stampatela -è sul sitowww.carta.milano.it- e cercate la parola “biologico” (o affini): compare due volte in 10 pagine, a proposito di programmi di educazione alimentare nelle scuole e di “valorizzazione della biodiversità”. Nient’altro. Eppure il biologico, a Expo, ha un padiglione: è il “Biodiversity Park”, gestito da BolognaFiere, l’“Official Partner della biodiversità e del biologico”, presentato come “leader mondiale nell’organizzazione fieristica nei settori della cosmetica, moda, architettura e costruzioni, arte, industria automobilistica, cultura e macchinari agricoli”. 
I termini, i contenuti e il valore del contratto di sponsorizzazione non sono pubblici -così come i criteri di coinvolgimento di aziende come Granarolo-, sta di fatto che al centro del padiglione bio c’è un supermercato (“biomarket”) affidato alla catena di negozi specializzati a marchio EcorNaturaSì: nata nel 1987, l’azienda veronese oggi conta oltre 160 punti vendita in tutto il Paese, e nel 2013 ha visto il proprio fatturato arrivare a 195 milioni di euro, segnando un più 15% in un anno. La crescita di EcorNaturaSì non è un fenomeno isolato, ma riguarda tutto il comparto del “bio”. Con un’affermazione crescente del canale della grande distribuzione organizzata (Gdo). L’ha certificato da ultima una ricerca commissionata da AssoBio (www.assobio.it) a Nielsen e presentata al “Teatro della Terra” di Expo.

Un layout del lavoro intellettuale

di Benedetto Vecchi
La sem­pli­cità dif­fi­cile a farsi. È da almeno due decenni che, in Ita­lia, sono all’opera case edi­trici, disco­gra­fi­che, cine­ma­to­gra­fi­che indi­pen­denti che vedono al lavoro tan­tis­simi «intel­let­tuali dai piedi scalzi» che non hanno timore di seguire strade poco bat­tute dall’industria cul­tu­rale main­stream. Sco­vano autori, musi­ci­sti, fil­ma­ker di qua­lità, lascian­do­gli una libertà nel loro lavoro impen­sa­bile in altri con­te­sti. Di que­sto lavoro die­tro le quinte, svolto dagli «indi­pen­denti», rimane poca trac­cia. Da alcuni anni, tut­ta­via, sono stati pro­prio loro a pren­dere la parola, nar­rando di orari di lavoro lun­ghis­simi, di pre­ca­rietà eco­no­mica, di auto­sfrut­ta­mento, di un regime fiscale che toglie il respiro, nono­stante i red­diti per­ce­piti siano poco sopra quella soglia minima sotto la quale si è «wor­king poor». La con­di­zione del «lavo­ra­tore cul­tu­rale» non è poi così lon­tana da chi vende il suo tempo a un call cen­ter, in un cen­tro com­mer­ciale, in una fabbrica.
Que­sta, tut­ta­via, è una rap­pre­sen­ta­zione ormai nota, ampia­mente discussa, pun­tua­liz­zata, sezio­nata in una sorta di auto­co­scienza che ha spesso nella Rete il medium pri­vi­le­giato. Ne sono infatti testi­moni decine di siti Inter­net, dove i «lavo­ra­tori cul­tu­rali» si «incon­trano» per chat­tare su quel fasci­noso intrec­cio tra stile di vita e lavoro che è il set­tore degli «indi­pen­denti», nono­stante la cro­nica pre­ca­rietà eco­no­mica che li con­trad­di­stin­gue. Anche se i loro rac­conti si con­clu­dono con l’affermazione che mai rinun­ce­reb­bero alla loro autonomia.

Vizi poetici, pubbliche virtù. Un ricordo per Ingrao

di Fausto Curi
Un giorno Luciano Anceschi, mio maestro all’Università di Bologna, mi disse: “Dobbiamo presentare un libro di poesie di Pietro Ingrao. Vorrei ci fossi anche tu. Lui sarà presente e parteciperà alla discussione”. Fui doppiamente sorpreso: non sapevo che Ingrao scrivesse poesie e sapevo bene, invece, che Anceschi, lucido storico di poesia e di poetiche del Novecento, non era solito partecipare a discussioni pubbliche. La mia sorpresa venne meno quando, poco dopo, venni a sapere che la manifestazione con Ingrao era nata per iniziativa del mio condiscepolo Nanni Scolari, indimenticabile e indimenticato. Scolari era militante del Partito comunista italiano e era ammiratore di Ingrao. Evidentemente pensava fosse suo dovere adoperarsi per far conoscere l’aspetto meno noto del grande dirigente politico. Non so come, era riuscito a persuadere Anceschi. Sono sempre stato diffidente dei poeti non professionali, quindi da principio rifiutai di partecipare alla presentazione. Anceschi però insisteva, quindi finii per accettare. Ho alcuni ricordi chiari, altri piuttosto confusi. Ricordo bene che alla presentazione, che si svolse a Reggio Emilia, città di Scolari, partecipavano Ingrao, Anceschi, Scolari, e io. Non ricordo invece chi fosse, o chi fossero, gli altri partecipanti. La sala era gremita di pubblico, per lo più militanti. Da comunista senza tessera, quale ero, provavo una forte simpatia per Ingrao, ma quando lessi il suo libro di poesia, fornitomi da Scolari, rimasi deluso. Il linguaggio, non lontano da quello degli ermetici, alla cui generazione Ingrao apparteneva, era certamente dignitoso, ma era privo di precisione. La passione, saggiamente controllata, si affidava a parole spesso sprovviste di nettezza e di pertinenza. Anceschi e gli altri partecipanti espressero giudizi molto positivi.

Serendipity dopo la tormenta

di Franco Berardi Bifo
La sceneggiatura del prossimo decennio:
“Non si tratta di avvertire il pericolo quando è ormai presente, ma di scorgerne gli indizi, valutarli, interpretarli, insomma, considerarli in modo critico.
Per esempio: quei nuvoloni all’orizzonte, significano che arriverà una pioggia passeggera, quale sarà la sua intensità, si dirigerà di qua o si allontanerà?
O si tratta di qualcosa di più grande, più terribile, più distruttivo? Se così fosse, bisognerà allertare tutt@ dell’imminenza della Tormenta.
Noi, zapatiste e zapatisti, vediamo e sentiamo che sta arrivando una catastrofe in tutti i sensi, una tormenta.
… vediamo che si continua a ricorrere agli stessi metodi di lotta. Si continua con i cortei, reali o virtuali, con elezioni, con sondaggi, con riunioni. Come se lo Stato fosse sempre lo stesso, come se avesse le stesse funzioni di 20, 40, 100 anni fa. Come se anche il sistema fosse lo stesso e uguali le forme di sottomissione, di distruzione. Come se là in alto il Potere avesse mantenuto invariato il suo funzionamento. Come se l’idra non avesse rigenerato le sue molteplici teste.”
(La sentinella e la tormenta, comunicato dell’EZLN, aprile 2015)

“Cibo per la mente”: la cultura e gli italiani

di Christian Caliandro
Prendiamo lo spot proiettato in anteprima alla fine della conferenza internazionale dei Ministri della Cultura che si è tenuta all’Expo il 31 luglio e il 1 agosto scorsi, e che da allora viene trasmesso: è un punto di partenza buono come un altro, ricco e denso di spunti utili per indagare la percezione diffusa della cultura nel nostro Paese.
Giancarlo Giannini, uno dei più noti attori nazionali, interpreta un maître che – all’interno della ‘splendida cornice’ del Palazzo Farnese di Caprarola – offre a noi spettatori il menu della cultura italiana. Un menu che consiste in: archivi e biblioteche; “arte in generale” (sic); siti archeologici; beni storici e antropologici (“per i palati più raffinati”); il cinema, lo spettacolo dal vivo e quello circense, presentati come “alcune delle nostre specialità”; il patrimonio paesaggistico. Lo slogan è: Italia: il cibo per la mente è in tavola.
Ora, questo catalogo ci mostra innanzitutto come la metafora “gastronomica” continui a ossessionare l’immaginario politico e mediatico in materia culturale. L’inizio di questa storia si può datare, naturalmente, alla famigerata frase dell’allora ministro Tremonti, che conviene qui citare nella sua versione integrale: “Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura e comincio dalla Divina Commedia.”

EurHope, mobilitazioni d'ottobre

di Eleonora Forenza e Claudio Riccio
L’Europa è ancora una spe­ranza per un futuro migliore oppure — come diceva Moni­celli — «la spe­ranza è una trap­pola, inven­tata dai padroni?».
C’è una spe­ranza per l’Europa? C’è una spe­ranza per chi in Ger­ma­nia come in Gre­cia, al nord come al sud, nel cuore eco­no­mico del con­ti­nente così come ai suoi mar­gini, den­tro e fuori i con­fini dell’Unione subi­sce gli effetti dei dogmi neoliberisti?
Ce lo siamo chie­sti insieme ad altre 600 per­sone che hanno ani­mato la tre giorni del mee­ting inter­na­zio­nale di “Eur-Hope?”, svol­tosi a Bari dal 25 al 27 set­tem­bre. Tanti gli inter­venti: da Mau­ri­zio Lan­dini agli euro­par­la­men­tari della Gue/Ngl, da Pode­mos alla Linke, dai movi­menti Bloc­kupy ad atti­vi­ste e atti­vi­sti di diversi paesi euro­pei, ricer­ca­trici e ricer­ca­tori che ci hanno par­lato delle disu­gua­glianze di red­dito, di genere, dei tanti Sud in Europa, delle sog­get­ti­vità e dei movi­menti.
Ci siamo chie­sti se fosse pos­si­bile togliere quel punto di domanda dopo la parola EurHope. Se la poli­tica è amplia­mento del fronte del pos­si­bile, costru­zione della pos­si­bi­lità di tra­sfor­ma­zione, non pos­siamo arren­derci al fatto che il “signi­fi­cante Europa” sia seque­strato dai Signori dell’austerità.

L'irriformabilità dell'Europa e le sfide della sinistra

di Sergio Cesaratto 
C’è vita a sinistra, afferma (non si domanda) perentorio il manifesto aprendo uno stanco dibattito dominato dal pensiero unico di un gruppo di soliti noti - lo dico con il rammarico dell’antico militante di quel gruppo e quotidiano. Fuori dal coro solo l’intervento di Stefano Fassina e quello del prof. Luciano Canfora che si è posto grandi e importanti domande. Gli altri contributi non varrebbe neppure la pena discutere. 
L’astuto Hayek e l’europeismo ingenuo 
La maggior parte si crogiola tenacemente nell’idea della riformabilità dell’Europa mentre si indigna al solo sentir parlare di riconquista della sovranità democratica nazionale. Riferendosi a un saggio dell’iperliberista (ma astuto) Friedrich Hayek, Oskar Lafontaine ha spiegato poche settimane fa perché un’Europa politica e dunque solidale non può esistere: 
Ci piace pensare che quanto avevamo scritto poche settimane prima (anche in inglese) abbia avuto un’influenza su questa opinione. 
Scrivevamo infatti che un argomento dirimente per dimostrare che un’Europa politica è pur possibile, ma solo con uno Stato minimale, viene da un vecchio saggio di Hayek del 1939. La sua argomentazione è che una federazione fra nazioni economicamente e culturalmente disomogenee (si potrà poi ragionare sull’importanza relativa dei due aggettivi) e che controlli un cospicuo ammontare di risorse, non potrà durare a lungo.

Un nuovo trattato per rilanciare l'Europa

di Sergio Cofferati
La storia dell´Unione europea è fatta di crisi, strappi e piccoli progressi. Oggi è però evidente tanto la grande e crescente difficoltà delle istituzioni comunitarie, quanto la loro intenzione di gestire le enormi difficoltà esistenti come fossero un affare quotidiano.
La loro sofferenza alimenta oggettivamente i nazionalismi e ne incrina la credibilità agli occhi anche di quei cittadini che credono nell'Unione, che considerano necessaria la moneta unica, che insomma non rinunciano al "sogno" della nuova patria.
Le vicende greche, il dramma epocale dell'emigrazione, la gestione della crisi economica e la necessità di politiche di crescita, sono stati e sono tuttora temi prioritari sui quali le istituzioni europee hanno evidenziato le profonde diversità di orientamento esistenti negli Stati membri, ma anche i limiti enormi insiti nell'azione delle istituzioni stesse per i vincoli esistenti oggi nei trattati.
Questa barriera è particolarmente negativa per le politiche (e per i valori che contengono) che la sinistra politica dovrebbe provare ad avanzare. Alcune contraddizioni vistose le abbiamo viste in questi anni e sono ancora davanti ai nostri occhi. Potrà mai la Grecia uscire dalla crisi e riprendere il cammino della crescita senza ulteriori drammi sociali, senza distruggere la coesione minima, non prevedendo una ristrutturazione del suo debito pubblico?

La Siria libanizzata

di Lorenzo Trombetta
La fine del conflitto in Siria è ancora molto lontana. I recenti eventi che da più parti vengono giudicati decisivi rappresentano solo l’inizio di una nuova fase nella dinamica bellica. L’apparente disgelo tra Stati Uniti e Iran e l’avvio della campagna militare saudita contro i miliziani ḥūṯī in Yemen possono aver avuto un impatto diretto e indiretto negli sviluppi siriani nelle regioni di Idlib e Dar‘ā e lungo la zona frontaliera siro-libanese del Qalamūn. Viceversa, le reciproche aperture tra Turchia e Iran e il riavvicinamento tattico tra Ḥamās e il regime di Damasco possono esser lette come parziali esiti del braccio di ferro in corso in Siria. I successi riportati e le sconfitte subite dagli attori impegnati nel conflitto siriano non sono però determinanti per assicurare a uno di loro la vittoria finale.
Nessuno può oggi vincere la guerra. Nessuno, dunque, è intenzionato a fare concessioni politiche ai suoi rivali. L’iniziativa russa di fine gennaio ha dimostrato tutta la sua inconsistenza, rivelandosi un mero tentativo di Mosca di rilanciare il suo ruolo di potenza regionale. L’unica alternativa diplomatica rimasta sul tavolo è quella offerta dall’inviato speciale dell’Onu, Staffan de Mistura. Le parti hanno di fatto respinto la sua proposta di congelare il conflitto, partendo da una tregua in un quartiere di Aleppo dove gli scontri sono congelati già da tempo. Il mediatore italo-svedese sente il dovere di onorare al meglio il suo limitato mandato e ha per questo convocato le parti, compreso l’Iran, per colloqui indiretti. Questi dovranno durare fino a luglio. E hanno un obiettivo non certo modesto: fare il punto della situazione.
La guerra siriana assomiglia sempre più al conflitto libanese (1975-90), dove per quindici anni fattori locali e internazionali interagirono fra loro, intessendo un intricato tappeto di guerre le une dentro le altre, combattute dalle superpotenze, dai loro alleati regionali e dai clienti interni in un caleidoscopio di alleanzee rivalità sempre in movimento.

Perché festeggiamo la Giornata internazionale della nonviolenza?

di Annabella Coiro
La prevenzione alla violenza è un tema cruciale per le nuove generazioni; è necessario rompere l’automatismo dell’occhio per occhio dente per dente, della discriminazione, della prevaricazione.
La questione non riguarda solo i conflitti tra ricchi e poveri, cittadini e immigrati, cristiani e musulmani, omosessuali e omofobici, uomini e donne. Cambiamo punto di vista: il tema è alla radice, è nella relazione tra esseri umani.
La violenza non è parte integrante di una supposta natura immutabile.
La nonviolenza è in grado di dimostrare che è possibile agire, studiando e proponendo strategie di contrasto e di prevenzione della violenza a tutti i livelli.
E’ importante che ogni individuo faccia la propria parte, che includa nel proprio progetto di vita l’intenzione di condurre una vita diversa dai meccanismi quotidiani a cui siamo abituati, che si sforzi di educare i propri figli alla nonviolenza.
Ma che cos’è esattamente la Nonviolenza?

Nonviolenza o barbarie

Quando, nel 2007, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite istituì, nel giorno del compleanno di Gandhi, la Giornata internazionale della nonviolenza, le spese militari mondiali ammontavano a circa 1.400 miliardi di dollari e si contavano 29 guerre in corso.
Oggi, nel 2015, a fronte di 33 conflitti armati ufficiali, la spesa militare mondiale è di circa 1.800 miliardi di dollari: è come se ogni due anni si aggiungesse una nuova guerra a quelle già in corso – che intanto non si risolvono – che richiede nuove armi, e quindi nuovi costi, provoca ulteriori vittime, genera nuovo terrorismo, produce altri profughi in un esodo ormai incontenibile. Non è un caso se i ricercatori del Global Peace Index hanno calcolato il costo della violenza globale per il 2015 nel 13,4% della ricchezza mondiale prodotta. E sottratta alle risorse per la vita.
Di fronte alla tragica realtà di questi dati, che coinvolgono le vite di milioni di persone, la Giornata della nonviolenza rischia di diventare una ritualità retorica se non la si riempie di contenuti incisivi ed efficaci.

70 anni fa la Carta dell'Onu. Restano guerre e nuovi muri

di Marina Catucci
Durante l’assemblea gene­rale in corso si cele­bra la Carta dell’Onu che a giu­gno ha com­piuto 70 anni. Il segre­ta­rio gene­rale Ban Ki-moon ha sot­to­li­neato quanto sia fon­da­men­tale impe­gnarsi su i temi di pace e sicu­rezza inter­na­zio­nali, sal­va­guar­dare diritti umani e ambiente ed ha defi­nito la Carta dell’Onu «La nostra bus­sola, un docu­mento vivo, non una tabella di mar­cia det­ta­gliata. La Carta san­ci­sce prin­cipi che hanno supe­rato la prova del tempo. L’Onu è stato fon­dato per evi­tare un’altra guerra mon­diale, e vi è riu­scito. Nono­stante il ripe­tersi di geno­cidi e foco­lai di con­flitti armati, gli ultimi sette decenni sareb­bero stati cer­ta­mente ancora più san­gui­nosi senza le Nazioni Unite». Dal 1 al 3 Otto­bre per com­me­mo­rare i 70 anni l’assemblea gene­rale dibatte sul tema di quest’anno che, per rimar­care la fun­zione per cui è nata l’Onu, è «Il man­te­ni­mento e la sal­va­guar­dia della pace e della sicu­rezza inter­na­zio­nali». La ricor­renza ricorda i tra­guardi rag­giunti e tutti i nobili obiet­tivi delle Nazioni unite, ma anche una lista di imba­razzi e fal­li­menti, in cro­no­lo­gia, i mas­sa­cri in Cam­bo­gia (1975–79), Ruanda (1994), Bosnia Erze­go­vina (1995), Dar­fur (2003) oppure gli scan­dali ses­suali degli anni ‘90 che hanno visto pro­ta­go­ni­sti alcuni pea­ce­kee­per Onu ad Haiti, Bosnia, Cam­bo­gia, Kosovo e Mozam­bico. Da aggiun­gere il pro­li­fe­rare di armi nucleari, per arri­vare al pro­blema del ter­ro­ri­smo inter­na­zio­nale di Isis, Al Qaeda, Al Sha­baab e Boko Haram, vero gine­praio con­tem­po­ra­neo.
Fatto ancora più rile­vante, il diritto inter­na­zio­nale è stato di fatto sep­pel­lito dall’avvicendarsi delle guerre e dal disa­stro (scien­te­mente) pro­vo­cato in Afgha­ni­stan e Iraq (senza dimen­ti­care Libia e Siria), men­tre sulla Pale­stina, a cui Obama pro­met­teva libe­ra­zione e «Stato», al meglio è calato un silen­zio imbarazzato.

L'invasione che non c'è

di Marco Impagliazzo
C'è un paese un posto quasi all'incrocio fra tre continenti: Europa, Asia, Africa. È l’Italia. Un paese con una silhouette singolare, che si proietta in un mare da millenni luogo di scambi, di contaminazioni, di osmosi. Un paese con una storia ricca, complessa, talvolta agitata, i cui più grandi riferimenti letterario (Dante) e storico (Garibaldi) sono stati entrambi esuli, rifugiati, emigrati, gente che ha imparato a proprie spese «come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle/ lo scendere e ’l salir per l’altrui scale» 1.
Da un paese come il nostro, dalla storia grande e plurale, dalla cultura vivace e vitale, dalla secolare consuetudine all’incontro e al confronto con l’Altro, ci si sarebbe forse potuti aspettare un approccio diverso al fenomeno immigrazione. Uno sguardo più aperto e meno impaurito, un porsi intelligente e pragmatico, che quel fenomeno sapesse accompagnare e gestire.
Così non è stato, è doveroso ammetterlo.
In un rapporto complesso e condizionato da veti reciproci, l’opinione pubblica, i media, la politica si sono fatti cogliere impreparati di fronte a dinamiche che avrebbero potuto essere, se non previste, almeno affrontate via via, sul modello di quanto accadeva in altri paesi del nostro continente.

Sulla cosiddetta crisi dei rifugiati siriani

di Santiago Alba Rico
La cosiddetta «crisi dei rifugiati siriani» necessita di due distinti livelli di analisi. Il primo riguarda l’assistenza immediata ai fuggitivi; questo implica chiamare in causa i nostri governi, mettere in discussione le quote di accoglienza e procedere alla revisione delle politiche di asilo dell’UE. Ma fuori da questo dibattito, natodall’emergenza, resta il «genocidio strutturale» alle nostre frontiere, resta l’ingannevole e pericolosa distinzione tra «migranti» e «rifugiati» e la difesa del diritto al movimento all’interno di un quadro globale in cui la «sovranità nazionale», nonchè il valore dei passaporti, sono vergognosamente disuguali. In questo ambito, siamo davanti a uno scontro chiaro tra i governi e partiti di destra da un lato e la sinistra, nel suo insieme, dall’altro.
Ma c’è un secondo livello che ha a che fare con la geopolitica e con la revisione delle alleanze in Medio Oriente. L’improvvisa e fulminante epidemia di rifugiati – che sembra voler rovesciare sull’Europa un dolore finora sopportato solo dai paesi confinanti con la Siria: Turchia, Libano e Giordania – ha collegato, nella percezione dell’opinione pubblica, l’esodo dei siriani con la violenza dello Stato islamico. Con questa erronea associazione si dimentica che -secondo l’UNHCR- l’11 luglio 2014,prima della «invasione» di Iraq e Siria da parte dell’ISIS, c’erano già 3 milioni di rifugiati siriani nella regione e che, se nell’ultimo anno questa cifra è aumentata di un milione di unità, la decisione dei rifugiati di spostarsi in Europa è da collegare principalmente alla diminuzione degli aiuti in favore degli stessi rifugiati (in Turchia, in Libano ed in Giordania) da parte dell’Europa e degli USA.

Catalunya indipendente?

di Ramon Mantovani
Le forze indipendentiste hanno vinto le elezioni per il parlamento catalano. La lista unitaria di sinistra è andata molto male. Il Partito dei Socialisti Catalani perde. Il Partito Popolare crolla. Ciutadans triplica voti e seggi. La Candidatura d’Unitat Popular triplica voti e seggi.
La tabella ufficiale dei risultati elettorali è questa.
Per i lettori italiani, anche in questi giorni ampiamente disinformati dai media italiani, è necessario fornire una descrizione delle liste e dei partiti che hanno preso parte alle elezioni.
“JUNTS PER EL SI” è la coalizione indipendentista comprendente i partiti “Convergencia Democratica de Catalunya” (destra liberale), “Esquerra Republicana de Catalunya ERC (lo storico partito indipendentista di sinistra moderata), scissionisti del Partito dei Socialisti Catalani e del partito democristiano Uniò Democratica de Catalunya, e numerosi esponenti del movimento civico indipendentista, fra i quali importanti personalità del mondo della cultura e dello sport, come il cantautore Lluis LLach e l’allenatore Pep Guardiola.
“CIUTADANS” è il nuovo partito emergente della destra “moderata”, prima in Catalogna e, dalle recenti elezioni locali, in tutta la Spagna. È un partito liberista, radicalmente nazionalista spagnolo, e dalla forte retorica “anticasta” ed anticorruzione.

Persone, non clandestini

di Luca Kocci
Nes­suno è clan­de­stino. Non lo dice pro­prio in que­sti ter­mini, ma quello che papa Fran­ce­sco scrive nel mes­sag­gio per la Gior­nata mon­diale del migrante e del rifu­giato — il pros­simo 17 gen­naio — ci si avvi­cina molto. «È impor­tante — si legge nel mes­sag­gio reso noto ieri — guar­dare ai migranti non sol­tanto in base alla loro con­di­zione di rego­la­rità o di irre­go­la­rità, ma soprat­tutto come per­sone che, tute­late nella loro dignità, pos­sono con­tri­buire al benes­sere e al pro­gresso di tutti, in par­ti­co­lar modo quando assu­mono respon­sa­bil­mente dei doveri nei con­fronti di chi li acco­glie, rispet­tando con rico­no­scenza il patri­mo­nio mate­riale e spi­ri­tuale del Paese che li ospita, obbe­dendo alle sue leggi e con­tri­buendo ai suoi oneri».
In ogni caso, pun­tua­lizza Ber­go­glio, «non si pos­sono ridurre le migra­zioni alla dimen­sione poli­tica e nor­ma­tiva, ai risvolti eco­no­mici e alla mera com­pre­senza di cul­ture dif­fe­renti sul mede­simo ter­ri­to­rio». Insomma le per­sone val­gono più del pro­prio sta­tus giuridico.
Il dato di par­tenza indi­vi­duato dal papa è che «i flussi migra­tori sono ormai una realtà strut­tu­rale» del nostro tempo. È sba­gliato quindi affron­tarli come «emer­genza», sono neces­sari «pro­grammi che ten­gano conto delle cause delle migra­zioni, dei cam­bia­menti che si pro­du­cono e delle con­se­guenze che impri­mono volti nuovi alle società e ai popoli».

Chi ha fatto la cresta sui "salvataggi" greci

di Nicolò Cavalli
“I greci stanno spendendo i nostri soldi” è stato ripetuto durante le lunghe settimane che hanno condotto alla chiusura del secondo bailout di Atene, al referendum del no, alla capitolazione di Tsipras e alle nuove elezioni del 20 settembre.
È in questi termini che si è incolonnata una narrazione, quella della crisi europea con epicentro ellenico, che ha contribuito a trasformare la crisi da fatto economico e finanziario in allegoria moralistica in cui personaggi sono diventati caricature di se stessi: i tedeschi risparmiatori, gli ingordi mediterranei, i greci spendaccioni che pagano le baby-pensioni con i denari prestati dai contribuenti degli altri paesi.
Una descrizione confermata dai governi e che è rientrata nei discorsi fatti per giustificare delicate scelte politiche compiute nella recente storia dell’Unione europea. Ma che cosa c’è di vero? La risposta è: poco.
Settimane di copertura mediatica della vicenda hanno convinto l’opinione pubblica che la Grecia “ci deve” 40 miliardi di euro, 46 alla Francia, 60 alla Germania.

Tre fatti eccezionali riguardo all’America

di Tom Engelhardt
Dato il disordinato panorama degli scorsi 14 anni, potete anche debolmente ricordare il momento in cui è caduto il Muro di Berlino, quando la Guerra Fredda è finita in un momento silenzio attonito di sgomento e trionfo a Washington, quando l’Europa è stata liberata, la Germania unificata, e l’Unione Sovietica svanita dalla faccia della terra? In quel momento epocale terminarono sei secoli di rivalità tra imperi. Rimase soltanto una potenza poderosa.
Nella memoria storica non c’era stato un momento come questo: un’unica “iperpotenza” con una forza militare ineguagliabile che si profilava su un paese, senza avere rivali. In quelle circostanze, che cosa non poteva sperare Washington? Il dominio eterno del Medio Oriente e tutto quel petrolio? Una Pax Americana planetaria per generazioni a venire? Perché no? Dopo tutto, neanche i Romani e i Britannici al culmine dei loro imperi avevano sperimentato un mondo come questo.
Ora fate un salto di un quarto di secolo fino a oggi e osservate la marea di paranoia che aumenta in questo paese e la litania di previsioni di rovina e disastro. Considerate la gravità della paura e del pessimismo nel partito di Ronald Reagan “E’ di nuovo mattina in America”,* durante quelli che vengono chiamati “dibattiti” tra i suoi candidati presidenziali, ed è difficile non immaginare che non siamo sull’orlo del declino e della caduta di quasi ogni cosa. Il Secolo Americano? Tanta segatura sul pavimento della storia.

Il governo all’Europa: l’Italia è Ogm free

di Eleonora Martini
«Le richie­ste di esclu­sione di tutto il ter­ri­to­rio ita­liano dalla col­ti­va­zione di tutti gli Ogm auto­riz­zati a livello euro­peo» sono arri­vate ieri sul tavolo della Com­mis­sione euro­pea. Il mini­stro Mau­ri­zio Mar­tina lo comu­nica uffi­cial­mente e Bru­xel­les con­ferma: l’Italia, come altri 15 Stati mem­bri e quat­tro regioni, vuole diven­tare Ogm free. Ban­dendo così pra­ti­ca­mente la col­ti­va­zione del mais gene­ti­ca­mente modi­fi­cato dal cuore dell’Europa. Unica pecora nera, la Spagna.
Il governo ita­liano, tra­mite il tito­lare delle Poli­ti­che agri­cole, di con­certo con il mini­stro dell’Ambiente, Gian Luca Gal­letti, e della Salute, Bea­trice Loren­zin, ha inol­trato le otto richie­ste — una per cia­scun tipo di Ogm da ban­dire — in appli­ca­zione della diret­tiva Ue appro­vata all’inizio dell’anno che per­mette agli Stati mem­bri di vie­tare al pro­prio interno la col­ti­va­zione degli orga­ni­smi gene­ti­ca­mente modi­fi­cati il cui uso è stato già appro­vato da Bru­xel­les (come la varietà di mais 810 della Mon­santo) o è in via di appro­va­zione (come altre sette tipo­lo­gie di mais).

Una rivoluzione contro i cambiamenti climatici

di Pietro Raitano
Durante una trasmissione televisiva, un comico si chiede perché i sondaggi registrino tra il pubblico ancora molto scetticismo circa i cambiamenti climatici, le conseguenze di questi e le responsabilità dell’uomo, nonostante tutti i dati sul tema.
Rapida carrellata sui programmi televisivi che trattano l’argomento, ed ecco svelato l’arcano. Intanto, in tv si parla poco di “climate change”. “Forse è noioso” si dice il comico. E quando questo accade, si fronteggiano di solito due “esperti”, con visione diametralmente opposta sul tema. Per il primo i cambiamenti climatici esistono, sono causati dall’uomo e hanno impatti molto seri sul Pianeta; per il secondo, i cambiamenti climatici, se ci sono, non sono una nostra responsabilità, e non sono nemmeno un inedito nella storia. Le posizioni hanno pari dignità scientifica agli occhi del telespettatore. 
Peccato -dice il comico- che il 97% della comunità scientifica la pensi come il primo esperto: dobbiamo contenere le emissioni di gas climalteranti, cambiando i nostri stili di vita e di consumo, se non vogliamo passare guai seri. 
Ed ecco la trovata: organizzare un confronto tv che “rispetti la statistica”. In uno studio televisivo necessariamente spazioso, il nostro invita, da una parte, tre “negazionisti”, e dall’altra la bellezza di 97 studiosi armati di ricerche e camici d’ordinanza.

Un'anatra zoppa alla testa dell'impero

di Giulietto Chiesa
Alla testa dell'Impero c'è un'anatra zoppa che non può decidere e, dunque, deve mentire. La cosa più probabile sarà dunque qualche colpo di coda drammatico. O in Ucraina, o nel deserto tra Damasco e Baghdad, oppure a Berlino o Parigi.
Il confronto è impietoso. Barack Obama, il capo della potenza suprema del pianeta, si è presentato all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite senza una proposta. Vladimir Putin, nel suo primo e unico discorso all'Onu nella sua qualità di Presidente della Russia, è apparso - anche a molti commentatori occidentali - come colui che sta guidando l'orchestra.
Ma non è di una gara oratoria che si tratta. Purtroppo la retorica del discorso del Presidente americano nasconde una pervicacia pericolosa.Insistere sulla tesi che la Russia ha aggredito l'Ucraina lo si può fare impunemente dalla tribuna dell'ONU, dove non c'è contraddittorio e dove la platea è piena di maggiordomi dell'Impero, ma non può funzionare nel colloqui a quattr'occhi. 
Del resto Putin aveva preparato il suo discorso lanciando la proposta di una alleanza internazionale contro il terrorismo, "come fu quella contro Hitler". Obama non ha risposto. O ha parlato d'altro, inondando la platea e i media mondiali con un'esaltazione della democrazia e dei successi dell'America, senza nemmeno rendersi conto che, alla luce dei disastro della politica americana e occidentale in Siria, appare come minimo offensivo nei confronti degli altri cinque o sei miliardi di individui che popolano il pianeta.

L’Euromarcia 2015 è iniziata: il Manifesto

Il 30 Settembre, a Cadice, è stato presentato il progetto Euoromarce 2015,di fronte al sindaco della città. Si è letto il manifesto e c’è stata un’assemblea cittadina della marcia.
Il primo ottobre la marcia ha iniziato a muovere i suoi primi passi da Gibilterra.
Durante la conferenza stampa Maribel Martínez ha letto il manifesto; Rafael de la Rubia, di Mondo Senza Guerre, ha ricordato che la marcia passerà per 13 paesi realizzando una cinquantina di eventi e che, in contemporanea, ci sarà una consultazione europea sui motivi fondamentali di questa marcia. Nara Cladera, del Sindacato franceseSolidaires, ha portato i saluti di tutte le organizzazioni francesi che promuovono la marcia.
Qui di seguito il manifesto che convoca la Euromarcia 2015.

La guerra a Kunduz ora spacca Kabul

di Emanuele Giordana
La prima offen­siva dell’esercito afghano con l’appoggio degli ame­ri­cani per strap­pare Kun­duz ai tale­bani è stata lan­ciata mer­co­ledi notte e ieri, in parte, è stato ripreso il con­trollo della città. Ma la bat­ta­glia va avanti. A Kun­duz, in varie zone limi­trofe e lungo la grande strada Baghlan Kun­duz che è il tratto stra­dale più impor­tante di tutto il Nord dell’Afghanistan, men­tre in cen­tro i tale­bani ten­tano di ricon­qui­stare le posi­zioni per­dute nella notte.
La bat­ta­glia infu­ria sul ter­reno ma anche nelle aule del par­la­mento. Sotto accusa il governo e il gover­na­tore della città, Omar Safai (all’estero al momento dell’attacco), accu­sato dallo spea­ker del Par­la­mento Abdul Rauf di ine­spe­rienza e irre­spon­sa­bi­lità: un colpo duro per il pre­si­dente Ash­raf Ghani, cui spetta la nomina dei gover­na­tori delle province.
A cin­que giorni dalla cla­mo­rosa sor­tita tale­bana, l’Afghanistan fa i conti con la prima vera dimo­stra­zione di forza della guer­ri­glia che è segnata da almeno tre ele­menti: una sfida che viene per la prima volta da Nord e non da Sud; una mossa che rivela che, nono­stante la que­relle interna dopo la morte di mul­lah Omar, i tale­bani sono forti e com­patti; infine una dimo­stra­zione sul ter­reno alle cel­lule di Daesh in rapida ascesa nel Paese e che accu­sano i tale­bani di non essere stati capaci di costruire, come in Siria o in Iraq, aree con­trol­late dalla guer­ri­glia dove si viva isla­mi­ca­mente sotto un’amministrazione alter­na­tiva a cro­ciati e corrotti.

Cooperative Jackson: lavorare senza padroni nel profondo sud degli Usa

Intervista a Kali Akuno di Mattia Gallo
A Jackson, nel Missisipi, uno degli stati più poveri degli USA, circa un anno e mezzo fa è nato un progetto di cooperative di lavoratori basato su un’economia democratica e la solidarietà economica. Una rete di cooperative ed istituzioni democratiche, dove la persone nere, insieme ad altre persone lottano per una vita in comune ed una solidarietà universale. Di seguito alcune domande rivolte a Kali Akuno, coordinatore di Cooperation Jackson.
Come e quando è nata Cooperative Jackon? Qual è la sua missione ed i suoi valori di base?
"Cooperazione Jackson è stato lanciato ufficialmente durante la May Day 2014, in occasione dell'apertura della Jackson Rising: Conferenza sulle Nuove Economie. E 'stato lanciato in quel momento e in quel modo al fine di sostenere e sviluppare il lavoro della New Afrikan People’s Organization (NAPO), il Movimento di base Malcolm X (MXGM), the Jackson People’s Assembly e l'Amministrazione del sindaco Chokwe Lumumba per costruire un economia solidale a Jackson. Tuttavia, l'idea di costruire un veicolo come la cooperazione è stata fondata nei primi anni del 2000 da un gruppo di esperti in seno al Movimento di base Malcolm X. Dopo anni di studio e di riflessione critica su decenni di pratica, questo think tank ha sviluppato il Piano di Jackson-Kush, che è un profilo strategico su come costruire autonomia ed l'autodeterminazione nera nel Mississippi.

giovedì 1 ottobre 2015

Il Vecchio se n’è andato. E ora?

di Enzo Scandurra
Forse la sta­tura poli­tica di Ingrao è spro­por­zio­nata rispetto alla mise­ria dei tempi; forse la città di Roma, come sem­pre cinica e spie­tata, era indif­fe­rente alla morte di uno dei grandi pro­ta­go­ni­sti della sto­ria del Nove­cento, forse i com­pa­gni pre­senti erano ormai ras­se­gnati al loro ruolo di spettatori.
Fatto è che la piazza di Mon­te­ci­to­rio non era stra­colma come qual­cuno si aspet­tava. Dalle casse dei micro­foni – alle­stite in troppa fretta e con super­fi­cia­lità — appena appena si udiva la voce dei rela­tori; dif­fi­cile distin­guere le parole tanto che, a inter­valli, si udiva un grido dalla piazza: «Voce, voce». Anche le ban­diere – poche e tutte di Rifon­da­zione, nes­suna del Pd (e meno male!) – con­tri­bui­vano a dare alla ceri­mo­nia un tono tri­ste, direi rassegnato.
Prima dell’inizio della ceri­mo­nia – unica «nostal­gia» della piazza – il canto della folla: Bella ciao appena abbozzato.
Ras­se­gna­zione è la parola giu­sta. Ingrao diceva: «Siamo stati vinti ma non scon­fitti». Nella piazza invece c’era il sapore della sconfitta.
Pre­sente alla ceri­mo­nia, in un pal­chetto improv­vi­sato sulla piazza, c’era anche Renzi. Come a dire: liqui­diamo qui que­sta vec­chia sto­ria; sono altri tempi quelli di oggi; dob­biamo tor­nare subito al lavoro.
Ancora una volta il Vec­chio sapeva dimo­strarsi più gio­vane di tante per­sone; lui forse non avrebbe par­te­ci­pato con ras­se­gna­zione; avrebbe detto: «Non ci sto».

Lavoro gratuito: l'ultima corvée si chiama «baratto amministrativo»

di Marco Bascetta
La mac­china infer­nale del lavoro gra­tuito, sal­da­mente pian­tata nel cuore del sistema-paese, si va arric­chendo di un set­tore molto pro­met­tente nella sosti­tu­zione di quello retri­buito, a van­tag­gio delle ammi­ni­stra­zioni comunali.
Si tratta del cosid­detto «baratto ammi­ni­stra­tivo», fon­dato sull’articolo 24 del decreto Sblocca-Italia. Si pre­vede che sin­goli e asso­cia­zioni pos­sano pro­porre inter­venti, «puli­zia, manu­ten­zione, abbel­li­mento di aree verdi, piazze, strade ovvero inter­venti di decoro urbano, di recu­pero e riuso con fina­lità di inte­resse gene­rale», in cam­bio di sconti fiscali.
Con una inter­pre­ta­zione alquanto esten­siva, per non dire cap­ziosa di que­sta gene­rica norma, diverse ammi­ni­stra­zioni comu­nali vi hanno sco­vato lo stru­mento per recu­pe­rare cre­diti fiscali altri­menti ine­si­gi­bili. Tra i primi a spe­ri­men­tare que­sta strada fu un comune della pro­vin­cia di Novara che aveva offerto a un cit­ta­dino in arre­trato con la Tasi e il canone di affitto di un appar­ta­mento comu­nale di sde­bi­tarsi svol­gendo gra­tui­ta­mente lavori di manu­ten­zione. L’episodio fu pron­ta­mente cele­brato su diversi organi di stampa come edi­fi­cante esem­pio di col­la­bo­ra­zione tra cit­ta­dini e isti­tu­zioni pub­bli­che, come nuova forma di par­te­ci­pa­zione, sia pure non pro­prio volon­ta­ria, ai biso­gni della collettività.
Nei giorni scorsi, due comuni impor­tanti, quello di Milano e quello di Bari, (quest’ultimo su sol­le­ci­ta­zione dei 5Stelle) si sono acco­dati alla pra­tica del baratto ammi­ni­stra­tivo, non in cam­bio di sconti fiscali ma a saldo di debiti pre­gressi con­tratti da sog­getti in dif­fi­coltà economica.
Non ci è ancora dato sapere quali saranno le con­di­zioni del baratto e cioè l’equivalente mone­ta­rio dell’ora lavo­rata nell’estinzione del debito e le con­di­zioni di lavoro. Ma dob­biamo ragio­ne­vol­mente sup­porre che risul­te­ranno più van­tag­giose per l’ente pub­blico di quelle del lavoro retri­buito garan­tito da con­tratti col­let­tivi e pro­tetto da orga­niz­za­zioni sin­da­cali. Il debi­tore si trova infatti in una ogget­tiva con­di­zione di debo­lezza, non deve avere ma resti­tuire, il suo potere di con­trat­ta­zione è pari a zero.

Costruiamo una politica più gentile, una società più giusta, e facciamolo insieme

di Jeremy Corbyn
Amici, grazie tante per quest'incredibile accoglienza, e Rohit, grazie tante per il modo in cui mi hai presentato, e per il modo in cui la nostra famiglia e tu stesso hai contribuito alla nostra comunità. Assolutamente fantastico. Grazie tante, sul serio.
Sono davvero lieto d'esser stato invitato a pronunciare questo discorso oggi, perché nelle ultime due settimane, come forse avrete saputo, ho vissuto un periodo piuttosto tranquillo e rilassante. In effetti non mi è successo niente di particolarmente importante.
Potreste aver notato come di recente alcuni dei nostri quotidiani abbiano mostrato un qualche interesse nei miei riguardi. Ecco alcune delle cose che ho letto in proposito. Secondo un titolo in cui sono incappato: "Jeremy Corbyn ha accolto con favore la possibilità che un asteroide 'spazzi via' l'intera umanità". Ora, gli asteroidi sono in effetti un tema piuttosto controverso. Non è proprio il genere di politica che vorrei veder adottata da questo partito, non senza un serio dibattito. Ne parleremo nel fine settimana!
C'è un altro quotidiano che si è spinto ancor più in là, pubblicando una specie di "mini-romanzo" che predice come andrebbero le cose se mai dovessi diventare Primo Ministro. Roba piuttosto spaventosa, ve lo dico. A quanto pare la nostra Premier League finirebbe in rovina, cosa che d'altronde ha anche un certo senso, perché mi pare difficile immaginare come se la caverebbero le nostre fantastiche venti migliori squadre di calcio dopo quell'asteroide. Quindi meglio di no, di sicuro!

La passione laica di Pietro Ingrao

di Alfredo Reichlin
Vor­rei espri­mere il più grande ram­ma­rico per la scom­parsa di Pie­tro Ingrao. Per l’uomo che egli è stato, il grumo di pen­sieri e di affetti anche fami­liari che ha rap­pre­sen­tato, ma soprat­tutto per il segno così pro­fondo e tut­tora aperto e vivo che egli ha lasciato nella vita italiana.
«È morto il capo della sini­stra comu­ni­sta», così, con que­sto flash, la Tv dava dome­nica pome­rig­gio la noti­zia. In que­sta estrema sem­pli­fi­ca­zione e nei com­menti di que­sti giorni io ho visto qual­cosa che fa riflettere.
Vuol dire che dopo­tutto que­sto paese ha una sto­ria. Non è solo una con­fusa som­ma­to­ria di indi­vi­dui che si distin­guono tra loro solo per i modi di vivere e di con­su­mare. Ha una grande sto­ria di idee, di lotte e di pas­sioni, di comu­nità, e di per­sone, anche se que­sta sto­ria noi non l’abbiamo saputa custodire.
Perché volevamo la luna? Oppure perché non l’abbiamo voluta abbastanza?
Non lo so. So però che adesso siamo giunti a un pas­sag­gio molto dif­fi­cile e incerto della nostra sto­ria. E che la gente è con­fusa e torna a porsi grandi domande e ad espri­mere un biso­gno insop­pri­mi­bile di nuovi biso­gni e signi­fi­cati della vita.
Si affac­cia sulla scena una nuova uma­nità. E io credo sia que­sta la ragione per cui la morte di Pie­tro Ingrao (un uomo che taceva da quasi 20 anni) ha così col­pito l’opinione pubblica.
Per­ché era di sini­stra? Di que­sta antica parola si sono persi molti signi­fi­cati. E tut­tora non quello fon­da­men­tale: la lotta per l’emancipazione del lavoro, il cam­mino di libe­ra­zione dell’uomo dalle paure e dai dogmi; la libertà dal biso­gno e al tempo stesso la assun­zione di respon­sa­bi­lità verso gli altri.