di Giuseppe D'Elia
Il mancato raggiungimento delle firme necessarie per la presentazione dei quesiti referendari, lanciati frettolosamente quest’estate, per abrogare alcune norme delle cosiddette riforme renziane, offre l’occasione per ragionare bene su come coordinare al meglio l’opposizione all’iniziativa governativa.
Pippo Civati, giustamente, ha sempre sostenuto che sui contenuti c’è un vasto accordo tra tutti quelli che non appoggiano il governo Renzi. Ma non basta essere critici del Jobs Act, dello Sblocca Italia, della Buona Scuola e dell’Italicum. Non solo perché, chiaramente, non tutte le critiche a queste leggi hanno lo stesso segno (la prospettiva critica di Lega e Forza Italia è verosimilmente diversa da quella di Sel e M5S). Ma perché se si vuole intervenire su queste leggi, con lo strumento del referendum abrogativo, bisogna fare molta attenzione alla scrittura dei vari quesiti: la forma in questo caso conta quanto la sostanza, se non si vuole rischiare che la Corte costituzionale li dichiari inammissibili.
Tuttavia, l’errore più grande che c’è stato in questa improvvisata campagna referendaria estiva è stato quello di sopravvalutare il peso effettivo del malcontento che c’è oggi nel Paese, verso l’azione governativa.
Questo è un punto fondamentale: oggi è vero che c’è una fetta consistente dell’elettorato attivo (intorno al 40%, stando ai sondaggi) che non sa chi votare o non vota, ma questo non significa solo ed esclusivamente sfiducia nel governo Renzi e nel PD.



