La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 9 ottobre 2015

Il sindaco giubilato

di Norma Rangeri
A Roma i mar­ziani durano poco. E que­sta volta non serve la fan­ta­sia di Fla­iano per capire cosa acca­drà. Alla fine, come nel cele­bre rac­conto, l’extraterrestre dovrà tor­nare a casa,e magari a pen­sare alla salute. Il sin­daco mar­ziano, diver­sa­mente dal per­so­nag­gio let­te­ra­rio accolto con curio­sità e sim­pa­tia, è rima­sto subito sullo sto­maco a larga parte del Pd. Non a caso è stato il suo stesso par­tito a dimis­sio­narlo, con la “mozione di sfi­du­cia” dei tre asses­sori indi­cati dal pre­si­dente del con­si­glio, Renzi. La pres­sione è stata for­tis­sima, e Marino ieri si è dovuto arren­dere, lasciando la guida del Cam­pi­do­glio. Chissà se gli è venuta in mente la famosa bat­tuta reci­tata da Vit­to­rio Gass­man: «M’hanno rima­sto solo…».
Si pos­sono met­tere in fila le con­ti­nue gaf­fes e le bucce di banana — ultima la più fasti­diosa: gli scon­trini — che hanno offerto l’ex sin­daco come una cilie­gina sulla torta al vasto schie­ra­mento che aveva ini­ziato a cuci­narlo a fuoco lento da tempo.

Nel 2003 neanche le piazze fermarono le bombe. Ecco perchè oggi siamo soli

Intervista ad Alex Zanotelli
«Che belli che erano quei giorni. Sono passati appena dodici anni, ma sembra un secolo: a Roma centinaia di migliaia di persone scesero in piazza contro la guerra. Gente di età e classi sociali diverse, con idee politiche diverse. E poi c’erano bandiere arcobaleno ovunque, giravi per le città e le vedevi a tutti i balconi. Era davvero un movimento popolare contro la guerra».
Padre Alex Zanotelli, lei da allora è uno dei simboli della lotta contro le missioni militari. Ma perché nel 2003 gli italiani si mobilitarono a milioni contro l’impegno in Afghanistan e Iraq e adesso sembrano infischiarsene?
«Ci penso tutti i giorni. C’è stato un calo di interesse pauroso. Una caduta di valori. Nel 2003 ricordo che si riuscì a creare una vera e propria resistenza contro le guerre. Avevamo accanto a noi persone come Tiziano Terzani e Gino Strada. E adesso…niente, tutta quella forza è andata perduta». 

Ttip e Tpp ovvero bombe atomiche per abolire democrazia e sovranità popolare

di Paolo Ferrero
Lunedì 5 ottobre è stato firmato il Trans-Pacific Partnership (Tpp) tra Usa, Giappone e altre 10 nazioni che affacciano sull’Oceano Pacifico. Come spesso accade per le cose veramente importanti i media hanno dato poco rilievo a questa notizia.
Io penso al contrario che questo trattato abbia un rilievo enorme per i destini dell’umanità. Non solo per i motivi geopolitici che sono evidenti – dal trattato è stata accuratamente tenuta fuori la Cina – ma per il suo carattere dirompente sul piano della democrazia. La mia opinione è che questo trattato – che segue di alcuni anni il Nafta stipulato tra Usa, Canada e Messico – costituisce un vero e proprio rovesciamento di quanto sancito dalla Rivoluzione francese per quanto riguarda la sovranità dei popoli e il loro diritto a decidere del proprio destino.

Il Pd è naturalmente di destra e l'informazione fa la schiava

Intervista a Luciano Canfora di Fabrizio D'Esposito
Sostiene Luciano Canfora: “Il Pd è da tempo un partito di centro e il centro da sempre ha una vocazione trasformista, quello che sta accadendo non mi stupisce”. Filologo classico, storico, saggista nonché marxista, Canfora ha un disincanto lucidissimo, se non crudele, rispetto alla cosiddetta mutazione genetica del Pd renziano.
Professore, però lo sdoganamento di Verdini è troppo anche per chi è cinicamente realista.
"Verdini è una persona che dà fastidio anche avere accanto, detto questo, prenda Hollande e Valls in Francia che fanno le stesse cose della Le Pen o di Salvini contro i migranti, fenomeno epocale."
Che c’entra questo?
"La crisi del socialismo reale nel 1989-1991 fa entrare in crisi anche le socialdemocrazie europee. È un paradosso ma è così. Da quel momento lo Stato sociale, che è stato lo strumento fondamentale dei socialdemocratici per contrastare l’alternativa bolscevica, è stato difeso sempre meno efficacemente dall’attacco delle destre. Allo stesso tempo è arrivata la crisi economica, che durerà ancora."

Perché c’è bisogno di un populismo di sinistra

di Christian Raimo
Due mesi fa, quest’estate, ho assistito a Londra a una giornata della campagna elettorale di Jeremy Corbyn alla Union Chapel. Tra le molte cose (belle) che mi hanno sorpreso ne ho appuntate mentalmente un paio.
La prima è che l’intervento finale di Jeremy Corbyn durava da programma venti minuti, e venti minuti è durato. Tanto carismatico quanto sintetico, tanto chiaro quanto radicale.
Pantaloni larghi con le pinces, senza cravatta, aria da middle class novecentesca, ha parlato di rinazionalizzare le ferrovie, di abbassare le tasse universitarie, di rendere di nuovo pubblico ed efficiente il servizio sanitario nazionale, di sostenere un’alternativa economica chiara. Ha detto: “Non è possibile che la classe politica britannica abbia studiato tutta a Oxford o a Cambridge”, “dobbiamo avere una risposta umana e umanitaria alla questione delle migrazioni”, e ha concluso i suoi venti minuti con una frase di grande efficacia: “Immagino un mondo in cui tutte le persone si prendono cura delle altre, e questo mondo si chiama socialismo”.

Ci sarà solo più povertà, senza accordi collettivi. Fermare Renzi

Intervista a Susanna Camusso di Roberto Mania
"Non c'è nessuna ragione al mondo che giustifichi l'intervento del governo sulle regole contrattuali. C'è invece la volontà di destrutturare la funzione di rappresentanza autonoma delle parti sociali. Questo c'è". Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, vede nell'annuncio del governo che si è detto pronto a intervenire sul sistema contrattuale "la riproposizione della cultura dell'uomo solo al comando, che si sostituisce a tutti".
È un fatto, però, che il confronto con la Confindustria è fallito ancor prima di cominciare. Perché?
"Perché fin dall'inizio l'obiettivo di Confindustria era chiaro: abbassare i salari, ridurre il potere d'acquisto dei lavoratori. Le sembra un obiettivo che potevamo condividere?".
Perché ha definito stranianti le parole di Squinzi sulla fine delle trattative?

Se la crescita rimane un auspicio

di Roberto Romano
Nell’ultimo periodo sono stati pubblicati molti dati sulla crescita dell’Italia, dove la Lombardia giocherebbe un ruolo di rilievo. Secondo un ampia pubblicistica il paese sarebbe uscito dalla recessione, imboccando la strada della ripresa, mentre la Lombardia anticipa l’inversione di tendenza in ragione della sua forza economica e, in particolare, industriale. Se osserviamo con maggiore attenzione le stime di crescita per il 2015 e il 2016, in particolare quelle di Standard&Poor’s, possiamo solo registrare che la crescita dell’Italia è molto più lenta della media europea, ed è condizionata dall’andamento dei salari e dalla sottocapitalizzazione dell’intera economia. Solo una soluzione positiva dal lato dei salari e degli investimenti potrebbe consolidare l’inversione di tendenza di questi ultimi due trimestri. In altri termini, Standard&Poor’s sottolinea la necessità di politiche coerenti per consolidare la domanda interna e per rafforzare la struttura del paese.
Se di primo acchito sembrano proposte di buon senso, in realtà, queste idee modificano solo a margine i problemi che l’intero paese deve affrontare.

Mercpil, il vero verso di Renzi

di Francesco Gesualdi
Provvedimenti già assunti e altri annunciati, delineano con sufficiente chiarezza che il progetto di Renzi è servire le imprese attraverso il rafforzamento del mercato, la demolizione dell’economia pubblica, l’indebolimento dei lavoratori.
Un progetto neoliberista dei più selvaggi, che potrebbe essere riassunto con l’acronimo mercpil, dove merc sta per mercato e pil sta per prodotto interno lordo. Lo provano il Jobs Act, già approvato, ed altre due promesse di interventi legislativi: la riduzione dell’Ires e la regolamentazione della contrattazione sindacale.
La foglia di fico usata da Renzi per giustificare la sua politica è la crescita per l’occupazione. Ma tutti sanno che la via più diretta per creare posti di lavoro è l’assunzione diretta da parte dello stato per il rafforzamento dei servizi pubblici e la difesa dei beni comuni.

La favola del postcapitalismo

di Lelio Demichelis
E’ arrivato un nuovo profeta che promette un postcapitalismo meraviglioso, umano, collaborativo, intellettuale, gratuito. Un postcapitalismo che sta nascendo dal capitalismo stesso e che, come il proletariato di Marx cancelleràquesto capitalismo e ci porterà gioia, felicità, condivisione libera, la liberazione dalla fatica, eccetera eccetera. Perché si compia il passaggio al postcapitalismo basta confidare nella potenza rivoluzionaria e salvifica delle nuove tecnologie, confidare nel loro potere liberatorio e liberante nonché libertario, nella loro capacità di diffondere nuovi modi di lavorare e di consumare liberando il tempo dal lavoro e permettendo a noi mortali attività in rete finalmente libere e quindi non capitalistiche. Basta credere che il web sia la nuova fabbrica e che svolga la stessa funzione delle fabbriche del XIX° secolo e che il suo proletariato digitale, diverso da quello industriale perché più informato e più connesso, possa abbattere questo capitalismo.

L'era del postcapitalismo

di Paul Mason
Durante la crisi greca le bandiere rosse e gli slogan di Syriza, insieme alla prospettiva di nazionalizzare le banche, hanno riportato brevemente in vita un sogno novecentesco: distruggere il mercato dall’alto.
Per gran parte del ventesimo secolo, la sinistra ha immaginato così la prima fase dell’economia dopo il capitalismo: la classe operaia avrebbe agito con la forza, nelle urne o sulle barricate, usando lo stato come leva e cogliendo l’occasione offerta dalle frequenti crisi economiche.
Negli ultimi venticinque anni, invece, è stato il progetto della sinistra ad andare in crisi. L’individualismo ha preso il posto del collettivismo e della solidarietà, mentre la forza lavoro mondiale, cresciuta a dismisura, somiglia a un proletariato, ma non ragiona né si comporta più come un tempo. 
Per chi ha vissuto tutto questo e non ama il capitalismo è stato un trauma. Nel frattempo, però, la tecnologia ha creato una nuova via d’uscita. Quello che resta della vecchia sinistra – e tutte le forze che ne sono state influenzate – si trova di fronte a una scelta: imboccare questa strada o morire. 

Quella fragile diga alla marea liberista

di Jacopo Rosatelli 
La recente sto­ria tede­sca ed euro­pea può essere fatta comin­ciare da una data che, ai più, non dice asso­lu­ta­mente nulla: l’11 marzo 1999. È il giorno in cui il mini­stro tede­sco delle finanze, non­ché segre­ta­rio della Spd, Oskar Lafon­taine, abban­dona all’improvviso ogni inca­rico dopo appena sei mesi dall’insediamento del nuovo governo della coa­li­zione «rosso-verde» gui­data dal can­cel­liere Gerhard Schrö­der. Un gesto sul quale Lafon­taine non offrì, per molti mesi, alcuna spiegazione.
Ciò che era acca­duto fu chiaro poi: all’interno del governo si era con­su­mata una bat­ta­glia di potere – la bat­ta­glia di potere – che aveva sciolto ogni ambi­guità sull’indirizzo poli­tico da seguire. A vin­cere fu il can­cel­liere con­tro il mini­stro, e cioè la linea che ha con­dotto all’attuale Europa a pre­do­mi­nio ger­ma­nico: pri­mato dell’export tede­sco, ridu­zione dello stato sociale, auste­rità. Senza dimen­ti­care le guerre uma­ni­ta­rie (i bom­bar­da­menti della Ser­bia comin­cia­rono meno di due set­ti­mane dopo). La «grande coa­li­zione» che governa a Bru­xel­les e Ber­lino nac­que, di fatto, già allora: Angela Mer­kel può ben dirsi con­ti­nua­trice dell’opera del predecessore.

Sharing economy, serpe in seno al capitalismo?

di Giovanni Battista Zorzoli
Secondo Luca Sforza (“L’inquinamento per il popolo”) dallo scandalo Volkswagen non può venire nulla di buono. Scrive infatti: “Qualcuno oggi favoleggia di fine del modello-auto che inquina, perché (finalmente) lo scandalo Vw potrebbe portare al trionfo dell’auto ibrida o meglio ancora elettrica, liberare i nostri cieli dal CO2 , ridurre l’effetto serra e produrre altre meraviglie davvero per il popolo, per l’ambiente e per le generazioni future. Ma sarà invece - sempre e ancora - un’auto; sia pure elettrica o a idrogeno o altro ancora. A vantaggio del profitto e del capitalismo (e dei capitalisti)”. E conclude che “risolveremo (forse) il problema dell’inquinamento, ma certo non quello del traffico, perché sarà ancora e sempre un muoverci individualmente ed egoisticamente(come nella nuova sharing economy)”.
Mi sembra una versione aggiornata del luddismo, criticato da Marx come forma di protesta che esprime una disperazione senza sbocco, alla quale contrapponeva un’analisi delle prospettive che aprivano proprio le macchine introdotte dal capitale.

Le briciole della memoria per narrare l’«homo sovieticus»

Intervista a Svle­tana Alek­sie­vic di Guido Caldiron
«Ho cer­cato lun­ga­mente me stessa, volevo tro­vare qual­cosa che mi avvi­ci­nasse alla realtà, ero tor­men­tata ipno­tiz­zata, appas­sio­na­ta­mente incu­rio­sita pro­prio dalla realtà. Affer­rare quanto vi è di auten­tico, ecco cosa volevo. E ho assi­mi­lato all’istante que­sto genere, fatto delle voci di uomini e donne, di con­fes­sioni, testi­mo­nianze e docu­menti dell’anima delle per­sone. Sì, il mondo io lo vedo e lo sento pro­prio in que­sto modo: attra­verso le voci e i det­ta­gli della vita quo­ti­diana e del vivere. La mia vista e il mio udito sono strut­tu­rati così. E tutto quello che avevo den­tro si è subito rive­lato utile, per­ché biso­gnava essere al tempo stesso scrit­tore, gior­na­li­sta, socio­logo, psi­coa­na­li­sta, predicatore».
La deci­sione dell’Accademia di Sve­zia di asse­ganre il pre­mio Nobel per let­te­ra­tura a Sve­tlana Alek­sie­vic è prima di tutto un rico­no­sci­mento alla ricerca che l’intellettuale bie­lo­russa, esule volon­ta­ria da più di dieci anni dal pro­prio paese, ha intra­preso da tempo nei ter­ri­tori della memo­ria e della lin­gua, con­si­de­rati alla stre­gua di esseri viventi, pagine di un romanzo col­let­tivo che è poi la sto­ria stessa dell’umanità.

Il valore d’uso del meridionalismo

di Franco Piperno
Fran­ce­sco Caruso — mili­tante dei Cen­tri sociali, por­ta­voce degli invi­si­bili, poi depu­tato indi­pen­dente di Rifon­da­zione Comu­ni­sta, e oggi docente uni­ver­si­ta­rio di socio­lo­gia — si ripro­pone nel suo ultimo libro (La poli­tica dei subal­terni, Derive Approdi, pp. 192, euro 17) una opera buona: ripor­tare a casa Anto­nio Gram­sci, dopo che gli intel­let­tuali post-colonial ne ave­vano tra­fu­gata la salma tra­spor­tan­dola nei mari del Sud fino alla Ame­rica Latina e all’India lontana.
L’impresa pre­senta aspetti teme­rari dal momento che la rifles­sione gram­sciana si svolge, a detta dello stesso Gram­sci, al modo di uno adat­ta­mento del pen­siero di Marx alle cir­co­stanze spe­ci­fi­che della vita morale e civile dell’Italia nei primi decenni del secolo appena tra­scorso, una sorta di «tra­du­zione con­cet­tuale» dal tede­sco all’italiano, ad imi­ta­zione di quanto Gen­tile e Croce erano venuti facendo con l’idealismo di Hegel.

Individuo e collettivo: chi se ne ricorda più?

di Lea Melandri 
Il rapporto individuo e collettivo è stato al centro del pensiero e della pratica, politica e analitica, di Elvio Fachinelli, e dei due movimenti -il movimento non autoritario nella scuola e il femminismo- che ho avuto la fortuna di incontrare tra il 1969 e il 1971, pochi anni dopo il mio arrivo a Milano.
Si può dire che Fachinelli è stato l’interprete più originale di un passaggio storico di grande rilievo: la modificazione dei confini tra privato e pubblico, corpo e politica, individuo e società, biologia e storia, la possibilità di uscire da quella che egli chiamava “la tragica necessità del dualismo”, la “rovinosa dialettica” in cui si era inoltrata la ragione, e da lì muovere verso “prospettive impensate”.
Uscire da logiche contrappositive significava allora prendere distanza da quelle che erano diventate due ideologie: il marxismo e la psicanalisi.

Estasi metropolitane

di Elvio Fachinelli
Una singolare linea culturale percorre l’Ottocento e attraverso Poe e Baudelaire giunge fino a Walter Benjamin e oltre. Essa trova nella folla, nel brulichio e nella promiscuità della folla, una fonte di affascinamento e di ebbrezza. Una citazione, da Les fleurs du mal di Baudelaire:
Dans les plis sinueux des vieilles capitales, /Où tout, même l’horreur, tourne aux /enchantements, /Je guette, obéissant à mes humeurs fatales, /Des êtres singuliers, décrépits et charmants. [1]
Oppure ancora, questi due versi trovati non so più dove:
L’apparizione di questi volti nella folla / petali su un ramo nero bagnato (Ezra Pound, In una stazione del metro).
Qui l’esplosione della parola «petali», contrapposta e legata al «ramo nero bagnato», costituisce una traccia di ciò che Benjamin chiamava una «illuminazione profana».

Legge di stabilità a misura di ricco

di Fabio Veronica Forcella
Sono ore fre­ne­ti­che per i tec­nici del mini­stero dell’Economia (Mef), da giorni alle prese con le coper­ture dispo­ni­bili per la ridu­zione delle tasse pro­messa, a più riprese, dal pre­si­dente del Con­si­glio. Il pro­blema più com­pli­cato adesso, secondo indi­scre­zioni, sarebbe anche quello legato all’equità delle misure.
Per­ché, una cosa è certa. Nella pros­sima Legge di Sta­bi­lità il taglio delle tasse, sia quello sulla prima casa, sia quello sulle imprese, rischia di essere pro­fon­da­mente ini­quo.
Quello che a via XX Set­tem­bre vor­reb­bero evi­tare è che i bene­fici mag­giori inte­res­sino quasi esclu­si­va­mente le classi sociali più abbienti — nel caso del pos­si­bile taglio o abo­li­zione della Tasi, la tassa sulla prima casa -, e le grandi imprese, con il taglio di un punto per­cen­tuale dell’Ires, l’imposta sul red­dito delle società, isti­tuita nel 2004 dal governo Ber­lu­sconi.

Fermiamo i Tornado italiani! Non bombe ma aiuti e diplomazia

di Alfio Nicotra
Mentre il Governo italiano studia l’ipotesi di impiego dei Tornado per bombardamenti in Iraq, gli opinionisti si chiedono quale sia la ragione di questa scelta inefficace, rischiosa e costosa di intervento nel conflitto iracheno: acconsentire alla richiesta pressante degli USA, mantenere il “rango internazionale” dell’Italia, o ancor peggio – come sostengono gli esperti di Rete Disarmo – giustificare la necessità di aumenti per almeno 300 milioni di Euro nel bilancio 2015 del Ministero della Difesa, mentre il Tesoro chiedeva tagli per 480 milioni.
Nessun conoscitore esperto dello scenario mediorientale pensa che i bombardamenti possano avere effetti sul conflitto, perché se Daesh (IS) potesse essere sconfitta con attacchi aerei in campo aperto, sulle colonne dei loro blindati, gli USA avrebbero già risolto il problema un anno fa. Sulla base della nostra esperienza sul campo, crediamo che l’enfasi esclusiva sull’intervento militare precluda anzi ogni soluzione politica del conflitto, che richiede un intenso lavoro diplomatico internazionale.

Anche per la magistratura la lotta alla mafia non è più prioritaria

Intervista a Nino Di Matteo di Lorenzo Baldo
Nel suo ufficio al secondo piano del palazzo di giustizia di Palermo il sostituto procuratore Nino Di Matteo spiega che mafia e corruzione rappresentano “due facce della stessa medaglia, due aspetti distinti di un unico sistema criminale integrato, in cui la violenza della mafia e i soldi della corruzione si integrano a vicenda per il raggiungimento di scopi criminali”. Nell’analisi del magistrato siciliano, condannato a morte dal capo di Cosa Nostra, c’è spazio anche per il “protagonismo” dei Servizi segreti che, per ritenute “ragioni di Stato”, accettano il dialogo con altre forze criminali. Mafia, politica e istituzioni? “Per quanto riguarda il calo di tensione e di attenzione nell’approccio a questo tipo di inchieste, la politica, e i governi che si sono succeduti negli ultimi anni, hanno avuto un peso importante, se non determinante”. Di Matteo è consapevole che la magistratura da sola può arrivare fino a un certo punto se in questa ricerca della verità non viene aiutata, sostenuta e stimolata dalla politica. Ma la realtà dei fatti e tutt’altra.

Start up, spesso il fallimento è annunciato

di Jacopo Formaioni
Sembra proprio che stia per esplodere un'altra bolla. Ultimamente ne spuntano un po' ovunque e fanno sempre temere il peggio: bolle finanziarie, immobiliari e così via. Stavolta a essere chiamate in causa sono le start up, ovvero quelle aziende in fase iniziale di “lancio” e alla ricerca di finanziamenti e modelli vincenti di business. Si parla, soprattutto, delle start up legate alle nuove tecnologie e in particolare al mondo di Internet: molte di esse spesso riescono a ottenere migliaia di euro di finanziamenti, per poi però andare in fumo senza superare i primi anni di attività. Insomma: l'incubo di una nuova bolla come quella delle Dot Com di inizio millennio è dietro l'angolo. 
Sono così tante le start up scomparse che c'è chi addirittura chi si è messo a censirle. Su www.starupover.com l’elenco di aziende o idee apparentemente solide che di colpo svaniscono dalla scena, sia in Italia che nel resto del mondo, mostra al pubblico l’altra faccia del mettersi in proprio: quella fatta di incubatori che si moltiplicano ma non sono in grado di avviare aziende; di miliardari che si improvvisano investitori o business angelse di regole poco chiare su come scremare le migliaia di idee che ogni mese vengono date in pasto a eventi, conferenze ad hoc, week-end a tema.

Tengo famiglia. Per scelta

di Luca Billi
Famiglia è una parola dalla storia molto antica, e particolarmente curiosa, perché si tratta di uno dei casi, non molto frequenti, in cui una parola della lingua dei vinti si è imposta in quella dei vincitori. Nel latino familia si trova infatti la radice della parola osca che indica la casa. Tra la fine del IV secolo e l’inizio del III a.C. i tre conflitti tra romani e sanniti – che parlavano appunto osco – che fino ad allora sostanzialmente si equivalevano, segnarono il definitivo predominio di Roma sull’Italia centro-meridionale; eppure qualcosa di quel popolo rimase e significativamente proprio il nome che indicava uno degli istituti più importanti e sacri per i romani, la familia appunto, che comprendeva non soltanto le persone legate al pater familias con legami di sangue, ma anche i famuli, i servi della casa, che, appunto perché legati alla casa, facevano parte a tutti gli effetti di quella famiglia.
Perché la famiglia cambia, come cambia la società. E cambiamo tutti noi che inevitabilmente in una famiglia ci siamo nati e che, non così inevitabilmente, una famiglia abbiamo provato – o proviamo – a costruirla.

Rischio pensioni povere, bisogna correggere il sistema

Le pensioni di domani sono a rischio per migliaia di persone, se non si introducono elementi di solidarietà per cambiare il puro calcolo contributivo. Per esempio giovani con lavori discontinui, donne precarie, chi affronta periodi di disoccupazione può avere una pensione molto bassa, per questo è sempre più urgente un intervento di correzione del sistema. E' quanto emerge dal seminario dell'Inca Cgil, dal titolo "Casi emblematici per descrivere il futuro pensionistico di migliaia di persone", che si è svolto ieri a Roma.
L'Inca presenta un dossier, analizzando una serie di casi concreti per dimostrare che il sistema pensionistico italiano - così com'è oggi - può fare molti danni sulla pelle delle persone. Il seminario è una riflessione, spiega il patronato, "dopo 20 anni dall'introduzione del sistema contributivo di calcolo delle pensioni, sull'adeguatezza o meno dello stesso, non tanto in via generalizzata, ma riflettendo attraverso alcuni casi individuali reali sulle povertà".

Sindacati e diritto del lavoro: ultimo atto

di Riccardo Achilli
Senza clamore, senza più sussulti in un Paese drogato, viene annunciata l’intenzione di Renzi di intervenire con la riforma finale della sua sciagurata esistenza politica: l’ultima fase dell’americanizzazione del Paese, ovvero l’abrogazione dei contratti collettivi, a fronte di un salario minimo scelto a livello politico, mentre tutta la contrattazione salariale viene spostata a livello territoriale e aziendale, e legata unicamente alla produttività. Senza la contropartita della compartecipazione alla gestione (il modello tedesco tanto citato e poco studiato).
La mossa è concordata con Squinzi che, ricordiamolo, alcuni individui, che ancora oggi girano nei circuiti del socialismo, avevano definito “compagno”: infatti oggi il bravo Squinzi decreterà il fallimento ex ante dei negoziati sui CCNL che si stanno per aprire, in modo da spianare la strada alla loro abrogazione.

Jobs Act, il lavoro in fondo al tunnel

di Maria Pia Pizzolante
Olmedo, Sassari, Sardegna, Italia. Anno 2015. Una delle tante vertenze aperte in questo Paese che sembra aver deciso di ingaggiare delle guerre impari con le sue forze migliori, con i suoi giovani, con le loro speranze. E con un governo che fa le riforme e le comunica come se fossero fatte per aiutare proprio loro, i giovani e le forze migliori.
Basta farsi un giro, basta guardare oltre le televisioni e il mainstream e si scopre un Paese che lotta, ma che è disperato. Vi ricordate il Jobs Act e il suo “sarà uno strumento per tanti giovani di avere un lavoro”? Bene, ad Olmedo, o meglio nelle campagne lì intorno, c’era una volta (e c’è ancora, grazie ai suoi lavoratori) una miniera di bauxite, uno dei siti più produttivi d’Italia, in concessione ad una società greca, la S&B, che ad aprile, dalla sera alla mattina, decide di rinunciare alla concessione e di abbandonare i 35 minatori che lì lavorano con un assurdo “finalmente ce ne andiamo”.

Expo, giovani e lavoro gratuito.Tutto è più bello con la clausola di riservatezza

di Flavia Zarba
Sta per concludersi quel lungo, magico, viaggio in giro per il mondo dal nome Expo. C'è chi ne ha parlato positivamente, chi negativamente e c'è poi anche chi non ne ha parlato, e non perché non abbia voluto ma perché non ha potuto. Il riferimento è alla clausola di riservatezza che hanno firmato i dipendenti e che impedisce loro, severamente, di raccontare quanto accade all'interno, tra gli addetti ai lavori.
Si tratta di un accordo legale che, in genere, viene sottoscritto nel campo delle consulenze tecniche, degli scambi commerciali internazionali, e, più in generale, nella trattazione degli affari legali permettendo così alle aziende di tutelare e mantenere il segreto su alcuni aspetti aziendali, ad esempio "il trasferimento di tecnologia", la cui divulgazione creerebbe un innegabile danno all'azienda.
Un vincolo a tutti gli effetti per il dipendente, tecnicamente definito in inglese come "confidential disclosure agreement" che è, gergalmente, conosciuto come accordo di riservatezza.

Le nuove sfide di Tsipras

di Teodoro Andreadis Synghellakis 
Il voto di fidu­cia del par­la­mento di Atene è arri­vato, come da pre­vi­sioni, dai 155 depu­tati di Syriza e dei Greci Indi­pen­denti, che hanno appro­vato il pro­gramma pre­sen­tato dal nuovo governo di Ale­xis Tsi­pras. Il primo mini­stro greco aveva chie­sto «un voto di fidu­cia, ma anche un soste­gno sostan­ziale al nuovo, dif­fi­cile sforzo che sta iniziando».
Tutta l’opposizione, tut­ta­via, par­tendo dai neo­na­zi­sti di Alba Dorata per arri­vare sino ai cen­tri­sti del Fiume, non ha voluto offrire il pro­prio soste­gno, mirando, così, a costrin­gere il governo ad assu­mersi, da solo, la respon­sa­bi­lità poli­tica dei decreti attua­tivi del memo­ran­dum di auste­rità, che dovranno essere votati a breve. «Dovete votare e attuare da soli tutto ciò che avete fir­mato. Noi diremo sì ad ogni ini­zia­tiva posi­tiva, ma ci oppor­remo allo sta­ta­li­smo e alla par­ti­to­cra­zia», ha dichia­rato il pre­si­dente uscente di Nuova Demo­cra­zia, Van­ghe­lis Mei­ma­ra­kis.

Più poveri entro il 2019

di Dario Cataldo
Aumentano le diseguaglianze sociali tra chi è costretto a una vita poco dignitosa, che lotta ogni giorno per la sopravvivenza e per sfamare i propri cari e chi invece conduce una vita oziosa, tra agi e sconcertanti sprechi.
Da diversi rapporti presentati da differenti istituti di statistica e ricerca, un dato emerge incontrovertibile: entro il 2019 l’1% di coloro che detengono l’attuale 48% della ricchezza globale accrescerà i propri possedimenti sino a toccare il 50% nel 2016 e il 54% nel 2019. Nel dettaglio, gli 80 “Paperoni” a livello mondiale possiedono quanto sommato dai 3,6 milioni dei meno abbienti.
Una sproporzione agghiacciante che non lascia adito a fraintendimenti, alla faccia delle campagne governative per pubblicizzare fittizie azioni atte a ridurre il gap. Nonostante l’ultimo rapporto della Fao che recita una diminuzione del numero degli affamati a 795 milioni, le diseguaglianze aumentano è l’America latina è tra le aree più a rischio.

L'Europa della finanza e le false soluzioni

di Andrea Baranes
La ricetta per la crescita? Una maggiore finanziarizzazione dell'economia; espandere il sistema bancario ombra; rilanciare le cartolarizzazioni; abbattere gli ultimi controlli sui movimenti di capitale. Sembrerebbe uno scherzo di cattivo gusto, considerando che sono probabilmente le operazioni maggiormente responsabili della crisi degli ultimi anni. Purtroppo invece è tutto vero, in questa paradossale Unione Europea. La ripresa stenta, mancano gli investimenti e le piccole imprese non hanno accesso al credito? Le cause non vanno ricercate nei disastri della finanza e in anni di austerità. Al contrario, per definizione la finanza pubblica è il problema, quella privata la soluzione.
E' questo il quadro teorico in cui nasce la Capital Markets Union o CMU, presentata nei giorni scorsi dalla Commissione europea. Semplificando, un insieme di iniziative mirate alla creazione di nuovi canali di finanziamento per le piccole e medie imprese, le infrastrutture e particolari settori economici.

L'Europa sta lavorando a un nuovo crack finanziario?

di Luigi Pandolfi 
Messa una toppa ai danni causati in questi anni dalla finanza creativa con generose operazioni di ricapitalizzazione degli istituti di credito, in Europa può ripartire, più forte e più veloce di prima, la grande giostra della speculazione. Ne sono così convinti ai piani alti della Commissione europea, che, per lubrificarne gli ingranaggi, hanno appena approntato un "piano d'azione" per abbattere ogni residua barriera al movimento dei capitali in ambito Ue.
Presentata come un "pilastro" del piano triennale europeo di investimenti da 315 miliardi, più noto come "Piano Juncker", l'iniziativa, denominata Capital Markets Union (CMU), avrebbe come scopo quello di "contribuire a creare un vero mercato unico dei capitali in tutti i 28 Stati membri dell'Ue", per "diversificare le fonti di finanziamento per le imprese" e, di conseguenza, per "incentivare l'occupazione". Nobili obiettivi, verrebbe da dire. Peccato che si tratti di una strada già abbondantemente battuta negli ultimi trent'anni, che ha condotto l'economia mondiale sull'orlo del baratro appena otto anni fa.

Sponsor pericolosi per l’Italia in Iraq

di Giuliana Sgrena
L’Italia ha sem­pre pun­tato le sue carte inter­ven­ti­ste sulla Libia senza riu­scire a creare le con­di­zioni per un inter­vento che avrebbe voluto gui­dare. E for­tu­na­ta­mente potremmo dire, visto il risul­tato del pre­ce­dente impe­gno mili­tare. Ma per l’Italia – ex «potenza» colo­niale che pro­prio per que­sto dovrebbe rima­nerne fuori – è una que­stione di orgo­glio nazio­nale: ripren­dere la supre­ma­zia sul con­trollo delle risorse ener­ge­ti­che libi­che, che ora sono in mano alle varie mili­zie armate più che ai governanti.
Comun­que pare che la strada per Tri­poli – dove è arri­vato anche l’Isis – passi per l’intervento in Iraq.
La mini­stra della difesa Roberta Pinotti, dopo l’incontro con il capo della Difesa Usa Ash­ton Car­ter, ha espresso totale coin­ci­denza di vedute e se la coa­li­zione e il governo ira­cheno lo chie­de­ranno l’Italia è pronta.

I motivi della rabbia palestinese

di Gideon Levy
Dopo la propaganda mediatica, l’istigazione alla violenza, la follia, il lavaggio del cervello e il vittimismo degli scorsi giorni, la domanda più semplice riemerge con tutta la sua forza: chi ha ragione?
Nell’arsenale a disposizione d’Israele non rimangono più argomentazioni valide, niente che una persona per bene potrebbe prendere per buono. Anche il mahatma Gandhi comprenderebbe le ragioni dietro a questa esplosione di violenza da parte dei palestinesi. Anche chi rifiuta la violenza, considerandola immorale e inutile, non può fare a meno di capire il perché delle sue periodiche esplosioni. La vera domanda, anzi, è perché la violenza non esploda più di frequente.
Che si tratti di capire chi abbia cominciato o chi sia il colpevole, il dito è puntato, a ragione, solo e soltanto verso Israele. I palestinesi non sono esenti da colpe, ma la principale responsabilità ricade su Israele.

Air France: la mano ruvida dei lavoratori

di Fabio Marcelli
Fa un certo effetto sentire le scontate reazioni di chi, come il primo ministro francese Valls, depreca scandalizzato la “violenza” cui avrebbero fatto ricorso quelle centinaia di lavoratori dell’Air France che hanno strattonato un paio di manager elegantemente vestiti e profumatamente pagati, per protestare contro “soluzioni” della loro vicenda aziendale che non tengono per nulla conto dei loro diritti e interessi. Certo quei manager ci hanno rimesso una parte infinitesimale del loro elegante guardaroba, che non mancheranno di sostituire adeguatamente attingendo alle loro sostanziose prebende. Ma quanto più disumana e deprecabile è la violenza del sistema che priva del lavoro e del sostentamento intere famiglie? Come affermato dalla Federazione sindacale mondiale, “alcuni pretendono di accusarli di “violenza”, ma è la direzione di Air France che è l’unica responsabile di questo conflitto, esercitando una violenza sociale senza precedenti contro i lavoratori e le loro famiglie, con il brutale annuncio di 2.900 licenziamenti, ponendo così i dipendenti di Air France in stato di legittima difesa sociale!”.

Portogallo: i socialisti cercano “alibi” per sostenere la destra neoliberista

Intervista a Jorge Costa di Argiris Panagopoulos
I socialisti sosteranno forse dall’esterno la formazione di un governo di destra , utilizzando come “alibi” i colloqui previsti con il Blocco di Sinistra e il Partito Comunista Portoghese, ha detto ad “Avgi” il deputato e membro della Direzione del Blocco Jorge Costa, soddisfatto per il raddoppio dei voti e dei seggi del Blocco.
La Commissione politica del Partito Socialista, dopo una riunione di quattro ore che è finita alle 2 della mattina di mercoledì, con 63 voti a favore, 4 contrari e 3 astensioni ha deciso di tenere aperta la questione delle alleanze, lasciando chiaramente intravedere la sua opposizione ad un governo “di grandi alleanze”, senza escludere la collaborazione con il Blocco di Sinistra e il Partito Comunista Portoghese. 

“Organizzarvi è un vostro dovere”. L'eredità di padre Óscar Romero

di Gabriele Santoro
A Napoli nella bellissima chiesa settecentesca dei Santi Filippo e Giacomo, edificata alla fine del Cinquecento nel cuore del vicolo stretto di San Biagio dei Librai, s’incontrano le parole del Beato Óscar Arnulfo Romero. Padre Mariano Imperato, parroco da trentatré anni, è custode, studioso e divulgatore dell’autentico lascito testuale del buon pastore salvadoregno, assassinato il 24 marzo 1980 con un proiettile a frammentazione, esploso all’altezza del cuore, mentre celebrava la messa.
Imperato, in qualità di vice postulatore, ha svolto un ruolo chiave nella complessa causa di beatificazione. Ora lavora alla pubblicazione integrale, inedita per l’Italia, delle omelie dalla Quaresima del 1977, quando Romero venne nominato arcivescovo di San Salvador, alla Quaresima del suo martirio. Le omelie indicano la strada maestra per comprendere le peculiarità di un sacerdozio rivoluzionario nella fedeltà alla radicalità del Vangelo e nella violenza dell’amore nei confronti degli oppressi, dei senza voce, in cui si è incarnato. Saranno pubblicati tre volumi.

Kobane, la Stalingrado dei curdi

di Gastone Breccia
Mi sveglio all’alba. Il mio interprete e la mia scorta dormono ancora; dopo la doccia esco dall’albergo-ostello appena rimesso a nuovo e gestito dal governo del Rojava – la piccola, indomita regione autonoma curdo-siriana schiacciata tra la frontiera turca e il territorio controllato dall’Isis. All’ingresso ci sono il nostro autista e una guardia armata: faccio un gesto vago, senza fermarmi – qualcosa che potrebbe voler dire «buongiorno, vado a fare due passi ma ci vediamo presto» – e loro, un po’ stupiti e un po’ intimiditi, non mi fermano.
Ho qualche idea della topografia della battaglia, per cui mi dirigo subito verso est. Polvere, poche macchine, una donna che spazza il marciapiede di fronte alla sua casa diroccata. Un uomo vestito all’occidentale, con l’aria di andare al lavoro, incrociandomi ripete tre volte welcome! – e sorride, mentre mi viene incontro per stringere la mia mano. Quel che resta della città è un labirinto spettrale nella prima luce del giorno.

Chiamata alle armi del Consiglio Atlantico

di Manlio Dinucci
Il Con­si­glio Nord Atlan­tico si è riu­nito ieri d’urgenza a Bru­xel­les, a livello dei mini­stri della difesa, «in un momento deci­sivo per la nostra sicu­rezza». La Nato è «for­te­mente pre­oc­cu­pata dalla esca­la­tion dell’attività mili­tare russa in Siria», in par­ti­co­lare dal fatto che «la Rus­sia non sta pren­dendo di mira l’Isis, ma sta attac­cando l’opposizione siriana e i civili».
Non spe­ci­fica la Nato quale sia «l’opposizione siriana» attac­cata dalla Rus­sia. Il Pen­ta­gono ha dovuto ammet­tere, il 16 set­tem­bre, di essere riu­scito ad adde­strare in Tur­chia, spen­dendo 41 milioni di dol­lari, appena 60 com­bat­tenti atten­ta­mente sele­zio­nati, ma che, una volta infil­trati in Siria con l’insegna di «Nuovo eser­cito siriano», sono stati «quasi com­ple­ta­mente spaz­zati via da forze del Fronte al-Nusra».

Cina e Giappone, tra diffidenza e interdipendenza

di Shiro Armstrong
Da un punto di vista economico, Cina e Giappone sono stretti l’una all’altro. La loro relazione bilaterale è la terza al mondo per quanto riguarda l’interscambio commerciale: 340 miliardi di dollari nel 2014. La Cina rappresenta il maggior partner commerciale del Giappone (circa 1/5 degli scambi di quest’ultimo), viceversa il Giappone è il secondo per la Cina. Il Giappone è inoltre il principale investitore in Cina, con uno stock di investimenti diretti di oltre 100 miliardi di dollari nel 2014, di oltre 30 miliardi di dollari superiore alla seconda fonte di investimenti in Cina, gli Stati Uniti. Tuttavia queste cifre colossali relative al commercio e agli investimenti non bastano a chiarire quanto i due giganti asiatici sono interconnessi.
L’importanza della relazione tra Giappone e Cina non si ferma al loro rapporto bilaterale, perché è tutt’uno con una regione profondamente integrata nella quale le catene di distribuzione, un commercio robusto e i flussi di investimenti con paesi terzi aggiungono un’ulteriore dimensione all’interdipendenza tra Pechino e Tokyo: ad esempio, molti degli investimenti giapponesi nel Sud-est asiatico dipendono dall’assemblaggio e, sempre più, dall’aggiunta di valore in Cina.

Bombardare in Iraq è sbagliato. Parola di generale

Intervista a Franco Angioni di Umberto De Giovannangeli
Se c’è un militare italiano che conosce perfettamente la realtà mediorientale, questo è il generale Franco Angioni, comandante del contingente italiano in Libano negli anni più duri della guerra civile che dilaniò il Paese dei Cedri. «Di fronte alle azioni dei miliziani dell’Isis – dice il generale Angioni a Left – i bombardamenti aerei non solo sono di scarsa efficacia ma rischiano di essere controproducenti perché possono fare vittime fra la popolazione civile».
Generale Angioni, l’Italia sembra prendere in considerazione l’ipotesi di bombardare l’Isis in Iraq. Da profondo conoscitore della realtà mediorientale, qual è la sua valutazione?
"L’Italia si è impegnata a dispiegare 4 Tornado in Iraq per missioni di ricognizione e accertamento di obiettivi, senza però il coinvolgimento in azioni di attacco. Ora, invece, sembra che ci sia stato richiesto l’intervento anche in missioni di bombardamento.

Disinnescare le bombe per l’Iraq

Mentre il governo italiano studia l’ipotesi di impiego dei Tornado per bombardamenti in Iraq, gli opinionisti si chiedono quale sia la ragione di questa scelta inefficace, rischiosa e costosa di intervento nel conflitto iracheno: acconsentire alla richiesta pressante degli Usa, mantenere il “rango internazionale” dell’Italia, o ancor peggio – come sostengono gli esperti di Rete Disarmo –giustificare la necessità di aumenti per almeno 300 milioni di Euro nel bilancio 2015 del ministero della Difesa, mentre il Tesoro chiedeva tagli per 480 milioni.
Nessun conoscitore esperto dello scenario mediorientale pensa che i bombardamenti possano avere effetti sul conflitto, perché se Daesh (l‘acronimo arabo di Is, Islamic state) potesse essere sconfitta con attacchi aerei in campo aperto, sulle colonne dei loro blindati, gli Usa avrebbero già risolto il problema un anno fa. Sulla base della nostra esperienza sul campo, crediamo che l’enfasi esclusiva sull’intervento militare precluda anzi ogni soluzione politica del conflitto, che richiede un intenso lavoro diplomatico internazionale.

Perché la Fed rischia di finire nella trappola del Quantitative Easing

di Francesco Lenzi
Con la frase “sarà probabilmente appropriato alzare il livello obiettivo dei tassi d’interesse federali entro la fine dell’anno” Janet Yellen, presidente della Federal Reserve, pare aver tolto ogni dubbio sul fatto che ci stiamo avvicinando al primo rialzo dei tassi d’interesse negli Stati Uniti. Sono passati circa 6 anni da quando vennero fissati allo 0-0,25% per far uscire il gigante americano dalle secche della Grande Recessione.
Da allora la prima economia del mondo è riuscita a recuperare quasi interamente i posti di lavoro persi, anche se non è riuscita a riavvicinarsi ai ritmi di sviluppo avuti negli anni precedenti al crollo della Lehman Brothers. Dalle parole della Yellen l’abbandono dei tassi a zero sembra pertanto giustificato dal fatto che, con l’occupazione vicina al pieno impiego e l’attività economica in fase di recupero, l’inflazione potrebbe tornare a far capolino. La “normalizzazione” della politica monetaria avrebbe anche lo scopo di contrastare il pericolo di formazione di “bolle” finanziarie, visto il lungo periodo trascorso con tassi a zero e continue immissioni di liquidità.

In Repubblica Ceca comincia la militarizzazione della società?

di Gerardo Femina
In Repubblica Ceca soldati dell’esercito hanno cominciato a girare nelle scuole, incontrando studenti a partire dalla quinta elementare, presentando la vita militare, mostrando le armi e lasciandoli “giocare” con i mitra. Sono immagini che terrorizzano e ricordano i regimi totalitari, dove l’educazione fondamentale comincia già dai bambini, preparandoli alla guerra e educandoli a una visione militare della società e della vita in generale.
E tutto questo proprio quando negli Stati Uniti si verifica l’ennesima strage in una scuola e lo stesso presidente è impotente contro le grandi industrie produttrici di armi! Secondo l’osservatorio Gun Violence Archive, nel 2015 gli incidenti dovuti alle armi da fuoco in Usa sono stati 33.293. 8.514 persone hanno perso la vita e 17.361 sono rimaste ferite. Tra i morti o i feriti ci sono 486 i bambini da zero a 11 anni e 1.687 tra i 12 e i 17 anni. E’ questo il modello che vogliamo seguire?

Distinzione criminale

di Alessandro Dal Lago
In un vec­chio film di guerra, alcuni sol­dati in trin­cea discu­tono di pace. Il modo migliore per otte­nerla — dice uno — è , in caso di con­tro­ver­sie tra gli stati, obbli­gare re e capi di governo a salire con i guan­toni sul ring e suo­nar­sele di santa ragione fin­ché uno non vince.
La bat­tuta mi è tor­nata in mente quando ho letto del piano segreto, ela­bo­rato dai mini­stri degli interni dell’Unione euro­pea, per il rim­pa­trio di 400.000 migranti «economici».
Giu­sto per dare un’idea a que­sti pen­sosi sta­ti­sti di che cosa signi­fi­chi migrare oggi si potrebbe, che so, por­tarli (a comin­ciare dall’ineffabile ono­re­vole Alfano) in qual­che paese del cen­tro Africa e poi, con un po’ di dol­lari o Euro rac­colti tra altri mini­stri e sotto-segretari, tra­spor­tarli in auto­bus in Libia, imbar­carli su un gom­mone , farli rischiare il nau­fra­gio e arri­vare fra­dici e affa­mati a Lam­pe­dusa, rin­chiu­derli nel Cie e, dopo una deten­zione di durata inde­fi­nita, ripor­tarli al punto di par­tenza. E chie­dere loro: la pen­sate come prima?

Continua la mobilitazione per il disarmo nucleare

Negli scorsi giorni, in occasione della seconda Giornata Internazionale per la Totale Eliminazione delle Armi Nucleari (che si celebra il 26 di settembre), la Rete Italiana per il Disarmo ha rilanciato una mobilitazione sul disarmo nucleare promossa dall’associazione “Beati i Costruttori di Pace” lo scorso agosto in concomitanza con il 70° anniversario dei bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki.
Insieme a numerose Reti e associazioni internazionali crediamo che sia nostro dovere ricordare ai governanti del mondo che le armi nucleari non possono continuare a minacciare il mondo e noi tutti. Con 16.000 armi nucleari ancora negli arsenali di nove Stati, una catastrofe atomica può verificarsi per errore e per incidente, non solo per volontà̀ esplicita. Solo la totale e definitiva eliminazione di tutte le armi nucleari impedirà di rivivere l’incubo avvenuto a Hiroshima e Nagasaki 70 anni fa: vogliamo che nessun altro debba mai subire la stessa terribile esperienza vissuta dagli abitanti di queste città giapponesi alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Ungheria, il tradimento dei socialisti democratici europei

di Martino Pillitteri 
"Non ci arrenderemo facilmente. Il nostro gruppo (Alde – L’alleanza dei liberali e democratici europei) richiederà alla Commissione per le libertà civili di far scattare la cosiddetta procedura dell'articolo 7 contro l'Ungheria." Parola dell’euro parlamentale svedese Cecilia Wikstrom a nome del suo gruppo dopo aver incassato la sconfitta a Strasburgo lo scorso Lunedi.
La disfatta si riferisce al mancato sostegno del gruppo S&D ( I Socialisti e Democratici europei) di votare la mozione promossa da Alde nei confronti del governo ungherese reo di gravi e reiterate violazioni nei confronti degli immigrati in Ungheria e comportamenti degni da Stato di polizia come controlli nelle case private dei migranti eseguiti senza autorizzazione ma anche l'uso di proiettili di gomma, dispositivi pirotecnici e lacrimogeni contro i profughi.

Unilever e il termometro dei diritti negati

di Anna Molinari
raccontare tra le lacrime la verità è la signora Esther Rani, sessantacinquenne madre di un giovane operaio che lavorava per Unilever. “A 19 anni mio figlio Britto è andato a lavorare in fabbrica. Mentre era lì si lamentava sempre di dolori alla testa e di altri fastidi, ma continuava a recarsi a lavoro nonostante il malessere per contribuire alle misere entrate della nostra famiglia.Era il nostro unico figlio, mio marito e io stavamo invecchiando e abbiamo pensato che ci avrebbe aiutati con quel lavoro.” Ma la salute di Britto peggiorava e la famiglia non sapeva cosa fare: “A un certo punto non se l’è più sentita di continuare e ha lasciato il lavoro. Un giorno la febbre era molto alta, aveva la nausea e ha vomitato sangue. Le analisi hanno dato il fegato per spacciato. Con enormi sacrifici e chiedendo prestiti a chi poteva aiutarci l’abbiamo fatto ricoverare in ospedale, dove ci hanno detto che era necessario sottoporlo a dialisi.

giovedì 8 ottobre 2015

Il neopopulismo di governo

di Aldo Carra
Il pae­sag­gio poli­tico ita­liano si sta ridi­se­gnando sem­pre di più attorno alla figura del pre­si­dente del Con­si­glio. Più che par­lare di regime auto­ri­ta­rio si potrebbe par­lare di ren­zime demo­cra­tico, una forma nuova di inte­gra­zione tra popu­li­smo, comu­ni­ca­zione e governo che supera la tra­di­zio­nale distin­zione tra destra e sini­stra, ma con­ser­vando uno zoc­colo duro nel popolo di sini­stra da cui nasce, un popu­li­smo di nuova gene­ra­zione che rimo­della sistema poli­tico e com­pe­ti­tors.
Di popu­li­smi ne abbiamo avuti e ne abbiamo tanti oggi in Europa. In genere essi si col­lo­cano a destra dall’opposizione e a que­sto modello si ispira la Lega. Ma in Ita­lia ne abbiamo par­to­rito altri.
Anche il M5S si è affer­mato gra­zie a un forte popu­li­smo anti­si­stema, ma con alcune novità impor­tanti: una forte attra­zione nel popolo di sini­stra su temi come la par­te­ci­pa­zione, l’ambiente, la mora­liz­za­zione della poli­tica, una inno­va­tiva capa­cità di comu­ni­ca­zione e di spet­ta­co­la­riz­za­zione della poli­tica e del rap­porto con i cittadini.

Il ritorno della lotta di classe

di Giorgio Cremaschi
La Confindustria ha deciso di non rinnovare più i contratti nazionali, nonostante la moderazione delle piattaforme già varate da CGIL CISL UIL, con richieste salariali medie di 30 euro lordi all'anno e con la piena disponibilità a venire incontro a tante richieste delle imprese. A sua volta il governo ha prestato un doppio soccorso agli industriali, come imprenditore, con il blocco dei contratti pubblici, e come legislatore con l'annuncio della legge sul salario minimo. Quest'ultima in realtà dovrebbe essere definita come legge per rendere minimo il salario, visto che la cifra ipotizzata, 6 euro lordi all'ora, è poco più della metà della retribuzione minima prevista dai contratti nazionali. Grazie alla nuova legge e al Jobs Act, una impresa potrebbe licenziare i suoi dipendenti pagati 12 euro e poi assumere gli stessi o altri lavoratori al salario minimo di legge.
Naturalmente il minimo salario non dovrebbe essere applicato indistintamente a tutti, anche il manager più feroce sa che ci sono lavori e attività che non possono essere gestiti con paghe così basse.

Il doppio attacco di Renzi al lavoro

di Alfonso Gianni
Renzi si appresta a sferrare il più grande attacco al diritto del lavoro mai tentato in questo Paese. L'uomo è ambizioso, si sa. Quindi ha pensato di non farsi sfuggire la mossa di Squinzi, presidente di Confindustria, che haconvocato i rappresentanti delle categorie per "prendere atto" del fallimento del confronto con Cgil, Cisl e Uil sul tema della contrattazione. "Faccio io!", è stata la prevedibile risposta di Renzi. E il suo governo in effetti intende muoversi contemporaneamente su due piani.
Da un lato il governo lavora per snaturare e limitare il diritto di sciopero. Esso, contrariamente alla nostra Costituzione, non sarebbe più un diritto in capo al lavoratore, ma un atto consentito solo a sindacati aventi un certo livello di rappresentanza e di consenso tra i dipendenti. Si parla del 20-30 per cento in luogo del 50 voluto da Ichino. Ma la sostanza non cambierebbe.

La guerra in Siria e l’attrazione fatale italiana

di Giulio Marcon
I bom­bar­da­menti ita­liani in Iraq sono dun­que sul tavolo. La mini­stra della difesa Pinotti — ascol­tata in Par­la­mento insieme a Gen­ti­loni mar­tedì scorso — ha dichia­rato: «Valu­te­remo nuovi ruoli» e poi: «Quando il governo avrà sta­bi­lito un suo orien­ta­mento, rife­rirà in Par­la­mento». Cioè, tra­dotto in ita­liano: stiamo valu­tando se bom­bar­dare e quando il governo deci­derà, lo farà sapere al Par­la­mento. Bontà sua. Ma le valu­ta­zioni (e le deli­be­ra­zioni) le deve fare il Par­la­mento, non la Pinotti.
La noti­zia di un pos­si­bile inter­vento mili­tare ita­liano in Iraq l’aveva data l’altro ieri il Cor­riere della Sera. Infor­mato, pare, da fonti interne (assai auto­re­voli) del mini­stero della Difesa, sulle cui gerar­chie mili­tari la mini­stra Pinotti sta per­dendo pro­gres­si­va­mente il con­trollo. La richie­sta — più o meno espli­cita — di una par­te­ci­pa­zione ita­liana ai bom­bar­da­menti viene dal governo ame­ri­cano (anche per con­tro­bi­lan­ciare il pro­ta­go­ni­smo russo in Siria) e da quello ira­cheno.

Renzi, la disoccupazione giovanile e il sindacato

di Guglielmo Forges Davanzati 
Il tasso di disoccupazione giovanile, che riguarda individui di età compresa fra i 15 e i 24 anni, ha raggiunto, nell’ultima rilevazione ISTAT di giugno, il 44,2%, in aumento di 1,9% rispetto al mese precedente, raggiungendo il livello più alto dal primo anno di stima (il 1977). La rilevazione esclude i giovani inattivi, ovvero coloro che non cercano lavoro. L’ISTAT rileva che nell’ultimo anno, il tasso di disoccupazione complessivo è aumentato di 0.3 punti percentuali. 
A ben vedere, l’attuazione di politiche di contrasto alla drammatica crescita della disoccupazione giovanile, in particolare nel Mezzogiorno, non sembra essere oggi fra le priorità di questo Governo. La propaganda governativa è prevalentemente concentrata nel vantare il merito di aver contribuito, tramite il Jobs Act, alla trasformazione di contratti precari in contratti a tempo indeterminato. Ma anche se ciò è accaduto, si fa riferimento a lavoratori già occupati e, dunque, prevalentemente adulti. Molti commentatori fanno osservare che la trasformazione di contratti precari in contratti a tempo indeterminato è semmai da imputare agli sgravi fiscali attribuiti alle imprese, non alla “riforma” in quanto tale.