La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 30 ottobre 2015

Il TAV a giudizio del Tribunale permanente dei popoli

di Luca Martinelli
La sentenza verrà letta domenica 8 novembre, alle 16, nell’auditorium di Almese, in Val di Susa. L’udienza, invece, inizia giovedì 5 novembre, a Torino, dove il magistrato Livio Pepino, presidente del Controsservatorio Valsusa, presenterà l’atto d’accusa, che è rivolto agli enti promotori di opere come l’Alta velocità ferroviaria Torino-Lione, le apposite società di attuazione, il Governo italiano, la Commissione petizioni del Parlamento europeo ed il coordinatore UE del Corridoio Mediterraneo nell'ambito delle infrastrutture Ten-T (Trans European Network-Transport). 
Ad ascoltarlo, in particolare, ci saranno i nove giudici popolari del Tribunale permanente dei popoli: arrivano da tutto il mondo, rappresentano un’istituzione indipendente riconosciuta in tutto il mondo, un tribunale d’opinione dopo aver affrontato il tema del “lavoro dignitoso come diritto umano fondamentale” in India, e quello della relazione da libere commercio e impunità in Messico, ha scelto proprio la Val di Susa per discutere di “partecipazione della comunità locali e grandi opere”. 

Rifiuti tossici e scorie, un incubo che dura da 20 anni

di Carmine Gazzanni
Il caso più eclatante è quello di “Cemerad”, nel comune di Statte, nelle immediate vicinanze di Taranto. Qui c’è un deposito di rifiuti radioattivi, soprattutto di origine ospedaliera e industriale, la cui attività è iniziata nel 1984 e si è conclusa nel 2000. Da allora il deposito è chiuso e tuttora posto in custodia giudiziaria, affidata al comune.
Una situazione molto critica, anche perché, secondo quanto comunicato dall’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale), il deposito si trova «in uno stato di sostanziale abbandono ed esposto a ogni possibile evento», senza dimenticare che sia il capannone, sia i fusti presentano «segni di notevole degrado». I numeri sono impressionanti: risultano presenti complessivamente 1.140 metri cubi di rifiuti radioattivi, sistemati in oltre quattromila fusti, anche se in realtà il numero potrebbe essere ancora più elevato dato che queste ultime informazioni «risultano dedotte dalla documentazione presente nel deposito, la cui attendibilità potrebbe non essere totale».

L'Italia e il disaccoppiamento che non c'è: Ispra, i rifiuti urbani tornano a crescere

di Luca Aterini
L’Ispra ha diffuso oggi il nuovo rapporto Rifiuti urbani, che nell’edizione 2015 fornisce dati aggiornati all’anno 2014 sui vari aspetti di questo mondo: produzione, gestione, import/export, raccolta differenziata degli imballaggi. Nel merito, si tratta del quadro più dettagliato accessibile in Italia, ma sotto molteplici aspetti rende comunque un’immagine lontana dalla realtà dei fatti, che rimane oscura. Certo non per lacune nel lavoro dell’Ispra: si pensi ai dati sulla raccolta differenziata, raccolti senza una metodologia standard lungo lo Stivale. Un vulnus che avrebbe dovuto essere sanato entro 6 mesi dalla stesura del decreto Ronchi (correva l’anno 1996), ma che ancora persiste e inficia l’affidabilità di tutte le estrapolazioni seguenti relative ai tassi di riciclo.

Sfruttamento: lo spettro della rivolta nelle campagne pugliesi

Intervista a Yvan Sagnet di Francesco Ferri
A quattro anni dalla rivolta di Nardò, quella intensa stagione di scioperi e disobbedienze contro le forme estreme di sfruttamento nei campi di Puglia continua a suggestionare e, allo stesso tempo, ad inquietare. E’ facile cogliere gli elementi di suggestione: le pagine dell’appassionante Ama il tuo sogno – vita e rivolta nella terra dell’oro rosso, scritto da Yvan Sagnet, organizzatore e protagonista di quella stagione di lotta, sono una ventata d’aria fresca, in un clima politico nel quale la parola rivoltae sembra espulsa dal linguaggio politico contemporaneo, anche a sinistra. Anche gli elementi di inquietudine sono altrettanto evidenti. Sono passati quattro anni dalle straordinarie mobilitazioni di Nardò contro il caporalato, il lavoro nero e le aziende coinvolte, ma le condizioni di lavoro e di vita nelle nostre campagne sono tutt’oggi drammatiche e segnate dal più profondo sfruttamento. Tragiche morti durante il lavoro nei campi hanno occupato le pagine dei quotidiani per brevi periodi della scorsa estate, finendo presto nel dimenticatoio. Cosa è successo dal 2011 ad oggi, sul fronte delle lotte sindacali nelle campagne pugliesi?

Strategie per conquistare il lascito del presente

di Micaela Latini
«Nes­suno — diceva Blaise Pascal – muore così povero da non lasciare nulla in ere­dità». In tempi di crisi e di povertà il tema dell’eredità è tor­nato ad essere di grande attua­lità. Lo dimo­stra il suc­cesso di una nota tra­smis­sione a quiz tele­vi­siva, ma anche la scelta di que­sto motivo come parola chiave per il Festi­val di filo­so­fia di Modena del 2015. Che nell’eredità ci fosse un bot­tino teo­re­tico ricco di pie­tre pre­ziose lo aveva ben capito il filo­sofo tede­sco Ernst Bloch (1885–1977) negli anni Trenta, quando decise di inti­to­lare uno dei suoi studi più impor­tanti: Erb­schaft die­ser Zeit. L’imponente opera — pub­bli­cata a Zurigo durate il gri­gio periodo dell’esilio, e uscita in ita­liano nel 1992 per i tipi del Sag­gia­tore, con il titolo Ere­dità del nostro tempo e a cura di Laura Boella — è stata rie­dita dalla casa edi­trice Mime­sis, in una tra­du­zione rivi­si­tata sem­pre a cura della filo­sofa mila­nese. La novità sta già nella scelta di un nuovo titolo, Ere­dità di que­sto tempo (pp. 480, euro 36): una for­mula più fedele all’originale tede­sco e forse anche più effi­cace, nel sol­le­ci­tare il corto cir­cuito tra tempo e spazio.

L'Italia sono anch'io. Il nuovo ius soli viola la Costituzione

di Lidia Baratta
Il testo della nuova legge sulla cittadinanza, approvato in prima lettura alla Camera, è passato all’esame della commissione Affari costituzionali del Senato. Ma la legge che saluta lo ius sanguinis e dà il via allo ius soli temperato e allo ius culturae, così com’è viola la Costituzione. Lo dice l’Asgi, Associazione studi giuridici sull’immigrazione, che insieme alle altre organizzazioni della campagna "L’Italia sono anch’io”, ha individuato in un documento gli elementi di incostituzionalità del testo.
A partire dal requisito del permesso di soggiorno Ue per i soggiornanti di lungo periodo, che almeno uno dei genitori deve possedere per poter ottenere la cittadinanza. Questo, dicono dall’Asgi, «significa prevedere una definizione di cittadinanza “per censo”», violando di fatto l’articolo 3 della Costituzione.

Gli stranieri? Meno criminali degli italiani

di Ilaria Giupponi
Mettetevi l’anima in pace: gli stranieri, gli “immigrati”, i “clandestini”, non sono il fattore criminale preponderante nel nostro Paese. Quello, siamo noi. Secondo i dati elaborati dall’Idos/Unar, nel periodo 2004-2013 le denunce penali verso italiani, a fronte di una popolazione in leggera diminuzione, sono aumentate del 28% mentre quelle a carico di stranieri, a fronte di una popolazione più che raddoppiata, sono diminuite del 6,2%.
Così come sono diminuite le denunce contro stranieri sul totale di quelle contro autore noto: la prima è scesa dal 32,5% del 2004 al 26,7% nel 2013.

Essere stranieri, essere cittadini: un percorso tra nazionalismo e rivendicazione

di Elena De Zan
Quando si parla di migrazioni si parla di flussi, quasi a muoversi fossero correnti e non persone. Si parla di emergenza, come se si parlasse di un fenomeno nuovo, imprevedibile, mai successo nella storia dell'umanità. E si parla di immigrati, come se la loro vita abbia valore solo dal momento che sono sbarcati in Europa.
Tramite questi discorsi (e non solo!) le persone migranti vengono disumanizzate, viste come un tutt'uno omogeneo, un nemico che minaccia l'ordine costituito; questa “massa” porta malattie, dall'ebola alla scabbia, porta terroristi pronti a far stragi nella nostra terra e la loro semplice presenza è una minaccia alla cultura e alla religione autoctona.

La polizia contro Pasolini, Pasolini contro la polizia

di Wu Ming 1
1. “Quel bastardo è morto”
Elisei Marcello, di anni 19, muore alle tre di notte, solo come un cane alla catena in una casa abbandonata. Muore dopo un giorno e una notte di urla, suppliche, gemiti, lasciato senza cibo né acqua, legato per i polsi e le caviglie a un tavolaccio in una cella del carcere di Regina Coeli. Ha la broncopolmonite, è in stato di shock, la cella è gelida. I legacci bloccano la circolazione del sangue. Da una cella vicina un altro detenuto, il neofascista Paolo Signorelli, sente il ragazzo gridare a lungo, poi rantolare, invocare acqua, infine il silenzio. La mattina, chiede lumi su cosa sia accaduto. “Quel bastardo è morto”, taglia corto un agente di custodia. È il 29 novembre 1959.
Marcello Elisei stava scontando una condanna a quattro anni e sette mesi per aver rubato gomme d’automobile. Aveva dato segni di disagio psichico. Segni chiarissimi: aveva ingoiato chiodi, poi rimossi con una lavanda gastrica; il giorno prima aveva battuto più volte la testa contro un muro, cercando di uccidersi. I medici del carcere lo avevano accusato di “simulare”. Le guardie lo avevano trascinato via con la forza e legato al tavolaccio.

Berlinguer proponeva un’idea nuova della politica

Intervista a Aldo Tortorella di Maria Zegarelli
Trovo Aldo Tortorella, coordinatore dell’ultima segreteria di Berlinguer, vivace e combattivo come sempre: «La prima cosa che vorrei far notare a De Giovanni è che non sono mancati saggi e libri interi, anche di rispettabili autori o autrici, tutti impegnati a mostrare un Berlinguer arretrato, da dimenticare. Ma se, a 31 anni dalla morte e dopo tante confutazioni, si ritiene di dover riproporre una discussione su di lui, già questo è il segno della solida permanenza di molte delle parole e delle idee che Berlinguer mise in campo». Questa è la sua premessa, durante questo lungo colloquio nel corso del quale emerge con forza la profonda conoscenza dell’uomo e del politico che segnò la storia del Pci. «Non accadrebbe – continua – se molte delle sue intuizioni non fossero state confermate dalla realtà. Bisognerebbe partire di qui, non dal contrario. Poi, a parte Livia Turco e Achille Occhetto, i più sembrano discutere di Berlinguer come se la sua vita fosse terminata nel 1979 quando egli stesso pone fine al governo detto di unità nazionale (ma divenuto di parte). La sua azione politica, però, è durata per più di altri quattro anni, fervidi di correzioni della sua politica, di iniziative e di idee che hanno lasciato il segno».

L’invenzione della star politica

di Francesco Marchianò
Molti miti, si sa, sono duri a morire, spe­cial­mente in poli­tica dove il mito spesso supera la realtà e si impone come visione delle cose. Uno dei miti pre­va­lenti, che si è affer­mato negli ultimi tempi, spe­cial­mente nel nostro Paese, è quello che attri­bui­sce al lea­der poli­tico un ruolo essen­ziale per vin­cere le ele­zioni. Un vero lea­der, però, non è tale solo per la capa­cità di rac­colta del con­senso. Il suo valore si misura soprat­tutto nell’incontro con il potere e nelle moda­lità con le quali lo gesti­sce. E’ qui che si può trac­ciare una linea tra i vari lea­der e vedere quanti siano riu­sciti a impri­mere una trac­cia impor­tante nel loro ruolo e quanti no. Per com­piere que­sta ope­ra­zione, occorre però porsi alcune domande: coloro che sono pas­sati alla sto­ria come lea­der forti, sono stati dav­vero tali? Hanno inter­pre­tato sem­pre in maniera per­so­nale il pro­prio ruolo, o devono in realtà gran parte del pro­prio suc­cesso a un’abile azione col­le­giale, sapien­te­mente masche­rata da potere per­so­nale? E, soprat­tutto, la demo­cra­zia ha biso­gno del lea­der forte o que­sto è un ruolo più adatto ad altri regimi?

In difesa del negativo

di Paolo Bartolini
Si vola! L'ottimismo dei mercati, la ripresa alle porte, gli italiani che danno fiducia all'economia. Insomma, con Renzi si torna ai livelli di fiducia pre-crisi.
La narrazione mainstream, interamente funzionale ai piani di un capitalismo sgangherato e distruttivo, poggia come non mai sulle parole d'ordine del pensiero positivo per rilanciare consumi e stili di vita adeguati alle esigenze voraci di banche, multinazionali e maggiordomi del potente di turno. Chi siamo noi per minare questo ottimismo della ragione e della volontà?
Eppure la realtà vissuta ogni giorno ha colori meno cangianti. Grigio tendente al nero, con una crisi sistemica che coinvolge l'ecosfera, i rapporti umani, il mercato del lavoro e la democrazia tutta. Una residua efficacia di questa propaganda illusoria la dobbiamo alla necessità, per molti nostri simili, di nutrire ancora speranze, speranze non di cambiamento (non sia mai!) ma di ritorno incessante a "quando si stava bene".

A che serve resistere? Finzione metastorica e romanzo storico

di Lorenzo Marchese
Se uno scrittore di oggi decide di servirsi della forma del romanzo storico, ciò può avere tanti significati. Elencarli sarebbe lungo, ne cito solo alcuni fra i più lampanti. Si può seguire la tentazione di proporre una quinta illusionistica dove dispiegare i propri interessi eruditi o antiquari (come tanti romanzi di divulgazione insegnano, Valerio Massimo Manfredi in primis), optare per la discesa mimetica in un contesto storico-linguistico radicalmente diverso (penso a Camilleri e non solo), oppure essere mossi da un’ambizione morale più stringente, quella di ricostruire uno squarcio di passati individuali per proporre una visione critica al lettore del presente, come il caso canonico di Manzoni coi Promessi sposi insegna. Difatti Manzoni raffigurava il XVII secolo parlando in maschera del primo Ottocento italiano, e tramite l’artificio del finto documento seicentesco presentava uno scenario dietro cui si poteva, con pochi sforzi, decifrare l’oppressione italiana da parte degli austriaci, i soprusi legalizzati della sua epoca, le impotenze e le complessità psicologiche degli ultimi non meno che di altri, più alti ceti sociali. Ma al di là delle classificazioni possibili, un romanzo storico può anche significare, soprattutto, una riproposizione drammatica e particolare di piccole storie possibili in un contesto del passato, in modo da avere una conoscenza di certi eventi storici che si muove sul terreno di una testimonianza “impossibile”.

Foucault letterato (la bella clandestina)

di Giancarlo Alfano
La ricezione di Foucault in Italia e nel mondo ha solitamente ignorato i suoi interessi per la letteratura, anche per l’atteggiamento del pensatore francese, che non ha mai riunito i suoi interventi dedicati a scrittori e opere letterarie, né, tanto meno, ha mai scritto un libro sull’argomento (gli Scritti letterari – pubblicati da Feltrinelli nel 1971 e varie volte ristampati, a cura di Cesare Milanese – furono un’operazione editoriale italiana, di cui non esiste equivalente in Francia).
Di recente, invece, a partire invece dai materiali raccolti in Dits et écrits, dalla conversazione del 1964 con Claude Bonnefoy intitolata Il bel rischio(pubblicata da Cronopio e recensita qui), e dall’introduzione di Mario Galzigna alla nuova edizione italiana della Storia della follia, l’immagine di un « Foucault letterato » si è invece progressivamente messa a fuoco. E in questa linea s’inserisce adesso la nuova iniziativa di Cronopio che, sotto il titolo La grande straniera. A proposito di letteratura, pubblica alcuni interventi realizzati dal filosofo francese tra il 1963 e il ’70.

Un imperativo Stato di necessità

di Massimiliano Guareschi
La guerra non è mai stata al cen­tro degli inte­ressi scien­ti­fici di Max Weber ed Émile Dur­kheim, i due foun­ding fathers della socio­lo­gia, nono­stante abbia impattato pro­fon­da­mente le loro bio­gra­fie. Durante la Prima guerra mon­diale, Weber pre­stò ser­vi­zio come diret­tore ammi­ni­stra­tivo di un ospe­dale mili­tare e par­te­cipò atti­va­mente al dibat­tito sulla con­du­zione del con­flitto, in par­ti­co­lare in rela­zione alla scelta di sca­te­nare la guerra sot­to­ma­rina «raf­for­zata». Sull’altro fronte, Dur­kheim pagò un pedag­gio pesante al con­flitto. Sui campi di bat­ta­glia della Grande guerra perse non solo il figlio André ma anche molti dei migliori allievi e col­la­bo­ra­tori, fra cui Robert Hertz. Una volta ini­ziate le osti­lità, di cui non avrebbe visto la fine, Dur­kheim si era impe­gnato in prima per­sona nel soste­gno allo sforzo bel­lico del pro­prio paese per ragioni legate alla sua pro­fonda ade­sione ai valori ter­zo­re­pub­bli­cani e non solo all’esigenza di dis­si­pare le accuse di scarso patriot­ti­smo che ine­vi­ta­bil­mente, nell’atmosfera di quei tempi, gra­va­vano su un ebreo di ori­gini alsa­ziane dal cognome ine­qui­vo­ca­bil­mente germanofono.

Crisi, multipolarismo e gruppi sociali

di Gianfranco La Grassa 
1. Va manifestato il massimo disappunto per come la crisi iniziata nel 2008 è stata trattata da sedicenti esperti, che hanno solo enfatizzato le crisi di Borsa, il falso problema dello spread, al massimo criticando i "cattivi finanzieri", magari per carenza di etica, ecc. Alcuni studiosi di economia più seri hanno affrontato il problema con altri strumenti e con una migliore conoscenza delle varie teorie sulla crisi formulate da autori ormai divenuti dei "classici". Non ritengo inutile il lavoro di questi studiosi odierni, ma qui mi interessa, come ormai sottolineato più volte, la motivazione profonda e cogente delle crisi (di tipologia variabile), quella motivazione che non attiene alla pura economia, bensì alla politica. Non mi riferisco però in tal caso agli apparati e istituzioni della sfera sociale detta Politica, in gran parte rappresentata da quello che chiamiamo Stato (e poi i partiti, ecc.); bensì alla sequenza di mosse strategiche che i vari attori compiono per vincere nel conflitto che li oppone e conquistare così la supremazia.

Diseguaglianze e guerre civili. Recensione a “Inequality, grievances and civil war”

di Matteo Rossi
Che rapporto esiste tra diversità etniche e guerre civili?
La diseguale distribuzione delle risorse tra i gruppi etnici è una causa della guerra civile?
Quale relazione lega struttura socio-economica e violenza politica?
A queste domande prova a rispondere il lavoro di tre politologi scandinavi, Lars-Erik Cederman1, Kristian Skrede Gleditsch2 e Halvard Buhaug3, pubblicato dalla Cambridge University Press nel 2013. Inequality, Grievances and Civil War rappresenta probabilmente il contributo più rilevante degli ultimi anni alla sterminata letteratura sulla guerra civile e le divisioni etniche.
L’obiettivo fondamentale degli autori è indagare le cause delle guerre civili e spiegare quale rapporto intercorra tra divisioni etniche interne a un paese e rischio di guerra civile. In entrambi i casi Cederman, Gleditsch e Buhaug presentano tesi in forte contrasto con la letteratura sulla guerra civile prevalente negli ultimi vent’anni4, in quanto pongono al centro della loro spiegazione il ruolo delle diseguaglianze tra gruppi etnici, in particolare quelle politiche, come causa della violenza.

A dieci anni dalla rivolta delle banlieues

di Federico Tomasello
Giovedì 27 Ottobre 2005, Clichy-sous-Bois – comune della periferia nord di Parigi. Bouna Traoré e Zyed Benna, due ragazzi di 15 e 17 anni,muoiono fulminati nella centralina elettrica in cui si erano nascosti per sfuggire a un controllo di polizia. Quella stessa notte i roghi delle automobili in fiamme illuminano i cieli sopra Clichy, e successivamente investono i comuni limitrofi per estendersi poi alle banlieuesdell’intero paese. Per molti giorni, all’imbrunire, quasi trecento comuni francesi diventano teatro di assalti a edifici pubblici e mezzi di trasporto, incendi di auto, saccheggi e scontri con la polizia. Per la prima volta dal dopoguerra, il governo dichiara sul territorio nazionale lo ‘stato di emergenza’, che autorizza i prefetti a stabilire il coprifuoco in molte città. Si contano oltre duecento milioni di danni, 8.720 veicoli dati alle fiamme, 3.101 fermi di polizia, 274 edifici incendiati, danneggiati o distrutti, numerose centinaia di feriti e sei morti. Solo dopo  ventuno giorni di émeutes, l’indicatore della rivolta, il numero di auto bruciate in tutto il paese, torna ai livelli precedenti al 28 ottobre.

L’ambiente inquinato degli stati d’Europa e il cambiamento possibile

di Guido Viale
Due temi oggi cen­trali, appa­ren­te­mente distinti, andreb­bero invece con­nessi in modo diretto.
Primo, la COP 21 di Parigi, forse ultima occa­sione per un’inversione di rotta sul riscal­da­mento glo­bale che rischia di ren­dere irre­ver­si­bili i cam­bia­menti cli­ma­tici già in corso. A que­sta minac­cia abbiamo da tempo con­trap­po­sto il pro­gramma di una con­ver­sione eco­lo­gica, sulle tracce di Alex Lan­ger e, ora, anche dell’enciclica Lau­dato si’ e del libro Una rivo­lu­zione ci sal­verà dove Naomi Klein spiega che abban­do­nare i com­bu­sti­bili fos­sili richiede un sov­ver­ti­mento radi­cale degli assetti pro­dut­tivi e sociali; per que­sto le destre con­ser­va­trici, e non solo loro, sono fero­ce­mente nega­zio­ni­ste. L’aggressione alle risorse della terra si lega alla povertà e alle dise­gua­glianze del pia­neta: sia nei rap­porti tra Glo­bal North e Glo­bal South, sia all’interno di ogni sin­golo paese: ciò che uni­sce in un unico obiet­tivo giu­sti­zia sociale e giu­sti­zia ambientale.

L’olocausto climatico

di Bruno Giorgini
E’ molto raro imbattersi in una discussione che si percepisce importante se non fondamentale per le sorti dell’umanità. A me è accaduto sfogliando quasi per caso Black Earh: the Holocaust as History and Warning (Terra Nera: l’Olocausto come Storia e Prospettiva, trad. mia dove la parola inquietante è: prospettiva, il futuro, warning anche avvertimento, preavviso), recentissimo libro di Timothy Snyder appunto sull’olocausto climatico.
Snyder è uno storico molto noto professore a Yale, e le sue tesi hanno suscitato un dibattito che corre tra Harvard, Cambridge, Sorbonne ecc.. travalicando i muri delle università per riversarsi sulla pagine di Le Monde, il New York Times, The Guardian e altri ce ne sono – nessuno italico per ora, se non sbaglio – con una grande partecipazione dei lettori; per esempio un articolo sul Guardian online ha avuto più di trentaduemila (32000) commenti.

Questione migranti. Da Est a Ovest il primo movimento che unisce l'Europa

di Raffaella Bolini
Sto partendo per Beirut, torno domenica sera, scrivo un po' di corsa ma vorrei condividere un po’ di cose che stanno avvenendo nel campo delle associazioni e dei movimenti europei e mediterranei impegnati per i migranti e i rifugiati.
Il momento è drammatico, non c’è bisogno di dilungarsi troppo.
Da un lato l’emergenza umanitaria, i muri, incluso l’ultimo che oggi hanno annunciato dovrebbe sorgere fra Austria e Slovenia, e i confini chiusi - persino Juncker l’altro giorno ha detto “non è ammissibile che esseri umani siano costretti ad attraversare fiumi con l’acqua gelata fino al collo” come sta succedendo nei Balcani. Con le organizzazioni di volontari che sono sopraffatte, e l’inverno che sta arrivando.

La risposta dei media turchi «contro l’oppressione»

di Fazila Mat
«Voci della demo­cra­zia unite con­tro l’oppressione». Così la prima pagina del quo­ti­diano Cum­hu­riyet rias­su­meva ieri, all’indomani del blitz della poli­zia alla sede del gruppo media­tico (Koza) Ipek di Istan­bul, il coro di pro­te­sta all’oscuramento dei canali tele­vi­sivi Bugün e Kanal Türk e al blocco della dif­fu­sione dei due quo­ti­diani dello stesso gruppo, Bugüne Mil­let. Un coro for­mato dai media tur­chi non pro-governativi come da nume­rosi giu­ri­sti, rap­pre­sen­tanti poli­tici e della società civile.
Il fatto ha unito i set­tori più dispa­rati della società, dal movi­mento poli­tico curdo ai kema­li­sti, dal par­tito dei nazio­na­li­sti che hanno con­dan­nato l’operazione all’unisono.

Dieci punti per cambiare. Ecco gli obiettivi del W20

di Barbara Leda Kenny
Il 16 e 17 ottobre si sono riunite a Istanbul donne rappresentanti dei paesi del G20 per lanciare il W20, un gruppo di riflessione indipendente per la definizione di un'agenda politica per l'inclusione economica e lavorativa delle donne. Per l'Italia ho partecipato anch'io come esperta di genere della Fondazione Giacomo Brodolini, editore di inGenere, insieme a Paola Degani dell’Università di Padova, Maria Grazia Panunzi di AIDOS e Anna Zattoni di Valore D.
Da quando è stato istituito, il G20 ha rilasciato diverse dichiarazioni ufficiali di intenti programmatici verso una maggiore uguaglianza tra uomini e donne. Intenti a cui non sono seguite azioni concrete. Nell'ultimo vertice "Australia 2014" il G20 ha fissato un obiettivo specifico per le donne: farne entrare nel mercato del lavoro 100 milioni in 10 anni.

A qualcuno piace il gendarme in redazione

di Dante Barontini
Stiamo facendo una constatazione: nessun quotidiano italiano, tranne Repubblica - con una fotonotizia e un richiamo – mette in prima pagina la scelta di Erdogan di chiudere giornali e televisioni dell'opposizione a quattro giorni dalle elezioni politiche in Turchia.
È quasi banale pensare cosa sarebbe avvenuto se una decisione del genere fosse stata presa da qualche governo “non alleato”. Decine di pagine di servizi, commenti e condanne. In molti casi giustamente, in altri inventati di sana pianta (ci basterà ricordare, per tutti, la risibile storia della presunta “censura” nel confonti di Yoani Sanchez, blogghera strapagata per fornire materiale di propaganda – pardon, di “comunicazione” - contro Cuba). Ma, in generale, una reazione contro la violazione di un pilastro centrale della democrazia liberale: la libertà di stampa.

Nella giungla dei migranti

di Marino Ficco
Ad aprile in Francia è nata una nuova “città”. La chiamano la “Jungle” (la giungla) di Calais. Si trova a nord-est del paese, non lontano da Inghilterra e Belgio. Si sviluppa in un terreno paludoso grande un chilometro e mezzo vicino al mare. Alla sua fondazione accoglieva 2000 abitanti provenienti da molti paesi d’Europa, Asia e Africa. Questa colonia è diventata in pochi mesi il terzo agglomerato più popolato del comune di Calais. Oggi le autorità francesi stimano che Jungle ospiti 8000 abitanti.
«Vengono da paesi in conflitto o sono fuggiti da un sistema economico asfissiante ed ingiusto», spiega Assan, che arriva dal Darfur, dove studiava lingue. Adesso spera di poter riprendere i suoi studi a Londra o Manchester. Gani è kosovaro. Vive qui da quattro mesi. È molto spigliato e si regge su due stampelle. «Mi sono rotto la gamba destra cadendo dal treno che collega Parigi a Londra», dice in un francese perfetto. «So che è pericoloso ma appena potrò ci riproverò perché in Kosovo non c’è lavoro e poi mi piace tanto l’Inghilterra», ribadisce con orgoglio dopo averci dato il suo biglietto da visita: l’indirizzo che è Prishtine Hotel Jungle…

Donne. Ma quante siamo?

di Cristina Carpinelli
Sulla base degli ultimi dati dell’ONU (United Nations. DESA.World Population Prospects, the 2015 Revisions), in questo momento sulla terra ci sono più uomini che donne: per ogni 100 donne ci sono, infatti, 101,8 uomini (in totale: 3,64 miliardi di donne contro 3,7 miliardi di uomini). Si stima che la popolazione mondiale siadiventata a maggioranza maschile a partire dal 1962. Da allora il divario di genere (a svantaggio del sesso femminile) si è sempre più allargato. Nel 2013 gli uomini superavano le donne di 58 milioni. Il fatto che ci siano più maschi che femmine è il risultato di vari fattori, di cui il principale è la discriminazione contro le donne. Tenuto conto che la maggior parte dei paesi del mondo ha più donne che uomini (se non altro per il fatto che, in genere, le donne vivono più a lungo degli uomini), lo squilibrio mondiale di genere esiste soprattutto a causa di due paesi e delle loro politiche “eugenetiche”:la Cina e l’India, due regioni molto popolose, dove sono diffusi gli aborti selettivi e l’infanticidio delle neonate. La Cina ha quasi 50 milioni di uomini in più rispetto alle donne e l’India 43 milioni.

Calais, resistenza e precarietà

di Caoimhe Butterly
Come si passano le dune di sabbia che, cosparse di vegetazione e rifiuti, servono da residenza precaria a oltre 5.000 uomini, donne e bambini, si trovano cartelli di compensato e cartone che accolgono i visitatori nella “giungla” e che chiedono giustizia, libertà e un rifugio sicuro per i suoi abitanti.
Le fragili tende multicolore e i rifugi preparati con teloni e incerate sono raggruppati in vari accampamenti alla periferia di Calais, e cercano di ricreare un senso di casa e di relativa normalità. Alcuni dei teloni sono decorati con disegni e simboli, ricordi di luoghi e persone che si sono lasciati alle spalle. Sono dichiarazioni di speranza, simboli di perdita e di lotta: “Il Darfur sanguina”, “libertà, non barriere”, “questi confini uccidono”, “nero non è un crimine. Orgoglioso di essere nero” e “noi siamo i siamo sopravvissuti”.

Pechino cambia: più figli e più pensioni agli anziani

di Simone Pieranni
Anche que­sto Ple­num del Comi­tato cen­trale del par­tito comu­ni­sta cinese pas­serà alla sto­ria, per­ché sarà ricor­dato come l’incontro che ha san­cito la fine della legge del figlio unico, appli­cata nel paese fin dal 1979. Si tratta di una legge anti­pa­tica ai cinesi, odiata in molte zone del paese, e che secondo i più otti­mi­sti avrebbe evi­tato alla Cina un incre­mento attuale di 400 milioni di abi­tanti (secondo altri la stima sarebbe esa­ge­rata, per­ché ci sarebbe stato un calo del tasso delle nascite nel primo decen­nio di riforme, dal 1970 al 1979, con una dimi­nu­zione dal 5,8 al 2,8% a causa dell’aumento del red­dito medio).
Il pro­blema vero è che la sua appli­ca­zione for­zata, per­ché col­le­gata alle «quote» che i fun­zio­nari dove­vano pre­sen­tare alla fine di ogni anno, ha creato omi­cidi, aborti for­zati, e vio­lenze. Spe­cie nei primi anni di appli­ca­zione, soprat­tutto nelle cam­pa­gne, ha dato ori­gine a tra­ge­die; nel tempo la legge è stata emen­data, rifor­mata, leg­ger­mente modi­fi­cata.

Africom ci cova

di Bianca Saini
L’esercito americano, in sordina, da tempo sta rafforzando la sua presenza in Africa. E lo fa sia ampliando la sua unica base permanente nel continente, Camp Lemonnier a Gibuti, sia stabilendo a sud del Sahara una cintura di basi logistiche e operazioni dell’Africom, il comando delle forze armate americane in Africa.
Gli Stati Uniti pubblicamente minimizzano il loro intervento nel continente, ma il dispiegamento di basi ed operazioni mostra la creazione di un baluardo quasi “fisico” ad una possibile espansione del radicalismo islamico dal nord del continente. La cintura è così evidente da essersi già meritata il soprannome di The New spice route (“la nuova via delle spezie”, vedi cartina), mentre analisti affermano che l’esercito Usa si preparerebbe così alla nuova guerra contro il terrorismo, che sarebbe combattuta in Africa, dopo quella più tradizionale, con grande spiegamento di forze, in Afghanistan.

Mi chiamo Jeronimo e vengo da Rio Negro

di Caterina Amicucci
“Mi ricordo che nel 1975 arrivarono delle persone nella comunità con degli zaini, poi ho capito cosa erano gli zaini fino ad allora non li avevo mai visti. Ci dissero siamo qui per un progetto a beneficio di tutte le comunità” cosi’ Jeronimo rievoca quasi quarant’anni dopo il principio dell’orrenda epopea della costruzione della diga del Chixoy, nella regione guatemalteca di Baja Verapaz.
Siamo negli anni Settanta e il Guatemala è nelle mani di una feroce dittaturainstaurata due decadi prima in seguito a un colpo di stato sostenuto dalla Cia. La Banca mondiale e la Banca interamericana di Sviluppo approvano il progetto della megadiga del Chixoy a beneficio di un gruppo di imprese, fra le quali l’italiana Cogefar, poi Impregilo, oggi Salini-Impregilo.

La mente di Tony Blair è stata paralizzata da quello che è accaduto nel 2003

di Patrick Cockburn
Ciò che è impressionante circa i recenti commenti di Tony Blair riguardo al suo ruolo nella guerra in Iraq è quanto poco abbia imparato di quel paese a 12 anni dall’invasione. Si potrebbe tuttavia aggiungere che neanche i suoi accusatori hanno imparato molto.
Blair mette insieme due avvenimenti che si dovrebbero guardare separatamente. Dice che non si scusa per aver rimosso Saddam Hussein: si poteva sostenere che la maggior parte degli iracheni voleva questo per porre fine al disastroso governo di Saddam in quel tempo. Ma gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno continuato a occupare l’Iraq, ed è stata la guerra contro l’occupazione, intrapresa separatamente da Sunniti e Sciiti, che ha distrutto il paese e messo in grado al-Qaida di ottenere il suo primo punto di appoggio in Iraq.
Era stato evidente dai primi giorni dell’invasione che il presidente Bush e il Signor Blair potevano cavarsela con l’invasione, ma che se tentavano di restare nel paese si sarebbero trovati nei guai

giovedì 29 ottobre 2015

In Portogallo è in atto un crimine contro la democrazia

di Alfonso Gianni 
Desta sgomento se non vera e propria indignazione il silenzio su quanto sta avvenendo in Portogallo dopo la tornata elettorale che ha visto le destre perdere più dell'11% dei consensi e quindi la maggioranza assoluta. Fatta eccezione per la stampa specialista e quella politicamente agguerrita, i mass media generalisti del nostro paese ignorano il vero e proprio crimine contro la democrazia che il Presidente del Portogallo, Anibal Cavaco Silva sta mettendo in atto.
Malgrado che - con qualche sorpresa non solo dei commentatori internazionali, ma persino degli stessi protagonisti diretti - le sinistre in Portogallo fossero riuscite a trovare un accordo per potere governare il paese, potendo contare su un ruolo e un comportamento dei socialisti in controtendenza rispetto a quelli della socialdemocrazia europea. Malgrado che nel parlamento eletto lo scorso 4 ottobre i conservatori abbiano 107 seggi, mentre i socialisti 86, i comunisti 17 e il Bloco de Esquerda - la formazione di sinistra vicina alla Syriza di Tsipras - 19.

Stato di malattia per l’Europa e per l’Italia

di Paolo Pini e Roberto Romano
Recen­te­mente sono apparsi due con­tri­buti che ana­liz­zano il pro­blema della man­cata cre­scita dell’Italia e il peso-ruolo degli inve­sti­menti, asso­ciata alla bassa pro­dut­ti­vità del lavoro, di Alberto Qua­drio Cur­zio sul Sole 24 ore (4 otto­bre 2015) e di Inno­cenzo Cipol­letta in Lavoce​.info (2 otto­bre 2015). Sono con­tri­buti che pos­sono aiu­tare la discus­sione gene­rale per­ché trat­tano del noc­ciolo duro della crisi nella crisi che attra­versa il nostro Paese.
Qua­drio Cur­zio sol­leva una que­stione che inte­ressa l’Europa nel suo insieme: otto­bre sarà un mese impor­tante per veri­fi­care se vi sarà almeno un cam­bio di tona­lità per una poli­tica degli inve­sti­menti in Europa, cioè se il rigore for­male del Fiscal Com­pact potrà mai cedere il passo alla pro­spet­tiva dell’Investiment Com­pact, cosa di cui noi dubitiamo.
A que­sto pro­po­sito sono enu­cleate le cosid­dette fles­si­bi­lità intro­dotte in gen­naio 2015 dell’UE.

L'ora dei movimenti: dalla protesta all'organizzazione

di Francesco Festa e Antonio Negri
In tempi di «crisi infinita» ci si interroga ancora sulla compatibilità fra capitalismo e democrazia. All’incirca quarant’anni fa la destra capì che andava riequilibrato il rapporto fra governabilità e democrazia: doveva essere superata la democrazia rappresentativa. Per governare società complesse andavano aumentate le risorse materiali e l’autorità politica dei governi (oggi, il decisionismo alla Renzi o l’autoritarismo della Merkel), e indebolito il controllo parlamentare e giudiziario. Ne seguì l’introduzione di misure per la ripresa di una rapida accumulazione, dopo la parentesi imposta dalle lotte sul salario dell’operaio-massa. Era urgente la riconfigurazione della lotta di classe a livello mondiale. La destra capì che nuove ricette economiche andavano introdotte. L’implosione della forma-salario doveva essere usata per reprimere le lotte operaie ed eliminare via via il conflitto sociale. Nel frattempo, una nuova soggettività doveva essere prodotta, quella dell’“individuo imprenditore di se stesso” per poter corrispondere alla nuove modalità di accumulazione, cioè all’estrazione di profitto dalla cooperazione sociale.

Siamo nella società e nell'economia della conoscenza. Ma siamo chi?

di Francesco Sinopoli
La crisi ha portato clamorosamente alla luce tutti i ritardi che il sistema economico italiano ha accumulato negli ultimi tre decenni, a cominciare da quello gravissimo che riguarda gli investimenti in ricerca, sviluppo e istruzione, individuato già da tempo come causa della peculiare debolezza economica del nostro paese e della nostra specifica crisi. Per recuperare il terreno perduto, anche alla luce delle caratteristiche intrinseche del sistema produttivo italiano, serve un impegno straordinario dello Stato. Solo così potremo davvero entrare nella società e nell’economia della conoscenza.
Siamo nella società e nell’economia della conoscenza, in cui il sapere è il fattore principale della competitività economica, della convivenza civile e della tenuta democratica. Questa affermazione, insieme ad altre analoghe che hanno segnato un certo tipo di discorso politico ed economico in particolare a cavallo tra gli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, continuano a essere valide anche durante l’ultima grande crisi. L’importante è intendersi su “chi siamo”.

La merce rara dell’abbondanza

di Piero Bevilacqua 
Il capi­ta­li­smo ha un grande e tenace nemico, una malat­tia che pro­duce esso stesso inces­san­te­mente: l’abbondanza. Oggi l’abbondanza che lo minac­cia è, come sem­pre, quella delle merci, ma in una misura che non ha pre­ce­denti. Ad essa, negli ultimi decenni, se ne è aggiunta un’altra, asso­lu­ta­mente ine­dita, che coin­volge un vasto e cre­scente ambito di ser­vizi. Per alcuni beni la satu­ra­zione del mer­cato capi­ta­li­stico è visi­bile a occhio nudo ormai da tempo. I capi d’abbigliamento si com­prano ancora nei negozi, a prezzi che gene­rano un certo pro­fitto a chi li pro­duce e a chi li vende. Ma per il vestia­rio esi­ste un mer­cato paral­lelo così esteso e abbon­dante che ormai sfiora la gra­tuità. Si può dire che nelle nostre società più nes­suno ormai, nem­meno il più misero degli indi­vi­dui, ha il pro­blema di vestirsi. Non dis­si­mile feno­meno pos­siamo osser­vare nell’ambito dei ser­vizi più avan­zati: l’accesso all’informazione, alla cul­tura, all’arte, alla musica. Certo, occorre almeno pos­se­dere un cel­lu­lare, pagare un con­tratto a un gestore.

La trappola della servitù volontaria

di Paolo Ercolani
Il più inquie­tante ed oscuro giallo della vicenda umana ha come trama fon­da­men­tale il potere. Un giallo che per troppo tempo, e forse ancora oggi, ci si è illusi di sve­lare con­cen­trando l’attenzione prin­ci­pal­mente (quando non sol­tanto) su quelli che Tacito chia­mava i misteri del potere (arcana impe­rii). Come se que­sti dise­gni miste­riosi doves­sero pro­ve­nire, ipso facto, da una realtà già costi­tuita che si avvale di quella sua forza per sot­to­met­tere delle vit­time ignare e impotenti.
Eppure il vero mec­ca­ni­smo segreto che costi­tui­sce il potere e lo rende sovrano, avviene quando esso non è ancora tale (almeno non in forma com­piuta), gra­zie a una sor­pren­dente alleanza con quello che si rivela il com­plice più for­mi­da­bile, impen­sa­bile ed effi­cace del potere stesso. Quello che, in un giallo per­fetto, si rivela essere il vero col­pe­vole che abbiamo avuto sem­pre sotto gli occhi senza riu­scire a scor­gerlo mai. Per­ché come sape­vano bene gli anti­chi, a par­tire da Omero e dal suo Tire­sia, coloro che sanno vedere oltre e lon­tano, in un mondo oscu­rato dai bagliori del potere e dei suoi cori­fei, sono pro­prio i cie­chi.

L’austerità fa più male al Sud

Intervista a Gianfranco Viesti di Roberto Ciccarelli
L’austerità non è uguale per tutti sostiene Gian­franco Vie­sti, ordi­na­rio di Eco­no­mia appli­cata all’Università di Bari in un’analisi sulla poli­tica eco­no­mica dal 2011 a oggi pub­bli­cata sul Menabò del sito Etica e eco­no­mia. L’economista con­ferma la sua ana­lisi dopo avere stu­diato le carte della legge di sta­bi­lità. Si parte dall’eliminazione della tassa sulla prima casa. «È una mano­vra poco equa per­ché pre­mia in misura cospi­cua i più abbienti e rilan­cia molto poco i con­sumi. Lo sostiene anche la Banca d’Italia: i con­sumi aumen­tano soprat­tutto quando cre­sce il red­dito di chi ha meno – sostiene Vie­sti — Non sono un rigo­ri­sta e non cri­tico il governo per­ché aumenta il defi­cit. Il pro­blema è che le risorse non sono molte e andreb­bero cali­brate sull’equità e sullo sviluppo».
Dove andreb­bero inve­stiti que­sti fondi?
"Negli inve­sti­menti pub­blici e in inter­venti di coe­sione sociale con­tro la povertà. Se dob­biamo lavo­rare sul lato delle ridu­zioni fiscali è molto più oppor­tuno inter­ve­nire sul lavoro che sulla casa. Su que­sto sono d’accordo tutti: l’Ocse, la Com­mis­sione Euro­pea. Lo era lo stesso mini­stro Padoan."

Per battere la povertà il lavoro non basta più

Intervista a Chiara Saraceno di Sara Strippoli
La metà delle persone che sono uscite dalla disoccupazione non ce l'ha fatta a uscire dalla povertà. "Dati Eurostat sui quali si deve aprire una riflessione sia per le politiche regionali sia per quelle nazionali", dice Chiara Saraceno, sociologa, autrice del testo "Il lavoro non basta, la povertà in Europa al tempo della crisi". Questa sera alle 18 inaugura, con una lectio magistralis in inglese, l'Anno Accademico del Collegio Carlo Alberto.
Professoressa Saraceno, lavoro è ciò che tutti chiedono a governo e presidenti di Regione. Non basta?
"Purtroppo no. Se è vero che la mancanza di lavoro è una delle cause principali della povertà, la crisi ha solo rafforzato un fenomeno che era già presente negli anni pre-crisi, quando i tassi di occupazione erano in aumento: la povertà c'è, nonostante il lavoro. Dipende da molte variabili, in primo luogo dal tipo di lavoro che si ottiene".

Coalizione dal basso

di Saro Romeo
C’è un aspetto del discorso della Summer School di Roma che è stato poco ripreso: organizzare la resistenza in Europa. Partirei da questo. Non sarebbe male analizzare più dettagliatamente perché “la Coalizione non decolla”, né quella di Landini né la nostra ed in ogni caso concordo che ora non si possa “costruire la coalizione a piccoli passi”. Ma a mio avviso Euronomade è uno strumento insufficiente a questo fine e le va affiancato un Blog di divulgazione.
Dobbiamo sì iniziare a narrare le lotte (rare, effimere, disperse) ma soprattutto a narrare, collegare, far conoscere le infinite e diffuse realtà di resistenza che talvolta vedono momenti apicali di conflitto (lotte territoriali, fabbrica, casa, scuola, autogestione) ma che il più delle volte si articolano in un antagonismo vissuto quotidianamente attraverso un agire sotterraneo ed organizzato.

Cronaca del mio processo. Pronto a fare sinistra

di Corradino Mineo
Il rap­porto con il gruppo del Pd si era logo­rato. Se rivedo il film degli ultimi mesi, ho votato in dis­senso su jobs act, scuola, Rai, Ita­li­cum e legge costi­tu­zio­nale. Cosa che mi met­teva un po’ in imba­razzo e capi­sco che met­tesse in imba­razzo anche chi aveva appro­vato quelle scelte sba­gliate. Inol­tre la bat­ta­glia nel gruppo aveva perso appeal, aveva minore agi­bi­lità dopo che la mag­gio­ranza della mino­ranza si era messa a lavo­rare Renzi ai fian­chi, per logoralo.
Ma senza con­te­starne la nar­ra­zione che è, secondo me, parte fon­dante della sua poli­tica. Io penso al con­tra­rio che solo una gene­rosa assun­zione di respon­sa­bi­lità poli­tica possa aiu­tare il paese, e quel che resta della sini­stra, a uscire dal cono d’ombra lo sta cac­ciando una poli­tica tanto piro­tec­nica quanto inconsistente.

Cara Presidente, non sono d'accordo

di Giuseppe Civati
Laura Boldrini, insieme al sindaco di Milano che ne condivide il pensiero (questo pensiero), l’altro giorno ha sostenuto questa tesi: il nemico non è Renzi, parliamoci chiaro, con quello che c’è in giro, bisogna collaborare con lui, altrimenti vincono gli altri, populisti e carichi di odio.
Siccome sono accusato di tutto e di più, in questi giorni sui giornali, di non volere lavorare con chi sta a sinistra e altre amenità, di essere un elefante in una cristalleria, di non aver chiaro ciò che voglio fare, dirò che sono d’accordo con Marco Revelli che ha scritto un libro intero per demolire questa tesi e per sostenere che il populismo che si dice di voler combattere in realtà così esploderà, proprio perché è dentro alle politiche del governo, non soltanto fuori. E che ci vuole un percorso autonomo e libero da questi condizionamenti, che sembrano coinvolgere anche due importantissimi esponenti istituzionali come Boldrini e Pisapia.

Ma Sel e Vendola cosa dicono delle parole della Boldrini?

di Andrea Colli
Se le parole hanno un senso, mi piacerebbe sapere cosa ne pensano Vendola e Sel delle tesi della presidente della Camera Laura Boldrini (per chi non lo sapesse, è stata eletta alla Camera dei Deputati per Sinistra Ecologia e Libertà nel 2013) che ci fa capire la grande voglia della stessa Boldrini di iniziare una marcia di trasferimento verso il Pd: ma solo lei o in compagnia?
Laura Boldrini: “…E’ assurdo pensare che il nemico possa essere Renzi, in una società in cui noi abbiamo esponenti politici che usano veramente un linguaggio pubblico che è odio, hate speech allo stato puro. Cioè, non può essere Renzi il nemico, parliamoci chiaro.”
Poi, dopo aver bastonato l’opposizione dei 5 stelle e di Salvini che speculano sul malcontento e spargono odio, esortandoli a fare il lavoro per cui sono pagati, passa alle raccomandazioni a Renzi “…Dopodiché, ritengo Giuliano (Pisapia, ndr) che se è vero che non può essere Renzi l’avversario, non debba neanche Renzi considerare Vendola alla stessa stregua di Salvini e di Grillo.

Bilancio 2016: nessun taglio alla Difesa

di Francesco Vignarca
Nelle scorse ore, grazie al deposito dei documenti in Senato, sono state diffuse le prime bozze della Legge di Stabilità per il 2016 (e soprattutto, per i nostri fini, della Legge di Bilancio). 
Pur non essendo ancora possibili analisi approfondite, in quanto mancano tutte le tabelle di dettaglio e vengono ad ora presentati solo “riepiloghi”, una prima valutazione globale è già alla portata se si guardano opportunamente i numeri. Cosa ci dicono queste prime informazioni? Che, sarà stato per la fuga di notizie sui bombardamenti in Iraq -come da noi scritto- o per altre valutazioni più generali, ma la Difesa sembra partire da un livello di fondi leggermente superiore a quello del 2015. Insomma: delle centinaia di milioni di euro di tagli che il ministro Padoan sembrava avere in mente per il dicastero di Roberta Pinotti non c’è alcuna traccia.

I soldi ci sono. Una idea forte per una sinistra protagonista

di Claudio Ursella
Partire dal quadro sconfortante che dipinge le condizioni della nostra città è un dovere rituale e ineludibile dal quale non di ci può sottrarre, anche se ormai la realtà è così evidente, che supera ogni denuncia.
Le periferie, mai così abbandonate al degrado, vivono ormai "sull'orlo di una crisi di nervi" permanente, tra malesseri sociali profondi e reali, tensioni alimentate ad arte da squallidi mestatori, e l'ormai evidente progetto di trasformarle in una sorta di discarica sociale, in cui espellere ogni contraddizione prodotta dall'assenza di qualsiasi politica di governo, che non sia l'attuazione di tagli di bilancio e repressione del dissenso.
Il sistema dei servizi comunali portato al collasso, da una strategia i cui si combinano gli interessi criminali di dirigenti corrotti, l'assenza di investimenti e la lucida volontà politica di distruggerli, per poter meglio attuare le politiche di privatizzazione, di cui possano approfittare le lobbies economiche che esercitano il potere in città.

Assenteisti? Reddito di cittadinanza

di Lucilio Santoni
Ha fatto scalpore, pochi giorni fa, la notizia degli impiegati comunali di Sanremoche non cantavano ma suonavano bene le loro tesserine magnetiche, a volte anche in mutande, agli orari di entrata e uscita mentre nel frattempo se ne stavano a casa, oppure a fare compere oppure in canoa. Ad essere coinvolta non è una sparuta minoranza di mele marce, come piace dire ai difensori delle cause perse, bensì la maggioranza dei “lavoratori”. Ma, se ricordiamo bene, non è di troppo tempo fa una notizia simile riferita al Comune di Locri: lì era il sindaco esasperato a denunciare che la maggioranza degli impiegati quotidianamente marca visita e, a differenza di Sanremo, non timbra neppure il tesserino. E credo, personalmente, che a un diffuso controllo sul territorio nazionale, anche molti altri enti pubblici presenterebbero situazioni affatto simili.

Costituzione e Refrendum. Nascono i Comitato per il No

La creazione il 29 ottobre del Comitato che sosterrà il No nel referendum confermativo sulle modifiche della Costituzione, che sono state fortemente volute dal governo Renzi e purtroppo approvate dal Senato, è una scelta politica netta. Il Senato ha approvato queste modifiche senza ascoltare gli appelli a non manomettere la Costituzione nata dalla Resistenza, provenienti da costituzionalisti, giuristi e in generale da persone che semplicemente pensano che i principi fondamentali su cui si regge la democrazia in Italia dovrebbero essere affrontati con la prudenza e il rispetto che meritano.
C’è chi l’ha definita addirittura la Costituzione più bella del mondo, salvo che poi si è accontentato dell’approvazione di qualche emendamento di poca sostanza per dare anche il suo consenso a quella che è stata definita giustamente la “deforma” della Costituzione.

Immigrazione e cittadinanza: Renzi e Alfano collezionano mezze riforme e danni irreparabili

di Andrea Maestri
La riforma della cittadinanza, dopo l’approvazione alla Camera, con il nostro voto di motivata astensione per l’introduzione di uno ius culturae discriminatorio e di uno ius soli molto temperato, approda al Senato.
È stato disegnato un diritto a metà, zoppo, condizionato, octroyé, concesso dall’alto, discrezionale e frutto di un basso compromesso in seno alla maggioranza PD-NCD.
La bontà dei nostri argomenti critici viene confermata dall’analisi tecnica e dalla denuncia di illegittimità costituzionale sollevata dall’ASGI, la più autorevole associazione di studi giuridici sull’immigrazione.
I bimbi di origine straniera nati in Italia acquistano la cittadinanza italiana se almeno papà o mamma sono titolari di permesso di soggiorno a tempo indeterminato: e qui si annida il primo baco, perché il conseguimento e il mantenimento di questo tipo di permesso di soggiorno è legato al reddito (l’importo dell’assegno sociale moltiplicato per 13 mensilità) e quindi si condiziona l’acquisto della cittadinanza dei bambini di origine straniera al reddito dei genitori.

Cresce la "fiducia", ma solo quella che abbocca alle favole

di Claudio Conti
Renzi voleva chiamare “legge di fiducia” anche quella di stabilità (che fino a qualche anno fa si chiamava “finanziaria”, poi è arrivata l'Unione Europea). Figuriamoci dunque come avrà reagito ai dati pubblicati dall'Istat, stamattina, che danno conto appunto di un modesto incremento dell'”indice di fiducia”. Un indice in doppia versione, uno per le famiglie, l'altro per le imprese, che danno in effetti risultati parecchio diversi.
Innanzitutto i numeri: secondo l’Istituto nazionale di statistica, l’indice di fiducia ai consumatori è salito in un mese da 113 a 116,9, mentre quello delle aziende italiane sale da 106,1 di settembre a 107,5 di ottobre. Salta subito all'occhio la differenza: i “consumatori” (le famiglie, in altro linguaggio) sono molto più fiduciose delle aziende. Come mai?

Il rancore proprietario verso i poveri: analisi di un’ideologia trasversale e politicamente corretta

di militant blog
Roma fa schifo, la livorosa bacheca razzista filo-padronale, ha purtroppo assunto nel corso del tempo il ruolo di voce “dell’uomo qualunque”, del “cittadino” romano mediocre, sfogatoio qualunquista del peggior odio anti-proletario, aiutata in questo da un supporto mediatico senza precedenti volto ad elevare ad “opinione pubblica rilevante” qualsiasi espressione del malcontento purchè (apparentemente) non organizzata politicamente. Il qualunquismo a-partitico e anti-politico, superficialmente criticato, è invece il requisito fondamentale per essere presi in considerazione dall’informazionemainstream. Partito con l’obiettivo (anche qui apparente) di denunciare il “degrado” cittadino fatto di muri sporchi, tombini otturati, marciapiedi ingombri di immondizia, il sito è rapidamente evoluto in denuncia permanente della povertà, accusando i poveri, i lavoratori dipendenti, i militanti politici, i migranti, del declino economico, sociale e culturale della città.