La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 6 novembre 2015

Stato di eccezione

di Tommaso Nencioni
La sto­ria poli­tica euro­pea degli ultimi trent’anni è la sto­ria della difesa della libertà del mer­cato dall’assedio della demo­cra­zia. Una tor­sione inso­ste­ni­bile rispetto al pre­ce­dente ciclo con­ti­nen­tale – anch’esso per cau­sa­lità tren­ten­nale – che aveva regi­strato, se non un rove­scia­mento, almeno un robu­sto rie­qui­li­brio di forze tra i movi­menti popo­lari e le éli­tes mer­ca­ti­ste. Non importa esser fer­rati nell’armamentario della sco­la­stica mar­xi­sta d’antan per sot­to­li­neare que­sto rie­qui­li­brio di forze: la nostra carta costi­tu­zio­nale può esser letta come la sua più alta espres­sione europea.
Un rie­qui­li­brio che i codici isti­tu­zio­nali e morali sorti dalla guerra civile euro­pea e dal ciclo lungo delle lotte ope­raie e con­ta­dine erano stati in grado di foto­gra­fare abba­stanza fedel­mente. In con­se­guenza, la ten­sione tra costi­tu­zione scritta e costi­tu­zione mate­riale pro­pria della fase attuale deriva da un mole­co­lare, pro­gres­sivo e final­mente esploso cam­bia­mento di para­digma nei rap­porti tra inte­ressi del mer­cato e domande popo­lari.

La debole ripresa e la svolta che non c’è

di Roberto Romano
La Com­mis­sione Ue, incon­sa­pe­vol­mente, con­ferma la debo­lezza dell’economia euro­pea. La ripresa si intra­vede, ma rimane debole. Alcuni paesi cre­scono di più; altri sono in linea con la media del 2% per il 2016; altri con­ti­nuano a rima­nere fana­lino di coda.
L’Italia con­so­lida il suo tri­ste pri­mato e cre­sce sem­pre meno dell’area euro. La minore cre­scita dell’Italia rispetto all’Europa è di un punto per­cen­tuale di Pil nel 2015 e di 0,5 punti nel 2016. L’Italia, dall’ingresso dell’euro, ha cumu­lato un ritardo di oltre 13 punti di Pil, ovvero una minore cre­scita di quasi 200 miliardi.
Per dirla tutta, la cre­scita del Pil tra il 2003 e il 2014 è nega­tiva di 3 punti, cioè siamo più poveri rispetto al 2003, e qual­cuno si ostina a soste­nere che l’Italia non è più un pro­blema per l’Europa, ma la soluzione.

Il tempo di lavoro nell’era delle stampanti 3D

di Mario Agostinelli e Bruno Ravasio
Ci è sem­brata molto inte­res­sante la pro­po­sta di Valen­tino Par­lato, in uno dei primi inter­venti nel dibat­tito aperto dal mani­fe­sto (“C’è vita a sini­stra”), di ini­ziare, nella ricerca di una nuova iden­tità della sini­stra, dalla ridu­zione del tempo di lavoro. Del resto, agli albori della civiltà indu­striale, fu pro­prio la riven­di­ca­zione di orari di lavoro più umani la molla per la nascita e l’affermazione dei movi­menti socia­li­sti in Europa. Le otto ore per ridurre la fatica (“se otto ore vi sem­bran poche”), ma anche per orga­niz­zare diver­sa­mente la pro­pria vita: eight hours’ labour, eight hours’ recrea­tion, eight hours’ rest.
Siamo con­vinti che oggi, ancor più, sulla riap­pro­pria­zione del tempo si gioca la pro­spet­tiva poli­tica e demo­cra­tica di un rie­qui­li­brio a favore di natura e lavoro nella con­tesa con il capitale.Noi veniamo entrambi da un’esperienza in cui la con­trat­ta­zione sin­da­cale risa­liva all’economia e alla poli­tica. Pro­viamo quindi a ripro­porre quel per­corso allora pra­ti­cato in migliaia di ver­tenze, aggior­nan­dolo rispetto alle novità che sfug­gono al con­flitto odierno e di cui si impos­sessa un libe­ri­smo senza avver­sari, per avan­zare così uno spez­zone di pro­po­sta e di “vita a sinistra”.

Prove di "grande sinistra": la «Torino in comune» di Airaudo

di Marco Vittone
A chi nel 2011 osava dire che il pros­simo sin­daco di Torino avrebbe dato l’addio alla Fiat veniva dato del «bar­bu­tun», ver­sione pie­mon­tese, per l’esattezza chiam­pa­ri­niana, del «gufo» ren­ziano. Nel 2015 il Lin­gotto si chiama Fca, guarda Oltreo­ceano e ha sede fuori con­fine; quel che rimane di Mira­fiori sconta, invece, lun­ghi periodi di cassa inte­gra­zione e vive con incer­tezza il pro­prio futuro. Com’è cam­biata la città in que­sti anni di crisi? Si è impo­ve­rita, ha perso l’ebbrezza, forse un po’ effi­mera, dell’economicamente inso­ste­ni­bile Olim­piade 2006, ed è diven­tata il capo­luogo più povero del Nord Italia.
Piero Fas­sino, eletto quatto anni e mezzo fa con il 56,6 per cento, si appre­sta a com­ple­tare il man­dato. Non ha ancora sciolto il nodo sulla sua rican­di­da­tura, ma alla fine lo farà: le pres­sioni romane (Mat­teo Renzi) sono troppo insi­stenti, sep­pure l’ultimo segre­ta­rio dei Ds pre­fe­ri­rebbe fare altro. Sarà il can­di­dato del Pd e dei Mode­rati, pic­cola e potente for­ma­zione gui­data da Gia­como Portas.

Studenti senza borse col nuovo Isee: i nuovi esodati

di Roberto Ciccarelli 
Il diritto allo stu­dio sta morendo e i tagli hanno creato una nuova cate­go­ria di uni­ver­si­tari: gli stu­denti eso­dati. Tutto è ini­ziato a gen­naio con la riforma dell’indicatore della situa­zione economico-patrimoniale Isee. Il 25 per cento degli stu­denti uni­ver­si­tari ita­liani saranno esclusi dalle borse di stu­dio ave­vano denun­ciato gli stu­denti della Rete della Cono­scenza e dell’Udu a set­tem­bre. Detto fatto. Una prima ana­lisi ieri ha dimo­strato che l’allarme era giustificato.
«A Torino — sostiene Alberto Cam­pailla, por­ta­voce del coor­di­na­mento uni­ver­si­ta­rio Link — la pla­tea degli aventi diritto alla borsa di stu­dio si è ridotta del 21%, pas­sando dai 8846 stu­denti ido­nei nelle stesse gra­dua­to­rie prov­vi­so­rie dell’anno scorso ai 6988 di quest’anno con l’esclusione di 1858 stu­denti. La ridu­zione è più mar­cata per gli stu­denti dei primi anni (che pas­sano da 2852 a 2026 con una ridu­zione del 28,9%) rispetto a quelli degli anni suc­ces­sivi (che invece dimi­nui­scono del 19,2% scen­dendo da 4864 a 3926)».

Metalmeccanici, la partita del contratto

di Riccardo Chiari
Anche se la trat­ta­tiva è alle pri­mis­sime bat­tute, la lunga riu­nione che ha aperto il tavolo di con­fronto sul rin­novo del con­tratto dei metal­mec­ca­nici ha avuto già in sé una novità: dopo sette anni, nella sede di Con­fin­du­stria si sono pre­sen­tate insieme Fiom, Fim e Uilm, sia pure con due piat­ta­forme diverse. “Que­sto dopo anni di divi­sioni e di accordi sepa­rati – osserva Mau­ri­zio Lan­dini – ed è un fatto impor­tante in un momento in cui si chiede alle imprese di fare inve­sti­menti, e poli­ti­che mirate a miglio­rare non solo la stessa impresa ma anche la qua­lità del lavoro”.
La prima presa di con­tatto con Feder­mec­ca­nica ha fatto capire comun­que che la ver­tenza non sarà facile, né soprat­tutto breve. La Fim, spiaz­zata dall’apertura della Uilm al voto finale di tutti i lavo­ra­tori sul futuro con­tratto, così come da antica tra­di­zione della Fiom, ha denun­ciato con Marco Ben­ti­vo­gli che gli indu­striali vogliono indie­tro 75 euro del vec­chio accordo: “E’ una par­tenza in salita – ha com­men­tato il segre­ta­rio dei metal­mec­ca­nici cislini – invece occorre rin­no­vare pre­sto il con­tratto”.

Tutti i soldi ai ricchi. Niente pensioni e reddito di dignità

di Roberto Ciccarelli
La prima pre­ci­sa­zione è arri­vata alle 17,36. Tra governo e Inps non c’è alcuno scon­tro sul piano «Non per cassa ma per equità» pre­sen­tato ieri dal pre­si­dente dell’Inps Tito Boeri. «L’uscita della pro­po­sta era con­cor­data con palazzo Chigi» hanno assi­cu­rato, sicure, fonti del governo. L’impressione imme­diata è che sia stata una scusa non richie­sta da parte di un ese­cu­tivo più imba­raz­zato che con­tento del pro­ta­go­ni­smo del pre­si­dente dell’Inps Boeri che si è con­cre­tiz­zato in una pro­po­sta orga­nica di 69 pagine e 16 arti­coli. Lo scon­tro nel governo è emerso da altre fonti pro­ve­nienti dal mini­stero del lavoro alle 20,23 in cui, tra l’altro, si afferma che il piano di Boeri sulle pen­sioni com­por­te­rebbe alti «costi sociali» che gra­ve­reb­bero sulle spalle di «milioni» di pensionati.
«Al momento si è deciso di rin­viare — con­ti­nuano le fonti — per­ché quel piano, oltre a misure utili come la fles­si­bi­lità in uscita, ne con­tiene altre che met­tono le mani nel por­ta­fo­glio a milioni di pen­sio­nati, con costi sociali non indif­fe­renti e non equi». Quindi il con­tra­rio di quanto afferma il bel titolo del docu­mento di Boeri. Tutto sem­bra essere riman­dato all’anno pros­simo, quando il governo pro­mette di «inter­ve­nire in modo orga­nico sul tema, ma senza effetti col­la­te­rali».

Renzi cambia verso: droni con «licenza di uccidere»

di Matteo Bartocci
Il Dipar­ti­mento di stato e il Pen­ta­gono hanno detto sì. L’Italia sarà l’unico paese del mondo, dopo la Gran Bre­ta­gna, a rice­vere dagli Stati uniti mis­sili e bombe per armare i pro­pri droni, ren­den­doli in grado di ucci­dere. La noti­zia, rac­colta dalla Reu­ters e ripresa dai prin­ci­pali gior­nali ita­liani, cade nel più totale silen­zio della politica.
Spon­sor forte dell’operazione è il segre­ta­rio di stato John Kerry, che fin dal 2012, quando era sena­tore, si espresse uffi­cial­mente a favore della ven­dita all’Italia. Il Con­gresso, secondo il prin­ci­pio del silen­zio assenso ha ora 15 giorni per opporsi alla deci­sione del governo Obama ma è deci­sa­mente impro­ba­bile che lo faccia.
Da quel momento, la palla sarà tutta in mano a Palazzo Chigi, che pre­su­mi­bil­mente dovrà fir­mare i nume­rosi pro­to­colli «riser­vati» pre­vi­sti nella ven­dita.

giovedì 5 novembre 2015

Una proposta anticonvenzionale: ancora sul QE per il popolo

di Marco Bertorello e Christian Marazzi
La pro­po­sta di un quan­ti­ta­tive easing for the peo­ple è stata avan­zata lo scorso marzo da un gruppo di eco­no­mi­sti con una let­tera pub­bli­cata sul Finan­cial Times. Suc­ces­si­va­mente il nuovo lea­der labu­ri­sta Jeremy Cor­byn ha par­lato di people’s quan­ti­ta­tive easing. Noi l’abbiamo ripresa su que­sto gior­nale il 21 otto­bre. Vor­remmo ora recu­pe­rare tale pro­po­sta per appro­fon­dirla, entrando nel merito del ragio­na­mento a essa sot­teso, per­ché non resti uno slo­gan, ma possa rap­pre­sen­tare una cre­di­bile sfida nel dibat­tito economico-finanziario di que­sti tempi.
Gli obiet­tivi espli­citi del quan­ti­ta­tive easing (Qe) uffi­ciale sono due: da un lato l’aumento della liqui­dità in cir­co­la­zione per evi­tare la con­tra­zione del cre­dito e per aumen­tare il tasso di infla­zione; dall’altro lo sti­molo all’erogazione del cre­dito, e dun­que alla cre­scita del Pil, attra­verso l’acquisto di obbli­ga­zioni pub­bli­che e pri­vate e la ridu­zione del rischio su una vasta gamma di attivi non solo finan­ziari.

Il dominio del consumo

di Francesco Gesualdi
Siamo abituati a fare la spesa in maniera narcisistica: l’attenzione puntata tutta su noi stessi, badiamo solo al prezzo e alla qualità tecnica dei prodotti. Mai un pensiero, un interrogativo, sulla provenienza e il destino dei prodotti, quasi approdassero sugli scaffali del supermercato piovuti dal cielo. In realtà ogni prodotto ha una sua storia ambientale, una sua storia sociale, addirittura una sua storia politica e a seconda della storia rischiamo di renderci complici di gravi misfatti.
Potremmo parlare del caffè: in Italia ne consumiamo ogni anno 5 chili a testa. Ogni mattino cominciamo la nostra giornata preparandoci una tazzina di caffè e, senza saperlo, la prima persona con cui entriamo in contatto è un contadino dell’Africa o un bracciante dell’America del Sud. Fra contadini e braccianti, le persone che coltivano caffè sono 25 milioni. Contando anche i loro familiari, fanno 125 milioni di persone che vivono su questo prodotto.

Perchè ha ancora senso parlare di destra e sinistra

di Nadia Urbinati 
Giudicare in politica è tenere una parte o prendere parte, scriveva Hannah Arendt commentando Aristotele. Non si può giudicare senza stare da una qualche parte o schierarsi. Questo vale soprattutto per i cittadini nelle loro considerazioni ordinarie sulle cose relative alla loro città o al loro Paese; anche quando dichiarano di volersi astenere dal giudicare o si professano indifferenti alle parti politiche. È a partire dalla natura fallibile del giudizio politico che i governi liberi vantano di essere quelli nei quali la ricerca del giudizio migliore trova la propria sede, poiché garantiscono le libertà civili grazie alle quali il giudicare pro e contro si dipana in un clima di tranquillità e rispetto. Giudizio e politica stanno in stretta connessione. Un narratore della condizione politica, Thomas Mann, diceva che, per questo, la democrazia è tra tutti i regimi quello più compiutamente politico, perché qui anche chi vuole tirarsi fuori da ogni giudizio politico deve fatalmente schierarsi, facendo della propria posizione impolitica un giudizio di parte.

Rossanda su Non ho l'età. Perdere il lavoro a 50 anni

di Rossana Rossanda
“Non ho l'età” di Loris Campetti è un’inchiesta diretta su un aspetto di solito non indagato della disoccupazione in Italia: si tratta questa volta non degli spazi chiusi ai giovani, ingabbiati in generale nel precariato, ma di quel che accade a chi perde il lavoro in età avanzata, dopo anni di mestiere con una professionalità compiuta. Sono figure meno pittoresche dei ragazzi, non portano con sé nuove culture, ma non suscitano minore emozione. È un’inchiesta di questi anni, a crisi ormai settennale se se ne calcola l’inizio a partire da quella dei subprimes nel 2008. In quella tempesta sono scomparsi secolari opifici, antiche ditte, sostituite in genere da imprese nuove e più deboli, rilevate da qualche tardivo acquirente. Insomma la crisi investe la struttura produttiva, “i padroni”, che alla fine cercano di vivere o sopravvivere. Ma nell’uragano volano soprattutto gli stracci, che raramente sono rappresentati dal proprietario delle aziende ia via ammalate e a un certo punto chiuse. È la prima conseguenza e se l’imprenditore è un furbastro magari se la cava, mentre non se la cavano mai i dipendenti che, sbattuti da una proprietà all’altra, alla fine non hanno neppure la forza di galleggiare.

La doppia crisi del capitalismo e del sistema ecologico

di Diego Giachetti
Gl’interlocutori principali di questo libro del sociologo Luciano Gallino, sono le nuove generazioni, alle quali confessa che narrerà loro la storia di una sconfitta politica, sociale e morale, sperando che quelli che verranno trovino il modo di porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese. Se si è stati sconfitti è perché qualcun altro ha vinto. I vincitori di oggi sono le oligarchie dominanti di un sistema economico-sociale-finanziario che dobbiamo ancora e più di prima chiamare capitalismo, termine oggi schivato dal fior fiore degli intellettuali e economisti, parlanti dagli schermi televisivi. Usare questa definizione è anche un modo per reagire all’odierna frode che consiste nel designare la medesima formazione sociale come “sistema di mercato” o sinonimi simili, definizioni ideologiche nel senso di falsa coscienza da distribuire ai sottoposti. D’altronde l’autore ha promesso fin dalla manchette di apertura – riprendendo Rosa Luxemburg – di dire «ciò che è», perché questo «rimane l’atto più rivoluzionario», e non ciò che ci vuole far credere la voce dominante dei dominatori.

Prove tecniche di uscita dalla crisi

di Jacopo Rosatelli
Auste­rità, pri­va­tiz­za­zioni e «riforme» sono le rispo­ste alla crisi for­mu­late e impo­ste dai poteri che domi­nano in Europa, all’insegna del motto ormai arci­noto: «non ci sono alter­na­tive». Una fal­la­cia teo­rica e poli­tica che le forze di oppo­si­zione al pen­siero domi­nante si sfor­zano di con­fu­tare, non sem­pre otte­nendo i risul­tati spe­rati, come la dif­fi­cile navi­ga­zione del governo greco inse­gna. Ma le alter­na­tive al main­stream non sono tutte uguali: oltre a quelle che assu­mono le forme poli­ti­che clas­si­che, ci sono espe­rienze di «crea­zione sociale» che stanno al di qua (o al di là) della dimen­sione isti­tu­zio­nale tra­di­zio­nal­mente intesa. Nuove «isti­tu­zioni» giu­ri­di­che ed eco­no­mi­che che hanno visto la luce gra­zie all’iniziativa di gruppi di per­sone auto-organizzatesi per rispon­dere a domande di inclu­sione sociale, spesso pro­ve­nienti dal «quinto stato» dei lavo­ra­tori varia­mente pre­cari, che rima­ne­vano senza risposta.

Dopo il job, ora serve il lavoro

di Aldo Carra
Il 2015 si avvia verso la fine e i dati disponibili consentono di fare una prima valutazione degli effetti delle politiche europee e nazionali per rilanciare l’economia. Se alla fine del 2014 restavano ancora tre paesi con un Pil negativo (Cipro, Italia, Finlandia), adesso anche questi hanno invertito il segno. È difficile misurare il contributo che a questa inversione del ciclo è venuto da componenti esogene come il crollo del prezzo del petrolio e dalle politiche monetarie, che hanno prodotto una consistente svalutazione dell’euro e la creazione di nuova liquidità. Ma l’inversione c’è stata, anche se appare ancora fragile e molto differenziata da paese a paese. Ora si tratta di consolidarla e accentuarla con misure espansive immediate e soprattutto efficaci.
Riprendiamo le nostre consuete elaborazioni ospitate in questa rubrica diRassegna, volte ad analizzare le tendenze a breve della congiuntura, per cogliere le componenti specifiche del nostro ciclo economico.

Il federalismo di una superstar

di Marco Bascetta
L’autore c’è, eccome! È Tho­mas Piketty, una super­star, il cele­brato autore de Il Capi­tale nel XXI secolo. Il titolo anche: Si può sal­vare l’Europa? Chi mai sarebbe tanto nichi­li­sta o indif­fe­rente dal non porsi que­sta domanda? Quello che non c’è, invece, è pro­prio il libro, a dispetto delle quasi 400 pagine (Bom­piani, euro 20) che ci tro­viamo tra le mani. Ma, in fondo, era­vamo stati avver­titi: «il libro rac­co­glie l’insieme delle Cro­na­che men­sili dell’autore, pub­bli­cate su Libé­ra­tion dal set­tem­bre 2004 al giu­gno 2015, senza alcuna cor­re­zione o riscrit­tura» . E, va aggiunto, senza alcuna nota o ele­mento di cura e sele­zione per l’edizione italiana.
Si può imma­gi­nare quanto risulti ostico, o tedioso, per il let­tore ita­liano un arti­colo scritto per un quo­ti­diano fran­cese, magari una decina di anni fa, rife­ren­dosi a una spe­ci­fica con­tin­genza nel qua­dro poli­tico tran­sal­pino dell’epoca.

Telecom (Italia?)

di Vincenzo Vita 
Tele­com mon amour. Per l’ex mono­po­li­sta è la volta della Fran­cia che, attra­verso il già pre­sente Vin­cent Bol­loré con Vivendi (20%) e la new entry del finan­ziere Xavier Niel con Iliad (15% annun­ciato), potrebbe vir­tual­mente con­trol­lare l’azienda ita­liana. Fino a poco tempo fa il pal­lino stava nelle mani ibe­ri­che di Telefonica.
«O Franza o Spa­gna, pur­ché se magna», recita il motto attri­buito al Guic­ciar­dini. Ma, qui, è la vec­chia potenza del set­tore ad essere man­giata. Ora Con­sob e Mini­stero dell’economia si stanno pre­oc­cu­pando ed è comin­ciato il dibat­tito un po’ logoro e spun­tato sul che fare. Né gol­den power né mar­chin­ge­gni improv­vi­sati pos­sono fre­nare la sca­lata, se non la nor­ma­tiva sull’offerta pub­blica di acqui­sto. Che, però, non sem­bra essere la con­di­zione dell’avanzata d’Oltralpe. Al momento, almeno, i due signori del French capi­ta­lism non paiono alleati, almeno al punto di ingag­giarsi sull’Opa.

Cosa sarà di chi lascia il Partito Democratico

di Luca Sappino
L'aneddoto è di quelli da non offrire alle cattivissime frecciate di Matteo Renzi e dei suoi, che subito lo trasformerebbero in un tweet sulla sinistra degli sconosciuti e «del 3 per cento» (argomento usato in queste ore da uno degli uomini della comunicazione di palazzo Chigi, Francesco Nicodemo, contro Nichi Vendola colpevole di aver scritto «Renzi la sinistra la fa con Alfano, Verdini, Marchionne»). Ma è gustosto.
Un lancio di agenzia con refuso dà luogo a un scambio tra Giorgio Airaudo, deputato di Sel nei fatti prossimo candidato a Torino contro Piero Fassino, e Stefano Fassina, da poco uscito dal Pd e appena raggiunto da altri colleghi, tra cui il bersaniano Alfredo D’Attorre e Carlo Galli. Carlo, non Giampaolo come scritto invece in un lancio, che è un altro deputato, sempre del Pd ma assai meno di sinistra, ex Dg di Confindustria. «Non sapevo venisse anche il confidustriale», scrive fintamente sorpreso Airaudo, per una vita sindacalista Fiom. «Ma che sei matto!», è la risposta di Fassina.

NoTav, dal banco degli imputati a quello dell’accusa. Ecco il Tribunale dei Popoli

di Tiziana Barillà
«Le popolazioni devono essere consultate prima di interventi statali o privati che modificano l’ambiente in cui vivono, e che possono incidere sulla loro salute e sul loro modo di vivere. Non farlo è una grave violazione del diritto degli esseri umani a una vita degna», scrive il giornalista e scrittore uruguaiano Raul Zibechi in uno dei tanti messaggi di sostegno al Tribunale Permanente dei Popoli dedicata a Diritti fondamentali, partecipazione delle comunità locali e grandi opere. Per rivendicare questo diritto, in Val Susa, dal 5 all’8 novembre si terrà la sessione conclusiva del Tpp su grandi opere e diritti fondamentali dei cittadini e delle comunità locali (per leggere il programma dettagliato potete cliccare qui).

Sciopero scuola, non tutto è perduto

di Marina Boscaino
Non tutto è perduto, come sembrano suggerirci Renzi, Faraone &C, che raccontano di una scuola che non c’è: quella che ha accettato – e di buon grado – la sedicente Buona Scuola. Viviamo in un discreto caos, anche grazie alla farraginosità di una norma scritta con i piedi e delle faq ministeriali, che rendono ancora più incomprensibile il dettato della legge, qualora ce ne fosse bisogno. Sebbene una parte importante dei provvedimenti previsti dalla Buona Scuola probabilmente slitteranno al prossimo anno scolastico, il disorientamento regna sovrano, tra “fai da te” dell’interpretazione della legge (vedi comitato di valutazione) e “supplentite” non solo non debellata, ma addiritturaaggravata. La sbandierata rivoluzione dell’organico di potenziamento si è concretizzata nel trasferire nelle scuole dalle graduatorie ad esaurimento il personale rimasto lì, indipendentemente dalle richieste delle scuole (e dunque dai loro bisogni), come era prevedibile.

La trappola dei voucher

di Gianluca De Angelis
Lavorare in nero in Italia è sempre più difficile (1). Sia chiaro, non c’entrano nulla il senso civico, la responsabilità sociale o l’inasprimento dei controlli. Si tratta, piuttosto, del lungo processo di deregolamentazione che ha formalizzato, rinominandolo, ciò che fino a qualche anno fa sarebbe stato considerato non solo informale, ma persino un sopruso. Quindi, perché il datore di lavoro dovrebbe voler rischiare una denuncia da parte del lavoratore non dichiarato quando può pagarlo senza neppure il bisogno di assumerlo?


La solidarietà al tempo della crisi

di Alessandra Quarta e Michele Spanò
La crisi economico-finanziaria esplosa nel 2008 ha avuto devastanti conseguenze negli Stati europei e, tra questi, in Italia. L’aumento della disoccupazione, indotto dalla chiusura di molte imprese e dall’assenza di politiche industriali capaci di generare nuovi posti di lavoro, ha colpito larghe fasce della popolazione e in particolare quella giovanile (il cui tasso di disoccupazione ha oggi superato il 40%). L’arresto della crescita economica ha contribuito a diffondere la povertà relativa e quella assoluta, aggravando le condizioni di vita di molte famiglie, soprattutto nel sud dell’Italia, dove il sistema di welfare e gli investimenti in spesa sociale versavano già in condizioni critiche. Negli ultimi anni, sono stati principalmente i Comuni a finanziare la spesa sociale, con un impegno diverso sul territorio nazionale e un conseguente effetto negativo in termini di diseguaglianza; le sovvenzioni statali, al contrario, sono diminuite drasticamente, fino ad azzerarsi in settori particolarmente delicati (ad esempio il Fondo Nazionale per le persone non autosufficienti e il Fondo Nazionale Affitti).

Guerra in Afghanistan, il “Grande Gioco” prosegue

di Elettra Deiana
Il Ministero della Difesa italiano nei giorni scorsi, rispondendo con il sottosegretario Rossi a un’interrogazione parlamentare, ha fatto sapere che le nostre truppe resteranno in Afghanistan ancora per un bel po’, forse fino alla fine del2016, e oltre, e nel frattempo sarà incrementato anche il numero dei militari là impegnati. Tutto questo allo scopo di «compensare» alcune defezioni dei Paesi alleati, soprattutto la Spagna, che ha deciso di mettere la parola fine al proprio impegno militare. Ovviamente la decisione del Governo italiano è stata presa senza previa discussione in Parlamento né tantomeno decisione o almeno voto di orientamento delle Assemblee. Il Governo, sempre secondo quanto riferito da Rossi, ha deciso di rimodulare la prevista pianificazione di rientro dall’Afghanistan e di aumentarne la consistenza numerica nell’ultimo trimestre» del 2015, verificando intanto sul piano tecnico la possibilità di continuare anche nel prossimo anno. Che cosa c’entri il piano tecnico rimane un passaggio alquanto criptico.

Renzi gufo di se stesso. Che ne dite?

di Luigi Pandolfi 
Per chi non l'avesse ancora capito, il "caso Marino" va oltre lo stesso Marino. Non si tratta qui di giudicare la sua azione amministrativa, luci ed ombre si è detto e va bene così, ma di riflettere sulle implicazioni che le modalità del suodefenestramento stanno avendo sulla percezione pubblica delle istituzioni democratiche e, forse, della democrazia in quanto tale. Si sbaglierebbe, certamente, se si considerasse questa vicenda alla stregua di un fatto isolato nel contesto politico-istituzionale italiano, di un'eccezione riconducibile alla specifica situazione capitolina. No, la vicenda Marino, è parte integrante di una pericolosa deriva delle istituzioni democratiche del nostro Paese, non da oggi al centro di una lenta, quanto sistematica, opera di delegittimazione e di svuotamento della loro funzione di rappresentanza.
Cessione di sovranità ad oligarchie transnazionali nel quadro della governance europea, riorganizzazione in senso verticistico dei poteri dello Stato, controriforme costituzionali ispirate a logiche pseudo-efficientiste, da questo punto di vista, costituiscono non solo i segni di una torsione autoritaria delle politiche istituzionali e di governo, in ambito nazionale ed europeo, ma anche il retroterra politico e culturale, di più sbrigative operazioni di potere, come quella che ha portato al siluramento di Ignazio Marino.

Perchè la Fiom chiama ad una manifestazione nazionale

La legge di stabilità presentata dal governo non ci piace. È la stessa logica dei provvedimenti che hanno peggiorato e reso più precarie e insicure le condizioni dei lavoratori, dal Jobs act, alla «buona scuola» allo «sblocca Italia». Le misure proposte perseverano sulla strada dell’ingiustizia sociale, non mettono in atto reali misure per lo sviluppo, la ripresa degli investimenti, la crescita dell’occupazione stabile, la lotta alla povertà e alle disuguaglianze sociali, non combattono l’evasione fiscale e la corruzione – anzi le assecondano – e producono un’ulteriore riduzione alla spesa pubblica a partire dai tagli alla sanità, inoltre fanno pagare un ulteriore prezzo al Mezzogiorno che non compare nemmeno tra i titoli.
Contro questa politica economica e sociale bisogna mobilitarsi per rivendicare scelte diverse e proposte che si affiancano alle nostre rivendicazioni contenute nella piattaforma per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici.

Lo sfregio romano benzina sull’astensionismo

di Gaetano Azzariti
Davanti ad un notaio s’è cer­ti­fi­cata la fine di un’esperienza poli­tica, senza che ne venisse coin­volta l’istituzione rap­pre­sen­ta­tiva. Nulla di ille­git­timo può essere rile­vato. Il caso di auto-scioglimento del con­si­glio per dimis­sioni della mag­gio­ranza dei con­si­glieri rien­tra tra quelli pre­vi­sti dal testo unico sugli enti locali (art. 141). Così come è indi­cata la pos­si­bi­lità di revo­care le dimis­sioni pre­sen­tate dal sin­daco entro il ter­mine di 20 giorni (art. 53). Dun­que, entrambi gli atti che hanno carat­te­riz­zato la vicenda romana sono stati pos­si­bili ai sensi di legge. Eppure, per via legale, si è pro­dotto un vul­nus al sistema della rap­pre­sen­tanza democratica.
Non aver coin­volto il con­si­glio comu­nale, non aver espresso il pro­prio dis­senso in quella sede, assu­men­dosi — cia­scun con­si­gliere — la respon­sa­bi­lità poli­tica della pre­sen­ta­zione di una mozione moti­vata di sfi­du­cia, come indi­cato sem­pre dalla stessa legge (art. 52), appare una scelta signi­fi­ca­tiva della con­ce­zione di demo­cra­zia che ormai domina.

Gli studenti si prendono Londra. Corbyn con loro

di Leonardo Clausi
Gli stu­denti bri­tan­nici sono scesi ancora una volta in piazza per riven­di­care il diritto allo stu­dio, sotto assalto come mai prima da parte del governo con­ser­va­tore in carica. La mani­fe­sta­zione, orga­niz­zata ini­zial­mente dai mem­bri della Natio­nal Cam­paign Against Fees and Cuts, ha finito per rice­vere l’adesione di molte altre orga­niz­za­zioni stu­den­te­sche sulla scia delle tagli dra­co­niani e degli aumenti inso­ste­ni­bili delle tasse uni­ver­si­ta­rie det­tati dall’agenda «auste­ri­ta­ria» dei Tories.
C’è stata qual­che sca­ra­muc­cia e qual­che arre­sto, ma nel com­plesso nulla di com­pa­ra­bile ai ben più vio­lenti scon­tri che ebbero luogo a Mill­bank nel 2010.

La comunità internazionale condanni le operazioni militari nel Kurdistan turco

di Giuristi democratici legal team
E’ rien­trata in Ita­lia il 2 novem­bre la dele­ga­zione di Giu­ri­sti Demo­cra­tici e avvo­cati del Legal­team Ita­lia che si è recata nelle Muni­ci­pa­lità curde della Tur­chia per le ele­zioni del 1 novembre.
La pre­senza in quei ter­ri­tori è stata orga­niz­zata in rispo­sta all’appello dell’Ufficio Infor­ma­zione del Kur­di­stan in Ita­lia (UIKI), che ha sol­le­ci­tato la for­ma­zione di dele­ga­zioni inter­na­zio­nali per moni­to­rare le ele­zioni poli­ti­che in Tur­chia , a garan­zia dello svol­gi­mento paci­fico e rego­lare delle stesse, a seguito delle gravi e rei­te­rate vio­lenze nei con­fronti dei civili poste in essere in vista del con­fronto elet­to­rale dalle forze armate, con l’avallo del Governo nazionale.
Dopo che, alle ele­zioni poli­ti­che del 7 giu­gno scorso, supe­rando ogni aspet­ta­tiva, il par­tito HDP, che include for­ma­zioni poli­ti­che curde e della sini­stra turca, ha supe­rato la soglia di sbar­ra­mento del 10% per acce­dere al Par­la­mento, ed ha con­qui­stato 80 seggi con la per­cen­tuale del 13% di voti, il Pre­mier Turco ha seguito una stra­te­gia di guerra e di ten­sione.

Una Capitale coloniale e immorale

di Augusto Illuminati
Roma non è e non è mai stata una capitale “morale”. E non vogliamo che lo sia. Roma è nata come un gomitolo di sentieri e tratturi laziali per cui briganti, pastori, fuggiaschi e profughi di guerra dall’Asia minore e dalla Tunisia (come Enea) affluivano a un guado sul Tevere. Asilo di malviventi e facinorosi, segnata nella sua edificazione da un fratricidio. Cresciuta attraverso feroci lotte di classe, che ne hanno garantito la libertà interna e l’espansione esterna lungo il reticolo delle vie consolari che sostituirono gli antichi sentieri. Dunque: luogo di accoglienza, di conflitto e di comunicazione. Metropoli per vocazione, ibrida e contraddittoria, non sede di esposizione universale di vivande esotiche. Certo, con una sua antropologia criminale autoctona di lunga durata, che però è anche sorgente di vitalità, una potenza “plebea” a certe condizioni, cioè se messa in tensione con un conflitto e un progetto.

Sinistra: Possibile aperto al dialogo, ma altri chiariscano le ambiguità

di Gianni Principe
Rispetto all’articolo pubblicato su Il Manifesto del 4 novembre “«Nuovo soggetto», c’è l’accordo anche sulle città” a firma di Daniela Preziosi, e alla notizia ripresa tra gli altri da Huffington Post, Possibile intende ribadire la propria disponibilità al dialogo con le altre forze della sinistra alternative al Partito Democratico, rimarcando allo stesso tempo come debba andare avanti nella chiarezza di posizioni. In particolare attorno a un tema su cui saremo chiamati a confrontarci nelle prossime settimane per giungere all’accordo che fin qui è mancato: la partecipazione alle prossime elezioni amministrative.
A questo proposito non possiamo nascondere la nostra sorpresa per il fatto che da parte di alcuni soggetti partecipanti a tale discussione, che fino a ieri ci hanno accusato di fughe in avanti per avere indetto otto referendum contro le quattro leggi simbolo della politica del Partito della Nazione, oggi ci venga mossa l’accusa di “tirarci indietro” per il solo fatto di aver deciso di seguire una strada autonoma, quanto alla rappresentanza parlamentare, rispetto al gruppo di Sel che da sabato accoglierà alcuni esponenti usciti dal Pd.

C'era una volta e oggi non c'è più

di Simone Oggionni
C'era una volta una discussione occupata da un pessimismo plumbeo e asfissiante. Sinistra Ecologia Libertà - si diceva - stava bluffando, perché diceva una cosa e ne pensava un'altra, rimanendo in realtà indisponibile ad avviare un processo vero di rigenerazione e superamento di sé. Era un'operazione di puro maquillage. I parlamentari della sinistra Pd, anche quelli più volenterosi, bluffavano a loro volta, perché in realtà si erano inesorabilmente condannati all'inerzia e all'afasia.
A fare sul serio, invece, era la Coalizione sociale di Maurizio Landini: l'unico processo politico in campo, al quale si pensava di poter contribuire, per paradosso massimo, portando in dote qualche pezzo del vecchio ceto politico della sinistra radicale. Quella discussione e quella posizione ora appaiono a tutti per quello che erano: un abbaglio clamoroso. In primo luogo Maurizio Landini, che ha chiarito in maniera ormai definitiva che il suo obiettivo non è costruire un nuovo partito ma rafforzare l'opposizione sociale al governo Renzi. Infatti il 21 novembre sarà in piazza. E noi saremo con lui.

Il prezzo della stabilità nella Turchia di Erdogan

di Serena Tarabini
“DEPREM”: terremoto, era il termine più ricorrente nei quotidiani turchi usciti il giorno dopo la tornata elettorale del 1 novembre, il cui risultato ha sorpreso tutti. Nelle precedenti elezioni una ventata di novità aveva soffiato sul paese : l’AKP il partito filo islamico al potere da 12 anni, aveva perso la maggioranza assoluta e risultava sventato il piano dell’ex premier ora Presidente Recep Tayp Erdoǧan, fondatore e leader del partito, di modificare la costituzione in chiave presidenziale; allo stesso tempo faceva il suo ingresso in un parlamento da tempo ingessato una nuova forza politica, il filo curdo partito democratico dei popoli HDP, scelto non solo dai curdi ma anche da molti turchi come unica opzione per un cambiamento in chiave democratica del paese. Con le recenti elezioni la Turchia ha nuovamente cambiato volto; in soli 5 mesi si è riconsegnata all’egemonia del partito unico che è passato dal 40,9 % al 49,5 % delle preferenze.

Meno cento cave: per costruire un’Italia migliore è ora di usare materiali riciclati

di Luca Aterini
La mappa delle cave in Italia disegna un territorio punteggiato da buchi, come una forma di groviera: 2.500 le cave da inerti oggi ancora attive, 15mila quelle abbandonate (la maggior parte di sabbia e ghiaia), che aspettano di trovare nuova destinazione o di essere sottoposte a interventi di riqualificazione paesaggistica. Nel frattempo si continua a cavare, nel 62% dei casi per ottenere poi materiali da costruzione, per realizzare infrastrutture. Al contempo, ogni anno in Italia vengono prodotti 45milioni di tonnellate di rifiuti inerti: la Direttiva 2008/98/CE prevede che nel 2020 si raggiunga un obiettivo pari al 70% del riciclo dei rifiuti da costruzione e demolizione, ma oggi in Italia la capacità di recupero sfiora a malapena il 10% (anche se non mancano esperienze d’eccellenza); in Olanda, per prendere l’estremo più virtuoso d’Europa, siamo già al 90%.

Difendiamo il diritto alla salute. Anche il 21 novembre

La legge finanziaria presentata dal governo e in discussione in queste ore in Parlamento, in continuità con il passato, ancora una volta si basa su tagli alla spesa pubblica a partire dalla sanità, su una politica di privatizzazioni e di svendita del patrimonio pubblico, su una politica fiscale ingiusta a favore delle imprese e della rendita e a scapito del lavoro dipendente. Creando ulteriore ingiustizia non riduce la tassazione sul lavoro ma quella sulle proprietà immobiliari e utilizza le risorse di tutti per distribuire a pioggia in favore delle imprese.
Per poter finanziare queste misure ingiuste il governo riduce i finanziamenti ai servizi essenziali – sanità, istruzione, trasporto pubblico – e conferma una scelta di fondo nelle politiche sociali messe in campo: il nostro paese é agli ultimi posti in Europa negli investimenti nella protezione sociale.

F35, Parlamento di nuovo ingannato. Ne spunta un altro ‘mai’ ordinato

di Toni De Marchi
Mi era sfuggita, finora. L’ho vista solo grazie a Nico Sgarlato, storico giornalista specializzato, che la segnala in un articolo sul mensile Aerei. Ma la pagina è ancora lì in bella vista sul sito di Bae Systems, uno dei costruttori britannici degli F-35. A metà agosto ha annunciato di aver completato la sezione di coda della variante Stovl (decollo corto e atterraggio verticale) di un F-35 destinato all’Italia.
Un motivo di orgoglio per la Bae. Jon Evans, direttore dello stabilimento di Samlesbury dove è stata costruita la parte, ha detto che si tratta di “un’altra importante tappa per il nostro programma F-35 e siamo orgogliosi di aver completato la costruzione della prima porzione posteriore della fusoliera per l’F-35B dell’Aeronautica Militare italiana”. F-35B? Aeronautica Militare italiana?

Una nuova sinistra, non una cosa rossa

di Daniela Preziosi
Rima­nere non ha più senso, non si ha più la pos­si­bi­lità di inci­dere. La deci­sione di lasciare viene dopo un lungo tor­mento ma mi è sem­brato che non ci fos­sero alter­na­tive per la piega che ha preso il Pd con Renzi». Nella saletta stampa di Mon­te­ci­to­rio affol­lata per l’occasione, Alfredo D’Attorre uffi­cia­lizza il suo lento addio al Pd. Con lui lasciano anche il poli­to­logo bolo­gnese Carlo Galli e il depu­tato lucano Vin­cenzo Folino. Dal Pd altri segui­ranno, ne sono con­vinti. Per­ché, scri­vono nel docu­mento «Rico­struire la sini­stra» inviato ai cir­coli Pd a cac­cia di con­sensi, «restare signi­fi­che­rebbe soste­nere il pro­getto ren­ziano nei tre appun­ta­menti cru­ciali dei pros­simi mesi: le ammi­ni­stra­tive, il refe­ren­dum costi­tu­zio­nale e le poli­ti­che che vi faranno seguito. Il rischio è che l’Italia diventi l’unico grande paese euro­peo in cui la sini­stra viene cancellata».

La Turchia e l’età della sconfitta

Intervista a Tarik Ali
*Zaman: Fra tre anni da adesso arriveremo al 50° anniversario della “Rivoluzione del maggio 1968”…Quali sono le due cose che sono cambiate/non sono cambiate nel mondo dopo mezzo secolo?
Tariq Ali: Il mondo si è capovolto. Il capitalismo, malgrado il crollo del 2008, ha trionfato nella maggior parte del mondo. La resistenza non è cessata, ma le sue forme sono molto diverse rispetto a quelle del secolo scorso. Ciò che vale la pena notare è che perfino la resistenza più radicale all’impero e al capitale – i governi bolivariani in Sudamerica, non prevedevano una rottura con il capitalismo. In Europa occidentale la crisi del 2008 ha creato nuove aperture e ha permesso a nuove forze politiche di entrare in scena, a sinistra o a destra o intersecandole entrambe. Il caso più spettacolare di una forza che si catapulta in un governo, è, naturalmente, Syriza, in Grecia, che ha unito l’esperienza più drastica della crisi economica, l’ovvia responsabilità della social-democrazia locale di gettarvi dentro il paese, e un sistema elettorale che esagera molto la reale forza del partito.

L’Italia di Muccino e quella di Pasolini

di Fabio Marcelli
Con Pier Paolo Pasolini non si doveva per forza essere sempre d’accordo, ma all’epoca molti non ne compresero a pieno la grandezza. Ricordo le discussioni sorte nel momento della morte, quando non tutti ebbero la capacità di capire che il grande intellettuale era stato vittima di un complotto fascista e non mancò, chi anche all’estrema sinistra, sottolineava taluni aspetti discutibili della sua vita privata. Moralismo d’accatto, relativamente alla sfera più intima delle scelte sessuali, del quale erano all’epoca preda in molti. Ricordo anche le polemiche nate sulla sua ben nota poesia su Valle Giulia, quando si schierò dalla parte dei poliziotti proletari contro gli studenti “figli di papà”. Probabilmente non riuscì a capire molte cose, sulla natura del movimento studentesco, eppure forte e lungimirante fu il suo appello in difesa dei celerini mandati a picchiare ed essere picchiati per pochi soldi.

La farsa dell'Internet governance

di FelynX
Per quindici anni gli incontri sull’Internet Governance hanno ricevuto molta attenzione e spinto la nostra immaginazione a farci credere che le regole comuni per Internet potessero scaturire da discussioni globali “multi-stakeholder”. Sta diventando evidente che Internet Governance è un modo falso per tenerci occupati e nascondere una triste realtà: nulla di concreto in questi anni, non una singola azione è emersa dagli incontri multistakeholder; mentre allo stesso tempo la tecnologia è stata usata contro gli utenti di Internet come strumento di sorveglianza, controllo e oppressione.
I cittadini del mondo devono pensare alle sfide critiche che li attendono: fine della sorveglianza di massa, protezione incondizionata della libertà online, garanzie per la neutralità della rete e l’accesso universale e gratuito a Internet… nulla di tutto questo è stata affrontato in queste sterili discussioni multistakeholder con liste chiuse di partecipanti, bensì solo in contesti politici adeguati creati da reti decentrate di cittadini, organizzati attraverso Internet.

I volti che interrogano il presente

di Niccolò Nisivoccia
È andato cer­can­doli per anni in giro per l’Europa, la sua è stata quasi un’ossessione, come lo sono sem­pre le idee forti che ven­gono da lon­tano. Cer­cava i par­ti­giani soprav­vis­suti, Danilo De Marco. Il primo lo aveva da sem­pre a por­tata di mano, nella sua Udine: era Ser­gio Cocetta, nome di bat­ta­glia Cid. De Marco lo cono­sceva da decenni, da quando lui era ancora un bam­bino e il Cid invece già un uomo, dal «volto di pie­tra roma­nica», che aveva molto da rac­con­tare e da inse­gnare, e da cui infatti De Marco molto ha imparato.
Tutto è comin­ciato da lì, nel 2004. Poi gli altri par­ti­giani, com­ples­si­va­mente più di mille, De Marco li ha tro­vati altrove, non solo in Ita­lia ma anche in Fran­cia, in Spa­gna, in Ger­ma­nia, in Ser­bia, in Gre­cia, in altri luo­ghi ancora. È andato «spi­go­lando» fra le loro esi­stenze, let­te­ral­mente rac­co­glien­done le sto­rie come si rac­col­gono le spi­ghe di fru­mento nei campi di grano dopo la mie­ti­tura.

È possibile una svolta democratica per l'Europa?

L'Europa è attraversata da una crisi profonda. I "5 Presidenti" avanzano le loro proposte. È possibile una vera discussione partecipata che coinvolga istituzioni, soggetti politici e sociali, opinione pubblica? Può esserci una proposta alternativa a livello europeo che leghi democrazia e questione sociale?
Il momento per farsi sentire è adesso, le proposte dei 5 Presidenti riaprono la discussione sull'assetto istituzionale europeo attuale anche se in sostanza ripropongono nel merito le politiche fallimentari di questi anni.

Vent’anni di Ogm: solo vuote promesse e rischi per salute e biodiversità

Quasi 20 anni fa negli Usa degli agricoltori seminarono il primo Ogm, la prima soia geneticamente modificata per utilizzo commerciale. Da allora l’industria dell’ingegneria genetica ha investito milioni di dollari nella commercializzazione dei suoi progetti “miracolosi” e da allora ha fatto regolarmente nuove promesse al mercato. E non si tratta di promesse da poco: varietà ad alto rendimento, fine del la fame mondo, piante che tollerano la siccità e i cambiamenti climatici… Ma secondo il nuovo rapporto “Zwei Jahrzehnte des Versagens” di Greenpeace Germania «Dopo 20 anni di coltivazione commerciale di piante geneticamente modificate si è rotto l’equilibrio».
Per l’associazione ambientalista l’industria degli OGM può essre riassunta come «Due decenni di fallimento» anche per il grande rifiuto del mais geneticamente modificato in Europa.

Resistenze cinematografiche e femminili al potere di Erdogan

di Giona A. Nazzaro
A leggere le composizioni delle competizioni dei festival, si possono notare dei progressivi slittamenti nelle relazioni e nelle strategie di rappresentazione dell’altro. Quest’anno a Cannes, la prima edizione dopo la strage di Charlie Hebdo, e la prima sans Gilles Jacob, gli equilibri politici erano visibilmente diversi dalle precedenti edizioni. Se la selezione ufficiale si presentava con un A testa altasospettosamente pro Law & Order, la Quinzaine schierava un Les Cowboys, diretto da Thomas Bidegain, lo sceneggiatore di Dheepan, film che rilegge Sentieri selvaggialla luce della jihad. Pur con risultati completamente diversi fra loro, questi film presentano un’idea e un’immagine della “minaccia araba” differente rispetto al recente passato politicamente corretto in termini di discorso culturale e politico. 
Mustang, presentato anch’esso alla Quinzaine, scritto da Alice Winocour, diretto da Deniz Gamze Ergüven, è un oggetto filmico tanto interessante e appassionante quanto ambiguo.

Grazie alla lotta del popolo, la Bolivia ha ora la sua sovranità politica ed economica

In visita mercoledì in Germania, il presidente boliviano Evo Morales ha rivendicato tutti i frutti ottenuti dalla rivoluzione boliviana, con contadini e popolazioni indigene prima esclusi dalla società e che sono ora parte del governo grazie alla lotta sindacale. Grazie alla lotta del popolo, la Bolivia ha ora la sua sovranità politica ed economica.
Nel corso di una conferenza stampa presso l'Università Tecnica di Berlino, riporta Tele Sur, ai professori che l'accoglievano tra gli applausi, il presidente della Bolivia ha ricordato che il loro “ceto” lo ha umiliato per anni ed è per questo che nel 1995 decise di passare alla lotta sindacale e poi quella elettorale. Tale decisione ha portato enormi frutti per il bene della nazione.

Adele Cambria. In morte di una giornalista ribelle

di Donatella Coccoli
Un volume che racconta oltre cinquant’anni di giornalismo attraverso testate storiche come Il Giorno del mitico Gaetano Baldacci, La Stampa, Paese Sera, fino ad arrivare al’Unità di Concita De Gregorio e al licenziamento successivo. Una pausa che le è servita per scrivere il libro, otto mesi per la scrittura, la verifica d’archivio e poi il lavoro di lima , grazie a Lila Greco. Da Grace Kelly a Sophia Loren, da Roma a Milano, dall’atmosfera della dolce vita a Lotta continua, dalla rivolta di Reggio al femminismo, Adele c’era sempre. «La Capria, che ha letto il libro, mi ha detto “sei la fatina prezzemolina, ci sei stata dappertutto”», racconta ridendo. E allora cominciamo dal giornalismo, la linfa vitale che muove gli oltre cinquant’anni trascorsi da quel 1953, quando questa donna minuta giunse a Roma dalla Calabria. Una terra che oggi, afferma Adele appena tornata dalla presentazione del libro a Reggio, la colpisce per la bellezza del paesaggio e per la depressione di chi vive ma che ai tempi della sua giovinezza era il Sud atavico e crudele con le donne.

Perche’ il bombardamento di un ospedale è un crimine di guerra

di Robert C. Koehler
“Provammo a dare un’occhiata a una delle palazzine che stavano bruciando. Non posso descrivere cio’ che c’era dentro. Non ho parole per descrivere quanto fosse terribile. Nell’Unita’ di Terapia Intensiva c’erano sei pazienti che stavano bruciando nei loro letti.”
Questo e’ quanto ci disse Lajos Zoltan Jecs, un infermiere nell’ospedale che gli USA hanno bombardato a Kunduz, in Afghanistan, uccidendo 22 persone; medici, staff e pazienti (incluso 3 bambini).
L’ospedale non fu un “danno collaterale”; venne bersagliato in maniera deliberata, deliberatamente distrutto, con bombardamenti multipli che durarono almeno mezz’ora. Medecins Sans Frontieres (Medici Senza Frontiere), che faceva funzionare l’ospedale, aveva chiamato i suoi contatti nel governo USA, pregandoli di fermare l’attacco- senza risultati. I bombardamenti continuarono fino a che l’ospedale, con piu’ di 180 occupanti, fu distrutto.

Renzi, una forza del passato

di Michele Prospero
La stra­te­gia di medio periodo del par­tito della nazione, inteso come spon­ta­nea con­fluenza degli elet­tori di destra nelle acco­glienti sigle del Pd, viene pre­ci­sata negli edi­to­riali che Angelo Pane­bianco sta pub­bli­cando sul Cor­riere. Impe­gnan­dosi in una stre­nua difesa dell’Italicum, cele­brato come una garan­zia certa di gover­na­bi­lità, il poli­to­logo ha affer­mato che ogni ripen­sa­mento sulla via del tra­guardo delle grandi riforme è assurdo e che i peri­coli paven­tati da poli­tici esi­tanti sono sem­plici pro­dotti di fantasia.
Egli ha così accre­di­tato la sicura affer­ma­zione elet­to­rale di Renzi ricor­rendo a un teo­rema che in verità pog­gia su basi labili. La destra, sostiene, non potrà mai votare in massa per il M5S al secondo turno e, inol­tre, il sog­getto di Grillo è desti­nato a sgon­fiarsi in pros­si­mità del bal­lot­tag­gio. La apo­dit­ti­cità di que­ste sue asser­zioni Pane­bianco le ricava da un postu­lato (in realtà un canone meta­fi­sico o un pio desi­de­rio) che crede inop­pu­gna­bile. E cioè che gli elet­tori votano con il por­ta­fo­glio sal­da­mente cucito nelle tasche.
Motivo per cui i bar­bari sogna­tori non pas­se­ranno, a meno che alle urne si rechino degli attori irra­zio­nali dispo­sti a com­piere atti di auto­le­sio­ni­smo economico.

C'è bisogno di socialismo. Intervista a Roger Waters

Intervista a Roger Waters di Andy Green
Intervistare Roger Waters può essere una corsa sfrenata. Se una domanda gli piace, è felice di pontificare a lungo, ma se lo annoi con domande trite e ritrite, svicola e (lui che è capace di risposte del tipo: “se non mangi la carne, non avrai il budino”) ti liquida in pochi, terribili secondi. L’occasione per un’altra chiacchierata con il co-fondatore dei Pink Floyd è l’imminente pubblicazione – il 20 novembre - di ‘Roger Waters The Wall’, documento in CD/BluRay del recente tour di ‘The Wall’, ma inevitabilmente la politica è entrata nella discussione. La telefonata con Waters è avvenuta pochi secondi dopo che Joe Biden ha annunciato il ritiro dalla corsa per le presidenziali; sapendo dell’interesse di Roger per la scena politica, siamo partiti da questo argomento.
Roger, hai sentito la notizia di Joe Biden? Ha detto che non si candiderà per la presidenza.
"Non capisco che cosa stai dicendo. Non ha senso."
Stavo solo dicendo che Joe Biden non concorrerà per le elezioni presidenziali.
"E quindi?"
Sono sorpreso. Pensavo che si sarebbe candidato.
(tre secondi di pausa) "Grazie di avermi espresso il tuo pensiero."

Le nuove logiche del capitalismo predatorio

Intervista a Saskia Sassen di Giuliano Battiston
L'obiettivo è ambizioso. Il metodo innovativo. Per esaminare la lenta, opaca decadenza dell'economia politica del ventesimo secolo e l'emergere, sulle sue macerie, di un nuova paradigma, Saskia Sassen – docente di Sociologia alla Columbia University di New York – ha deciso di archiviare le categorie tradizionali «che articolano la nostra conoscenza dell'economia, della società e dell'interazione con la biosfera». Espulsioni. Brutalità e complessità nell'economia globale, appena tradotto dalla casa editrice il Mulino (pp. 296, euro 25), è il risultato di questo sforzo: un'immersione nella transizione storica che stiamo vivendo. Il tentativo di leggere, dietro alla specificità di processi diversi – l’impoverimento della classe media nei paesi ricchi, lo sfratto di milioni di piccoli agricoltori nei paesi poveri, le pratiche industriali distruttive per la biosfera – la stessa tendenza sotterranea. La fine della logica inclusiva che ha governato l'economia capitalistica a partire dal secondo dopoguerra e l'affermazione di una nuova, pericolosa dinamica. Quella delle espulsioni.