La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 19 novembre 2015

Il demonio, il suicidio e la guerra

di Franco Berardi Bifo
La sera di venerdì 13 novembre stavo scrivendo l’introduzione all’edizione francese di Heroes, quando, evocato dalle aquile della morte metallica nella sala parigina del Bataclan piena di ragazze e di ragazzi si è materializzato il demonio, armato di kalashnikov e di cinture esplosive. Ma il demonio non esiste. Esiste invece il capitalismo e una disperazione di massa che assume sempre più spesso forma suicidaria. Cento anni di umiliazione culturale hanno prodotto il mostro dell’islamismo contemporaneo, e due secoli di violenza colonialista hanno scavato un fossato di odio che non si può dissolvere con la tolleranza universalista.
Nel groviglio dell’attuale guerra frammentaria che tende a divenire globale si mescolano innumerevoli conflitti, ma quello decisivo nel lungo periodo è il conflitto post-coloniale tra le masse degli oppressi che non conoscono più l’internazionalismo né la speranza, e l’Occidente che non ha più altra cultura che il cinismo. L’Europa é impreparata a far fronte a un’ondata di migrazione gigantesca, mentre esplode sempre più spesso il terrorismo suicida, travolgendo gli argini della tolleranza e dell’universalismo.

Il lavoro, la sinistra, la coalizione sociale. Intervista a Landini

Intervista a Maurizio Landini di Mattia Sacco
Landini, a che punto si trova il progetto di “Coalizione Sociale”? Quali sono le sostanziali differenze rispetto alle precedenti e fallimentari esperienze che hanno caratterizzato la sinistra degli ultimi vent’anni? 
"La Coalizione sociale è una scommessa che avrà un buon esito se riuscirà a radicarsi e a dimostrare sul territorio che è possibile riaggregare quella consistente parte della società che la crisi ha disperso e messo in competizione. A partire dal mondo del lavoro e dalla sua condizione. La coalizione sociale non può essere una nuova sigla tra tante o uno strumento istituzionale. Questo è ciò che la differenzia da altre esperienze più o meno recenti. E’ un inedito tentativo di protagonismo politico che si fonda sulla partecipazione di singoli e gruppi che mettono in comune le proprie esperienze e capacità per ridare alla politica la possibilità di non essere semplicemente la somma di talk show e comitati elettorali."

I migranti sono vittime due volte

di Slavoj Žižek
Certo, gli attentati terroristici di venerdì 13 a Parigi vanno condannati senza riserve, ma... bando alle scuse, vanno condannati davvero, quindi non basta il patetico spettacolo di solidarietà di tutti noi (persone libere, democratiche, civili) contro il Mostro musulmano assassino. Nella prima metà del 2015, a preoccupare l’Europa erano i movimenti radicali di emancipazione (Syriza, Podemos) mentre nella seconda l’attenzione si è spostata sulla questione “umanitaria” dei profughi — la lotta di classe è stata letteralmente repressa e rimpiazzata dalla tolleranza e dalla solidarietà tipiche del liberalismo culturale.
Ora, dopo le stragi del 13 novembre, questi concetti sono stati eclissati dalla semplice opposizione di tutte le forze democratiche, impegnate in una guerra spietata contro le forze del terrore — ed è facile immaginarne gli esiti: ricerca paranoica di agenti Is tra i rifugiati. I più colpiti dagli attentati di Parigi saranno i rifugiati stessi e i veri vincitori, al di là degli slogan stile je suis Paris, saranno proprio i sostenitori della guerra totale da entrambe le parti.

Redistribuzione, non crescita: è possibile un nuovo keynesismo?

di Giorgos Kallis
La decrescita rappresenta un attacco frontale all’ideologia della crescitaeconomica. Qualcuno la definisce una critica: uno slogan o una “parola dirompente”. Altri parlano di una “teoria della decrescita” o di “letteratura sulla decrescita”; oppure di “politiche della decrescita”. Molti si considerano come un “movimento per la decrescita” oppure dicono di vivere “in modo decrescente”. Bene, quindi che cosa è la decrescita e da dove proviene?
A livello intellettuale, le origini della decrescita si rinvengono nella ecologia politica continentale degli anni Settanta. Andrè Gorz parlò “di decrescita” nel 1972, mettendo in discussione la compatibilità del capitalismo con gli equilibri della terra“dei quali … la decrescita della produzione materiale rappresenta la condizione necessaria”. Se non prendiamo in considerazione “una eguaglianza senza crescita”, argomentava Gorz, noi riduciamo il socialismo a nient’altro che “la continuazione del capitalismo con altri mezzi, una continuazione dei valori della classe media, dei suoi stili di vita e delle sue caratteristiche sociali”.

Com'è povero il diritto se non parla d'amore

Intervista a Stefano Rodotà di Simonetta Fiori 
Per il diritto l'amore non esiste. Nel codice la parola non compare mai, segno di una insofferenza forse reciproca, di una incompatibilità che in Italia è più forte che altrove. Al conflitto permanente tra diritto e amore dedica bellissime pagine Stefano Rodotà, un giurista da sempre attento al tumultuoso rapporto tra l'irregolarità e l'imprevedibilità della vita e l'astrazione formale della regola giuridica ("Diritto d'amore", Laterza). Inutile aggiungere da che parte stia Rodotà. Ed è superfluo anticipare che in questa storia protagonisti non sono solo il diritto e i sentimenti ma anche la politica. Con alcune vittime - un tempo le donne, oggi gli omosessuali - che guidano il cambiamento.
Professor Rodotà, diritto e amore sono incompatibili?
"Ancora una volta mi aiuta Montaigne, che definisce la vita un movimento volubile e multiforme. Il diritto è esattamente il contrario, parla di regolarità e uniformità, è insofferente alle sorprese della vita. Quando poi si entra nel terreno amoroso, la soggettività prorompe. E il diritto è decisamente a disagio".

Intervista a Mario Tronti

Intervista a Mario Tronti di Giacomo Bottos e Matteo Giordano 
Mario Tronti, tra i fondatori dell’operaismo italiano, ha proseguito, dopo la conclusione di quell’esperienza, la sua riflessione sulla politica, sul Novecento e sul presente. Il risultato più recente del suo sforzo teorico è il libro Dello spirito libero, uscito nel 2015. A partire da alcuni temi evocati in questo libro e nei suoi contributi recenti gli abbiamo posto alcune domande sui caratteri del nostro tempo e della crisi attuale.
Nei tuoi scritti la crisi in cui viviamo è vista come una crisi di lungo periodo, che da un lato è crisi della modernità e dall’altro è crisi del movimento operaio. Sembrerebbe che noi ci troviamo in un tempo minore che se è comprensibile solo alla luce del Novecento è al tempo stesso inferiore al Novecento stesso. Da questo punto di vista, retrospettivamente, essendo ormai entrati nell’ottavo anno della crisi, qual è il tuo punto di vista sulla crisi economica attuale? Pensi che ci fosse la possibilità di una reazione diversa da quella che effettivamente c’è stata?

Alain Touraine: diritti, dignità contro la guerra di civiltà

di Raffaele Liguori 
I francesi non vogliono rischiare un Patriot Act americano. Alain Touraine, sociologo francese di fama internazionale, è sicuro che il suo paese non attraverserà una delle pagine più buie della storia dei diritti civili negli Stati Uniti. Il professor Touraine, 90 anni, oggi è stato ospite di Memos. Il grande sociologo è venuto a trovarci nella sede di Radio Popolare.
Iniziamo l’intervista parlando del presidente francese Hollande, delle sue dichiarazioni al parlamento di Versailles dopo le stragi di Parigi di venerdì scorso: “siamo in guerra”, “saremo impietosi”, “la repubblica distruggerà il terrorismo”, ha detto con tono marziale il capo dell’Eliseo. Era inevitabile questo tono, professor Touraine? «In parte sì, perché Hollande ha poche possibilità di vincere le prossime elezioni presidenziali. Durante tutti questi anni di presidenza, Hollande ha avuto meno del 20% dei consensi. In un certo modo è una drammatizzazione. C’è un aspetto strategico politico e personale, voler apparire come una persona di fronte al nemico di Daesh, una minaccia contro la repubblica».

Da Cochabamba, verso COP21 a Parigi, passando per Roma

di Anna Camposampiero 
Nonostante i tragici fatti degli ultimi giorni, il summit COP21 a Parigi, il cui inizio è previsto per il prossimo 30 novembre, appare confermato. Vengono invece vietate le manifestazioni di piazza. Ma le mobilitazioni non si fermano.
Vale allora la pena pubblicare un paio di riflessioni sui percorsi che i movimenti sociali, e non solo, stanno organizzando per far sentire la propria voce durante il vertice di Parigi. Facendo un piccolo passo indietro, andiamo a Tiquipaya, a pochi chilometri da Cochabamba, in Bolivia. Qui si è tenuta, dal 10 al 12 ottobre, la seconda Conferenza Mondiale dei Popoli sul Cambiamento Climatico e i Diritti della Madre Terra (la prima era stata fatta nel 2010 prima dell’allora vertice Onu di Cancùn).
L’iniziativa è stata fortemente voluta dal governo di Evo Morales, che vi ha investito anche in termini di relazioni diplomatiche con la presenza di personalità politiche e sociali di rilievo: dal presidente dell’Ecuador Rafael Correa, a quello del Venezuela, Nicolas Maduro e al cancelliere di Cuba, Bruno Rodriguez, fino al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon che ha partecipato alla cerimonia di apertura, citando la trilogia andina “ama suwa, ama lulla, ama q’illa” in Quechua (non rubare, non mentire, non essere pigro).

La nuova Europa è peggio della vecchia

di Barbara Spinelli 
Gli attentati del 13 novembre a Parigi sono stati perpetrati da assassini che hanno storie e provenienze diverse, e sono tuttavia legati da esperienze comuni di foreign fighters, attratti dalla propaganda e dalle guerre dell’Isis. Molti di essi, intervistati, dicono di appartenere alla “generazione della guerra al terrorismo”: guerra scatenata da noi, cui gli affiliati dell’Isis comincerebbero a rispondere spargendo sangue fin dentro l’Europa. Sempre dal loro punto di vista, a una guerra che ha ucciso migliaia di civili non si può che rispondere con una guerra contro i civili europei. 
L’Europa reagisce: “Siamo in guerra”. Un annuncio ovvio, la guerra è in corso da 14 anni. Quel che conta è capire come mai quest’ultima ha fallito e come combattere l’Isis. L’Europa reagisce anche con più controlli alle frontiere, e pure questo sarebbe ovvio se non tendesse a mescolare rifugiati, richiedenti asilo e aspiranti kamikaze, politica della migrazione e strategia antiterrorista.

Slavoj Žižek: risposta ad Alain Badiou


di Slavoj Žižek
Caro compagno, caro amico,
la forza di pensiero che hai messo nella tua risposta mi ha commosso profondamente. Questa è quella che si dice una vera prova di amicizia: rifiutare le rapide (s)qualificazioni quando non si è d’accordo, e mettersi a pensare. Accetto tutte le critiche a riguardo della situazione politica e ideologica in Cina – qui, la tua conoscenza dello stato delle cose supera di molto la mia. Come sempre, al di là dei dettagli storici, tu tocchi l’essenziale, su due livelli. Innanzitutto, si tratta della particolare dimensione di “tra noi”, in cui viene a svolgersi il dibattito sulle catastrofi della sinistra. Questo è un punto cruciale, che non ha nulla a che vedere con il tentativo di minimizzare i danni. Al contrario, la nostra tesi dev’essere che solo la sinistra radicale è in grado di tracciare tutti i contorni di queste catastrofi. Un caso piuttosto aneddotico è quello del fi lm La vita degli altri (2006), di Florian Henckel von Donnesmarck, celebrato e premiato con l’Oscar per aver fornito una riflessione sulla maniera in cui il terrorismo della Stasi penetrava in ogni singolo poro delle vite private nell’ex-DDR. È davvero così? A ben vedere, è quasi un’immagine rovesciata quella che appare: proprio come succede a molte descrizioni appassionatamente anticomuniste che illustrano la durezza di quei regimi (è utile in proposito ricordare che von Donnesmarck viene da una famiglia della nobiltà della Prussia orientale – il fi lm è la sua rivincita dopo l’espropriazione e l’esilio!).

Bauman, lo sguardo dei 90 anni

di Giuseppe Frangi
Zygmunt Bauman ha compiuto 90 anni. È nato a Poznan, in Polonia il 19 novembre 1925. Una vita avventurosa, passata attraverso la militanza comunista, l’ostracizzione per via della sua origine ebraica, l’abbandono della Polonia dopo che gli era stata tolta la cattedra a Varsavia. Bauman negli ultimi anni ha conquistato una straordinaria popolarità per la sua capacità di fornire chiavi di lettura accessibili a fenomeni come globalizzazione, consumismo, conflitti. Lo festeggiamo con questo piccolo florilegio di suoi pensieri, ricavati da interviste recenti (ad Avvenire, Repubblica, il Manifesto, Le Monde). Filo conduttore è un suo intento che ci piace condividere: «Provocare una fusione di orizzonti, invece di una fissione sempre più esasperata».

La rivolta umana

di Davide Nota
NellʼOdissea del presente Ulisse è lʼuomo autocosciente che non cede al fatalismo e invita i compagni al viaggio di autodeterminazione del proprio destino, nella conoscenza dei limiti e delle possibilità reali di movimento. Il Polifemo del XXI secolo è invece un robot, un cyber-ciclope antropofago con occhio di spycam e corpo di elettroni fluttuanti da un terminale allʼaltro della Rete globale. Un “mostro gigante” con “animo ingiusto”, come lo descrive Omero nel Libro IX dellʼOdissea, cioè senza limiti e misura, solo animato da una volontà meccanica di potenza. Egli è il dominio presente. Non è uno Stato. Non è una Struttura. Non è una Polis. Non è neppure una Civiltà. Egli è un software invisibile, uno spettro determinato dalla loro assenza e a questo solo programmato, a desiderare e ad accumulare senza pietà, senza finalità o in palese contrapposizione con gli interessi della specie umana.
In termini tecnici lʼassenza di uno Stato che tenti perlomeno di avvicinarsi alle dimensioni titaniche degli attori del turbocapitalismo finanziario determina lʼegemonia indisturbata di questi ultimi che a loro volta si rivelano, oggi, nella loro compiuta mutazione post-umana.

Guerra ai Confini

di Anastasia Barone, Mattia Galeotti e Michele Mancarella
Con questo testo vorremmo parlare dal nostro punto di vista di quanto successo a Parigi, di quali possono essere le conseguenze e le evoluzioni nel prossimo periodo, di quali passioni dominano il clima cittadino e di quali possibilità politiche abbiamo di fronte. Lo facciamo dal punto di vista di tre persone che hanno vissuto o vivono a Parigi, e ci inseriamo nel dibattito aperto dall'ottimo "E' guerra civile mondiale?": ci sembra che la pratica di "ascolto" alle lotte extra-europee che auspica quel testo sia un punto di partenza imprescindibile per distruggere il più grande dispositivo di impoverimento e morte, quel dispositivo che dimostra con la sua stessa esistenza il fallimento dell'Europa per come l'abbiamo immaginata: la guerra.
Da dove cominciare per raccontare il salto che si è compiuto questo venerdì 13 novembre 2015? Come descrivere un cambiamento di paradigma così profondo e esteso su piani così diversi? Altri hanno affrontato meglio di quanto potremmo fare il piano geopolitico e quello della fase storico-politica.

Buona scuola: tra promesse, impicci e ritardi Ecco a che punto è la riforma nelle classi

di Michele Sasso e Francesca Sironi
Scontri, megafoni, striscioni e manganelli. La scuola è tornata in piazza sia il 13 che il 17 novembre. A Roma, Torino, Milano, Napoli, docenti e studenti si sono schierati contro il governo. Ci sono stati fermi, un prof e un ragazzo feriti. Ma la partecipazione è stata bassa, lontana dalla fiumana di gente che protestava lo scorso maggio. «L'atmosfera barricadera non si percepisce più», conferma Giampaolo Lucca, insegnante di matematica al tecnico Zanon di Udine: «Il clima è cambiato».
Che succede? La riforma della Buona Scuola ha iniziato a piacere a tutti? Non ancora, no. Ma tra le classi si è imposta un'aria di attesa. Le incombenze didattiche e burocratiche hanno ripreso il sopravvento sulle assemblee. E in molti ammettono che in fondo un passo concreto c'è stato, capace di raffreddare molti focolai di battaglia: le assunzioni. Prima i 29mila precari stabilizzati per regolare turn over. Poi le 8.200 nuove cattedre – di ruolo - assegnate, su 16mila disponibili (per le altre non c'erano in graduatoria le specializzazioni richieste).

Lo spirito bastardo della République

Intervista a Pascal Blanchard di Guido Caldiron
La strage di Parigi avviene in un clima particolare per la Francia. Il paese è attraversato da anni da una angoscia identitaria e da nuove fratture, sia sociali che culturali, che sembrano aver finito per mettere in discussione gli stessi valori della République. Dopo aver lavorato a lungo sulla memoria coloniale e sull’ombra che qul passato mai veramente elaborato proietta ancora oggi sulla società transalpina, lo storico Pascal Blanchard, ricercatore del «Laboratoire Communication et Politique» del Cnrs di Parigi e uno tra i maggiori specialisti della storia dell’immigrazione nel paese, ha curato opere ed esposizioni dedicate alla presenza araba, africana e asiatica nella Ville Lumiere, ha pubblicato recentemente un’opera, Le grand repli che intende rispondere sul piano dell’analisi come quello della proposta politico-culturale al progressivo richiudersi su se stesso del paese.
Molti dei temi che sono al centro del suo lavoro, dalla mancata assunzione del passato coloniale fino alla ricerca di una nuova identità da parte dei giovani francesi figli o nipoti degli immigrati arabi o africani, sembrano rappresentare lo scenario che fa da sfondo ai fatti di questi giorni.

Gli alleati europei di Daesh

di Giansandro Merli
Quando sul selciato esterno dello Stade de France è stato rinvenuto il passaporto di un presunto rifugiato siriano, qualche politico nostrano deve aver sghignazzato compiaciuto. In realtà, l'odore del sangue aveva eccitato immediatamente gli sciacalli, che pochissimi minuti dopo i primi spari già cinguettavano di guerra di civiltà, chiusura delle frontiere, espulsioni massicce di rifugiati musulmani. Il legame tra ingresso di rifugiati e rischio di attentati terroristici, infatti, è uno dei principali cavalli di battaglia delle destre europee. Ma siamo sicuri che non si tratti, invece, di un cavallo di Troia?
Partiamo dai fatti. Tutti i terroristi di Parigi identificati finora sono cittadini europei. Nessuno di loro è partito dalla Siria o dall'Iraq con l'intenzione di arrivare in Francia e far fuori quanti più infedeli possibile. Sono invece soggetti nati e cresciuti all'interno dei confini di Schengen, probabilmente ai margini spaziali e sociali delle metropoli del Vecchio Continente.

L'equilibrio tra libertà e sicurezza

di Vladimiro Zagrebelsky 
Si è fino ad ora sempre detto che la vittoria dei terroristi sarebbe loro assicurata se lo Stato democratico abdicasse ai suoi fondamenti, rinunciasse alle libertà costituzionali, cancellasse le garanzie riconosciute ai singoli nei confronti dei poteri pubblici.
L’Italia si fa vanto di avere combattuto il terrorismo rosso e nero che l’ha insanguinata negli Anni 70 e 80, senza rinunciare ai principi di libertà e democrazia che ne fondano la legittimità costituzionale. All’epoca vi sono state modifiche legislative per consentire ai poteri pubblici – ciascuno del ruolo che gli è proprio – di affrontare la specificità del fenomeno terroristico. Ma lo stato di diritto non è diventato uno stato di polizia.
E’ vero che vi è poca analogia con l’attuale attacco che viene portato alla gente nelle nostre città. Ieri a Parigi, altrove prima e forse anche dopo. Ma anche ora resta ineludibile la determinazione del punto di equilibrio, tra il ripristino di un accettabile livello di sicurezza e le garanzie di libertà delle persone.

Le missioni anti-migranti di Frontex ed EUNAVFOR MED nel Mediterraneo

di Antonio Mazzeo
C’è una foto che descrive bene la sporca guerra che l’Europa ha scatenato nel Mediterraneo contro decine di migliaia di rifugiati in fuga da altre guerre guerreggiate in Africa e Medio oriente. L’ha scattata il fotoreporter Enrico Di Giacomo nel porto di Messina il 22 settembre 2015. Sulla nave della guardia costiera britannica “Protector”, missione Triton di Frontex, due marines della Royal Navy, il volto occultato da maschere anti-epidemia ed occhialoni neri, indossano tute bianche contro le contaminazioni da guerra nucleare, batteriologica e chimica NBC. Pistole ai fianchi, imbracciano, entrambi, fucili mitragliatori. Freddi, terribili, anonimi cani da guardia di un gruppo di giovani migranti subsahariani seduti stretti, uno accanto all’altro. Volti stanchi, tirati. Solo un senso d’incertezza generale per quello che adesso potrà accadere. La precarietà di vite sospese, l’assenza di empatia e di ogni forma di comunicazione con l’altro, il marine senza volto, l’invisibile armato. Immagini identiche ai selfie nelle prigioni-lager per presunti “terroristi” in Iraq o Afghanistan o nelle navi-prigioni per i “pirati” del Corno d’Africa e del Golfo di Guinea. A bordo della “Protector”, quel giorno, c’erano però 122 persone soccorse su un gommone alla deriva delle coste libiche, tra essi anche tre giovani donne in avanzato stato di gravidanza e cinque bambini. Moderni criminalicontro cui spianare le armi, clandestini – terroristi – pirati –scafisti – schiavi, bottini della guerra globale. Non persone da recludere, deportare, annientare.

Isis e Occidente. La teologia del terrore

di Michele Martelli 
«Siamo in guerra», dice Hollande. Ma lo siamo già da 15, anzi da 25 anni. Dalle due Guerre di Bush padre e figlio contro l’Iraq, – che sono state la prima causa dell’attuale disordine mondiale che ha il suo epicentro nel Medio Oriente, – alla guerra in Afghanistan. Dalla guerra della Nato nella ex-Jugoslavia a quelle euro-statunitensi contro la Libia (con la Francia di Sarkozy in pole position). Guerre di aggressione in cui a fianco degli Usa si sono schierate ossequienti tutte le sub-potenze europee, a cominciare dall’Uk del tardivamente e inutilmente pentito Tony Blair (troppo comodo, dopo 15 anni di difesa in prima linea delle «guerre etiche»!). Tutte fatte e giustificate, direttamente o indirettamente, con argomenti teologico-politici, e cioè in nome di Dio, del Bene contro il Male, della Giustizia contro il Crimine. 
Ora è Hollande, capo di un paese colpito al cuore dal terrorismo islamista, a chiamare a raccolta cielo e terra in una doppia guerra, interna ed esterna, contro l’Isis. Le sue parole e le sue scelte (stato d’eccezione con modifica della Costituzione, guerra vendicatrice e punitrice del Califfato) si inquadrano nella stessa cornice teologico-politica delle Guerre bushiane ispirate e protette dal «Dio che bacia l’America». 

Siate resistenti: dieci domande a Vandana Shiva

Intervista a Vandana Shiva
Ho incontrato Vandana Shiva all’aeroporto. Quando le porte automatiche nel settore degli arrivi hanno mostrato il suo carrello con i bagagli e il suo sari arancione, quasi mi aspettavo che un raggio di luce la illuminasse, tale è la leggenda che la circonda. Naturalmente non è accaduto perché Vandana Shiva è soltanto un essere umano e non una santa. Ma che grande essere umano è!
Dopo aver studiato fisica prima di laurearsi ha ottenuto un Master in filosofia e ha fatto il dottorato in fisica dei quanti (ha ricevuto anche un Dottorato ad honorem dall’Università di Guelph, in Ontario, Canada).
Nel 1982 ha creato la Fondazione di ricerca per la Scienza, la Tecnologia e l’Ecologia, dove i ricercatori lavorano con le comunità locali e con i movimenti sociali per affrontare importanti problemi ecologici e sociali. Nel 1991 ha istituito Navdanya, un movimento per proteggere la diversità delle risorse biologiche, specialmente i semi, e per sostenere l’agricoltura organica e un commercio corretto.

Il primo Giubileo di guerra dell’era contemporanea

di Piero Schiavazzi
Se il 13 novembre ha segnato ufficialmente l’inizio della Terza Guerra Mondiale, ne consegue a rigor di logica che l’8 dicembre comincia un “Giubileo di guerra”: il primo dell’era contemporanea. Una Porta Santa che si apre sull’ignoto, senza precedenti e modelli di riferimento, teorici o pratici. È questo il suo nuovo record, al posto di quello numerico, che all’improvviso risulta drasticamente ridimensionato nelle attese statistiche. Dai trenta milioni di arrivi stimati dal Censis in estate a una repentina ritirata d’inverno, che si attesta sulla trincea dei dieci e auspica di non scendere ulteriormente sotto, se tutto va bene, allarmi dell’Fbi permettendo. Comunque una cifra monstre e una sfida enorme, in un’atmosfera e in un contesto bellici.
Con precedenza su Hollande, che ora ne fa lo start dei propri messaggi, e a differenza di Renzi,che invece ancora la esorcizza, il papa è stato antesignano nell’uso del termine, “guerra”, tramandando agli storici la didascalia e cornice interpretativa di un’epoca, con l’immagine di un mondo che si sgretola e va in pezzi.

La metropoli sulla frontiera

di Mattia Galeotti
La crisi migratoria esplode a Parigi a metà giugno, quando gli accampamenti di migranti di La Chapelle e della Gare d'Austerlitz si gonfiano a tal punto da non poter essere più ignorati. È in quel momento che i migranti decidono di prendere visibilità in città, con presidi e manifestazioni, ed un nutrito gruppo di francesi solidali scende in piazza con loro.
Per tutta l'estate nascono quindi accampamenti che rifiutano di subire l'invisibilizzazione, accampamenti su cui lo stato interviene con bastone e carota: sgombera quelli dove la dinamica politica è più intensa, divide i gruppi di migranti più affiatati in centri di alloggio separati e distanti, cerca di dividere il corpo migrante trattando separatamente con le differenti comunità nazionale, , moltiplica le promesse di alloggio ed asilo salvo poi tradirle e ritirarle in moltissimi casi.

Neet, giovani e rassegnati

di Jacopo Formaioni
Non fare niente, questa è la triste routine di due milioni e mezzo di giovani in Italia. È questo il primo, desolante dato che emerge dalla prima vera indagine realizzata in Italia sul fenomeno dei Neet, acronimo di Not in education, employment or training: giovani che, in pratica, non fanno niente, e di cui per questo si parla molto, ma molto poco. “Ghost”(fantasma) è il titolo dell’indagine realizzata dall’associazione WeWorld in collaborazione con il Cnca (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza) e la rivista Animazione Sociale, che tenta di individuarne profili e cause, e di analizzare le politiche adottate.
A tutti, più o meno, sarà capitato almeno una volta nella vita di ritrovarsi senza avere nulla da fare. Un periodo senza scuola, senza università, senza lavoro. A volte capita dopo la laurea, nella fase di inserimento nel mondo del lavoro, quando dopo lo stordimento iniziale si tenta di mettere a frutto gli anni di studio, inviando il curriculum vitaeovunque; oppure tra un lavoro e un altro, come capita agli stagionali; o quando invece, semplicemente, non si trova lavoro e lo si cerca. Ma ci sono persone per cui non avere un impegno di tipo formativo, educativo o lavorativo non è un periodo passeggero, ma una condizione di vita.

“Riforme dopo Riforme” della contrattazione collettiva

di Vincenzo Bavaro
1. La ripetuta volontà del Governo francese di riformare la disciplina della contrattazione collettiva
Nell’aprile del 2015 il Primo Ministro del Governo francese ha incaricato il Presidente della sezione sociale del Consiglio di Stato (ex Direttore Generale del Ministero del lavoro) Jean-Denis Combrexelle, di redigere un rapporto di analisi e proposte di riforma della contrattazione collettiva in Francia. Costui ha redatto un lungo rapporto (oltre 130 pagine) che è stato presentato nel mese di Ottobre 2015 col titolo «La contrattazione collettiva, il lavoro e l’occupazione». Si tratta di un documento scritto secondo il genere letterario di un Libro Bianco all’esito di un periodo di elaborazione da parte del gruppo di studio, eterogeneo per competenze (giuristi, economisti, dirigenti d’impresa), nonché di un certo numero di audizioni di soggetti collettivi e di altre personalità. Il risultato è un documento nel quale vengono tracciate alcune proposte per riformare il sistema di contrattazione collettiva francese.

Elezioni Argentina, al ballottaggio torneranno i dinosauri?

di Fabio Marcelli 
Nell’interessantissimo museo delle scienze naturali di La Plata, capitale della provincia di Buenos Aires, si conservano fra l’altro le spoglie dell’argentinosauro, gigantesco rettile autoctono estintosi al pari dei suoi simili nel giurassico. Non sono invece ancora estinti i dinosauri politici del Paese, che anzi vorrebbero riprenderne le redini con la vittoria di Macrialle elezioni di domenica prossima.
Vari sono gli elementi di contrapposizione tra Macri e il candidato del Fronte della Vittoria, Scioli, che incarna la continuità con le politiche portate avanti con successo dai Kirchner, prima Nestor e poi Cristina, che hanno avuto il merito di guidare il Paese fuori dalla tremenda crisi del 2001, riducendo il debito estero e al tempo stesso ampliando l’accesso degli strati popolari ai diritti economici, sociali e culturali, sostenendo i diritti civili, dall’aborto al matrimonio gay, e rendendo giustizia alle numerose vittime dell’atroce dittatura genocida degli anni Settanta.

Arriva il ministero ombra delle finanze europee

di Maurizio Sgroi
Come sempre accade quando si muove qualcosa ai piani alti della burocrazia europea, la creazione del Comitato europeo per le finanze pubbliche, decisa lo scorso ottobre, è stata accompagnata da un fragoroso silenzio. E non tanto perché non ce lo dicano: i documenti che istituiscono questo organismo sono tradotti in svariate lingue. E c’è anche un’ampia relazione che accompagna questa decisione che in qualche modo ha una portata storica.
Il silenzio dipende dal fatto che questa materia è terribilmente noiosa. La visione europea corrente è infarcita di tecnicismi, giuridici economici, e finisce che uno, che pure abbia voglia di leggere questa roba, si perda nei codici e nei codicilli, oltre che finire stordito da una narrazione assai poco entusiasmante.

Il rituale del razzismo

di Adriano Prosperi
Nathan Graff, accoltellato a Milano in una via abitata per lo più da membri della comunità ebraica, non corre pericolo di vita: e questa è l’unica buona notizia. Chi l’ha aggredito voleva ucciderlo, su questo non ci sono dubbi. Varie coltellate e la presenza di un complice in macchina depongono sul carattere proditorio e premeditato dell’aggressione. E il ricorso al coltello come arma ci mette davanti a una scelta dall’evidente ascendenza culturale e rituale. Pochi dubbi restano sul movente razzistico.
Ozioso chiederci se si è trattato di un razzismo antico, europeo e nazifascista, o se è un razzismo nuovo, di derivazione pseudoislamica. Ma niente vieta che le due strade si intreccino. La modalità dell’aggressione fa pensare che siamo davanti a un’eco europea della “Intifada dei coltelli”. O altro ancora. Ma intanto una cosa è certa: la paura strisciante di un ritorno in forme nuove dello spettro antico dell’odio per l’ebreo ha da oggi un motivo di più. E c’è da meditare sulle contraddizioni della vita e della storia quando si vede che quella paura è un fiume fatto di tanti rivoli, una corrente sotterranea che si affaccia allo scoperto. 

Siamo in guerra! Da oggi o da 25 anni?

di Mauro Casadio
La domanda può sembrare capziosa, preconcetta, di parte addirittura ideologica secondo i parametri del politicamente corretto (ed ipocrita) che usa la cultura di “sinistra”, ma non possiamo capire, interpretare ed inquadrare i fatti di Parigi se non si parte dalla prospettiva storica, che rifiuti l’eterno presente che ci propone il pensiero borghese “moderno”.
Infatti da un punto di vista strettamente storiografico potremmo tracciare un elenco di continui interventi militari che dal 1991 hanno modificato intere regioni del globo e disfatto assetti Statuali definiti e consolidati nel corso
di tutto il ‘900. Il primo intervento in Iraq di Bush padre, la scomposizione della Yugoslavia per tutti gli anni ’90, la Somalia e le molte e nascoste guerre fatte in Africa per il controllo, conto terzi per le multinazionali, delle materie prime. Poi l’intervento in Afghanistan nel 2001, l’occupazione militare dell’Iraq del 2003 e la sua disgregazione in tre parti, le cosiddette “primavere” arabe e gli interventi diretti ed indiretti dal 2010 che hanno distrutto ieri la Libia, oggi la Siria e lo Yemen ed hanno tribalizzato quei popoli riportandoli al medio evo.

Una riflessione politicamente scorretta sul massacro di Parigi

di Roberto Savio 
I media sono dovunque unanimi nella loro condanna del massacro di Parigi di tre giorni fa, sollecitando l’unità dell’occidente e l’intensificazione dell’intervento militare contro lo Stato Islamico (IS). Ma ciò risolverebbe il problema del terrorismo? E non è ora di far riflettere sulle responsabilità dell’occidente nell’ascesa del terrorismo?
Naturalmente il massacro di Parigi può solo causare orrore e cordoglio. Ma perché dei giovanissimi possono agire in modo così atroce?
Il comune di Courcouronnes, il ghetto da cui è venuto l’assassino kamikaze identificato Ismail Mostafa, era anche residenza di Asata Diakité, una delle vittime. Facciamo allora tre riflessioni. La prima è che le relazioni tra il mondo arabo e l’occidente hanno un passato pesante.

La «Saudi connection» che frena la lotta all’Isis

di Alberto Negri 
In questi giorni appare folgorante una frase riportata dal Financial Times del defunto principe Saud Feisal al segretario di Stato Usa John Kerry: «Daesh è la nostra risposta sunnita al vostro appoggio in Iraq agli sciiti dopo la caduta di Saddam». Ecco in cosa consiste la Saudi Connection: una politica estera intossicata dalle involuzioni di Riad con i jihadisti mentre la sua campagna militare in Yemen, denominata “Decisive Storm”, è diventata un Vietnam del Golfo.
La Saudi Connection è soprattutto il rapporto ombelicale che da 70 anni lega Washington a Riad. L’Arabia Saudita, il più oscurantista degli Stati islamici, è la roccaforte del sunnismo ma anche la nazione musulmana con il più antico patto con gli Stati Uniti, firmato tra Ibn Saud e Roosevelt nel 1945, pochi giorni dopo Yalta.
I sauditi dopo l’accordo sul nucleare iraniano si sono sentiti traditi da Washington, perché considerano Teheran la minaccia numero uno.

Una riflessione sulle false notizie: l’attualità di Marc Bloch

di Matteo Moca
La Prima Guerra Mondiale è stata, per motivi molteplici ed oltre l’orrore che si è trascinata con sé, un momento di svolta nello studio dell’uomo sull’uomo e sulla civiltà, un periodo favorevole all’analisi di una collettività che aveva subìto il primo atto di un orrore che sarebbe stato destinato a ripetersi dopo vent’anni. Basti pensare alla serie di studi che sono apparsi dopo la sua conclusione, al celebre Terra di nessuno di Eric J. Leed e a Il disagio nella civiltà di Sigmund Freud. Non a caso scelgo questi due testi, perché il primo è il ritratto più fedele e profondo delle conseguenze della guerra sui soldati e quindi sull’individualità, (argomento studiato oltretutto anche da Freud), mentre il secondo allarga lo sguardo all’intera civiltà, arrivando a conclusioni raggelanti all’alba dell’ascesa del nazismo e al nuovo orrore, ancor più grande, della Seconda Guerra Mondiale.
Ma se questi testi sono comunque successivi di molti anni all’evento traumatico (ancor di più, ovviamente, quello di Leed), c’è stata durante la guerra e nella sua immediata conclusione, un produzione assai variegata di studi, che vede la luce in questi anni in parte a causa dell’anniversario del centenario dello scorso anno (basti pensare alla pubblicazione di Adelphi del meraviglioso ’14 di Echenoz), in parte per l’attualità della riflessione per gli studi storici.

Italiani in Africa, non solo con Mussolini

di Gabriele Proglio
Un libro di duecentotrenta pagine per raccontare la Tunisia degli antifascisti italiani tra le due guerre: è L’urlo contro il regime di Leila El Houssi (Carocci, pp.232, euro 22). Frutto di un’approfondita ricerca in numerosi archivi italiani, francesi e tunisini, il volume ricostruisce i passaggi fondamentali della vicenda antifascista in Tunisia. «L’obiettivo – spiega El Houssi – è di mettere alla prova l’attendibilità dell’immagine diffusa sinora, che ha dipinto la numerosa collettività italiana nel paese nordafricano, durante il periodo fascista, totalmente fedele al regime di Roma».
Albert Memmi ha acutamente fatto notare come gli italiani in Tunisia vissero una dimensione altra, non appartenendo né ai colonizzati né ai colonizzatori. Andrien Salmieri ha declinato questo posizionamento in un’altra prospettiva: quella dell’europeità degli italiani, e, al contempo, della loro adesione culturale al mondo arabo. El Houssi recepisce queste tesi: nel primo capitolo, ricostruisce, le vicende della migrazione italiana nell’antica terra di Berberia.

Non si può capire l’ISIS senza conoscere la storia del Wahhabismo in Arabia Saudita

di Alastair Crooke
La drammatica entrata in scena del Da’ish (ISIS) in Iraq ha scioccato tanti, in Occidente. In molti sono rimasti perplessi – e inorriditi – dalla sua violenza e dall’evidente capacità attrattiva esercitata nei confronti della gioventù sunnita. E di fronte a questo fenomeno, l’ambiguità mostrata dall’Arabia Saudita pare inquietante quanto inesplicabile, così ci si chiede: “Ma come fanno i sauditi a non capire che l’ISIS è una minaccia anche per loro?”.
L’impressione è che — anche oggi — in Arabia Saudita la classe dirigente sia spaccata in due. C’è chi applaude l’ISIS: perché combatte il “fuoco” sciita iraniano col “fuoco” sunnita; perché un nuovo stato sunnita sta prendendo forma nel cuore di ciò che ritengono essere una terra storicamente appartenente ai sunniti; e perché vengono attratti dalla rigida ideologia salafita del Da’ish.
Altri sauditi paiono più timorosi, memori di quanto accaduto durante la rivolta dei wahhabiti Ikhwan contro Abd-al Aziz che quasi distrusse il wahhabismo e gli al-Saud nei primi anni ’20 (AVVERTENZA: questi Ikhwan – lett. “fratelli”, ndt – non hanno niente a che vedere con gli omonimi Ikhwan, cioè i Fratelli Musulmani — si tenga quindi presente che da qui in avanti tutti i futuri riferimenti nel corpo del testo saranno da ricondurre agli Ikhwan wahhabiti, e non agli Ikhwan-Fratelli Musulmani).

Antalya, l’ennesima occasione mancata

di Fausto Durante
La sintesi giornalistica potrebbe essere questa: un G20 deludente e caratterizzato dalla spinta al rinvio. Per la maggior parte, infatti, i commenti dei principali organi di informazione e della stampa internazionale (in Italia è stato il Sole-24 Ore a farsi interprete del sentiment) convergono sul fatto che il G20 appena svoltosi ad Antalya abbia sostanzialmente spostato in avanti il tempo delle decisioni sulle principali questioni economiche e sociali nello scenario mondiale.
Un’impressione che i sindacati dei paesi del G20, riunitisi nei due giorni precedenti il vertice, avevano cominciato a maturare nel loro incontro, sulla base di quanto emerso sia nei contatti con gli sherpa e i funzionari che per i singoli paesi hanno seguito il lavoro preparatorio, sia nei colloqui svoltisi alla vigilia del summit nel corso di Labour 20. A una lettura obiettiva, il documento conclusivo di Antalya non pare avere il respiro e l’ambizione necessari per affrontare una situazione generale ancora caratterizzata dalla caduta dei tassi di crescita, dall’aumento delle disuguaglianze e delle disparità salariali, da bassi livelli di investimenti e dal permanere dell’emergenza disoccupazione, soprattutto giovanile e femminile.

Terrorismo, la jihad 2.0: così si reclutano i terroristi bambini

di Giuliano Battiston
Il più giovane terrorista del Regno Unito è un quindicenne di Blackburn, una città di centomila abitanti a nord-ovest di Manchester. Lo scorso mese è stato accusato e condannato all'ergastolo per terrorismo. Terrorismo virtuale. Era in contatto con un combattente australiano dello Stato islamico, Neil Prakash, nome di battagliata Abu Khaled al-Cambodi, che lo aveva presentato via internet a un simpatizzante dell'Isis di Melbourne, Sevdet Besim. Il quindicenne di Balckburn insisteva con il diciottenne Besim affinché decapitasse un poliziotto durante una parata militare. L'attentato non c'è stato. Il ragazzino di Blackburn, di cui non è stato reso noto il nome, è in prigione. Ci resterà per tutta la vita.
È il jihadismo 2.0. Viaggia su internet. Si nutre dei contenuti della propaganda dello Stato islamico, che diventano virali. Difficile, per gli investigatori, distinguere i rischi effettivi da quelli apparenti, nel mare magnum della rete, diventata un potente mezzo di mobilitazione e reclutamento. Uno strumento di connessione cruciale tra i foreign fighters e i simpatizzanti che non possono raggiungere il Califfato.

Noi

di Luca Billi 
Svanite le ultime note della Marsigliese, consumate le candele, appassiti i fiori, cosa ci rimane del 13 novembre? Cosa ci rimane di quella tragica notte di Parigi? Ci resta la paura naturalmente, perché quelle persone potevamo essere noi o quelli a cui vogliamo bene. Ci resta un senso di impotenza e di incredulità. Ci resta la sensazione della nostra fragilità e della nostra insicurezza. E ci restano purtroppo i discorsi pieni di retorica dei nostri governanti, ci resta quella divisione imposta tra noi e loro, tra i buoni – che siamo ovviamente noi, tutti noi – e i cattivi – che sono ovviamente loro, tutti loro. Non è così, non è mai stato così. Sbagliavamo quando da bambini pensavamo che i cowboy fossero i buoni e i pellerossa i cattivi, ma sbagliavamo allo stesso modo quando, cresciuti, abbiamo cominciato a dire che i cowboy erano i cattivi e i pellerossa erano i buoni. Il mondo è un po’ più complesso di come ce lo raccontano. E ce lo raccontiamo.
Io sento di appartenere ai noi delle molte delle persone che sono scese in piazza in questi giorni, di quelli che hanno manifestato la loro solidarietà a quelle famiglie così duramente colpite, di quelli che hanno raccontato la loro paura.

Usa: un debito lungo 70 anni. Ormai scaduto

di Vincenzo G. Paliotti
Siamo “quasi” tutti d’accordo: nella seconda guerra mondiale l’intervento degli americani fu determinante per combattere e vincere il nazifascismo, molto di più del loro intervento nella prima guerra mondiale dove la partecipazione fu di scarso rilievo per le sorti della guerra. I motivi erano diversi, nel secondo conflitto mondiale a furono trascinati in guerra dai Giapponesi e fino all’attacco subito a Pearl Harbour la maggioranza degli americani era contro l’intervento. Dal Dicembre 1941 quindi gli USA entrano in guerra al fianco degli inglesi e dei francesi contro l’asse Roma, Berlino, Tokyo.
Questo risultò determinante per le sorti del conflitto che volsero a favore degli alleati anche per la strategia sbagliata di Hitler che si trovò ad aprire troppi fronti contemporaneamente, Europa, Africa, Balcani e Russia: strategia che nonostante la sua potenza non poteva reggere. Si arrivò quindi alla sconfitta del nazifascismo e l’Italia fu liberata dagli alleati, con il contributo determinante – è bene non dimenticarlo mai – della Resistenza, contributo riconosciuto dagli stessi Alleati.

Israele progetta di demolire al-Aqsa

di Ilan Pappe
“E’ inutile,” sostiene il colonizzatore nel classico trattato di Albert Memmi ‘Il colonizzatore ed il colonizzato’, “cercare e prevedere le azioni del colonizzato (‘Sono imprevedibili!’ Con loro, non si sa mai!)”. Al colonizzatore sembra che ”una strana e fastidiosa impulsività guidi le azioni del colonizzato”. L’unica spiegazione ufficiale che Israele e i suoi sostenitori possono dare sul perché i palestinesi si sono recentemente ribellati è che sono stati influenzati dalla propaganda islamica. In base a quanto sostengono gli israeliani, questa propaganda ha facilmente incitato gli “impulsivi e imprevedibili” palestinesi nelle scorse settimane.
In generale, i commentatori occidentali sono stati più propensi ad inserire la resistenza nel più complessivo contesto dell’oppressione subita dai palestinesi. Maquesto approccio degli occidentali, sviluppato soprattutto da accademici e giornalisti progressisti, ha qualcosa in comune con quello israeliano: considera senza fondamento e irrilevante l’argomento che Israele sta progettando la demolizione della moschea di al-Aqsa a Gerusalemme o la costruzione del “Terzo Tempio” sul complesso dell’ Haram al-Sharif [la Spianata delle Moschee]. Quest’accusa appare sui media occidentale come un mero pretesto che ha solo casualmente scatenato la rivolta palestinese.

Loro, io, noi: riflessioni sul novembre parigino

di Judith Revel
Cara I.,
stiamo bene, un po’ fracassati da quello che succede qua, e dal modo in cui la gente reagisce – con un misto di rivendicazione nazionalista crescente (la bandiera, l’identità, la rabbia e l’orgoglio…), di assoluta cecità sulle cause interne ed esterne che hanno prodotto quella generazione di “ragazzi” assassini, e di tremendo narcisismo pseudo-empatico.
E’ forse la cosa che mi ha maggiormente colpita, in particolare sui social network, anche rispetto alla dinamica che era stata quella del “dopo Charlie” a gennaio scorso: passato il primo shock, non si è trattato di capire ma di “sentire”, anzi, di “sentirsi” come una delle vittime, di proiettarsi nel cuore dell’orrore, di manifestarne i segni e il dolore – con tutte le varianti di appropriazione (abbastanza oscena, credo) di lutti, paure, dolori, traumi altrui. Sono circondata da gente (anche amici, anche colleghi, insomma anche persone che dovrebbero per mestiere reagire altrimenti) che, invece di essere duramente sotto shock ma animata dalla voglia di comprendere, riempie le proprie bacheche facebook di “big hugs”, racconti di insonnie, foto di giovani vittime che vengono chiamate per nome come se fossero parenti, analisi dettagliate delle varie ansie provate, messaggi del tipo “vi sono vicini, ce la faremo”, “riusciremo a sopravvivere”, “hanno provato ad ammazzarci ma siamo solo feriti”, e tutta una variazione di narrazioni del loro stato psicologico, della loro intimità, che mi lascia sgomenta.

C'è una Grecia su al nord

di Francesco Pacifico 
La “Tigre nordica” di un tempo si è trasformata nella ”Grecia scandinava”. E come tale potrebbe far implodere l’euro. Nel 2005 Helsinki, prima città a essere interamente cablata, era un modello per tutto il mondo. E la Finlandia galleggiava su un mare di danaro garantita dalla Nokia e dalla produzione della carta.
Poi è arrivato il mercato o, come ha detto l’ex premier, la Apple che «con l’iPhone ha ucciso Nokia e iPad ha ucciso l’industria della carta». Adesso il Paese è in profonda recessione, anche perché sono stati congelati i business verso la Russia. E proprio come avviene ad Atene, l’opinione pubblica è stata inghiottita in uno sterile dibattito tra i sogni di uscita dalla moneta unica e il tentativo di introdurre misure di rigore, che poco si confanno a una nazione storicamente socialista.
Il parlamento ha annunciato che all’inizio del 2016 è pronto a discutere ufficialmente se, e come, uscire dall’euro.

Surrealismo, pratica sovversiva

di Fabrizio Denunzio
Al quarto numero della sua esistenza, la rivista Sovrastrutture (pp. 124, euro 9), indipendente, distribuita on-line, autoprodotta da un gruppo di ricercatori italiani che vivono e lavorano a Parigi, coordinata da Alessia J. Magliacane, aperta al dialogo interdisciplinare e a contributi di varia nazionalità, pubblica due materiali benjaminiani molto interessanti, non solo per ciò che sono, ma soprattutto per ciò a cui, contemporaneamente, rinviano. Vediamo il primo.Col titolo I figli adottivi della rivoluzione. Sull’attualità intempestiva del Surrealismo (traduzione italiana di F. Rubino), Sovrastrutture presenta in apertura lo stralcio di un’intervista di Jean-Marc Lachaud a Michaël Löwy. Il testo completo della conversazione lo si trova in Walter Benjamin. Esthétique et politique de l’émancipation(Paris, L’Harmattan, 2014, pp. 116, euro 13), monografia di Lachaud che attualmente si propone come rappresentante francese del marxismo benjaminiano nel campo degli studi estetico-politici. Fatta questa puntualizzazione, dovrebbero apparire più chiare le ragioni che hanno spinto l’autore a intervistare proprio Löwy su temi che intrecciano Benjamin, il surrealismo e la rivoluzione.

Una sinistra fuori le mura

di Marco Revelli
La guerra è entrata nella testa dei nostri governanti, nell’agenda e nel lessico delle istituzioni europee, ne ha colonizzato l’immaginario e i protocolli, il linguaggio dei leader e gli ordini del giorno delle assemblee parlamentari.
Il socialista Francois Hollande — il presidente della Francia repubblicana, un tempo emblema delle libertà politiche e dei diritti dell’uomo — che parla con le parole di Marine Le Pen è il simbolo, tragico, di questa metamorfosi regressiva. Il governo “de gauche” francese, che si propone di modificare la Costituzione fino a intaccare le regole sacre dei diritti individuali e addirittura a ipotizzare il ritorno alla pratica primordiale della «proscrizione» — della cancellazione della cittadinanza per i reprobi che «non ne sono degni» trasformandoli in “eslege” -; e poi, appellandosi all’art. 42.7 dei Trattati, trascina l’Europa intera nella sua guerra — in un formale «stato di guerra» -, non rivela solo il compiuto fallimento del socialismo europeo, diventato col tempo non solo altro da sé ma l’opposto di se stesso. Mette in mostra anche uno «stato dell’Unione» ormai gravemente degenerato, incapace di tener fede nemmeno alla più elementare delle sue promesse originarie: tutelare la pace. Difendere i diritti. E intanto si rialzano muri e si chiudono confini contro le prime vittime di questa guerra di massa. Tutto questo la dice davvero lunga sul percorso a ritroso condotto in questi anni di crisi e di resa.

Il passo senza ritorno di Parigi

di Massimo Villone 
Nella proposta di Hollande di modificare la Costituzione vediamo il dilemma storico delle democrazie sotto attacco. Come reagire senza negare la propria ragion d’essere? Hollande chiede di modificare la Costituzione con la previsione di uno stato d’emergenza.
La Costituzione francese già prevede che il Presidente della Repubblica possa assumere poteri straordinari (art. 16). Ma presuppone a tal fine una interruzione del funzionamento dei poteri costituzionali, che non c’è. Prevede anche la possibilità di uno stato di assedio (art. 36), definito in dettaglio dal Code de la défense, che però trasferisce poteri all’autorità militare. E dunque Hollande ritiene necessaria una ulteriore e diversa copertura costituzionale.
In realtà già è previsto in Francia anche uno stato di emergenza, con la legge n. 55–385 del 3 aprile 1955, e successive modificazioni.

Spese militari fuori dal Fiscal Compact in nome dell’emergenza

di Roberto Ciccarelli 
Le spese per finanziare eserciti e polizia contro il terrorismo non saranno conteggiate nel patto di stabilità. Il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha recepito la richiesta avanzata da François Hollande. Oggi lo stato di emergenza sarà recepito nella costituzione francese. Domani varrà per l’Europa. In un dibattito sul futuro dell’Europa organizzato da tre quotidiani belgi ieri a Bruxelles, Juncker ha definito gli attacchi di Parigi «atti di guerra compiuti in Europa» e ha parlato dell’Isis come del «nemico numero uno per l’Europa e non solo». Si è detto inoltre convinto che «Usa, Russia ed Europa devono lavorare insieme contro l’Isis, mettendo da parte i problemi tra noi per concentrarci su un problema che se non sarà risolto ci porterà sull’orlo dell’abisso». Lo stato di emergenza dichiarato da Hollande ha prodotto un contraccolpo politico sul rigore della Troika. Le spese militari non devono avere lo stesso trattamento delle altre spese rispetto al Patto di Stabilità, un principio che dovrà «valere anche per gli altri stati» ha assicurato Juncker. Da oggi, se l’Italia o la Grecia decideranno di assumere poliziotti o militari, avranno la benedizione della Troika, o comunque di uno dei suoi componenti. Ciò non varrà per gli altri «pilastri» della dottrina Merkel-Schauble: aumenti delle spese sociali, per le tutele universali degli individui, per il lavoro, o contro la povertà non saranno contemplate.

Siamo in guerra contro noi stessi

di Raffaele K. Salinari
Etienne Balibar si chiede dalle colonne del manifesto (martedì 17 novembre) contro chi siamo in guerra, Tonino Perna (sempre sul manifesto del 17) ci ricorda che le bombe non hanno mai sconfitto il terrorismo, come l’esercito non ha mai debellato la mafia. Se proviamo a rispondere alla prima domanda e seguire la logica della seconda affermazione, arriviamo a delle conclusioni forse paradossali ma estremamente vere, cioè che siamo in guerra contro noi stessi e che continuare a farci la guerra non risolverà i nostri problemi.
Siamo in guerra contro noi stessi perché i ragazzi che si sono suicidati ed hanno ammazzato altri ragazzi, erano cittadini europei, francesi o belgi poco importa. Sono i ragazzi generati dalle nostre periferie, i figli di quei luoghi eccentrici rispetto allo splendore artificiale di uno stile di vita che viene proposto come autentico mentre irradia solo la luce nera della disperazione esistenziale di un vuoto riempito di merci. Ma mentre qualcuno può accedere a questa reificazione del proprio essere e far finta di divertirsi, all’interno delle «libertà repubblicane», altri questa stessa reificazione non se la possono permettere, se ne sentono esclusi, ed il loro vuoto viene colmato dal fanatismo omicida-suicida sotto forma di un malinteso credo religioso.

Alle radici del radicalismo

di Fulvio Lorefice
I recenti attentati di Parigi si inseriscono in una fase di transizione verso un nuovo ordine egemonico internazionale. Ai mutamenti dei rapporti economico-sociali e statuali in atto si accompagna la crescente rilevanza della variabile religiosa. A dispetto della modernizzazione e dei processi di secolarizzazione che avevano segnato il Novecento, la religione è un fattore di influenza politica nei paesi del cosiddetto Occidente e di mobilitazione in quelli in via di sviluppo. Una tendenza precorsa dall’Iran, la cui rivoluzione nel 1979 fu essenzialmente estranea alle logiche della guerra fredda.
Sulla scorta di questo evento i movimenti religiosi dell’area mediorientale, orientatisi nel frattempo in senso insurrezionale, divennero progressivamente una forza politica influente, raccogliendo consensi fra le classi medie e gli intellettuali. Gli sciiti, in minoranza rispetto ai sunniti in quasi tutta la regione, iniziarono a mobilitarsi per affermare i propri diritti politici e sociali.

Landini: «Il papa più radicale della Fiom»

di Riccardo Chiari 
Il Cap, Circolo autorità portuale, se lo sono acquistato con le loro forze. Sono i «vecchietti» che hanno lavorato all’Autorità portuale prima delle privatizzazioni degli anni ’90, e che ora tengono viva, sotto l’egida dell’Arci, una struttura polivalente che risale al 1946, ai primi giorni della ricostruzione dopo le devastazioni della guerra. Oggi i soci sono più di 4mila, in una realtà attiva a 360 gradi che Danilo Oliva offre subito al segretario dei metalmeccanici Cgil: «Landini, qui sei a casa tua per la coalizione sociale».
Anche di coalizione sociale si parla. Ma partendo dall’idea, intrigante, dell’Arci Cap e della Comunità di San Benedetto al Porto di mettere a confronto Maurizio Landini e Luigi Bettazzi sull’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. Per il vescovo emerito di Ivrea, 92 anni né dimostrati né sentiti, è un compito facile. «Ma sono curioso — e sorride — di sentire cosa pensa Landini». Che se la cava bene. Anche perché l’enciclica l’ha letta, con attenzione.

Il sacrificio della Francia

di Anna Maria Merlo 
Mattinata ad alta tensione a Saint-Denis, dove alle 4,20 del mattino e per quasi otto ore 110 tra poliziotti del Raid e militari hanno preso d’assalto un appartamento in pieno centro, non lontano dalla Basilica, dove erano presenti persone sospette. Più di 15mila cittadini sono rimasti bloccati in casa, in un quartiere sopraffatto dal clima di paura. Una donna kamikaze si è fatta esplodere, non è ancora stata ufficialmente identificata, ma potrebbe trattarsi della cugina del ricercato numero uno, il “belga” Abdelhamid Abaaoud, che non appare tra i fermati, secondo il Procuratore della Repubblica di Parigi, François Molins.
Non ci sarebbe neppure l’altro grande ricercato, Salah Abdeslam, presunto autore dell’attacco nell’11° arrondissement venerdì scorso. Un altro terrorista è stato ucciso, non ancora identificato, ma il numero dei morti potrebbe essere maggiore, otto persone sono state fermate, dopo ore di un intervento di rara violenza. È anche morto Diesel, un cane poliziotto. Molins ha sottolineato che il commando che è stato neutralizzato ieri dopo lunghe ore di intervento era pronto a un’altra azione terrorista.

Una piattaforma digitale per il nuovo soggetto della sinistra

di Roberto Iovino
Le immagini di morte e distruzione degli ultimi giorni ci ricordano quanto ciascuno di noi sia piccolo al cospetto dei grandi problemi dell’umanità, ma allo stesso tempo ci impongono una scelta, un’assunzione di responsabilità, un impegno collettivo che non lascia spazio all’indifferenza. Ci ricordano quanto sia urgente, come ricordato da Luigi Ciotti in occasione dell’ultimo saluto a Pietro Ingrao, «una politica come strumento di giustizia sociale, dunque di pace», e quanto sia decisivo l’impegno di tutti e di ciascuno al fine di perseguire tale obiettivo.
Nel bisogno di costruire «un altro mondo possibile» è facile individuare le ragioni del nostro impegno, in Italia quanto in Europa, per la costruzione di una sinistra politica all’altezza delle sfide del nostro tempo, ma non sfuggirà a nessuno, neppure all’osservatore meno attento, quanto questo obiettivo sia di là da venire.

mercoledì 18 novembre 2015

Il percorso del nuovo soggetto politico unitario della sinistra

di Alfonso Gianni
Non si può certo dire che il cammino per l’unità della sinistra sia semplice e lineare. Mi riferisco ovviamente alle forze e alle persone che si sentono e si collocano alla sinistra di un Pd che del campo della sinistra non fa più parte da tempo, per esplicita scelta del suo gruppo dirigente, in primis del suo segretario. Eppure tale cammino è in corso. Alcuni organi di stampa amano fare del gossip sull’argomento. Personalizzando le varie posizioni e contrapponendole come in una commedia dell’arte. Ognuno fa il suo mestiere, anche se sarebbe opportuno farlo meglio. E questo vale per tutti, nessuno, ma proprio nessuno escluso.
Sta di fatto che il “caso italiano”, di cui ormai parlano solo gli storici, si è completamente rovesciato. Siamo il paese dell’Unione europea dove la sinistra è più debole, o tra le meno consistenti sia in termini di consenso, misurato o no attraverso il termometro elettorale, che in quelli di forza nella presenza politica e nella vita sociale del paese. Conseguentemente in termini di organizzazione.
Eppure, da quando L’Altra Europa con Tsipras raggiunse, anche se di pochissimo, quel quorum alle europee che permise un’inversione di tendenza nei confronti della coazione a ripetere la sconfitta, un nuovo percorso ha preso inizio fino a giungere alla condivisione di un breve documento che convoca un’assemblea nazionale per il 15.16.17 gennaio 2016.