di Cristina Morini
Dopo quasi trent’anni di riflessioni teoriche, di dibattiti, di campagne, di cortei, il tema del reddito di esistenza incondizionato (o basic income come oggi preferiamo definirlo, usando la dizione anglosassone) non deve smettere di rappresentare un obiettivo all’interno dell’agenda politica dei movimenti sociali. Questo strumento mantiene intatta la giustezza dell’ispirazione filosofica e dello scopo pratico: fornire a tutti i mezzi economici per poter esercitare a pieno i propri diritti. La crisi infinita, l’austerity, lo smantellamento del welfare, i meccanismi di cattura delle soggettività con precarietà, tendenziale gratuità delle prestazioni lavorative, crescente obbligo al servilismo o emarginazione e depressione, ne rilanciano l’urgenza, dal punto di vista della giustizia sociale e dal punto di vista delle nuove forme del diritto. Si tratta di dare sostegno alle possibilità di autodeterminazione della persona e, oggi più che mai, si tratta di pretendere una corretta distribuzione della ricchezza prodotta dalla cooperazione sociale che resta, altrimenti, solo fissata sui mercati finanziari, trasformandosi in “rendita” per pochi.
