La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 18 dicembre 2015

Ttip, la partita geopolitica del 2016

di Monica Di Sisto
“Il mandato politico che abbiamo ricevuto dai Governi dell’Unione ci impegna a chiudere un accordo che non abbassi direttamente in alcun modo gli standard di sicurezza ambientale, sociale e generali in vigore in Europa. Dovete fidarvi, e alla fine del negoziato, quando il trattato sarà chiuso in ogni sua parte, potrete verificare quanto questo impegno sarà stato da noi rispettato”. Il negoziatore europeo del Trattato transatlantico di liberalizzazione del commercio e degli investimenti Ignacio Bercero, nel faccia a faccia organizzato il 25 novembre scorso al Ministero dello Sviluppo economico dal viceministro Carlo Calenda con la Campagna Stop TTIP è stato molto chiaro: fino all’ultimo giorno, vietato disturbare il manovratore. Nel corso dell’incontro la Campagna ha sollevato punto per punto, scorrendo il testo dell’accordo ormai pubblico, tutte le finestre normative attraverso le quali sarà possibile per gli interessi di pochi trasformare i diritti di tutti in ostacoli al commercio da rimuovere più in fretta possibile nella pletora di “organismi transatlantici” che il trattato andrà a costituire, dove non meglio definiti politici e tecnici individuati dalla Commissione europea e dal Ministero al Commercio Usa si occuperanno di velocità degli sdoganamenti come di etichette sui prodotti, di dazi come di standard di qualità, di caratteristiche dei prodotti come di diritti del lavoro.

Jobs Act: cronaca di un fallimento annunciato

di Valeria Cirillo, Dario Guarascio e Marta Fana
Come risposta alla crisi del 2008, le economie della periferia europea hanno adottato politiche deflattive con l’obiettivo di recuperare competitività e far ripartire crescita ed occupazione. Il tutto in completa ottemperanza ai dettami della visione neoliberista che egemonizza l’agenda di politica economia europea. In Italia, la legge 183 del 2014, evocativamente denominata ‘Jobs Act’, ha svolto un ruolo chiave determinando uno storico cambiamento nell’equilibrio delle relazioni industriali. Portando a completamento il percorso di riforma cominciato all’inizio degli anni 90, il Jobs Act ha sancito un definitivo livellamento verso il basso delle tutele dei lavoratori. Le più rilevanti modifiche introdotte dalla legge riguardano: i) l’introduzione di una nuova tipologia contrattuale a ‘tempo indeterminato’, pensata per divenire la forma prevalente nel sistema italiano, che elimina ogni obbligo di reintegro del lavoratore nel caso di licenziamento privo di giusta causa o giustificato motivo oggettivo (tranne nei casi di dimostrata discriminazione o di licenziamento comunicato oralmente); ii) l’introduzione della videosorveglianza per mezzo di dispositivi elettronici – misura che ha dato adito a forti polemiche circa la violazione della privacy e delle libertà individuali; iii) la completa liberalizzazione dell’uso dei contratti atipici.

Bail-in: la finta equità che punisce i più deboli

di Leopoldo Nascia e Dario Guarascio 
Il salvataggio, via Decreto governativo, di Banca Etruria e degli altri istituti di credito coinvolti nella recente crisi – con le drammatiche conseguenze che si sono viste – sembra costituire il preludio di quel che, dal primo di gennaio in poi, si verificherà in occasione di ogni nuova crisi bancaria. L’inizio del 2016 coinciderà, infatti, con l’entrata in vigore di una norma, il Bail-in, che racchiude in sé uno dei principi cardine della, da molti auspicata, ‘Unione bancaria’. Un principio in nome del quale, la responsabilità ed il destino dei piccoli risparmiatori – e, in una certa misura, dei correntisti – divengono idealmente solidali con quelli di dirigenti, azionisti e grandi operatori finanziari. Sulle colonne di Sbilanciamoci! scrivevamo, lo scorso luglio, come questa evoluzione nella disciplina delle crisi bancarie non solo non si sarebbe tradotta in una responsabilizzazione degli istituti di credito rispetto alla gestione del rischio ma avrebbe posto i soggetti più fragili – piccoli risparmiatori, pensionati in cerca di un luogo sicuro dove collocare la loro liquidazione, correntisti – in totale balìa delle dinamiche imperscrutabili – e spesso devastanti – del sistema finanziario.

La guerra di Matteo: soldati al fronte per proteggere appalti privati

di Giorgio Cremaschi 
La decisione del governo Renzi di inviare 450 soldati in Iraq sulla diga di Mosul è un atto di guerra in violazione brutale dell'articolo 11 della Costituzione, aggravato dalle ragioni privatistiche che lo motivano.
La società Trevi ha vinto l'appalto per la ristrutturazione della grande diga sull'Eufrate. E qui c'è già la prima menzogna della propaganda governativa, simile a quelle che si usano per giustificare le grandi opere in Italia. La diga infatti non è sull'orlo del crollo; tale affermazione, fatta per dare più valore morale all'invio di truppe, è stata smentita dallo stesso direttore dell'impianto che ha dichiarato che l'impianto opera in assoluta normalità. L'investimento di miliardi di euro serve ad un potenziamento dell'opera e la vittoria all'asta dell'azienda di Cesena fa parte della normale giostra dei grandi affari. All'interno dei quali rientrano anche le spese sulla sicurezza.

Perchè i giovani non protestano?

di Elisa Lello
Sono un puzzle complicato, i giovani italiani dei nostri giorni. Sono cambiati rapidamente e appaiono, oggi, diversi dal ritratto che siamo soliti fare della giovinezza. Eppure, nella loro trasformazione si coglie il riflesso del mutamento della società, insieme ai segni premonitori dei cambiamenti che verranno.
Formano una “generazione precaria” contraddistinta dalla condivisione di uno svantaggio, in termini socio-economici, rispetto alle generazioni precedenti: basti pensare ai livelli di disoccupazione giovanile, al gap crescente tra i redditi dei giovani e quelli degli adulti, alle condizioni contrattuali e conseguenti tutele con cui si relazionano all’esperienza lavorativa, alle prestazioni del Welfare relative all’autonomia abitativa, alla costruzione di nuovi nuclei familiari, fino alle pensioni1. Per non parlare del fenomeno dei NEET, in drammatica ascesa2.

La Fed, il tasso di interesse naturale negativo e la crescita anti-economica

di Herman Daly
In un discorso tenuto presso il Fondo monetario internazionale, l’economista Larry Summers sosteneva che i tassi di interesse prossimi allo zero non hanno saputo stimolare la crescita del Pil in una misura sufficiente da raggiungere la piena occupazione, pertanto occorrerebbe verosimilmente applicare un tasso di interesse negativo. Con questo concetto, egli intende un tasso monetario negativo fissato dalla Fed per bilanciare il tasso “naturale”, che egli ritiene essere negativo. Con l’espressione “tasso naturale”, Summers intende quel tasso che bilancerebbe i risparmi previsti con gli investimenti pianificati, e quindi, come insegna Keynes, consentirebbe di ottenere la piena occupazione. In presenza di tassi monetari prossimi allo zero, l’inflazione attuale ci spinge già verso un tasso di interesse reale negativo, tuttavia tale quadro non è ancora sufficientemente negativo, secondo l’opinione di Summers, da bilanciare gli investimenti previsti con i risparmi pianificati e, quindi, stimolare la crescita del Pil in modo tale da promuovere la piena occupazione.

Europa, c’è una politica dopo la Grecia?

di Claudio Gnesutta
Lo sviluppo e la conclusione della “vicenda greca” sollecitano un aggiornamento nella valutazione della politica economica europea; se, nelle sue linee essenziali, nulla di nuovo si è aggiunto a quanto già si sapeva sul suo orientamento e sul vincolo che l’euro impone, nondimeno si è registrata una netta cesura rispetto al passato per quanto riguarda la percezione di quanto tale politica possa registrare un riorientamento nel prossimo futuro.
Un giudizio che appare giustificato da quanto registrato nel corso del confronto Europa-Grecia, in merito al quale vorrei sottolineare, molto brevemente, alcuni aspetti con riferimento alle tre dimensioni – economica, istituzionale, culturale – che solidalmente determinano la struttura e la dinamica di ogni sistema economico e sociale.
Per quanto riguarda la dimensione economica,la vicenda greca dimostra che, al momento e in una prospettiva non breve, non esiste alcuno spazio tra Memorandum e (Gr)Exit per una politica alternativa all’austerità in grado di fronteggiare le difficoltà che essa stessa sta producendo a livello sociale.

Cronache di un mondo indebitato

di Vincenzo Comito
L’esistenza di un rilevante livello e di una ulteriore e apparentemente inarrestabile crescita dell’indebitamento mondiale è un fenomeno molto evidente; ora, il suo collegamento, per diverse vie, alle difficoltà e al rallentamento dello sviluppo dell’economia, nei paesi sviluppati come in quelli emergenti, pone dei rilevanti problemi di analisi e suggerisce anche delle possibili linee di azione. Nelle tre puntate di questo articolo cercheremo di individuare la situazione e le prospettive di soluzione di una questione cruciale.
Alcuni dati di base
Già in uno scritto apparso in questo stesso sito qualche tempo fa (Comito, 2015) ricordavamo alcuni dati che danno un’idea del fenomeno; ad essi ne aggiungiamo ora degli altri, più analitici.

Cop21, tre ore di ritardo e tre gradi in più

di Guglielmo Ragozzino 
Le cinque W del bravo cronista sono diventate tre: Who? What? When? Chi, cosa, quando? Il comunicato finale di Cop21 è eventualmente previsto per domenica 13 dicembre, ma sono in pochi a crederci davvero, a pensare che sia davvero finita. Lafine senza fine della COnferenza delle Parti, Cop21 si riassume così.
CHI è tenuto a sostenere l’onere del contenimento della temperatura del pianeta sotto due gradi centigradi, tanto per utilizzare la misura abitualmente prescelta? Certo si tratta dei paesi sviluppati, ma quali sono? Quelli di una volta o anche altri, più recenti? Quelli che da duecento anni fanno il bello e cattivo tempo, fanno le guerre e spartiscono i continenti, quelli che hanno dato vita all’industria inquinante e ai trasporti a carbone e nafta, quelli che hanno inventato motore a scoppio, automobile, carro armato e jet, oppure sono quelli che non lo hanno fatto in passato, ma adessofanno le stesse cose, adesso inquinano? Per non girare troppo intorno, Cina sì o Cina no?

Agli ultimi banchi

di Piero Bevilacqua 
Ci sono analisi settoriali che svelano molte più cose di profondità sistemica che non tante indagini di portata programmaticamente generale. È questo il caso del libro di Walter Tocci, La scuola, le api e le formiche. Come salvare l’educazione dalle ossessioni normative (Donzelli, pp.192, euro 19,50) che è molto più di una tagliente analisi della scuola italiana nel nostro tempo. Senza forzare molto le cose si potrebbe dire che è una diagnosi della società italiana e al tempo stesso una spiegazione etiologica del suo conclamato declino attraverso le politiche della formazione. L’autore, infatti, prende in esame i tentativi di riforma degli ultimi anni, i suoi impatti sulla scuola, ma ha il grande merito di non rimanere dentro questo recinto, di scorgere le origini dei problemi in dinamiche più generali, sotto il cui influsso l’Italia indietreggia a grandi passi, chiudendosi in un processo di autoemarginazione di cui non si vede la fine.

Armi e guerre, Banca Etica dice no

di Nicoletta Dentico
Solo qualche giorno dopo l’implacabile strage di Parigi lo storico Franco Cardini, ospite del talkshow televisivo Porta a Porta, ipotizzava l’esistenza di un collegamento tra il suo conto corrente bancario e la soverchiante disponibilità di armi in mano ai terroristi del sedicente Stato Islamico, e dichiarava la negligenza ottusa di non essersi mai posto il problema prima, di non aver mai cercato di capire dove andassero a finire i suoi soldi. Aveva preso la piega giusta Il dibattito della trasmissione più nazionalpopolare della Rai; con sapienza di storico, Cardini era riuscito a mettere in relazione l’insopportabile complessità della violenza ormai così prossima alle nostre case e la possibilità di un’azione individuale concreta, oltre la mera presa di coscienza. Fiutato subito il pericolo di quel discorso, Bruno Vespa non ci ha pensato un attimo a troncarlo sul nascere.
Di certe cose non si deve parlare.

Grecia: il nervosismo di Berlino

di Dimitri Deliolanes
La Grecia è “una nave alla deriva”, abbandonata dal capitano “in balia delle onde”. Questa sarebbe la valutazione del secondo governo di Alexis Tsipras secondo un rapporto riservato dell’ambasciatore tedesco ad Atene, rivelato dal quotidiano Die Welt. Secondo il giornale conservatore, il premier greco avrebbe di nuovo intrapreso un “braccio di ferro” con i creditori, “creando turbolenza” nell’Unione Europea, al fine di “evitare” l’attuazione di gran parte delle “riforme” concordate con l’Europa il 13 luglio.
La prova di questo neanche tanto nascosto disegno sarebbe la “troppa lentezza” con cui Atene si muove sulla via delle “riforme”: la prossima “valutazione” da parte dei creditori (necessaria per dare il via al versamento di più di un miliardo di euro) era prevista per ottobre, ma secondo il giornale andrà per la primavera del 2016. In altre parole, Atene mostra scarso scarso entusiasmo nell’accogliere l’ennesimo pacchetto di austerità e si permette anche di intavolare dure trattative con i rappresentanti dei creditori riguardo alle misure più dure, come le aste giudiziarie per la prima casa e i tagli alle pensioni.

La Spagna al voto: ¿se puede?

di Alberto Manconi
Mancano pochi giorni alle elezioni politiche in Spagna. Ma Podemos, il partito che è riuscito a raccogliere la voglia di cambiamento espressa negli ultimi anni, si trova ad affrontarle partendo, nei sondaggi datati il mese scorso, solo dalla quarta posizione. Perché?
È passato solo un anno da quando Podemos si affermava come prima forza politica in ogni sondaggio riuscendo a cavalcare i grossi casi di corruzione che sancivano la fine del bipartitismo, ma da allora i forti poteri economici si sono riorganizzati, “rivoluzionando” - e complicando - ulteriormente il quadro politico.
Ciudadanos, un Podemos di destra
La necessità, e la direzione, di tale riorganizzazione politica è documentata da un “visionaria” presa di posizione da parte del presidente del gruppo bancario Sabadell, che appena a seguito della prima affermazione alle elezioni europee parla della necessità di un Podemos di destra (1).

Gli stranieri in Italia: costo o beneficio?

di Klodian Muco
L’integrazione è un processo multidimensionale finalizzato alla pacifica convivenza entro una determinata realtà sociale tra individui e gruppi culturalmente ed etnicamente differenti fondato sul rispetto della diversità, nel rispetto dei diritti fondamentali e delle istituzioni democratiche. L’integrazione è multidimensionale perché in essa sono coinvolti sia gli aspetti “sociali” come la cultura sia gli aspetti “individuali” come la condizione psicologica dei singoli individui ed è un processo lungo, in quanto richiede del tempo affinché possa avvenire.
Nell’uso quotidiano il termine integrazione viene usato per indicare la collocazione socioeconomica degli immigrati nel mercato del lavoro, nell’accesso all’alloggio e nella fruizione dei servizi pubblici.

Banche, credito e risparmio: l’Europa viola la Costituzione

di Alessandro Somma 
Dopo l’unione monetaria, un’altra sciagura incombe sull’Europa: l’unione bancaria, il sistema unificato di vigilanza sulle banche nazionali. 
Il suo avvio è stato preceduto lo scorso anno da una misura destinata a stimare lo stato di salute delle varie banche, a tal fine sottoposte a uno stress test. L’idea non era malvagia, giacché la speculazione finanziaria cui si sono dedicate, e tutt’ora si dedicano, costituisce una delle principali cause della drammatica crisi che stiamo vivendo. Stupisce però che l’Europa sia molto preoccupata della tenuta delle banche, ma nel contempo conduca politiche che portano al dissesto dei sistemi di sicurezza sociale, almeno altrettanto indispensabili a fronteggiare la crisi. Se quei sistemi fossero sottoposti a stress test, emergerebbe ciò che si vede a occhio nudo: che la perdita di posti di lavoro, incredibilmente affrontata con la precarizzazione e la svalutazione del lavoro, richiede di lenire la macelleria sociale con risorse decisamente più ambiziose di quelle contemplate dal culto dell’austerità. 

Trasformazioni nelle Global Universities

di Loris Narda
Nel numero di aprile del settimanale “The Economist” un’ampia parte è dedicata a un’inchiesta sulle trasformazioni delle fabbriche del sapere vivo, partendo dal modello nordamericano ma dando uno sguardo transcontinentale. La traduzione della domanda che campeggia in copertina suona come “sempre più persone nel mondo vanno all’università, è una cosa utile?”, dove questo aggettivo viene preso sia nel suo senso prettamente economico e legato ad una dinamica generale di valorizzazione di capitale, che in quello più politico di stabilità sociale.
Cominciamo con uno sguardo sui dati delle iscrizioni all’università nel globo, che secondo i dati forniti nell'inchiesta sono aumentate ininterrottamente negli ultimi decenni, passando da una media di popolazione studentesca su quella totale che va dal 14% del 1992 fino al 32% del 2012, e secondo il settimanale nei paesi con reddito pro-capite superiore a 3000 dollari annui la crescita delle iscrizioni sembra non avere limiti “naturali” di crescita, ma secondo l’“Economist” questo riduce il ritorno di investimento in una laurea soprattutto nei paesi ricchi.

A che cosa serve l'Spd?

di Jacob Augstein
Al congresso dell'Spd a Berlino Sigmar Gabriel ha tenuto un discorso eccellente. C'era tutto dentro, come Gabriel sa fare. Ha descritto un paese amabile. Ha suggerito una politica convincente. Ha proposto misure che apparivano subito chiare. Ha predicato una socialdemocrazia tale che veniva subito voglia di seguirla. Questo Spd deve assolutamente andare al governo, veniva in mente ascoltandolo. E subito dopo: ma l'Spd è già al governo, e non da poco.
Il problema della socialdemocrazia tedesca è esattamente questo: fra i proclami e la realtà si spalanca un baratro talmente grande che ci passa persino Sigmar Gabriel. 
“Che una vita diventi una vita di successo è compito di ciascuno. Ma creare le condizioni affinché la vita non dipenda dal colore della pelle, dal reddito dei genitori, dalle relazioni, dalla razza, dal genere o dalla religione, ma che sia possibile che ogni persona in questo paese e in Europa possa in maniera autonoma e libera fare qualcosa della propria vita, questo, care compagne e compagni è il compito della socialdemocrazia”.

Kurdistan: si scrive coprifuoco, si legge pulizia etnica

di Luigi d'Alife
“Le montagne erano piene di morti, le valli erano scosse dalle urla delle persone, i fiumi scorrevano tinti di rosso del sangue”
Gonul Tepe, giornalista e politica Curda, sul genocidio di Dersim nel 1937
I numeri rilasciati in un dossier realizzato nei giorni scorso da TIHV (Human Rights Foundation of Turkey) rendono perfettamente quanto di enormemente grave sta accadendo negli ultimi mesi nella regione del sud-est della Turchia (Kurdistan Bakur): oltre 50 dichiarazioni di coprifuoco a partire dal 16 di Agosto ad oggi, 17 città colpite, 7 distretti coinvolti, oltre 160 morti civili, di fatto 1 milione 300.000 persone costrette a vivere sotto assedio, la costante minaccia di essere uccisi, i diritti umani continuamente calpestati.
Durante questi mesi abbiamo già raccontato degli effetti devastanti del coprifuoco, dei civili uccisi, dei massacri, dell'attacco militare contro la popolazione e della repressione contro attivisti, militanti, membri dei partiti di opposizione e giornalisti.

Cultura, una legge strumentale

di Andrea Ranieri 
Poche settimane fa il Parlamento ha convertito in legge il decreto del Governo – il cosiddetto “decreto Colosseo” – che colloca la cultura fra i servizi pubblici essenziali di cui va assicurato il godimento. Il decreto fu emanato dopo che un’assemblea sindacale, del resto regolarmente convocata con largo preavviso, aveva reso impossibile per alcune ore l’accesso dei turisti al Colosseo. Il Governo, sfruttando l’onda di una ben orchestrata campagna mediatica, ha deciso con la legge di considerare, per quel che riguarda i diritti sindacali, i beni culturali come attività che “rientrano tra i livelli essenziali delle prestazioni di cui all’articolo 117 secondo comma lettera m della Costituzione”. Il tutto senza nessun aggravio di spesa per le finanze pubbliche.
La discussione pubblica e la protesta dei sindacati si è concentrata sulle ripercussioni di questa decisione sull’esercizio del diritto di sciopero.

Quelle armi italiane verso l’Arabia Saudita

di Tonio Dell’Olio
Della guerra condotta dall’Arabia Saudita in Yemen con bombardamenti indiscriminati su città e villaggi e conseguente uccisione e ferimento di civili si sa ben poco. Le poche organizzazioni umanitarie presenti nel Paese forniscono dati e notizie impressionanti ma l’informazione tace. Si parla finora di seimila morti. Ecome sempre c’è chi è pronto a lucrare tramite la vendita di armi, anzi di bombe. Tra questi anche l’Italia perché c’è una multinazionale che ha la sua sede a Ghedi (Brescia) e uno stabilimento a Domusnovas (Carbonia Iglesias), la RWM Rheinmetall Defence che ha intensificato la produzione proprio negli ultimi tempi essendosi assicurata commesse importanti proprio dall’Arabia Saudita.
Venerdì 11 dicembre è partito dalla Sardegna l’ennesimo cargo pieno di bombe in piena violazione della 185 del 1990, la legge che regola le esportazioni di armi italiane. Ci sono varie interrogazioni che giacciono in Parlamento e alle quali la ministra Roberta Pinotti continua a non rispondere.

Ma quale successo? L’accordo di Parigi sul clima ci avvicina al collasso

di Claudia Fanti
Salutato come un accordo di valore storico, celebrato con tutta la retorica di rito da governi e mezzi di comunicazione come un passo decisivo nella lotta al riscaldamento globale, come «un messaggio di vita» - così François Hollande - inviato «proprio da Parigi, che è stata colpita dalla morte un mese fa», il documento approvato il 12 dicembre scorso dalle 195 delegazioni presenti alla Cop21 (la Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico), se è un passo decisivo, lo è casomai nella direzione opposta, quella della catastrofe planetaria. 

L’imperativo ecologico da Gaia a Francesco

di Salvatore Settis
La crisi dell’acqua a Messina non è un incidente di percorso, ma il preannuncio del mondo che verrà. Anzi, che è già venuto: megalopoli come San Paolo, Lagos, Mumbai (ma anche Los Angeles) sperimentano frequenti siccità. L’urbanizzazione che concentra nelle città il 53% della popolazione mondiale (nel 2030 sarà il 70%) non fa i conti con l’ambiente, con l’esaurirsi delle risorse naturali, con carestie che parevano dimenticate ma colpiscono un miliardo di esseri umani ammassati negli slum.
Secondo il geografo M. Gandy, «non c’è nessun modo per placare questa sete urbana e industriale: nuove fonti di approvvigionamento semplicemente non esistono». Mutamenti climatici, disastri idrogeologici, mancata manutenzione dei suoli, cementificazione di superfici agricole aggravano una crisi che ci sforziamo di non vedere. In un libro recente, Water 4.0, David Sedlak (che insegna ingegneria sanitaria) prefigura un mondo in cui crescono insieme lo spreco e la penuria, el’acqua è un prodotto troppo costoso per i poveri.

Il vero volto nazional-popolare dell’FN

di Federico Bassi
All’indomani del primo turno delle elezioni regionali francesi del 4 dicembre[1], il risveglio non è stato facile per chi sperava in una conferma dei risultati ottenuti alle precedenti tornate elettorali del 2010, allorché un imbattibile Partito Socialista conquistava la totalità delle regioni francesi. Ad onor del vero, i segnali di una potenziale pesante sconfitta non sono mancati, a partire dal crescente successo elettorale del Front National che si è espresso nelle recenti elezioni municipali ed europee del 2014. Tuttavia, i risultati hanno confermato le peggiori aspettative e riproposto in numerose regioni la stessa impasse politica in cui il Partito Socialista si ritrovò nel lontano 2002: di fronte alla sconfitta al primo turno delle presidenziali, il partito diede indicazione ai propri elettori di votare ai ballottaggi per i Repubblicani di Jacques Chirac al fine di ostacolare l’avanzata del Front National di Jean-Marie le Pen.

Maternità surrogata e libertà di scelta

di Valentina Stella 
«L’utero è mio e lo gestisco io», «Tremate tremate, le streghe son tornate»: così gridava nelle strade degli anni ’70 il movimento femminista per la liberazione della donna; non solo più mamme e mogli, ma individui capaci di decidere la propria vita, dal punto di vista lavorativo, sociale e anche sessuale. «Non più puttane, non più madonne, finalmente donne».
Oggi tutto questo sembra preistoria a leggere l’appello che le femministe di «Se non ora quando» (Snoq) hanno lanciato alle istituzioni europee contro l’utero in affitto affinché venga bandito a livello globale.
Innanzitutto l’uso dell’espressione «utero in affitto» è strumentale: nei dizionari e manuali di bioetica si parla di maternità surrogata, cioè una donna porta avanti la gravidanza per un’altra donna che, per diversi motivi, non può farlo a sua volta.

Bce, i dati gufano contro Renzi

di Roberto Ciccarelli 
I dati sull’occupazione sono proprio gufi. E il segno più non appare all’orizzonte. Nel bollettino mensile, la Banca Centrale Europea ha fatto un passo indietro rispetto alla concitazione con la quale il governo Renzi comunica ogni dieci giorni i suoi presunti successi sul fronte più delicato che c’è oggi in Europa. Leggendo la parte centrale di un rapporto di 109 pagine si compie un breve viaggio tra il secondo trimestre 2013 e il primo del 2015, l’arco temporale compreso tra le ultime convulsioni del governo Letta, l’approvazione della riforma Poletti sui contratti a termine e l’inizio del Jobs Act. L’analisi della Bce è utile per capire la ragione per cui oggi, a quasi dieci mesi dall’entrata in vigore della riforma del lavoro, non solo l’occupazione stabile non cresce con il «contratto a tutele crescenti» ma, anzi, cala com’è accaduto sia a settembre che a ottobre (dati Istat).

L’irresponsabile smania di guerra di un premier piccolo piccolo

"Con Obama c'è totale consonanza di vedute. L'Italia interverrà non solo in Afghanistan, in Libia, non soltanto in Kosovo, in Somalia e in Iraq, ma anche con un'operazione importante, un intervento nella diga di Mosul, nel cuore di un'area molto molto pericolosa. La diga è seriamente danneggiata e se crollasse sarebbe distrutta Baghdad. Ha vinto la gara una azienda italiana, noi metteremo 450 nostri uomini con il supporto logistico degli americani e metteremo noi a posto la diga". 
Per mesi il premier italiano si era fatto notare nel contesto internazionale per i suoi continui richiami ad una posizione italiana di ‘disimpegno’ militare, resistendo ai continui richiami da parte di Washington a ‘fare la sua parte’ nelle aree dove gli interessi statunitensi sono minacciati. Renzi aveva sempre risposto che ‘no, i bombardamenti non sono la soluzione’, attirandosi la simpatia anche di certi settori di opinione pubblica che di fronte alla sua posizione non interventista erano pronti anche a perdonargli, diciamo così, un lungo elenco di nefandezze sul piano economico e sociale.

Possono?

di Dan Hancox 
“Ho la sconfitta tatuata nel mio DNA”, ha detto l’anno scorso Pablo Iglesias in un dibattito televisivo, un mese dopo aver annunciato la formazione di una nuova entità politica chiamata Podemos. “Il mio prozio fu assassinato. Mio nonno fu condannato a morte e trascorse cinque anni in carcere. Le mie nonne subirono l’umiliazione dei vinti nella guerra civile. Mio padre fu incarcerato. Mia madre fu politicamente attiva nella clandestinità. Mi secca moltissimo perdere, non lo sopporto. E ho trascorso molti anni, con alcuni amici, a dedicare quasi tutta la nostra attività politica a pensare a come poter vincere”.
La Spagna va alle urne il 20 dicembre in quelle che saranno elezioni storiche. Dagli anni ’80 le elezioni generali in Spagna sono una corsa a due tra il conservatore Partido Popular (PP) e il Partido Socialista Obrero Español (PSOE) di centrosinistra.

Gelli, una storia italiana

di Giorgio Boatti
Gli anni circolano sulle dure rotaie di un treno
/ impazienti di raggiungere la prossima stazione…”: non so se fosse questo o un altro verso delle sue tante poesie, pubblicate in varie raccolte da una quarantina di editori tutti sconosciutissimi, ma, al telefono, Licio Gelli, il capo della loggia P2, tornato in libertà nella sua Villa Wanda, a Castiglion Fibocchi, insisteva perché ascoltassi.
Lavoravo allora in una casa editrice milanese che in rapida successione aveva afferrato best-seller e Gelli, l’uomo che a cavallo degli anni Ottanta aveva tirato le fila delle trame più nascoste e indicibili della prima repubblica – dall’assalto al gruppo Rizzoli che aveva messo in mano al Venerabile il “Corriere della sera” al crack dell’Ambrosiano, dai maneggi dei servizi segreti su strategia della tensione e stragi ai legami con le peggiori dittature reclutate a comprare, ovviamente con coda di inevitabili tangenti, sistemi d’arma “made in Italy” – era stufo e deluso.

Armenia: tutto cambia affinché nulla cambi

di Marilisa Lorusso 
Dal 6 dicembre l’Armenia ha una nuova Costituzione. Il testo entrerà in vigore nel 2016, dopo che il recente referendum popolare ne ha sancito l’approvazione, portando a termine un processo iniziato nel 2013 dal presidente Serzh Sargsyan e che per questo viene definito il “progetto Sargsyan”. Come e perché si è rimessa mano alla Legge Fondamentale a 10 anni dal suo ultimo emendamento? Intorno a questi due punti si è concentrato il dibattito politico nella fase pre-referendaria, e nei prossimi mesi si potrà verificare se gli scenari ipotizzati si realizzeranno.
Il 4 settembre 2013, il giorno dopo aver annunciato a Mosca che l’Armenia sarebbe divenuta membro dell’Unione Doganale, il presidente Sargsyan lancia l’iniziativa di emendare la costituzione. La Costituzione armena attualmente in vigore è stata adottata nel 1995 ed emendata nel 2005.

Il prezzo della salvezza

di Alessandro Santagata 
In un libro di qualche anno fa Adriano Prosperi, descrivendo i percorsi storici dell’immagine della Giustizia Bendata, scriveva: «ancora oggi la parola grazia trascina spesso con sé una serie di termini più o meno connessi. Il lessico di questa strana famiglia, nel suo confuso mescolare cose diversissime come l’idea cristiana di misericordia, la tradizione ebraica del giubileo, la fiducia illuministica nella rieducazione del delinquente, basta a indicare perché è così difficile intendersi» (Giustizia bendata, Einaudi, 2008).
Per fare chiarezza, lo studioso attingeva agli strumenti della storiografia e dell’iconografia, mettendo in luce come l’esigenza cristiana di una manifestazione dell’ordine della Grazia abbia performato la rappresentazione e le pratiche della Giustizia terrena. La parola chiave in questo processo di secolarizzazione è «misericordia». Nella medesima prospettiva di storia della Giustizia si spiega anche l’istituzione rituale del giubileo. Siamo tra l’XI e il XIII secolo e dunque nel pieno della contesa tra papato e Impero.

L'inferno della grande distribuzione. Testimonianza di un lavoratore

Sono un lavoratore come tanti. Anzi, un ex lavoratore, visto che il mio contratto è scaduto a luglio. Per diverso tempo ho lavorato per una Cooperativa della Grande Distribuzione Organizzata. Per i non addetti, ero uno di quei lavoratori che spesso ignorate quando andate a fare la spesa al supermercato, o ai quali vi rivolgete solo se manca qualcosa o per lamentarvi.
Il lavoro era impegnativo (grazie a Monti si lavora anche domeniche e festivi) ma tutto era fatto secondo le regole: gli straordinari venivano pagati, le norme sulla sicurezza seguite con attenzione, i diritti sindacali rispettati e si guadagnava anche un po' meglio dei colleghi di altre catene.
Purtroppo il contratto è scaduto appunto a luglio e da allora sto cercando una nuova occupazione.

Una firma contro il fascismo

di Luciano Muhlbauer
È partita la campagna per lo scioglimento delle organizzazioni neofasciste e neonaziste. Da subito è dunque possibile firmare on line la petizione ospitata sulla piattaforma change.org. La forma è quella di una lettera al Presidente della Repubblica e ai Presidenti di Camera e Senato, la sostanza è quella di sollevare con forza il problema della sempre più ampia tolleranza e legittimazione istituzionale di cui godono le tesi e i gruppi nazifascisti nel nostro paese. E l’obiettivo immediato è quello di superare le 100mila firme entro aprile.
Il comitato promotore della campagna è milanese e lombardo e questo non è un caso, poiché è proprio dalle nostre parti che si sente più intensamente il tentativo dei gruppi nazifascisti di acquisire nuovi spazi e nuova legittimità, complici sia la linea fascioleghista di Salvini, che la continua banalizzazione culturale operata dalle istituzioni.

La cura della casa comune

di Roberto Mancini
In una società lacerata come la nostra, dove sono le religioni? Rispetto al compito di promuovere il bene comune di umanità e natura, per lo più stanno facendo poco, spesso addirittura fanno male. Una forte eccezione a questa ambiguità è costituita dalla parola e dall’azione di papa Francesco. In particolare la sua enciclica Laudato si’ offre un grande, inedito contributo di chiarezza e di passione. Sin dal sottotitolo, che suona Sulla cura della casa comune, viene chiarito il senso del termine “economia”. Infatti esso indica che l’oikos-nomos -cioè la legge di buona amministrazione della casa comune- non è l’economia del capitale, dello sfruttamento della natura e della crescita distruttiva, ma è l’economia come cura della casa comune e dei suoi abitanti.
L’enciclica è preziosa in primo luogo per la sintesi che offre per riuscire ad avere una lettura del presente. Molti sono confusi, disinformati, sviati, non si orientano.

The day after (Fed): conto da dieci trilioni per i debitori in dollari

di Maurizio Sgroi
Sicché la Fed, per una volta, non ha deluso gli osservatori, anzi ha fatto esattamente quello che si aspettavano. Ha alzato di 25 punti base i tassi, praticamente a zero dal 2008, e i mercati, per ora festeggiano. I mercati, si sa, amano avere ragione. Salvo poi pentirsene. Anche perché ci sono alcuni fattori che sembrano proprio favorire i ripensamenti. Fra questi una situazione di debito internazionale denominato in dollari che non solo non si è normalizzata, ma anzi si è aggravata.
Gli ultimi dati diffusi dalla Bis, che al tema del credito denominato in dollari ha dedicato un interessante approfondimento nella sua ultima quaterly review, mostrano che la montagna di debito in valuta americana del settore non finanziario è cresciuta ancora da nove trilioni a quasi dieci; 9,8 per la precisione nel secondo trimestre del 2015.

Un tempo sapevamo la città a menadito

di Rossella Marchini e Antonello Sotgia
C’erano i piani regolatori. Poteva anche accadere che non ci fossero. La città, però, la sapevamo lo stesso. Indipendentemente dall’andare a riconoscere su quei fogli colorati dove eravamo. Difficile ritrovarsi nei retini “verdi” che promettevano la presenza di alberi e distese lussureggianti. Non li vedevamo. Non li avremmo mai visti. Frustrante veder siglato con un codice alfanumerico il nostro abitare. Scoprirlo racchiuso in “zone” rigide. Contrapposte le une con le altre. Sapevamo la città. Sapevamo, soprattutto, che la città veniva fatta con il denaro. Molto denaro. Lo stesso che noi (molti) producevamo lavorando. Altri (pochi) facendolo saltar fuori dal nostro lavoro. Lottavamo. Per veder aumentare il denaro che ci spettava. Per diminuire la fatica del procurarcelo, che ci stremava. Noi con quel denaro avremmo abitato la città. Quegli altri lo usavano per farlo diventare ancora di più. Contro il nostro abitare. Facendo scomparire, dal nostro vivere quotidiano, servizi e spazi collettivi. Facendo il deserto. Sostituendoli con edifici e progetti. Programmati secondo il principio della loro sostenibilità economica. Rendita contro lavoro.

Il Governo e la nostra colpevole pazienza. Ma quando ve ne andate?

di Anna Lombroso 
In questi tempi di frettolose e sbrigative letture di risvolti di copertina del Bignami del Corano o di wikiquote sul sacro libro della religione islamica e sui codici genetici di chi la professa, nei quali sarebbero connaturati violenza, barbarie e imperativi refrattari a logica, umanità e democrazia, potrebbe essere consigliabile anche la lettura del testo che ha ispirato principi morali, valori e comportamenti propri della nostra civiltà minacciata e che, per crudele implacabilità, non ha proprio nulla da invidiare.
A cominciare da un concetto molto citato in questi giorni a proposito di pesanti eredità, di genitori discussi e rampolli offesi.

Internet, la Cina e la sovranità della Rete

di Simone Pieranni
La nuova espressione da considerarsi al momento centrale in Cina è wangluo zhuquan, «sovranità digitale». Garantendo questo nuovo dogma sarà possibile sviluppare — secondo Pechino — una rete internet in grado di soddisfare tutti: utenti e aziende, tanto quelle cinesi, quanto quelle straniere.
È il concetto più forte emerso a a Wuzhen, nel Zhejiang, sudest cinese, dove si sta svolgendo la seconda Conferenza mondiale di Internet. All’incontro partecipano più di 2.000 delegati provenienti da oltre 120 paesi. I partecipanti più «pesanti» sono i primi ministri di Russia, Pakistan, Kazakhstan, Kirghizistan e Tagikistan, nonché alti funzionari delle Nazioni Unite, di Apple, Microsoft, Nokia, Lenovo, Alibaba, Baidu e Tencent.

Fine del Chavismo?

di Gabriel Hetland
Il Partito Socialista Unito del Venezuela al governo, (PSUV) ha subito una sconfitta devastante nell’elezione parlamentare di domenica 6 dicembre. Il partito di opposizione, Fronte di Unione Democratica (MUD – Mesa de la Unitad Democratica) ha avuto il 56% del voto popolare rispetto al 41% del PSUV. Grazie a un sistema elettorale maggioritario, il MUD ha ottenuto 112 seggi (67%) mentre il PSUV ne ha presi 55 (il 33%). L’opposizione controllerà l’Assemblea Nazionale per la prima volta in 16 anni. Con una super-maggioranza di due terzi, l’opposizione avrà importanti poteri, compresa la capacità di bloccare la spesa governativa e le nomine ministeriali, di destituire le Supreme Corti giustizia in carica, di rimuovere il vice presidente, di convocare l’assemblea costituzionale e di indire un referendum per destituire il presidente. (Non è chiaro se l’Assemblea Nazionale può indire un referendum revocatorio per proprio conto o dopo aver raccolto le firme del 20% dei votanti).

Giornali critici all'indice e notizie ignorate, dove sta andando l'Italia?

di Vittorio Emiliani
Ma che Paese è diventato il nostro? Dove stiamo sprofondando? Alcune banche hanno messo sul lastrico migliaia di piccoli risparmiatori, ma il salvataggio delle banche e dei loro inaffidabili dirigenti è venuto ben prima dell'ombrello per i risparmiatori. Alla Leopolda si è stilata una specie di lista dei giornali "cattivi" perché polemici col governo Renzi, in testa a tutti Il Fatto quotidiano. Significa che chi non si allinea o addirittura critica troppo l'esecutivo verrà punito, messo alla gogna? Poche le proteste in proposito. Già si parla di un "totale ricambio" dei direttori dei Tg e delle reti Rai: con quali criteri? In funzione di che cosa? Del "gradimento" ricevuto da Palazzo Chigi o dal Nazareno visto che il presidente e un consigliere della Rai sono stati scelti (al pari del super-direttore generale) dal Premier-segretario come avvenne ai tempi dell'Eiar, nel 1927, quando vice-presidente esecutivo dell'Ente radiofonico di Stato, era Arnaldo Mussolini, fratello del Duce, già presidente dell'Albo nazionale dei Giornalisti e Pubblicisti (dove non si entrava senza la tessera del PNF) e dell'Istituto Nazionale di Previdenza?

Il potere e l’utilità del terrorismo considerata per rapporto all’uso che esso ne fa

di Gianfranco Sanguinetti 
È triste, nel nostro tempo, assistere all’avanzare della barbarie nei costumi sociali, così come all’abbrutimento morale degli individui, che non si risparmiano nessuna bassezza : in questo nuovo universo etico, la concorrenza non è più pungolata dall’eccellenza e dall’emulazione, ma al contrario è mossa dall’avvilimento e dalla denigrazione sistematica degli altri, e non ci si fa più scrupolo nel colpire il proprio bersaglio con la calunnia e l’ingratitudine. Nella stessa maniera della calunnia, la cinica ingratitudine, che colpisce coloro verso i quali ci si sente obbligati, non si limita più soltanto agli altri individui, ma si estende ormai anche alle cose, e infine pure alle parole stesse che designano le cose. Ora, io non pretendo che le parole siano assolte come innocenti, ma invoco per loro un giusto processo prima di condannarle come colpevoli.

Il lavoro al tempo dello smart working

di Laura di Raimondo 
Il mondo del lavoro sta profondamente cambiando ed è destinato a trasformarsi sempre di più, alla luce della spinta propulsiva e del crescente effetto che le nuove tecnologie hanno sul modo di pensare il lavoro e quindi anche sul modo di lavorare.
Per questa ragione sono fondamentali sia una forte attenzione al tema da parte del Governo, sia un’accelerazione delle iniziative che mirano a innovare contratti, norme e concreti rapporti fra azienda e lavoratore, cogliendo le opportunità che le tecnologie offrono al modo di lavorare. Il Governo ha già avviato una serie di iniziative in questa direzione attraverso ilJobs Act con le norme relative alla produttività e alla verifica della prestazione. Norme che possono essere ritenute la regolazione più evoluta della vecchia dimensione.

Viva lo sciopero dei medici

di Bruno Giorgini
Considero lo sciopero nazionale dei medici ospedalieri e di base un evento politico sociale tra i più importanti e benvenuti per la salute dell’intero paese.
Viceversa considero che con le ultime misure e tagli della sanità, il governo sia giunto al limite di una vera e propria indegnità sociale – se non lo ha addirittura oltrepassato – laddove i potenti in nome del profitto mordono e cannibalizzano la carne dolorante in corpore vivo delle persone, i malati, ovvero i più indifesi.
D’altra parte si sa, la sanità è potenzialmente un enorme affare dove accumulare profitti e guadagni, purchè da diritto sociale per tutti i cittadini si trasformi in merce cui si può accedere – che si può comprare – in misura del proprio reddito.

Perché l’Indonesia non è nella coalizione sunnita guidata dai Sauditi contro il terrore?

di Robert Fisk
I Sauditi amano le coalizioni. La monarchia saudita ha avuto dalla sua parte gli americani, i britannici, i francesi e altri vari importatori di petrolio per cacciare via le legioni di Saddam dal Kuwait nel 1991. All’inizio di quest’anno, le forze armate saudite – leggasi il più giovane ministro della difesa del mondo e l’ambizioso vice Primo Ministro, Mohamed bin Salman al-Saud – hanno colpito i nemici sciiti del regno, gli Houthi dello Yemen in un’ulteriore coalizione. Essa comprendeva non soltanto i cacciabombardieri sauditi, ma i caccoa che arrivavano da Qatar, Emirati, Kuwait, Bahrein, Egitto, Giordania, Marocco e Sudan.
Ma ora, con tutto il dramma di una nuova serie Hollywood –i Sauditi hanno annunciato la loro nuova epica multinazionale contro la “malattia” del “terrore” islamico che ha come protagonisti il maggior numero di stati musulmani e aspiranti musulmani che mai prima si siano radunati fin dal tempo del Profeta.

Squarci di verità sulla morte di Pinelli

di Saverio Ferrari
Giuseppe Pinelli precipitò dal quarto piano della questura di Milano pochi minuti dopo la mezzanotte del 15 dicembre 1969. Ferroviere di 41 anni, storico dirigente del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, era stato fermato dal commissario Luigi Calabresi la sera del 12 dicembre, qualche ora dopo la strage di piazza Fontana, e trattenuto illegalmente.
Come più volte è stato raccontato, dapprima si sostenne, da parte dei dirigenti della questura, che Pinelli era implicato nella strage di piazza Fontana, poi che, sentendosi perduto, si sarebbe suicidato.

Settimana di 30 ore in Svezia: un avvio promettente

di Benjamin Pestieau e Maartje De Vries
Combinare senza stress, lavoro, vita di famiglia, impegno sociale e tempo libero, è possibile. Lavorando 30 ore alla settimana, come mostra un progetto pilota svedese.
Tutto è cominciato non più di sei mesi fa, quando il personale infermieristico della casa di riposo e di cura Svartedalen a Göteborg è passato alla settimana di 30 ore. Dal febbraio scorso, infermieri e operatori sanitari lavorano 6 ore al giorno e 30 ore alla settimana. La casa di cura contava 64 infermieri a tempo pieno e 16 part time. Ora, tutti sono passati alle 30 ore settimanali.
Questo progetto pilota è stato avviato al fine di poter osservare gli effetti di una vera e propria diminuzione dell'orario di lavoro sulla salute e sulla qualità della vita del personale e anche sulla qualità del lavoro ed il benessere dei residenti.

Armi all’Isis, Strasburgo vuole vederci chiaro

di Rachele Gonnelli 
Opaco, maneggevole, smontabile come nei film di spie hollywoodiani, il fucile di precisione BushmasterX152S, è pubblicizzato in America, dov’è prodotto, come «l’arma perfetta per un killer». Nei video di propaganda più recenti è esibito anche dai guerrieri del Califfato come un gioiello crudele o il regalo di un Babbo Natale nero.
Molte altre armi nuove, luccicanti, non vecchi ferri in dotazione all’esercito iracheno, arrivano all’Isis da paesi impegnati a combatterne l’avanzata, almeno ufficialmente: missili anticarro Milan prodotti in Belgio o in Francia, mortai turchi, fucili tedeschi, batterie anti-aeree statunitensi, tank russi, pick-up d’assalto coreani. È ciò che documenta il rapporto pubblicato tre giorni fa da uno dei più importanti centri di ricerca internazionali sui traffici di armi e munizioni: «Taking stock, the arming of Is», prodotto dall’Armament Research Services con Amnesty international, che cerca di ricostruire gli approvvigionamenti di armamenti, leggeri e pesanti, in dotazione ai tagliagole del Califfato.

giovedì 17 dicembre 2015

Il crack Etruria e il silenzio surreale della Presidente Marini

di Gianluca Graciolini e Enrico Flamini
In Umbria migliaia di piccoli investitori, soprattutto artigiani, commercianti e pensionati, con il decreto “salva banche” varato dal governo hanno visto andare in fumo anni di risparmi. Più passano i giorni, più assemblee vengono organizzate anche con il nostro contributo e più è chiaro che soprattutto piccoli risparmiatori, in molti casi inconsapevoli, si sono visti “rifilare” investimenti con rischi altissimi. 
Ci sono anche altri aspetti della vicenda oramai evidenti: le responsabilità di Bankitalia, il fatto che non è vero che il sistema bancario italiano sia solido e, considerato l'art. 35 del decreto per effetto del quale gli investitori non potranno nemmeno rivalersi sugli amministratori nel caso in cui la crisi sia stata determinata dal loro agire, un gigantesco conflitto d'interessi dell'intero sistema di potere renziano. 

Salva banche: le bugie e quello che si può fare

di Rita Castellani

Nonostante le promesse, vaghe e confuse in verità, del Governo, non c’è ancora alcuna chiarezza su come si possa riparare all’enorme danno procurato a migliaia di persone dal dissesto di Banca Etruria e Banca Marche e, in misura minore, delle Casse di Risparmio di Ferrara e Chieti.
Ci sono alcuni punti fermi, però. La disciplina europea in materia di corretta gestione delle banche e dei loro dissesti è cambiata progressivamente in questi anni, per impedire principalmente che le banche approfittassero di clienti non in grado di sopportare rischi e che, in caso di dissesto, il loro fallimento andasse a gravare sui contribuenti, contagiando l’intero sistema. Queste sono state le principali lezioni duramente apprese dalla crisi del 2007.

Il potere della menzogna

di Alberto Burgio
La politica in democrazia si affida a due funzioni fondamentali: l’esercizio di un potere legittimo (fondato sul consenso della maggioranza) e la produzione di narrazioni pubbliche. Il rapporto tra queste due funzioni costituisce un buon criterio di giudizio sulla qualità di un governo.
Quanto maggiore è la distanza tra l’una e l’altra (quanto meno attendibili sono le informazioni diffuse dal governo in merito ai propri obiettivi e alla situazione reale del paese), tanto minore è la legittimità sostanziale di un governo. Il quale si pone fuori dal quadro democratico se, nel perseguire i propri disegni, si affida alla menzogna politica, deformando per questa via l’esercizio della sovranità popolare. Stando così le cose, si può sostenere che il governo in carica è un esempio di violazione dei principi democratici, benché i critici che si ostinano ad affermarlo siano sempre meno numerosi (e sempre più rassegnati).

Infrastrutture sociali e innovazione. Intervista a Mariana Mazzucato

Intervista a Mariana Mazzucato di Roberta Carlini
Quando le parli di infrastrutture sociali, Mariana Mazzucato cita l’uomo sulla luna: una missione che "ha catalizzato investimenti in quattordici settori diversi, dei più differenti campi". Ecco cosa bisogna fare oggi: trasformare le sfide sociali – l’invecchiamento della popolazione, la cura, la salute – in missioni concrete, che comportino collaborazione tra pubblico e privato e chiamino in causa tutti i settori interessati. Economista esperta nel settore dell’innovazione e dell’industria, celebre anche fuori dall’accademia dopo il grande successo del libro The Entrepreneurial State (in italiano Lo Stato innovatore, edito da Laterza), Mazzucato è nello staff degli economisti chiamati da James Corbyn a rifare il programma del Labour Party inglese (con lei, Joseph Stiglitz e Thomas Piketty), ed è stata chiamata nel consiglio economico del governo scozzese proprio per un programma di conciliazione tra innovazione tecnologica e inclusione sociale.