La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 15 gennaio 2016

Cara Castellina, non sono d’accordo

di Roberta Fantozzi
La rottura del percorso unitario a sinistra non è cosa leggera. E’ questo il primo motivo per cui non condivido l’articolo di Luciana Castellina, che stimo da sempre moltissimo, ma che mi pare sottovaluti le conseguenze di quanto è avvenuto. Non è cosa leggera innanzitutto perché il rischio evidente è che le aspettative delle tante e dei tanti che ci avevano creduto, si trasformino in nuova frustrazione e rassegnazione. E non è cosa leggera perché tornare alla casella di partenza, con più percorsi che inevitabilmente rischiano di dissipare energie nella competizione reciproca più che nella cooperazione, non è davvero quanto sarebbe necessario nella condizione di così grave logoramento quale è quella delle sinistre del nostro paese.
Un anno e mezzo è un tempo lungo, ed è il tempo passato da quando sulle elezioni europee si è determinata una nuova convergenza superando divisioni pregresse, si è prodotto con mille difficoltà un lavoro comune riannodando percorsi e storie, si sono attivate nuove energie, premessa e speranza per un’inversione di tendenza.

VW, Renault, Peugeot, Fca… avanti la prossima

di Vincenzo Comito 
Premessa: sembrava che il settore dell’auto stesse digerendo con una certa aisance lo scandalo recente della Volkswagen. I dati che si andavano accumulando in queste settimane mostravano un andamento del mercato molto positivo per il settore. In Cina, il principale mercato mondiale, l’anno si chiudeva con vendite superiori del 7,3% a quelle dell’anno precedente, negli Usa si era avuto un anno record ed anche in Europa le cose andavano molto meglio. Marchionne annunciava con la solita aria trionfalistica che il 2015 era stato per il gruppo Fca un anno da ricordare.
Persino la Volkswagen aveva registrato una riduzione solo molto modesta del suo fatturato.
Sembrava comunque molto bizzarro che i trucchi li facesse soltanto la Volkswagen, tanto più che era noto da tempo che, almeno in Europa, i test relativi alle emissioni inquinanti delle varie case erano quasi tutti truccati, sotto lo sguardo molto distratto di Bruxelles.

Referendum, la controriforma Boschi

di Riccardo Magi e Mario Staderini
La riforma costituzionale Renzi-Boschi è un requiem per il referendum abrogativo. Gli ostacoli che nel corso degli anni lo hanno di fatto reso impraticabile, a partire dal quorum elevato e dalle procedure borboniche di raccolta firme, si aggravano anziché essere rimossi.
Introdurre una parziale riduzione del quorum per chi raccoglie in tre mesi 800mila firme autenticate da un pubblico ufficiale, significa permettere i referendum esclusivamente ai grandi partiti che dispongono sul territorio di un esercito di consiglieri comunali. I comitati di cittadini così come i movimenti di minoranza, privi di apparati parastatali, non avrebbero chance. Un istituto di democrazia diretta nato per garantire ai cittadini il diritto di abrogare le leggi votate dal parlamento, è stato così trasformato in uno strumento riservato per lo più ai gruppi di maggioranza che proprio quelle leggi hanno approvato.

Morti sul lavoro? Diminuiranno per decreto, basta non registrarli...

di Alessandro Avvisato 
Sul lavoro si muore troppo, in Italia. Un'altra statistica da “gufi”, di quelle che rovinano l'immagine di un paese dinamico, moderno, “straordinario”. Ma come si fa a diminuire le morti se tutto viene semplificato delegando il problema alle aziende? Le quali, com'è arcinoto, non ci pensano proprio a investire in sicurezza, neanche quando hanno una pistola sanzionatoria alla tempia, e che se possono sversare veleni ovunque lo fanno senza problemi?
Un governo moderno e dinamico si vede da queste cose: basta sradicare alla fonte il dispositivo di rilevamento degli incidenti sul lavoro. Come per la disoccupazione, insomma, se non puoi ridurre le dimensioni fisiche del problema prova almeno a ridurne il dato statistico. Se poi la gente muore lo stesso, o in quantità superiore, chissenefrega. Basta che non ci siano quei numeracci lì a certificare che siamo un paese di imprese assassine.

Alla ricerca dello sviluppo perduto, partendo dal Sud

di Daniela Palma
In un continuo rincorrersi di cifre le aspettative sulla tanto sospirata ripresa dell’economia italiana non trovano ancora riscontri positivi. Nel lungo periodo trascorso dall’inizio della crisi le prospettive legate all’impulso che sarebbe dovuto derivare dalla domanda estera al di fuori dell’ Europa travolta dalla recessione si sono molto ridimensionate a causa della forte battuta d’arresto dei paesi emergenti mentre, più recentemente, sono stati chiamati in causa i possibili effetti recessivi collegati alla recrudescenza del terrorismo di matrice islamica. Continua così a trascinarsi un “non detto” che spiega una parte significativa della perdurante crisi del nostro Paese e che – soprattutto se si guarda alla reale possibilità che l’economia nazionale possa trarre beneficio da un nuovo ciclo espansivo – andrebbe considerato con grande attenzione.

La parte dei senza parte

di Carla Panico e Francesco Festa
1. Letteratura e realtà risultano essere pratiche indistinguibili quando toccano argomenti caldi come è quello del crimine, divenendo una sorta di fantastico schermo su cui si proiettano le ansie sociali e le inquietudini culturali di una società. Nel corso dell’Ottocento la proiezione immaginaria e i processi di simbolizzazione hanno prodotto la realtà. Ad esempio, Les Mystères de Paris, i famosi criminali disegnati da Honoré de Balzac, la letteratura di Féval, la pubblicazione dei primi feuilletons e la nascita di fogli dedicati interamente alle vicende giudiziarie hanno dato vita a personaggi e modalità di invenzione del discorso pubblico straordinariamente imprevedibili. Nondimeno sono stati il riflesso di “grandi trasformazioni” nell’accumulazione capitalistica che hanno aperto la strada alla distinzione fra classe laborieuse e classe dangereuse: all’idea, cioè, che vi sia un gruppo sociale, quello dei delinquenti in sé, immaginato come separato dal resto della società, e definito così attraverso un processo di messa a distanza, di creazione di differenza.

I governi progressisti possono sopravvivere al proprio successo?

di Bruno Cava
A sud del confine di Oliver Stone, è la quintessenza della narrazione del ciclo progressista sudamericano. Il documentario del 2009 l'ascesa al potere di Chavez in Venezuela, il primo di una nuova generazione di governanti rossi (o rosati) che rompevano col neoliberismo monocromatico del mondo post-sovietico. Sostenuti dai poveri e dalla sinistra nazionalista, Chavez, Evo Morales (Bolivia), Rafael Correa (Ecuador), Néstor e Cristina Kirchner (Argentina) e Lula (Brasile) hanno affrontato le élite, la stampa faziosa, il golpismo della destra e hanno rotto con i governi neoliberali che avevano intensificato lo sfruttamento della povertà nei primi anni '90. La panoramica del film è inversa a quella di un road movie: invece di immergersi nei territori e nei processi moltitudinari, Stone passeggia sotto i palazzi del potere e aderisce al discorso quasi epico dei capi di stato. A sud del confine arriva a citare anche la caduta del muro di Berlino, sottolineando che il nuovo ciclo sudamericano si poneva controccorente rispetto al trionfalismo post-storico del Washington Consensus.

La faccia violenta dell’informazione

di Serena Chiodo
La faccia violenta dell’immigrazione. Si aprirà così, domani, il settimanale Panorama, con una copertina composta dai volti di tanti presunti immigrati, a occhi coperti (qui l’anteprima). Il periodico ha fatto una scelta precisa, specificandola peraltro nel sottotitolo: “Anche l’Italia ha vissuto il suo Capodanno di terrore. E un terzo dei reati è commesso da stranieri. A questo è dedicata la copertina di Panorama in edicola il 14 Gennaio”. Sull’onda lunga dei fatti di Colonia, la rivista ripropone un binomio mai abbandonato da media e politici nostrani: criminalità e immigrazione. A nulla servono i dati: come ad esempio quelli diffusi dal Ministero della Giustizia al 31 dicembre 2015, e ripresi dalla Fondazione Leone Moressa, che parlano di un calo dei detenuti stranieri rispetto al totale della popolazione carceraria: “i detenuti stranieri presenti nelle carceri italiane sono 17.340, ovvero un terzo della popolazione carceraria complessiva.

Come far sparire la disoccupazione cancellandone i dati per decreto

Far diminuire la disoccupazione, in tempi di crisi e di aumento dell'automazione nei processi produttivi, non è facile. Se poi sei un governo “ottimista”, che deve comunicare soltanto successi e radiose prospettive, diventa davvero problematico. C'è quella fastidiosa abitudine dei dati statistici a mettersi di traverso sull'autostrada della tua “comunicazione”.
Ma siccome sei un governo del fare, anche a questo si può trovare una soluzione. Basta cambiare i criteri con cui vengono classificati i dati statistici, intervenendo non sull'Istat – che è istituto serio – ma sui Centri per l'impiego (gli ex uffici di collocamento), da cui l'Istat riceverà poi dati un tantino “aggiustati” (si può fare con i processi, figuriamoci con la disoccupazione).

Portogallo, progressi e contraddizioni del patto delle sinistre

di João Camargo
Dopo le elezioni legislative portoghesi dello scorso ottobre sembrava improbabile che il loro risultato potesse reggere così a lungo. Il Partito socialista, diretto da António Costa, doveva scegliere fra una resa senza condizioni al centrodestra o una svolta a sinistra, sottoposto com’era alla pressione della maggioranza relativa ottenuta dal centrodestra che aveva governato in Portogallo negli anni della troika, da una parte, e della sinistra emergente, dall’altra. La pressione del Blocco di sinistra per far cadere il governo di centrodestra e appoggiare un governo del Partito socialista con con l’aiuto del Partito comunista e dei Verdi ebbe successo quando i socialisti, con il 28 % dei voti, e la sinistra, che ne rappresentava circa il 20 %, si unirono in Parlamento e votarono contro il programma del governo di coalizione delle destra, costringendo, contro la sua volontà, il presidente (di destra) della Repubblica a dare l’incarico a Costa per la formazione di un governo.

Sinistra, primi passi per un nuovo partito

di Antonio Floridia
Il progetto di costruire un nuovo partito della sinistra italiana procede faticosamente; da una parte, c’è un’attesa diffusa, che rischia di essere frustrata: dall’altra, le cronache politiche si soffermano sulle schermaglie tra i vari gruppi che dovrebbero dar vita al processo costituente. Un osservatore esterno, per quanto partecipe, non può che restare perplesso; e così pure le migliaia di potenziali aderenti. Beninteso, i problemi da risolvere sono obiettivamente tanti e complessi, ma non si può pensare di risolverli tutti e subito: un concreto avvio del processo costituente del partito (un partito, non una qualche altra vaga formula) appare urgente, se si vogliono incanalare e valorizzare energie e volontà.
Tra le questioni da affrontare, ancora largamente irrisolta è quella della cultura politica del nuovo soggetto, ossia di quell’insieme di idee e di principi, schemi interpretativi e modelli valutativi, che costituiscano una cornice condivisa e riconoscibile, sia per chi che al partito aderisce, sia per coloro che ad esso possono guardare con interesse.

Il troppo che avanza

di Veronica Gianfaldoni e Stefano Catone
Diversamente dalle tante realtà politiche che insistono sul territorio nazionale, la nostra ambizione è quella di far sì che siano i territori il cuore pulsante della nostra forza propositiva, attraverso le attività portate avanti dai comitati, ribaltando completamente l’approccio top-down che nella maggior parte delle esperienze di partito taglia fuori i militanti e le loro competenze.
Tra le attività promosse lungo tutta la penisola, un progetto che ci sta particolarmente a cuore è la riduzione degli sprechi alimentari: una gestione efficiente delle filiere e il consumo critico sono le due aree di intervento che permettono di incrementare la qualità della vita della popolazione attraverso azioni che puntino al miglioramento degli ecosistemi e al benessere degli individui.

Teste di turco

di Tommaso Di Francesco 
Come appare evidente, l’attentato di Istanbul ha cambiato le carte in tavola del conflitto in corso. È infatti il primo in territorio turco che si ritorce direttamente contro gli interessi del regime di Erdogan e dell’Akp, il partito islamista moderato al potere. Diversamente dall’attentato di Ankara dell’ottobre scorso, una strage di stato contro una marcia pacifista della sinistra e dei kurdi che ha provocato più di cento vittime già dimenticate con le indagini sulle responsabilità.
Così ora non c’è giornale o media che si rispetti che non indichi l’agguato kamikaze a Sultanahmet — ai margini del massacro in Siria — come «il conto» che lo Stato islamico presenta al Sultano Erdogan, il leader che ha istruito le milizie dell’Isis sui campi di battaglia dell’intera regione mediorientale. Purtroppo è una mezza verità, poco meno di un esercizio di retorica vuota, da testa o «testata» di turco. Dunque non basta, anzi.

È a Pechino la nuova Lehman?

di Carlo Milani
Le recenti cronache finanziarie sono state monopolizzate dai timori legati alla brusca caduta della Borsa cinese. George Soros, tra gli esponenti della finanza internazionale più conosciuti al mondo, ha dichiarato che le attuali turbolenze presenti sui mercati ricordano molto quelle viste nel 2008. Ci troviamo quindi davanti a una nuova crisi finanziaria globale, con effetti altrettanto devastanti come quelli registrati dopo il default della Lehman Brothers? Pur se rispondere a questa domanda è estremamente difficile possiamo in ogni caso fare qualche considerazione sul rischio di un nuovo collasso della finanza internazionale.
Il legame con la crisi finanziaria recente
Le turbolenze che stiamo vivendo in queste settimane, e che già si erano affacciate nell’estate del 2015, hanno radici profonde e sono legate sostanzialmente ad alcuni squilibri globali che già nel 2007/2008 avevano determinato la crisi negli Stati Uniti, che poi si è propagata in tutto il mondo (per una trattazione completa su questo tema si veda Milani, 2015, capitolo 1).

Fine vita: la battaglia più dura inizia ora

di Beatrice Brignone
Mercoledì scorso la conferenza dei presidenti dei gruppi alla Camera ha finalmente calendarizzato la Legge sul Fine Vita.
Il primo pensiero è andato a Max e al suo «questa volta ce la facciamo», ripetuto spesso in questi mesi. E’ andato a lui che, paralizzato nel suo letto in una piccola frazione tra le colline marchigiane chiamata “Castellaro”, si è fatto conoscere e ammirare in tutta Italia, con un battito di ciglia e la forza interiore di un leone.
Proprio pochi giorni fa, mentre gli spiegavo le mie riserve su un’azione che ritenevo piuttosto inutile, lui mi diceva «non ci sarà una sola azione determinante, ma ciascuna è come una martellata che produce una crepa nel muro, fino alla martellata fatale che lo butterà giù. Impossibile prevedere quale sarà». Il muro non è ancora stato buttato giù, ma la martellata è stata bella forte.

Speciale dopo le vicende di Colonia

Tolleranza zero. In questi giorni in Germania il governo della grosse koalition ha raccolto al Bundestag un consenso quasi unanime ed è passato ai fatti, ovvero restrizione del diritto d’asilo, nuove norme per espulsione in direttissima dei migranti colpevoli di reati penali. Nell’Europa centrale e del nord continuano a proliferare “gruppi di autodifesa” paramilitare formati da cittadini pronti a difendere “le nostre donne” in una visione patriarcale e xenofoba per cui il nemico-usurpatore-ingrato proviene dall’esterno, quando sappiamo che la violenza perpetrata sui corpi delle donne avviene in primis in ambito domestico e da persone “di famiglia”.
Le violenze sessuali dell’ultima notte del 2015 in sono state colpite per lo più donne sole (ma anche uomini, di cui non si parla molto) e non accompagnate, dunque (automaticamente) “disponibili”, ci ricordano ancora una volta che il patriarcato è un fatto sociale globale, e che riguarda soprattutto, al di là della religione e della cultura una configurazione distorta dei rapporti di potere tra i sessi.

Un mondo sempre più diseguale

di Ben Moshinsky
La distribuzione della ricchezza globale è ogni anno sempre più squilibrata, secondo uno studio condotto da Credit Suisse.
La banca ha prodotto statistiche per mostrare che solo lo 0,7% della popolazione adulta mondiale possiede quasi la metà della ricchezza mondiale, mentre il 71% ha meno di $10,000 (£6,500) ognuno.
I due terzi più poveri della popolazione possiedono un frammento del 3% della ricchezza mondiale, e la diseguaglianza continua a crescere, secondo gli analisti del Credit Suisse.
Ecco cosa hanno detto.

Cibo, fame, Expo

di Tonino D’Orazio
E’ finita l’Expo. Meno male. Mondo irreale di cartapesta. Con numero falso dei visitatori. Con debiti da pagare, da noi. Con scontro feroce di appalti per le aree del dopo fiera, un normale risiko di potenziale malaffare. Ci sarà di nuovo da stupirsi e da divertirsi.
Poi c’è un mondo reale, quello vero del globo con un surplus o un assenza feroce di cibo.
Intanto anche noi, cosa mangiamo? I nostri iper/super mercati sono pieni di strani prodotti: pomodori e fragole senza stagioni e senza sapore, prodotti inverno e estate da serre surriscaldate, a colpi di fungicidi e concimi chimici; frutti vari che viaggiano acerbi attraverso il mondo per arrivare quasi maturi; piatti preparati e costruiti con misto di carni varie e surrogati, grassi, zucchero, lattosio, sale; pizze guarnite con “formaggi analoghi” che non contengono una goccia di latte. Bombe calorifere, cibi polisaturati che certificano milioni di obesi, quasi tutti tra il 40° e il 65° parallelo nord del globo.

Il creatore di mostri e i kurdi di Rojava

di Alexik
Risvegliare mostri comporta, prima o poi, il rischio di non saperli più controllare. A due giorni dall’attentato di Istanbul sembra questa la condizione del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e del suo premier Ahmet Davutoğlu, ora che l’incendio che hanno contribuito ad appiccare dal proprio vicino siriano comincia a divampargli in casa.
Comincia a pagare pegno, Erdogan, per la sua scelta di utilizzare i gruppi jiadisti in funzione del suo delirio neo ottomano. Credeva che la destabilizzazione della Siria a proprio vantaggio, le prospettive di spartizione dei suoi territori e risorse, valessero il prezzo di qualche collaborazione discutibile, sia che si trattasse di al-Nusra, braccio siriano di al-Qāida, o delle formazione di Abu Bakr al Baghdadi (meglio conosciuta come Isis, ma che qui si preferisce indicare col termine dispregiativo arabo di Daesh).
Credeva valesse la pena l’utilizzo di siffatti alleati nell’ambito della strategia della tensione, quando gli attentati di Soruk e di Ankara fecero strage fra le file dell’opposizione curda e di sinistra.

I fatti di Capodanno a Colonia, «un fenomeno emergente»

di Monica Zoppè
Sugli attacchi alle donne la notte di capodanno in diverse città della Germania c’è ancora molta luce da fare. C’è chi parla di una regia, di una strategia escogitata non si sa bene da chi, né a che scopo, tuttavia finora nessuna «mente» è stata identificata, né è chiaro come questa avrebbe agito, per coordinare un così grande numero di attacchi in parecchie città diverse e lontane.
Senza essere esperta sociologa, ritengo possibile che quel che è avvenuto sia uno esempio di «fenomeno emergente», un effetto imprevedibile sviluppato in modo pressoché autonomo, come diretta conseguenza delle condizioni date.
Come prima condizione vediamo un gran numero di persone frustrate da una qualità di vita decisamente scarsa, a volte pessima, in un paese in cui per contro, la maggior parte degli «altri» gode di un sistema che invece funziona bene (per gli altri), almeno apparentemente.

La libertà di movimento dei capitali può destabilizzare le economie

di Wolfgang Münchau
Quando Margaret Thatcher prese il potere in Gran Bretagna nel 1979, una delle sue prime decisioni come primo ministro fu di abolire i controlli sui movimenti di capitali. Era l’inizio di una nuova era e non solo per la Gran Bretagna. La libera circolazione dei capitali è diventata uno degli assiomi del capitalismo moderno globale. È anche una delle “quattro libertà” del mercato unico europeo (insieme al libero movimento di persone, merci e servizi).
Ora, potremmo chiederci se la rimozione dello strumento di controllo sui movimenti di capitali può aver contribuito ad una serie di crisi finanziarie. Per rispondere a questo, è istruttivo rivisitare un dibattito di tre decenni fa, quando molti in Europa investirono le loro speranze in una combinazione di liberi scambi, libera mobilità dei capitali, tasso di cambio fisso e politica monetaria indipendente — quattro politiche che il defunto economista italiano, Tommaso Padoa-Schioppa, definì un “Quartetto incoerente”.

La vergogna della DIAZ. 45mila euro per tacere

di Stefania Sardisco 
I muri della scuola Diaz erano completamente sporchi di sangue.
Una schiera di poliziotti in antisommossa, nel cuore della notte, hanno fatto irruzione nella scuola Diaz di Genova dove dormivano manifestanti pacifici provenienti da tutta Europa per manifestare contro il G8.
Persone di ogni età sono state massacrate di botte durante il blitz. Ho letto e ho ascoltato video di testimonianze da brivido! Piercing strappati via dalla faccia, sessantenni con gambe e costole rotte bastonati da gruppi di poliziotti imbestialiti… sputi in faccia, manganellate date a gente per terra inerme, giovani con le braccia alzate costretti per ore a stare in ginocchio.

Sciascia e i professionisti dell'antimafia

di Matteo Di Gesù
La questione che, a ben vedere, sottende tutta l’inchiesta letteraria di Sciascia (comprendendo in questa formula inquirente l’intera sua produzione: narrativa, saggistica, giornalistica) e che, dalla metà degli anni Settanta fino a tutti gli Ottanta, sullo sfondo di un’attualità politica, criminale e giudiziaria che in Italia si va facendo più greve e fosca, diverrà un vero rovello, è la giustizia. Se inNero su nero il tema viene sviscerato prevalentemente analizzando i presupposti ideologici e le azioni del terrorismo brigatista, e con essi le reazioni altrettanto ideologiche della classe dirigente e delle istituzioni di uno Stato che improvvisamente sembra legittimato dall’offensiva sanguinosa e insensata delle BR, in A futura memoria (se la memoria ha un futuro) l’indagine sciasciana si focalizza sul fenomeno mafioso, mantenendo intatto quello spirito garantista intransigente che aveva contraddistinto le sue eretiche posizioni sull’eversione comunista[1].

Arabia Saudita fra crisi di bilancio, repressione interna e riposizionamento regionale

di Andrea Vento
Lo scontro diplomatico in atto fra Arabia Saudita e Iran, acceso dall’esecuzione dell’Imam sciita Nimr al-Nimr, sta alimentando pericolose tensioni nella martoriata regione mediorientale già lacerata dagli annosi conflitti interni in Iraq e Siria e dall’intervento militare Saudita in Yemen, ai quali, negli ultimi mesi si sono aggiunti ulteriori preoccupanti focolai: la ripresa della repressione della minoranza curda in Turchia da parte del regime islamista di Ankara, lo spontaneo avvio dell’Intifada di Gerusalemme che ha riportato sulla ribalta internazionale l’irrisolta “Questione palestinese” e il riacutizzarsi degli scontri fra Israele ed Hezbollah[1], già aspramente confrontatesi nella “Guerra dei 33 giorni” che insanguinò il “paese dei cedri” nell’estate del 2006.
La situazione generale del Medio Oriente, peraltro caratterizzata a partire dall’inizio del XX secolo da una profonda instabilità e da frequenti conflitti, ha raggiunto ad inizio 2016 un livello di drammaticità mai registrato in passato, anche in considerazione dell’acuirsi della frattura fra mondo sunnita e quello sciita, alimentato più dallo scontro fra Riyadh e Teheran per l’egemonia regionale, che da uno spontaneo movimento dal basso sorto all’interno alle due comunità.

Output gap. La politica economica legata a un numero

di Diletta Colocci
Nel rispetto di quanto disposto dal fiscal compact, dall'aprile del 2012 è stata inserita nella costituzione italiana la regola secondo cui il bilancio dello Stato deve essere in pareggio in termini “strutturali”, vale a dire al netto delle fasi avverse o favorevoli del ciclo economico. Ma la valutazione del rispetto di questa regola cambia se si usa la stima della Commissione europea o quella dell’OCSE, con implicazioni rilevanti sull’entità della manovra correttiva richiesta all’Italia per rispettare i vincoli di bilancio. In definitiva, dalle diverse stime derivano differenze notevoli nei margini per le politiche di sostegno del reddito disponibile delle famiglie e dell’investimento pubblico e privato in infrastrutture fisiche e sociali.

L'automobile al centro dell'"economia della truffa". Crollano le borse

di Claudio Conti 
Per un secolo l'automobile è stata la merce-pivot dello sviluppo capitalistico. Simbolo di libertà, mezzo di mobilità individuale, status symbol, schiavitù domestica, catalizzatore di tasse e balzelli, bisogno primario nella modernità metropolitana. E aggiungete voi tutto quel che manca a questo elenco.
Normale, dunque, che “i mercati” reagiscano malissimo al tracollo di credibilità che deriva da due notizie pessime in contemporanea – come se non ce ne fossero già abbastanza – concernenti proprio il settore auto. La prima, e più importante, riguarda il gruppo Nissan-Renault, uno dei player globali più solidi, che avrebbe fatto esattamente come Volkswagen, truccando le centraline che dovevano abbattere le emissioni nocive.

Quella strana attività militare in Libia

di Andrea Purgatori
Voli fantasma di aerocisterne per il rifornimento dei caccia sul Canale di Sicilia. Segnalazioni di bombardamenti mirati su alcune roccaforti dell'Isis. Un attacco armato non confermato ufficialmente ai cancelli dell'hub Eni a Mellitah, respinto dalle forze di sicurezza dell'impianto (ma quali?). Un blitz italiano con un aereo militare a Misurata per raccogliere alcuni feriti gravi dell'attentato kamikaze di qualche giorno fa a Zliten (74 morti). I segnali di una vigilia di guerra in Libia si moltiplicano, mentre è partito il conto alla rovescia per il varo del Governo di unità nazionale, e sul campo procede la mappatura degli obiettivi Isis da colpire.
È una corsa frenetica contro i tempi estenuanti della politica e contro le fazioni alleate del Califfato quella che si consuma in queste ore da Tripoli a Tobruk, per non parlare della fascia sahariana a Sud.

L’eredità sociale di David Bowie

di Enrico Cerrini e Raffaele Pavoni 
Al contrario di altri cantanti a lui contemporanei, David Bowie non è mai stato schierato politicamente. Sempre parco nel parlare della sua vita, ha osservato la società con distacco poetico. Per quanto ci è lecito sapere, non apprezzava le dittature, come testimoniato dal concept album “Diamond Dogs”, dichiaratamente ispirato all’opera “1984” di George Orwell. Qui troviamo una delle sue canzoni più belle: “Rebel Rebel”, simbolo di ribellione contro qualsiasi imposizione.
You want more and you want it fast
They put you down, they say I’m wrong
You tacky thing, you put them on
Rebel Rebel, you’ve torn your dress
Rebel Rebel, your face is a mess
Rebel Rebel, how could they know?
Hot tramp, I love you so!

«Belle epoque» della dittatura e jihadismo

di Emanuele Giordana 
Può rassicurarci, oltreché allarmarci, sostenere che Jakarta è come Parigi e Istanbul. Che Daesh ha un progetto globale e che il Paese delle 13mila isole è il tassello più gustoso del Califfato allargato. Ma la targa Stato islamico sull’attentato di Jakarta non deve farci dimenticare di che Paese parliamo. Ogni nazione ha una storia nella quale il jihadismo, al netto dell’imperscrutabile richiamo che esercita soprattutto su alcuni giovani musulmani, può giocare un ruolo eterodiretto.
E non solo da Raqqa. L’Indonesia, fino ad allora sopratutto meta turistica e, per i più edotti l’ex regno di una dittatura ultratrentennale, fece parlare di sé nel 2002 con la bomba di Bali.

Confiscate, confiscate pure

di Alessandro Ghebreigziabiher
Caro Governo Danese,
ho saputo che vi state avviando a esercitare il diritto di confiscare i nostri beni, al fine di coprire le spese che ci riguardano.
Non ho molta voglia di parlare di diritti.
Soprattutto dei miei.
Forse perché ho dimenticato cosa siano.
O, magari, proprio perché è la cosa che rammento meglio.
Ecco perché non protesterò.
Non alzerò la voce per mettere a rischio ogni singolo istante che ancora mi attende.
Non mi opporrò all’ennesimo abuso.
Perché vivere un altro giorno ancora e andare avanti così, finché strada ci sarà, è il paradiso.
L’inferno è solo una delle forme di quest’ultimo che vorrete concederci, malgrado sappiamo già come sia fatto.
Per questa ragione sono qui, ora.

Nuova contrattazione, una sfida per il paese

Intervista a Franco Martini di Stefano Iucci
Cgil, Cisl e Uil unite sulla riforma contrattuale. È un appuntamento importante quello che vede oggi (14/1) riuniti a Roma gli esecutivi unitari delle tre confederazioni con l’obiettivo di dare il via libera a un documento che ha l’ambizione di riscrivere il modello delle relazioni industriali in Italia. Un capitolo importante che attiene non solo alle esigenze dei lavoratori e delle imprese, ma all’interesse generale del paese e alle sue possibilità di uscire dalla crisi. Un piano ambizioso e unitario, che arriva dopo l’importante Testo Unico sulla rappresentanza siglato con Confindustria nel gennaio del 2014 e poi, successivamente, con Confservizi, Confcooperative e Confcommercio. “Una volta approvato – spiega Franco Martini, segretario confederale Cgil con delega alla contrattazione –, il testo verrà inviato a tutte le controparti datoriali del settore privato, con la prospettiva di aprire un confronto a tutto campo”.

Lo spirito costituente della deforma Renzi-Boschi

di Antonio Pileggi
Il capo del Governo dell’Italia, che è anche capo del suo partito, nella conferenza stampa di fine anno, ha dichiarato che, se non dovesse passare il “SI” alle sue riforme costituzionali nel referendum del prossimo autunno, la sua esperienza politica finirà. Le doppie funzioni esercitate da Renzi pongono l’esigenza di sottolineare che il voler legare ai destini politici della sua persona il processo di formazione della volontà costitutiva della Legge costituzionale nulla ha a che fare con lo “spirito costituente” che dovrebbe animare qualsiasi costituzione avente il connotato liberal-democratico. Dalla secolare Costituzione americana in poi, dovrebbe essere del tutto ovvio che, quando il “potere legislativo” sia impegnato a discutere e a decidere in materia costituzionale (o il popolo sovrano sia chiamato a partecipare ad un referendum su questioni di natura costituzionale), il “potere esecutivo” dovrebbe fare un passo indietro e tacere. È sconcertante la pretesa di far diventare un referendum sugli assetti ordinamentali della Repubblica in un plebiscito incentrato su una persona.

L’Abruzzo (del Pd) rompe il fronte referendario antitrivelle

di Serena Giannico
L’Abruzzo abbandona il referendum antitrivelle. E lo fa con una decisione della Giunta regionale che, in gran segreto, ingrana la marcia indietro, ignorando il mandato del Consiglio regionale che, invece, compatto, il 24 settembre 2015 aveva scelto di portare avanti la consultazione popolare insieme ad altre nove Regioni (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise). Voltafaccia del presidente Luciano D’Alfonso (Pd) che in questa maniera lancia un chiaro segnale di fedeltà al premier Matteo Renzi che si sta muovendo su ogni fronte per evitare il referendum antipetrolio.
D’Alfonso baratta la cancellazione del progetto «Ombrina Mare» e i soldi del Masterplan (753 milioni) con l’abbandono del referendum?

Afghanistan: pochi eroi, tanta eroina

di Enrico Campofreda
Dire che a Kabul ci sia un luogo di perdizione, sembra una battuta, anche di cattivo gusto. Tanto è drammatica la vita in ogni angolo di quella capitale. Eppure il ponte di Pul-e Sukhta da tempo è diventato un luogo sempre più frequentato. Da un’umanità dannata - oltre che dalla guerra e dall’occupazione occidentale che prosegue anche coi nostri nuclei di bravi alpini e parà - e consumata dalla tossicodipendenza. Che è in crescita, anno dopo anno. Stime degli organismi internazionali impegnati a studiare il fenomeno (Unodoc) pongono l’Afghanistan in testa alla produzione dell’oppio, alla sua lavorazione e diffusione. Tutto ciò avviene con la splendida collaborazione fra trafficanti locali e occidentali, clan politici: la storia della famiglia Karzai e della sanguinaria fine di uno dei fratelli dell’ex presidente sono note, ma per vari parlamentari la festa continua, il più recente caso della chiacchierata Fawzia Koofi lo dimostra.

World Economic Forum: nel 2016, il clima primo fattore di rischio globale

di Luca Aterini
Per la prima volta, il gotha dell’economia mondiale riconosce esplicitamente il cambiamento climatico come il rischio più grande per il mondo. Non le armi di distruzione di massa (che occupano il 2° posto della lugubre classifica), non le crisi idriche (3° posto), le migrazioni involontarie su larga scala (4°) o i forti shock dei prezzi delle fonti energetiche (5°) che anche in questi giorni stanno terremotando le borse mondiali. Secondo il Wolrd economic forum, che ha appena pubblicato l’11esimo Global risk report, la «mancata mitigazione e il mancato adattamento al cambiamento climatico sono il rischio globale numero uno in termini di impatto, mentre il rischio più probabile è costituito dalle migrazioni involontarie su larga scala, che registrano quest’anno la più forte crescita in termini di impatto e di probabilità».
È la prima volta nella storia di questo rapporto che un rischio ambientale conquista il primo posto in classifica, anche se già la passata edizione poneva la tematica in grandissimo rilievo.

Call center, in Grecia le majors fanno surf su austerità e disoccupazione

di Checchino Antonini
Grazie all’austerità, anche alcune imprese francesi stanno prosperando in Grecia, ad esempio Teleperformance, il leader mondiale dei servizi di outsourcing ai clienti. La sua ricetta: per attirare i giovani laureati provenienti da tutta Europa offre di venire a godersi il sole di Atene …e lavorare all’interno del suo gigantesco call center multilingue. Con salari più bassi che altrove in Europa, protezioni sociali niente e l’assenza di organizzazioni sindacali in azienda, centinaia di giovani provano a sfuggire a una disoccupazione giovanile di circa il 20% in media in Europa.
Atene, di fronte all’edificio principale di Teleperformance, quartiere di Kallithea. si fa ancora molto morbido in inverno precoce. Il boulevard Thisseos, che porta al mare, è fiancheggiato da palme.

Una battaglia «messianica»

di Francesco Marchianò
Cambiare il corso della Storia: istruzioni per l’uso. Potrebbe chiamarsi così un recente pamphlet di Mario Tronti pubblicato da Castelvecchi che raccoglie quattro sue lezioni tenute presso l’Istituto per gli Studi Filosofici di Napoli nel marzo del 2010. Certo, un titolo del genere suonerebbe oltremodo ambizioso e presuntuoso, specialmente per un volume di poche pagine, eppure è al fondo questo l’obiettivo politico e intellettuale insieme di questo lavoro (Il nano e il manichino. La teologia come lingua della politica, Castelvecchi, pp. 60, euro 7,50).
L’interrogativo, va da sé, è come riuscire a cambiare la Storia, con quali strumenti, con quali modalità. Perché ciò accada, occorre qualcosa che vada di traverso al meccanismo negli avvenimenti e ne modifichi il corso. Ci vuole, cioè, la politica che per Tronti «è un comportamento di pensiero e di azione scorretto rispetto alla Storia: perché si contrappone ad essa, non accetta il suo corso e si propone di deviarlo».

Geopolitica e comprensione del mondo

di Pierluigi Fagan
Uscito di recente, “Il mondo nel 2016 in 200 mappe” per i tipi della Leg edizioni di Gorizia, a cura di Frank Tétart, offre una buona panoramica su i costituenti geopolitici del mondo attuale ed a venire. Il volume è una guida che mira allo sguardo panoramico, sintetico e non particolarmente approfondito, sebbene abbastanza ampio e completo. Forse si sorvola con un po’ troppa leggerezza sull’intera questione medio-orientale ma poiché Wikipedia.fra c’informa che il compilatore insegna, tra l’altro, negli Emirati Arabi Uniti, si capisce l’auto-censura. Cinque le sezioni: attori geopolitici, guerre – conflitti e tensioni, problemi ambientali, globalizzazione, aspetti sovrastrutturali. E’ una buona introduzione alla complessità delle rete di variabili che tessono l’ordito geopolitico del pianeta, niente di che, ma un buon entry-level per approcciare la questione.

Gli orrori hanno un sesso

di Lea Melandri
È vero che non tutti gli uomini uccidono, che la cultura maschile da secoli non ha seminato solo morte, ma dato vita anche a opere sublimi di civiltà; è vero che l’amore, la solidarietà, il pacifismo non le sono estranei. Forse è per questo che esitiamo a nominare alcune verità.
La prima è che la violenza, dalle guerre tra Stati alle guerre civili dovute al fanatismo o a problemi sociali, alla persecuzione delle minoranze, è stata praticata dal sesso maschile, sia pure con l’aiuto e la complicità delle donne.
La seconda considerazione è che l’amore e l’odio, considerate pulsioni contrapposte, non si danno mai isolatamente, vincolate come sono l’una all’altra.

Unioni Civili, basta ipocrisie, è il tempo dei diritti

di Nicola Fratoianni 
Certa politica italiana non si smentisce e tutte le volte che ci si confronta sui diritti vanno in scena balletti insopportabili che non tengono in nessun conto la vita delle persone, ma solo gli equilibrismi e i contrappesi politici.
Il ddl Cirinnà, come si sa, non è la proposta di Sinistra Italiana. Noi restiamo convinti che i diritti devono essere interi e per tutte e tutti e che sia arrivato il tempo di parlare di matrimoni omosessuali. E tuttavia, è un passo in avanti che va difeso con le unghie e con i denti. Perché è ora che lo Stato la smetta di intromettersi nella vita affettiva delle persone e la smetta di pretendere di stabilire cosa sia amore e cosa invece no. Perché è ora che la politica e la classe dirigente italiana si guardino allo specchio e tolgano la maschera dell'ipocrisia che nel corso di questi decenni ha impedito non solo l'approvazione di una legge che garantisca i diritti alle coppie omosessuali, ma anche un dibattito sereno, alla luce del sole.

Errori e prospettive venezuelane

di Michael Albert
Il Venezuela sta affrontando una crisi. La “opposizione” che comprende non soltanto i proprietari delle grosse aziende, ma anche molti professionisti e anche operai, ha il potere legislativo ed è fortemente determinata a ribaltare i successi bolivariani, rimuovendo i funzionari, ribaltando le leggi bolivariane e approvandone nuove, e perfino scrivendo una nuova costituzione per sostituire quella adottata dai bolivariani. Maduro, tuttavia, è ancora presidente ed è determinato ad ampliare i successi bolivariani.
Il progetto bolivariano iniziò con l’incarico esecutivo di presidente e con un massiccio appoggio popolare. L’opposizione controllava vaste aree dell’economia, dei media, la maggior parte degli uffici governativi, della polizia locale, ecc.

Bastano pochi dati per smontare le bugie degli antiabortisti

di Chiara Lalli
È morta a meno di vent’anni presso l’azienda ospedaliera Antonio Cardarelli, a Napoli. Era all’undicesima settimana di gravidanza. Stava abortendo perché l’assunzione di alcuni farmaci aveva verosimilmente danneggiato il feto.
Per sapere cosa sia successo e se c’è stato un errore medico bisognerà aspettare l’autopsia (al Cardarelli poche settimane fa era stato assegnato il bollino rosa e secondo il direttore le procedure sono state corrette).
Ma intanto non mancano i commenti e le reazioni asserviti a uno scopo ben preciso: condannare gli aborti volontari e magari – perché no? – riuscire prima o poi a renderli nuovamente illegali o molto difficili da ottenere.

Lettera di una professoressa sulla scuola di oggi e sull'umanesimo sociale

di Daniela Mastracci
I ragazzi sono distratti. Non tutti, non sempre; ma la gran parte e spesso.
Credo si sappia quanto la scuola sia lontana dalla politica. E la scuola è il luogo e l’esperienza che più unisce i ragazzi, dalle periferie, al cuore delle città, ai paesi, alle campagne. E’ il tempo che più li coinvolge e assorbe.
Ma si sa, immagino, quanto ancor più lontana sia dalla politica la loro “vita reale”, che reale non è affatto, tanto meno autentica dal punto di vista della capacità critica di auto orientarsi nelle scelte. La virtualità delle chat, dei social, del web frequentato per il sentito dire, per gossip, per ridere di chi appare brutto, diverso, “strano”, ai margini, chi non rientra negli stereotipi introiettati e esibiti a volte anche con violenza verbale, con osceni linguaggi del corpo…

Una barriera mobile

di Giuliano Battiston 
Con La frontiera, appena pubblicato dalla casa editrice Feltrinelli (pp. 320, euro 17), Alessandro Leogrande si conferma uno dei nostri migliori giornalisti. Il libro è l’ultimo tassello di un lungo e consapevole percorso di ricerca e carotaggio, nel solco della migliore inchiesta sociale italiana, quella di Danilo Dolci, Guido Montaldi, Camilla Cederna, Corrado Stajano, contaminata con i contributi dei numi tutelari della non fiction americana, da Truman Capote a William Langewiesche. Le ambizioni sono le stesse, ieri come oggi, in Italia come negli Stati Uniti: raccontare per capire meglio. La frontiera arriva dopo altri libri importanti dello stesso autore, tra cui Uomini e caporali (Mondadori 2008), un viaggio tra i nuovi schiavi nel tavoliere delle Puglie, e Il naufragio(Feltrinelli, 2011), sui profughi albanesi uccisi il 28 marzo 1997 in seguito allo speronamento della nave Kater i rades da parte di una corvette della marina italiana.

Gli ambientalisti: nelle istituzioni italiane pasdaran pro trivelle

di Greenpeace Italia
Il Governo Renzi ha un problema con i pasdaran pro-trivelle del Ministero dello Sviluppo Economico che, favorendo il più clamoroso conflitto istituzionale oggi in atto (con 10 Regioni che hanno promosso 6 referendum), interpretano in maniera distorta e riduttiva il ruolo del Ministero, facendo proprie le valutazioni di Assomineraria e gli interessi dei petrolieri e non difendendo, con altrettanta forza, gli altri settori economici consolidati strategici per il Paese (turismo e pesca).
WWF, Legambiente e Greenpeace Italia chiedono il rigetto definitivo di tutti i procedimenti ancora pendenti nell’area di interdizione delle 12 miglia dalla costa (a cominciare da Ombrina) e una moratoria di tutte le attività di trivellazione a mare e a terra. Le associazionidenunciano inoltre una grave distorsione nell’operato del Ministero dello Sviluppo Economico, che sostiene e attua politiche di retroguardia in una difesa d’ufficio dei combustibili fossili, contro le scelte energetiche imposte dagli impegni assunti dall’Italia per la salvaguardia del clima: promuovere le energie rinnovabili, il risparmio e l’efficienza energetica per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5°C.

giovedì 14 gennaio 2016

Monsanto e l’anno delle libellule

di Leandro Ross
Durante l’estate, le libellule volano e si raggruppano. Si vedono pullulare nei giorni più caldi. Si fanno notare quando è giorno. Ma quando cala la notte, sono difficili da vedere. Però si sentono cantare. E quando sono molte, il suono è molto forte. Libellule così, si fanno vedere nei periodi estivi all’interno delbloqueo [sbarramento] contro la Monsanto, vicino alla città di Malvinas Argentinas. Questa estate non ha fatto eccezione. Da allora, sono già trascorsi tre giorni e mezzo dalla notifica di sgombero che hanno ricevuto il 30 dicembre, verso mezzogiorno.
“Il fatto è che ho ricevuto due inviti per trascorrere le vacanze al fiume. Però preferisco restare qui, nel presidio”, sottolinea una delle persone presenti e che proviene da Rosario di Santa Fe. Assieme ad un’altra compagna, è arrivata al presidio a seguito della notizia di un possibile violento sgombero del posto.

La statualità perduta di Colonia

di Monica Pepe
"Allarme terrorismo, Capodanno blindato in Europa e negli Usa".
Avevano ragione i media di tutta Europa, c'era da temere che per la notte di Capodanno potesse succedere qualcosa di grave.
"Ci rendevamo conto che la polizia in quel momento era sotto organico e che questa situazione noi donne dovevamo affrontarla da sole" ha detto una delle ragazze aggredite a Colonia.
Ci vorranno ancora giorni per mettere a fuoco la dinamica delle violenze della notte di Colonia.
Le denunce sono venute giù una dopo l'altra come una slavina, le fonti parlano del 40% di violenze sessuali, e alle denunce di donne si sono unite anche quelle di alcuni uomini, tema e tabù antico anche questo come il mondo.

La ‘svolta buona’ (ma per il tuo avversario)

di Alfredo Morganti 
Dice bene Zagrebelski, che questa riforma costituzionale, per la quale saremo chiamati a pronunciarci nel referendum-plebiscito, “segna il passaggio dalla democrazia al potere dell’oligarchia”. Ma è pur vero che la sensibilità diffusa su questa tema del restringimento della sovranità a una parte sempre più ridotta della società e delle istituzioni non è altissima. Sbaglierò, ma cresce il numero delle persone disposte a cedere libertà per una maggiore ‘efficienza’ (diciamo così) del sistema. Disposte a cedere privacy, potere, trasparenza in nome della possibilità di acquistare un gadget elettronico, fare una vacanza in più, percepire più ‘sicurezza’. Cedere ‘responsabilità’, insomma, in cambio di cose, di piaceri e di una maggiore agibilità del tempo libero.

La reazione è nemica della pace

L’ultimo attentato a Istanbul ha aggiunto tragedia alla tragedia vissuta dal nostro paese e da tutta la regione.
Un attentatore suicida ha ucciso dieci persone innocenti, stavolta turisti che vistavano Istanbul. Il colpevole indicato è Daesh.
Come hanno dimostrato le stragi precedenti, il colpevole vero dietro questo attacco è l’establishment e i suoi poteri esecutivi. Questo potere in Turchia è rappresentato dal partito di governo, reazionario, Akp. L’Akp ha sostenuto non solo Daesh ma anche tutte le altre gang reazionarie in Siria e Iraq, per lungo tempo. E’ del tutto evidente che la Turchia è servita come base a questi gruppi per attaccare il popolo siriano. Di conseguenza, l’Akp è al centro dei crimini di guerra perpetrati contro il popolo siriano e contro l’umanità.

Il viale del tramonto del renzismo

di Michele Prospero 
C’è un sondaggio Ixé-Agoràche che sollecita qualche riflessione. Dice che il Pd, sebbene in calo, è comunque più popolare del suo leader, di 4 punti. Il mito del capo, come il solo portatore di un consenso personale travolgente, si sta afflosciando. Le canonizzazioni del comandante, come garante di successo in virtù di uno sfondamento legato alla solitudine della leadership, si rivelano affrettate.
Oltre che sul piano dell’azione di governo, anche sulle fortune elettorali del suo partito l’impatto del capo solo al comando comincia ad essere misurato come problematico. Il governo della propaganda due punto zero raggiunge risultati sensibilmente inferiori a quelli registrati da altri esecutivi europei. E persino un giornale amico, come “Il Sole 24 ore”, comincia a fare comparazioni impertinenti tra annunci e risultati e a fornire impietosi responsi.
La popolarità del premier è in caduta. Eppure non esiste più il sistema quadripolare emerso con il voto del 2013. Quasi tutti i deputati di Scelta civica sono passati al Pd, e quindi un potenziale 10 per cento dell’elettorato è entrato nell’orbita del Nazareno. Forza Italia è polverizzata e almeno il 15 per cento dei suoi elettori è in mobilità.