La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 16 aprile 2016

Vita ribelle e irregolare di Jean Genet

di Tommaso Giagni
È una fatica, confrontarsi con un irregolare. Una fatica studiare la trama dei ricchi tappeti che Jean Genet stende, in prosa, per far camminare comodamente i marginali di cui racconta. La fatica che media fra il prima e il dopo, nella crescita delle persone, e per questo le respinge. Sì, Genet pretende uno sforzo. Dal lettore, al quale offre una scrittura densa, articolata in una perenne alternanza fra registro alto e argot di strada o di prigione. E soprattutto è all’uomo che chiede di sforzarsi, mettendo in discussione i dogmi che ha intorno.
I trent’anni che ci dividono, proprio oggi, dalla sua morte, segnano una distanza che è una frattura. Per come è stata deprezzata la considerazione dello sforzo, celebrare oggi la memoria di Genet sembra una battaglia contro i mulini a vento. Quando i suoi lavori, e la sua vita, sarebbero di vero aiuto per chiunque affronti la scrittura, e la vita.

I richiedenti asilo che non esistono

di Serena Chiodo
“Almeno 10.000 richiedenti asilo e rifugiati in Italia vivono al di fuori del sistema di accoglienza,in condizioni di precarietà e marginalità, senza alcuna assistenza istituzionale e con scarso accesso alle cure mediche”. La denuncia arriva da Medici Senza Frontiere, che lo scorso 14 aprile ha presentato a Roma il nuovo dossier “Fuori Campo. Richiedenti asilo e rifugiati in Italia: insediamenti informali e marginalità sociale”. Una presentazione che è avvenuta a Metropoliz, ex fabbrica abbandonata nel quartiere romano di Tor Sapienza, occupata nel 2009 dai Blocchi Precari Metropolitani, e nella quale attualmente vivono circa sessanta nuclei familiari per la maggior parte provenienti da America Latina, Maghreb, Corno d’Africa, Italia.
Una scelta significativa, quella compiuta da Msf, che nel rapporto ha proposto una mappatura su scala nazionale degli insediamenti informali – edifici occupati, baraccopoli, tendopoli – abitati in prevalenza da rifugiati e richiedenti asilo esclusi dal sistema di accoglienza governativo.

Google, Apple, Coca Cola e altre 47 big company americane hanno nascosto 1,4 trilioni $ in paradisi offshore

di Biagio Simonetta
Se lo scandalo Panama Papers sta scoperchiando i segreti finanziari di star e professionisti, un altro angolo buio della finanza mondiale è esploso nelle ultime ore. E porta la firma di Oxfam, una delle più grandi ONG al mondo specializzata in aiuti umanitari, che nel suo rapporto “Broken at the Top” lancia pesanti accuse nei confronti di cinquanta big americane. Si tratta di alcune delle compagnie più importanti al mondo nel campo tecnologico, bancario, industriale, petrolifero e farmaceutico: da Alphabet (Google) ad Apple, da Microsoft a Coca Cola, da General Electric a Pfizer. Cinquanta colossi che detengono fiumi di danaro al di fuori dei confini degli Stati Uniti d'America così da nasconderli al fisco e pagare meno tasse.
Secondo Oxfam, le compagnie in questione custodiscono in paradisi fiscali 1.400 miliardi di dollari. Che per fare un termine di paragone, equivalgono all'intero Pil di Spagna, Messico o Australia.

venerdì 15 aprile 2016

Liberiamo le energie

di Edoardo Zanchini 
Il referendum sulle trivellazioni ha posto in maniera evidente il bivio di fronte a cui ci troviamo nelle scelte energetiche che riguardano il Paese. Da un lato la scelta di accelerare verso un sistema sempre più incentrato sulle rinnovabili, distribuito e democratico, dall’altro la difesa di un mondo che ruota intorno a grandi gruppi che controllano petrolio, gas, impianti e reti.
Il campo di scontro su cui questi interessi contrapposti giocheranno nei prossimi anni è quello dell’autoproduzione da fonti rinnovabili. Perché la riduzione dei costi degli impianti e le innovazioni nella gestione di reti e sistemi di accumulo rendono oggi competitivo un modello nel quale l’energia è prodotta e distribuita localmente, e dove si avvicinano produzione e consumi. Il problema è che queste innovazioni nel nostro Paese sono vietate – la Legge impedisce la distribuzione di energia elettrica da rinnovabili in un condominio e persino in un distretto industriale – o pesantemente tassate.

Il capitalismo non è bello non è giusto e non è virtuoso

di Thomas Fazi e Guido Iodice
"Il capitalismo decadente, internazionale ma individualistico, nelle mani del quale ci siamo ritrovati dopo la guerra, non è un successo. Esso non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non mantiene le promesse." Così scriveva John Maynard Keynes nel 1933. La condizione odierna del capitalismo non è molto differente, se consideriamo che noi, così come Keynes, ci ritroviamo nel bel mezzo di una grande crisi innescata dalla finanza.
I Panama Papers, l’inchiesta-shock di un consorzio internazionale di giornalisti sulle ricchezze nascoste nei paradisi fiscali di politici, imprenditori e celebrità, ha conquistato le prime pagine dei media in tutto il mondo. Sia chiaro, nulla di nuovo sotto il sole. L’evasione e l’elusione fiscale sono parte del capitalismo moderno, che «non è bello, non è giusto, non è virtuoso». Così come lo sono le manipolazioni dei tassi di interesse e dei cambi, che hanno fatto scalpore qualche anno fa.

17 aprile, risalire la china della sfiducia

di Tonino Perna
Ho discusso in queste ultime settimane con i miei studenti della specialistica e mi sono accorto che sul referendum del 17 Aprile regna una grande confusione, grazie all’azione diseducativa svolta dalla gran parte dei mass media.
Rispetto al referendum sull’acqua pubblica ci troviamo in una situazione di svantaggio. In primis, non è così chiaro e dirompente il tema che si affronta: non si bloccano le trivellazioni in generale ma solo le future concessioni e solo nell’area marina di pertinenza del demanio. Per la maggioranza della popolazione la questione delle trivellazioni marittime è molto specifica, tecnica, non affronta un tema universale come quello dell’acqua “bene comune”. Non ha la sua forza evocativa, né la sua carica emozionale: sembra un problema che riguarda solo gli addetti ai lavori o le popolazioni che vivono lungo le coste dell’Adriatico e dello Jonio.

7 maggio, per fermare il Ttip

di Monica Di Sisto
Il 7 maggio tutti a Roma: da piazza Esedra a piazza del Popolo sfileranno associazioni, sindacati e tutte le persone che vogliono fermare il T-tip. Contro le liberalizzazioni selvaggia di servizi essenziali, sicurezza alimentare e sociale, l’abbattimento delle regole di protezione ambientale contenute nel Trattato commerciale tra Stati uniti ed Europa, che entro luglio di quest’anno potrebbe essere concordato tra la Commissione europea e il Congresso degli Stati uniti.
Per ribadire il nostro no, e per far conoscere ai media nazionali le ragioni della preoccupazione e della contrarietà che attraversano l’Europa ma anche gli Stati uniti, dal 14 al 16 aprile la Campagna Stop TTip Italia ha invitato a Roma Sharon Treat, ex parlamentare democratica, ventidue anni a rappresentare il Maine tra parlamento e congresso, che sostiene, dall’altra parte dell’Atlantico i motivi per cuiè importante fermare i negoziati prima che la legislatura presidenziale di Obama arrivi al termine.

17 Aprile, cittadini o sudditi? Un SÌ oggi per un NO domani

di Angelo d’Orsi
Che un presidente del Consiglio dei ministri, davanti a un evento istituzionale, previsto (ancora!) dalla Costituzione, inviti i cittadini a non recarsi alle urne, è fatto grave, che mostra la lontananza del soggetto in questione dalla stessa dinamica del sistema democratico. Che un ex presidente della Repubblica, che in realtà, più di qualsiasi altro suo predecessore, ha svolto un ruolo direttamente politico, legittimi l’astensione dal voto – non l’astensione nel senso della scheda bianca, ma l’astensione dall’andare a votare, cosa che ha un significato e un effetto politico preciso – appare gravissimo. Mi riferisco naturalmente al referendum detto “sulle trivelle”, sottovalutato a torto da non pochi esponenti del mondo culturale di orientamento progressista (se questa parola ha ancora un senso). 

Trivelle sì, trivelle no? Facciamo due conti

di Enrico Verga
Di norma non mi appassiono alle questioni italiane, specie se parliamo di politica. Ma questo referendum sulle trivelle, toccando tematiche di materie prime e geopolitica ha attratto la mia attenzione. Votare Sì o votare No è faccenda piuttosto complessa. Il focus del dibattito è di solito sul tema ambientale o dei posti di lavoro. Io ho pensato di fare due conti. Andiamo banalmente a vedere chi ci perde e chi ci guadagna e vediamo se riesco a farmi (e offrirvi) un’idea.
Sfruttamento delle risorse sul territorio italiano implica che le aziende paghino un “affitto” allo Stato. Il termine in gergo è royalty, ovvero un prelievo diretto alla “fonte” (il contatore sta allacciato al “tubo” del gas o petrolio che vien fuori dalle piattaforme). In soldoni, se arriva una compagnia che estrae gas o petrolio in Italia, approvato il progetto, per ogni 100 euro di gas estratto (o petrolio) la società estrattiva andrà a pagare il 10% (o il 7% se petrolio) allo Stato (i numeri si riferiscono alle attività offshore).

Abbiamo la possibilità di invertire la rotta, non sprechiamola

di Mauro Spagnolo
Questa è la quarta volta nella storia della Repubblica che i cittadini italiani sono chiamati ad esprimersi con un referendum che investe il tema dell’energia. Era il 1987 quando il Paese disse il primo “no” al nucleare, abrogando la norma che permetteva allo Stato di superare l’opposizione dei Comuni sulla localizzazione degli impianti. Il quorum fu ampiamente superato (65,1%), cosa che non accadde invece nel 2003, quando si tentò di annullare l’obbligo per i proprietari terrieri di dar passaggio alle condutture elettriche sui loro terreni. Un incidente di percorso, che non cambiò l’opinione della maggioranza dell’elettorato. Tutte e tutti ricordiamo, infatti, la straordinaria vittoria del 2011, quando il 54,79% degli aventi diritto si recò alle urne per lanciare un messaggio inequivocabile al governo, ancora sull’energia nucleare.

Se il referendum è “inutile”, perché tanto accanimento per farlo fallire?

di Green Report 
Ormai mancano poche ore al referendum del 17 aprile, un referendum voluto da 10 regioni italiane insieme ad altri 5 quesiti che hanno costretto il governo a tornare indietro rispetto alle sciagurate previsioni dello “Sblocca Italia”, giustamente ribattezzato “Trivella Italia”, che avevano peggiorato la situazione rispetto a quanto voluto dall’ex ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo (che a volte ci tocca rimpiangere se la si paragona all’attuale ministro) e in linea con il governo Monti/Passera. Insomma, le Regioni promuovendo i referendum hanno già ottenuto diverse vittorie che ora il fronte del no/astensione e il governo cercano di far passare per proprie iniziative o concessioni magnanime, vantando “moratorie” sulle nuove trivellazioni – entro le 12 miglia – per sminuire l’importanza di questo referendum superstite dopo la ritirata dalle concessioni fossili dello “Sblocca Italia”.

Libertà: metamorfosi del senso

di Andrea Papi
Mentre nel mondo stanno aumentando situazioni e contesti liberticidi, accresciuti da un sistematico ampliamento di circostanze e ambiti di guerra, nella percezione generale il problema della libertà sembra sempre più intricato, a tratti enigmatico. Il suo significato, per ogni anarchico elemento imprescindibile e sostanziale di chiarezza, purtroppo viene percepito in maniere spesso fumose o contrastanti. Una giungla significante che determina appositamente caos psicologico e mentale, soprattutto per gli influssi insinuanti di vari tipi d'imbonitori semantici, facitori di spot e non pochi mestieranti della politica in primis. Se rispetto al senso ci sono confusione e obnubilamento, non chiarezza problematica, il potere dei profittatori delle nostre esistenze non può che esultare e non può essere contrastato con efficacia.

Trivelle: i “rottamatori” attaccati al biberon di Napolitano

di Giulio Cavalli
Povero Giorgio Napolitano: dopo nove anni da Presidente della Repubblica la pensione deve essere una dannazione. Lui che aveva sudato al massimo per il processo sulla “trattativa” oggi si deve sentire molto solo a non avere nessuna voce in capitolo. E allora cosa fa? Rilascia un’intervista a Repubblica (sempre più lettiera di Matteo Renzi) per dirci che lui il giorno del referendum sarà in gita ma che comunque rivendica il diritto di non votare. Un ex Presidente della Repubblica: un po’ come se un vegano aprisse una catena di macellerie.
Ma il lampo d’ingegno raggiunge vette altissime: Napolitano (il Presidente della Repubblica più distratto del west) è lo stesso che nel 2011 disse che «il voto è un dovere dell’elettore» ma oggi dichiara il contrario con la leggerezza di un’adolescente che si è stancata del suo vecchio fidanzato. Che grande presidente Napolitano: è super partes per qualsiasi argomento in cui rischia di scottarsi ma è pronto a bollire il luogo comune dei potenti. Li chiamavano mediatori, una volta, poi oggi qualcuno si permette di dire che forse in fondo in fondo sono un po’ vigliacchi.

Sanders, un socialista alla Casa Bianca è possibile

di Luigi Iorio
Passo dopo passo, Stato dopo Stato la candidatura di Berni Sanders alle primarie democratiche diventa sempre più credibile e convincente. Dopo l'ultima vittoria ai caucus democratici in Wyoming precedute da altre sette affermazioni la campagna elettorale ha preso il volo. Sono aumentate a dismisura donazioni economiche e popolarità.
Certo i delegati che lo separano dalla Clinton sono più di 200, difficili da recuperare, ma nel vocabolario della politica la parola impossibile non viene menzionata. E dunque si resta in attesa, degli appuntamenti elettorali chiave di New York e della Pennsylvania.
Giorno dopo giorno Sanders sta convincendo sempre più il popolo democrat, grazie al suo programma radicale nei principi e socialista nella proposta. Una proposta politica che negli States mancava da qualche decennio. Le sue coordinate ideologiche sono pragmatiche e precise.

La grande divergenza europea

di Francesco Saraceno
L’ultimo rapporto annuale della BCE ci dice che va tutto bene: il quantitative easing sta funzionando (sarà per questo che il 10 marzo la BCE ha tirato fuori la bomba atomica), la fiducia sta tornando e la ripresa sta facendo il suo corso. In altre parole, l’ennesimo documento autocelebrativo dell’UE. Se non fosse per una frase inserita dal presidente della BCE Mario Draghi nella premessa, che giustamente ha attirato l’attenzione di diversi commentatori. Qui di seguito cito l’intero passaggio, con la parte importante in corsivo:
Il 2016 non sarà meno foriero di sfide per la BCE. Le prospettive per l’economia mondiale sono circondate da incertezza. Dobbiamo fronteggiare persistenti forze disinflazionistiche. Si pongono interrogativi riguardo alla direzione in cui andrà l’Europa e alla sua capacità di tenuta a fronte di nuovi shock. In questo, il nostro impegno a onorare il mandato conferitoci continuerà a rappresentare un’ancora di fiducia per i cittadini d’Europa.

Qualche sassolino sul referendum del 17 aprile

di Alberto Abo Di Monte
La colonna vertebrale composta dai sei quesiti inizialmente proposti, è stata polverizzata a più riprese da mano costituzionale prima e governativa poi. Il quesito superstite non è dei più allettanti, occupandosi di una fettina del comparto estrattivo che è inferiore al 30% della produzione “nazionale” (non che questa definizione abbia alcun senso ma ora questo ci porterebbe fuori strada), che non arriva al 3% se consideriamo l’import di fonti fossili e il cui peso scende ulteriormente se facciamo riferimento al consumo energetico nazionale complessivo. Fin qui i limiti, poi arrivano pure le cattive notizie: di tutte le fandonie delle larghe intese destra-sinistra-accademia-lobby contro lo stop alle deroghe per le concessionioff-shore entro le 12 miglia marine, ce n’è solo uno valido. Nell’improbabile scenario in cui il quorum fosse raggiunto, da oggi al 2030 quella fettina pur poco importante di gas metano va sostituita, o con le importazioni, o con la transizione energetica.

Signori della guerra, signori del petrolio. Il dossier di Legambiente

di Legambiente 
E’ finita l’era del petrolio a buon mercato e di facile accesso. E’ dal 2005 che «la crescita di offerta viene garantita dallo sfruttamento di categorie di petrolio provenienti da giacimenti non convenzionali, più costose sia in termini economici che in termini energetici» (Luca Pardi – presidente ASPO Italia, Associazione per lo studio del picco del petrolio). Il petrolio non sta finendo, ma costa di più, il che vuol dire che i prezzi bassi sono un potente fattore di destabilizzazione e che non potranno durare a lungo e che comunque la torta si è ristretta, e quindi si scatena la competizione per mantenere le quote di mercato esistenti, non riducendo la produzione. Inoltre si indurisce il conflitto per il controllo di nuovi giacimenti, mentre, nell’immediato, gli investimenti si bloccano, in attesa che il prezzo risalga. Ma la concorrenza delle rinnovabili rende aleatorio anche la ripresa della domanda e quindi il recupero dei prezzi.

Riproduzione, accumulazione e intervento dello Stato sul corpo della donna

di Silvia Federici 
Mentre il Consiglio d’Europa denuncia le enormi difficoltà che in Italia incontrano le donne che vogliono interrompere una gravidanza, data la crescente presenza di medici obiettori nelle strutture pubbliche, in Perù 50mila donne hanno sfilato con le cosce dipinte di rosso per ricordare le sterilizzazioni forzate degli anni Novanta. Criminalizzazione dell’aborto e sterilizzazioni forzate sono due facce di uno stesso processo che Silvia Federici ha definito “controllo dello Stato sul corpo della donna”. Al contempo, come avviene con la maternità surrogata, “si crea un mercato che permette alle donne di classe media di procurarsi un figlio che gli appartiene geneticamente ma senza quel lavoro considerato come degradante che è la gestazione”. Proponiamo sul tema l’estratto inedito di un’intervista a Federici dello scorso marzo. Punto di partenza è la sua analisi della cosiddetta accumulazione originaria che, complicando lo schema marxiano, mette a fuoco la recinzione del corpo della donna e della sua funzione riproduttiva.

#LuxLeaks, #PanamaPapers: l’ipocrisia europea

di Thomas Piketty
La questione dei paradisi fiscali e dell’opacità finanziaria occupa da anni le prime pagine. Sfortunatamente in questa materia esiste uno scarto abissale tra i proclami vittoriosi dei governi e la realtà delle loro azioni. Nel 2014 l’inchiesta LuxLeaks rivelava che le multinazionali non pagavano quasi imposte in Europa grazie alle loro filiali in Lussemburgo. Nel 2016 i Panama Papers mostrano l’estensione della dissimulazione di patrimoni operata dalle élite finanziarie e politiche del nord e del sud. Possiamo almeno gioire del fatto che i giornalisti fanno il loro lavoro. Il problema è che i governi non fanno il loro. La verità è che quasi nulla è stato fatto dalla crisi del 2008. Per certi versi le cose sono persino peggiorate.
Andiamo con ordine. Sull’imposizione dei profitti delle grandi società, la concorrenza fiscale esacerbata ha raggiunto nuove vette in Europa.

Nuit Debout, una lotta ri-costituente

di Jamila Mascat
A più di cinque settimane dal primo sciopero di protesta contro la riforma del lavoro, il 9 marzo, la Loi El Khomri sembra un effetto goffamente indesiderato. La legge di troppo, quella che ha fatto traboccare il vaso dell’insofferenza ed è riuscita a coagulare la rabbia delle vite precarie di giovani e lavoratori esposti ai contraccolpi della crisi economica e sottoposti da oltre cinque mesi alla cappa asfittica dello stato di emergenza. E infatti ni chair à patron, ni chair à matraque (non siamo carne da macello per le imprese né per i manganelli) è diventato il ritornello della protesta.
Se la difesa dello statuto dei lavoratori sotto attacco è il primo punto all’ordine del giorno, la posta in gioco della mobilitazione è ben altra. Al coordinamento nazionale degli studenti medi, che sabato e domenica si è riunito per la prima volta a Nanterre, c’è perfino chi suggerisce di votare la rivoluzione. Nelle assemblee universitarie (miste, non miste, di dipartimento e interfacoltà), che si susseguono e si moltiplicano a scadenze ravvicinate, il lavoro è in questione: si discute delle 32 ore, dei sussidi di disoccupazione, di basic income e organizzazione sindacale.

Un SÌ per dire addio al petrolio. Intervista al geologo Mario Tozzi

Intervista a Mario Tozzi di Giacomo Russo Spena
“Questo referendum ha un immenso valore simbolico. Come non capirlo?”. Mancano poche ora al voto di domenica e Mario Tozzi – geologo, divulgatore scientifico e personaggio televisivo – ha le sue ferme convinzioni. Non si capacita. Da sempre sensibile ai temi ambientali, pone la questione in termini pragmatici e strategici per il Paese: “Dobbiamo lasciare gli idrocarburi ed investire sulle rinnovabili. Le fonti fossili rappresentano roba vecchia, serve una svolta altrimenti non riusciremo a rispettare l’accordo sul clima di Parigi, appena siglato dall’Italia”. 
La consultazione del 17 aprile riguarda l’estrazione di idrocarburi offshore entro le 12 miglia nautiche dalla costa. Dunque riguarda il futuro di 88 piattaforme oggi esistenti entro le 12 miglia, che fanno capo a 31 concessioni. Il governo ricorda che la legge di stabilità 2016 ha già bloccato il rilascio di nuovi permessi per estrarre idrocarburi entro le 12 miglia. Era veramente indispensabile questo referendum? 

10 punti contro i luoghi comuni sul referendum del 17 aprile

di Green Report
Al referendum di domenica 17 aprile sulle trivelle, dichiarano i portavoce di Green Italia Annalisa Corrado e Oliviero Alotto a conclusione della campagna referendaria, «chi non andrà a votare o voterà No si schiererà al fianco delle lobby petrolifere, mettendo una gravosa ipoteca sul futuro sostenibile dell’Italia. Siamo certi tuttavia che la maggioranza dei cittadini, già dalle prime ore di apertura dei seggi, si recherà in massa a votare per lanciare un segnale chiaro contro l’utilizzo delle fonti fossili, che il governo non potrà far finta di non vedere».
Ma c’è di più. Se non venisse cancellato dai cittadini chiamati ad esprimersi tramite le urne, l’articolo della Legge di Stabilità che consente alle compagnie petrolifere di protrarre la durata delle concessioni per l’estrazione di idrocarburi entro le 12 miglia marine dalla costa «per la durata di vita utile del giacimento», potrebbe essere dichiarato illegittimo, esponendo l’Italia a una potenziale infrazione europea per non aver seguito le regole del diritto Ue sulla libera concorrenza.

Grillini e renziani, modello giapponese

di Mario Sai
Stupisce lo stupore di molti commentatori per il fatto che un «visionario» come Gianroberto Casaleggio abbia ricevuto così tanti riconoscimenti istituzionali e politici. Sono la prova di quanto egli fosse un eroe dei nostri tempi, continuatore di quella narrazione cominciata negli anni Ottanta che vedeva nel salto tecnologico innescato da Internet la possibile nascita di una economia e di una società post-capitaliste. L’esperimento del free software era visto come il paradigma di una inedita «economia del dono»; le comunità virtuali erano il modello di relazioni sociali orizzontali e antigerarchiche; la Rete avrebbe neutralizzato le barriere tra nazioni, etnie, culture , classi sociali e avrebbe portato al superamento di tutte le forme di potere centralizzato: governi,corporations, chiese, sindacati, partiti.
Il luogo della relazione tra cittadini e della loro iniziativa politica diventava la «comunità». La radice lontana di questa trasformazione non è l’ingenuo anarco-individualismo della Rete, ma sta nella grande trasformazione organizzativa e sociale imposta dal «Toyota production system, l’invenzione più importante dopo la linea di montaggio di H. Ford», a detta della Harvard Business Review.

Le forze che premono verso la deflazione

di Sergio Farris 
Recenti dichiarazioni del presidente della Banca centrale europea Mario Draghi e delgovernatore della Banca d’Italia Ignazio Visco hanno puntato l’attenzione sul fatto che, senza la politica monetaria non convenzionale adottata nell’ultimo anno e mezzo, l’eurozona sarebbe precipitata in una profonda deflazione (molto peggiore dello -0,1 registrato a febbraio e confermato dalle stime preliminari del mese di marzo). Draghi e Visco hanno altresì sostenuto che tale tenore della politica monetaria ha aiutato a far ripartire, seppure moderatamente, l’eurozona. Secondo il governatore Visco, anche l’Italia ha usufruito del beneficio derivante dalla politica espansiva non convenzionale ed ha così anticipato l’uscita dalla recessione che, diversamente, sarebbe giunta solo nel 2017. Il presidente Draghi ha anche parlato della permanenza, nell’eurozona, di rischi legati a possibili perturbazioni esterne nonché di forze, agenti su scala mondiale, che tendono a tenere troppo basso il livello generale dei prezzi.

Terzo settore, riforma senz’anima nella morsa dei tagli e del mercato

di Stefano Cecconi
La proposta di legge per la riforma del Terzo Settore è un’altra volta alla Camera dopo il via libera del Senato. A circa due anni di distanza dalla presentazione del disegno di legge da parte del governo siamo ancora a “metà del guado”. Non basterà infatti approvare definitivamente la legge, poi il governo dovrà emanare i decreti delegati per attuarla.
Sulla riforma c’è stato scarso dibattito, e perlopiù rinchiuso nella cerchia degli addetti ai lavori. Si tratta di una sottovalutazione incomprensibile, visto che il settore svolge attività sociali ed economiche per milioni di cittadini, occupa quasi un milione di dipendenti (direttamente quasi 700mila addetti, più 300mila lavoratori esterni) e vede operare oltre 4 milioni e mezzo di volontari.

Il 17 aprile votiamo sì a un referendum che si poteva evitare

di Dante Caserta
Ed eccoci a poche ore dal silenzio elettorale a chiederci ma questa campagna per il referendum del 17 aprile sulle trivellece la potevamo evitare? Vorrei proprio iniziare da questa domanda, non poi tanto provocatoria, per dire: sono tra quelli che voteranno sì al referendum sulla durata delle concessioni delle 88 piattaforme offshore localizzate nella fascia off limits alle trivellazioni delle 12 miglia marine, e nel contempo sostengo che sì, ce lo potevamo evitare. E, partendo da questa ultima asserzione, io mi domando e vi dico.
Mi domando: perché il governo e poi il Parlamento hanno pensato bene, dopo avere risposto adeguatamente a cinque dei sei quesiti proposti da dieci regioni, modificando in particolare le norme dirigistiche del decreto Sblocca Italia, di proporre e approvare quella norma sulle concessioni che possono andare avanti per la durata utile del giacimento, contestata dalla Corte Costituzionale che ha deciso di porre quel quesito a consultazione popolare?

In Amazzonia si muore per il petrolio

di Luca Cafagna
In Ecuador il petrolio sta distruggendo un’intera comunità: fiumi inquinati, pozze a cielo aperto, malattie. Migliaia i casi di cancro. Mentre Italia si avvicina il referendum: “Fermate le multinazionali finché siete in tempo!”
“La prima volta che ho camminato su una piscina di petrolio avevo dieci anni. Una gallina era scappata e la stavo inseguendo nella selva. La pozza era profonda almeno tre metri. Se vi fossi affondato ora non sarei qui”. Sono le parole di Donald Moncayo, classe ’73, una vita spesa a lottare contro le compagnie petrolifere a Lago Agrio, nel profondo dell’Amazzonia ecuadoriana.
Qui Texaco, la multinazionale statunitense, ha causato in poco più di vent’anni il più grande disastro ambientale della storia. 356 pozzi perforati e più di 880 piscine di petrolio.

I paradisi fiscali e il costo umano della corruzione

di Green Report 
«Tharanga Yakupitiyage scrive su Inter Press Service(IPS) che «L’evasione fiscale e il segreto che circonda alcune pratiche finanziarie scoperte dai Panama Papers hanno un costo umano enorme nei Paesi in via di sviluppo e minacciano la realizzazione degli ambiziosi Obiettivi dello sviluppo sostenibile dell’Onu» (Sustainable development goals . Sdg). Le notizie che stanno facendo filtrare i giornali aderenti all’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ)
Hanno già portato alle dimissioni del premier islandese, provocato un terremoto politico in Gran Bretagna e messo in imbarazzo molti leader mondiali, sia economici che politici, che hanno nascosto i loro soldi in 21 paradisi fiscali. Lo studio panamense Mossack Fonseca ha aiutato i ricchi del mondo a frodare i loro Paesi e soprattutto i cittadini più poveri.

Renzi e Napolitano temono il voto di domenica

di Dante Barontini
“Pretestuoso”. L’ex presidente della Repubblica, il Peggiore di tutti, ha scovato un aggettivo insulso per consigliare di andare al mare, domenica, invece di votare al referendum contro il prolungamento delle concessioni alle trivelle petrolifere, che ha tra l’altro lo scopo di conservare un po’ meglio il nostro mare.
“Pretestuoso” vorrebbe signifcare qualcosa come “il problema è un altro”, frase tipica con cui – da decenni – si prova a troncare una discussione sgradita. Non a caso, l’allievo pediletto della peggiore classe dirigente italica italica, atualmente investito della carica di premier, si è subito coperto con l’intervento di Giorgio Napolitano, ovviamente definito “magistrale” (si sa, a Renzi piacciono solo gli aggettivi tendenzialmente superlativi rispetto alle cose che fa…).

Con il viaggio a Lesbo papa Francesco chiede di salvare i migranti


di Francesco Peloso
Le piccole isole del Mediterraneo, da Lesbo a Lampedusa, rappresentano il confine sud dell’Europa, quello che nel centro o nel nord del continente si sta facendo finta di non vedere. Oltre, si stendono tratti di mare non troppo grandi e poi compaiono di nuovo terre e paesi, l’altra sponda del mare nostrum, dalla quale arrivano a decine di migliaia, in questi primi mesi del 2016, i profughi che cercano di raggiungere l’Europa.
E se il primo viaggio del pontificato di Francesco è stato a Lampedusa, sabato 16 aprile il papa sarà a Lesbo, dove si trova il centro di accoglienza di Moria capace di accogliere non più di mille persone, ma che invece ospita circa tremila profughi. Nel frattempo continuano gli sbarchi anche se è cominciata la pratica dei rimpatri, cioè dei respingimenti in Turchia in base all’accordo stretto tra Ankara e l’Unione europea.

Il guardiano del baro

di Andrea Colombo
La contromossa di Matteo Renzi è scattata giovedì, con la piena complicità, impossibile dire se e quanto coordinata, di Giorgio Napolitano. Che solo il premier tra tutte le cariche istituzionali inviti all’astensione pare brutto? Niente paura, tanto in Italia c’è il presidente, ma anche il presidentissimo che nel suo stesso cuore non è mai uscito dal Quirinale. E se Mattarella, il capo dello Stato formalmente in carica, predilige i toni soffici, il collega adopera il martello.
L’astensione è sacrosanta, essendo «un modo di esprimere la convinzione dell’inconsistenza e della pretestuosità di questi referendum», risponde Napolitano intervistato da Repubblica. Non pago, l’ex presidente che dichiarò da solo la sciagurata guerra libica e che era abituato a forzare quanto più possibile i limiti del ruolo assegnato dal capo dello Stato, rincara di brutta: «Ci si pronuncia su quesiti specifici che dovrebbero essere ben fondati. Non è questo il caso».

Il significato di un'unione

di Carlotta Pedrazzini
Molti obiettivi posti dall'Unione Europea non sono stati raggiunti. C'è chi parla di un temporaneo allontanamento dai principi fondamentali di solidarietà e cooperazione. Ma nel progetto europeo, queste idee sono mai state presenti? L'invocazione di un esercito comune a difesa dei confini, un accresciuto sentire bellicista, i discorsi martellanti sulla sicurezza, la questione migratoria, l'acuirsi di sentimenti nazionalisti. E poi la crisi economica e sociale, i dissidi tra paesi membri, Grexit, Brexit, l'euroscetticismo, gli attacchi ai sistemi di welfare, l'ipotesi di una chiusura delle frontiere interne.Gli elementi appena citati sono stati riconosciuti come sintomi di un malessere generale dell'Unione Europea, derive intraprese che allontanano sempre più i paesi membri dall'originario progetto di unione siglato qualche anno fa.

Chi decide sulle intercettazioni

di Stefano Rodotà 
Fu proorio questo giornale, La Repubblica, subito accompagnato dall’attivismo della Rete e poi dal risveglio delle piazze, ad avviare nel 2010 la campagna “No bavaglio”, che impedì l’approvazione di una pessima legge sulle intercettazioni che avrebbe limitato gravemente la libertà d’informazione. Ma da allora in poi si è assistito ad uno stillicidio di polemiche e di proposte, quasi sempre insincere e strumentali, che andavano sostanzialmente nella stessa direzione. Si diceva che era necessario tutelare la privacy dei cittadini, perché le intercettazioni avevano fatto nascere una sorveglianza di massa. Tesi del tutto infondata, ma che cercava di offrire una giustificazione ad iniziative di una classe politica che voleva costruirsi una rete di protezione che la mettesse al riparo da una conoscenza diffusa di fatti che avrebbero messo in evidenza corruzione, conflitti d’interessi, evasione fiscale, prepotenze privatistiche. Erano i tempi in cui Berlusconi lanciava appelli che riprendevano l’invito attribuito a François Guizot, «Arricchitevi » senza farsi troppi scrupoli.

L’incanto spezzato della dialettica

di Giso Amendola 
Crea uno strano effetto avere oggi a disposizione in traduzione, grazie alla preziosa cura editoriale di Emilia Marra, un libro importante come l’Hegel ou Spinoza di Pierre Macherey, uscito nel 1979, quasi come ultimo frutto di lotte teoriche le cui coordinate sono oggi decisamente inattuali (Hegel o Spinoza, ombre corte, euro 19). Ma un testo teoricamente densissimo continua evidentemente a porre questioni, anche se probabilmente in direzioni molto diverse da quelle all’interno delle quali era nato.
Nella premessa all’edizione italiana, Macherey indica subito al lettore questo sfasamento temporale, almeno dal punto di vista del clima generale dell’epoca: scritto quando la trasformazione radicale dell’esistente sembrava ancora un ovvio terreno di impegno per la teoria, il libro incontra oggi lettori per cui la rivoluzione non sembra essere all’ordine del giorno, o, almeno, non allo stesso modo.

Votiamo Sì. Lettera di studenti e studentesse

di Studenti per l’ambiente
Il 17 aprile siamo tutte e tutti chiamati a prendere parola per difendere il nostro mare e iniziare il cammino di uscita dalla dipendenza da fonti fossili. Quel mare che è storia, che è cultura, che è bellezza, non può essere sacrificato per il profitto di pochi, degli stessi che da decenni conducono un attacco scellerato ai nostri territori e alla vita di chi li abita. Il mare, che riempie gli occhi ogni volta che lo guardi, è per sua natura al di fuori delle logiche di mercato, il mare è legame, è vita, ed è di tutti.
Da anni assistiamo alla devastazione non solo delle nostre terre, ma di tutto il pianeta, condotta dalle multinazionali del petrolio e del gas, supportate da numerosi governi, che fra le popolazioni e le lobby, hanno scelto di schierarsi con queste ultime. Da anni ci mobilitiamo, come studenti e studentesse sui nostri territori, chiedendo un’inversione di rotta, perché si punti alla salvaguardia del territorio e della salute dei cittadini, immaginando un nuovo modello di sviluppo sostenibile.

Infermieri, la schiavitù è un obbligo deontologico

di Ivan Cavicchi
La notizia per i più non è una notizia ma per chi conosce la situazione degli oltre 400.000 infermieri italiani è un’autentica bomba . Si tratta di un atto politico di disobbedienza, un rifiuto eclatante fatto da un collegio di infermieri, l’Ipasvi di Pisa per sollecitare la politica e l’Ipasvi nazionale (Ipasvi, acronimo di Infermieri professionali, assistenti sanitari e vigilatrici di infanzia), a ritirare un articolo del codice deontologico che nei fatti ha legalizzato sinora una forma di schiavitù tanto assurda quanto inconcepibile.
Gli infermieri di Pisa (collegio Ipasvi) hanno deciso democraticamente di ricusare il loro attuale codice deontologico per «disapplicare» l’articolo 49 cioè una norma, difficile da credersi, che dà la possibilità alle aziende sanitarie a corto di risorse di sfruttare gli infermieri in ogni modo per sopperire a tutti i disservizi, le disorganizzazioni, le carenze dei propri sistemi sanitari.

Insieme per fermare il Ttip

Unione Europea e USA stanno negoziando da quasi tre anni il Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP), il cui obiettivo, al di là della riduzione dei già esigui dazi doganali, è soprattutto quello di ridefinire le regole del gioco del commercio e dell’economia mondiale, anche attraverso l’armonizzazione di regolamenti, norme e procedure su beni e servizi prodotti e scambiati nelle due aree.
L’Unione Europea e gli Stati Uniti presentano questo accordo come una questione tecnica, invece si tratta di argomenti che toccano da vicino la quotidianità di tutti: l’alimentazione e la sicurezza alimentare, le prospettive di sviluppo economico e occupazionale, soprattutto delle piccole e medie imprese, il lavoro e i suoi diritti, la salute e i beni comuni, i servizi pubblici, i diritti fondamentali, l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge e lademocrazia.

Lucania, i danni del petrolio e quelli dei ciarlatani

di Franco Arminio
Prima di pensare alle trivelle, penso alle pale eoliche. Lo sanno gli italiani che alcuni paesi sono letteralmente circondati di pale e che queste pale danno grande profitti alle multinazionali che le hanno impiantate e non hanno creato nessuna ricaduta importante sui territori? Per accendere i riflettori sulle pale bisognerà aspettare qualche scandalo, come se non fosse già scondaloso quello che è accaduto.
Sul petrolio in Lucania recentemente ho sentito in un salotto televisivo un giornalista che se la prendeva coi lucani dicendo che «possono anche restare con le mucche e le galline». Io ho sempre diffidato degli opinionisti, preferisco i percettivi.

Fast food, lotta globale per il salario minimo

di Roberto Ciccarelli 
«Fight for 15» è un movimento potente. In occasione della giornata mondiale di mobilitazione per i «chain-workers», i lavoratori dei fast food, ha ricordato le recenti conquiste della battaglia per il salario minimo negli Stati Uniti. Lo stato di New York lo ha fissato a 15 dollari all’ora, come richiesto dal movimento. Anche la California ha fatto lo stesso. La battaglia si è estesa anche ad altre categorie: gli infermieri della Pennsylvania, ad esempio, hanno conquistato la stessa cifra. Negli Stati uniti «ci sono dieci milioni di lavoratori che stanno uscendo dalla povertà grazie a queste vittorie gigantesche e ispiratrici».
I lavoratori dei fast-food statunitensi sono scesi in piazza giovedì in più di 300 città e hanno coinvolto decine di migliaia di lavoratori sottopagati nei campi dell’assistenza domiciliare ai malati, nella cura dei bambini, gli insegnanti. Una composizione socio-professionale, sostenuta dai sindacati, che ha imposto anche nel dibattito dei candidati democratici alla Casa Bianca di esprimere una posizione su una lotta che ieri è stata sostenuta in 40 paesi di sei continenti diversi.

Edo Ronchi: spiego perché votare Sì

di Edo Ronchi
Come è noto il quesito del referendum recita: “Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza”?
La modifica normativa sottoposta a referendum è stata introdotta con la Legge di stabilità del 2016, (comma 239,art.1, legge 28 dic.2015, n.208) che ha sostituito il secondo e il terzo periodo (del comma 17, dell’art.6 del decreto legislativo 152 del 2006) con il seguente: ”Il divieto é altresì stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette. I titoli abilitativi già rilasciati sono fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento nel rispetto degli standard di sicurezza”. 

I muri sbagliati

di Alberto Negri
Sotto la duplice minaccia del terrorismo jihadista e della pressione migratoria l’Europa corre ai ripari con misure che in alcuni casi possono sembrare strumenti necessari e in altri, come i muri anti-rifugiati, rischiano di decretare la fine dell’Unione. Siamo al paradosso: da una parte il Parlamento di Strasburgo regolamenta le prassi da attuare nella lotta al terrorismo, dall’altra gli Stati, affondando Schengen e la libera circolazione, disegnano i “loro” confini europei, cioè decidono dove comincia o finisce la stessa Unione.
In questo modo, come dimostra l’iniziativa dell’Austria al Brennero, si sgretola la fiducia e la cooperazione tra Stati membri, che è poi la base essenziale per essere efficaci sia nella lotta al terrorismo che nella regolamentazione dei flussi dei migranti. 
La direttiva del Parlamento europeo per cui le compagnie aeree saranno obbligate a comunicare alle autorità, attraverso il codice di prenotazione Pnr, i dati dei passeggeri per tutti i voli provenienti da Paesi terzi verso l’Unione europea e viceversa, appare una decisione quasi obbligata, anche se solleva perplessità sulla privacy dei cittadini.

Hollande, “partnership strategica” con il torturatore d’Egitto

di Anna Maria Merlo
La lista è ben fornita. L’ambasciatore francese al Cairo, André Parant, ha precisato che una trentina di contratti sono pronti per essere firmati tra la Francia e l’Egitto, in occasione della tappa cairota del viaggio di François Hollande, che sarà questo fine settimana anche in Libano e in Giordania. Hollande arriva in Egitto accompagnato da una sessantina di uomini d’affari, con l’obiettivo di stabilire una “partnership strategica” con il regime. Nella visione francese, l’Egitto è un partner strategico non solo per l’economia, ma anche per la sicurezza regionale.
La Fidh (Federazione internazionale dei diritti dell’uomo), Human Rights Watch, EuroMed Droits hanno lanciato un appello al presidente perché venga presa in considerazione la questione del rispetto dei diritti umani, in un momento in cui 380 difensori dei diritti rischiano il carcere, da 25 anni all’ergastolo.

17 aprile, un altolà all'imbroglionismo

di Pierfranco Pellizzetti
Ancora una volta le parole si rivelano decisive nell’eterna contesa politica sul verisimile e l’inverosimile, che ha in palio il controllo sulle menti o la loro liberazione; particolarmente accentuata nell’epoca in cui l’intreccio tra Comunicazione e Potere diventa di giorno in giorno sempre più inestricabile. La solita questione del Dominio che si riveste di Verità, creando una neolingua per confondere le idee e avvalorare false rappresentazioni della realtà. 
Sono oltre vent’anni che dalle nostre parti i manipolatori linguistici sono all’opera, per un padrone che cambia faccia e nome ma che promuove sempre l’identico disegno strategico: i laboratori illusionistici che lavoravano per Silvio Berlusconi (copyright: “comunista”, “giustizialista”, “quelli che amano contro quelli che odiano”), passati armi e bagagli al servizio di Matteo Renzi (copy: “rottamare”, “gufi”, “politica del fare”). Produttori di un armamentario lessicale che si rinnova nel tempo, eppure mantenendo un filo conduttore che non si spezza mai; evidenziato da un everygreen terminologico: populista. 

Il 17 aprile votiamo Sì. L'appello di Rifondazione Comunista

Il 17 Aprile siamo chiamati ad esprimerci con il voto nel referendum che chiede di abrogare la norma che consente la prosecuzione dello sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi fino all’esaurimento degli stessi anziché alla scadenza delle concessioni. Si tratta di un referendum per fermare le trivellazioni in mare entro le 12 miglia alla scadenza della concessione statale. Il mare e il sottosuolo sono beni comuni che vanno salvaguardati e non svenduti o regalati a società private.
Il quesito referendario cancella una norma introdotta dal governo Renzi che consentirebbe a chi è già titolare di un permesso di poter realizzare nuovi impianti vicino alla costa e soprattutto di venir meno ai propri obblighi di ripristino ambientale.

Chiedere il possibile vuol dire ammettere la sconfitta

di Andrea Bajani
Nelle pagine finali di Il nostro bisogno di consolazione, Stig Dagerman scriveva «Tutto quello che possiedo è un duello, e questo duello viene combattuto in ogni istante della mia vita, tra le false consolazioni, che solo accrescono l’impotenza e rendono più profonda la mia disperazione, e le vere consolazioni, che mi guidano a una temporanea liberazione». Quel testo, pubblicato su un periodico svedese nel 1952 (e disponibile da Iperborea nella traduzione di Fulvio Ferrari), venne considerato il testamento dello scrittore svedese.
L’autore di Bambino bruciato aveva ventinove anni. In cinque anni di scrittura forsennata, tra il 1945 (anno di uscita del suo romanzo d’esordio, Il serpente) e il 1950, aveva pubblicato romanzi e racconti che gli avevano fruttato un grande successo. Dagerman era l’enfant prodige della letteratura svedese del dopoguerra. Nella sue pagine i lettori potevano trovare disperazione e rabbia, e un radicalismo che era la conseguenza più diretta del suo inesausto arrovellarsi sul tema della libertà.

Vescovi per il Sì: basta con il petrolio, serve più rispetto per i nostri territori

Intervista a Mons. Giancarlo Bregantini di Paolo Rodari
"Anche se non è facile schierarsi questa volta perché non c'è una comune condivisione degli obiettivi, come vescovo sono per il "si"". Monsignor Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso- Bojano, noto per il suo impegno in Molise contro le centrali a biomasse, per il lavoro e l'ambiente in quanto già presidente di Giustizia e pace in Cei, in merito al referendum sulle trivelle dice: "Nel rispetto delle posizioni di tutti e dei diversi pareri, auspicando che in tanti vadano a votare come segno di partecipazione, sono per limitare le trivellazioni in favore del rispetto dei nostri territori già tanto sfruttati".
Lei rispetta il parere di tutti, ma è preoccupato per il voto?
"Come vescovi di queste regioni abbiamo spiegato di essere preoccupati riguardo al riproporsi di progetti di sfruttamento petrolifero di vaste aree dei nostri territori e delle nostre coste denominati "Ombrina 2", "Elsa", "Rospo mare", da parte della multinazionale britannica Rockhopper Exploration. Questi progetti, a suo tempo abbandonati per la contrarietà delle popolazioni, purtroppo si ripropongono".

Il bisogno di libertà di Pietro Ingrao

di Alberto Olivetti 
«Da che cosa nasce in te la scelta del partito comunista?» chiede a Pietro Ingrao, in una pagina de Le cose impossibili, Nicola Tranfaglia. La risposta è: «Prima di tutto per un bisogno di libertà. Questo fu ed è rimasto un punto costitutivo del mio impegno nella politica: ci riuscissi o no. Devo confessare che in me la motivazione della modernità, dello sviluppo non è stato mai il punto determinante. Il ‘progresso’ stava per me in quel processo di liberazione. E vorrei spiegarmi: esso era qualcosa di più e di diverso dalla uguaglianza».
L’argomentazione di Ingrao ha il tono di un bilancio, reso guardando all’insieme del suo «impegno nella politica» che già si estendeva allora, nel 1990, per un corso di oltre cinquanta anni. Ragionando la connessione di libertà e comunismo, Ingrao accosta due termini: «progresso» e «processo», combinati in modo che l’uno – progresso – si elida nell’altro – processo.