La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 26 maggio 2016

Il mio No per evitare una democrazia svuotata. Intervista a Gustavo Zagrebelsky

Intervista a Gustavo Zagrebelsky di Ezio Mauro
Professor Zagrebelsky, dunque più che a un referendum saremmo davanti a un golpe, come sostiene il fronte del "no" alla riforma che lei guida insieme a altri dieci ex presidenti della Consulta, e a molti costituzionalisti? Non lo avete mai sostenuto nemmeno davanti agli abusi di potere di Berlusconi e alle sue leggi ad personam: cos'è successo?
"Nel "fronte del no" convergono preoccupazioni diverse, come è naturale. Vorrei però che si lasciassero da parte le parole a effetto. L'atmosfera è già troppo surriscaldata. Contesto la parola golpe, non l'allarme. Come si fa a non vedere che il potere va concentrandosi e allontanandosi dai cittadini comuni? Non basta per preoccuparsi?".
Sono qui per sentire lei, e aiutare i lettori a capire. Dove vede questo disegno di esproprio del potere?

Industria a picco, consumi in calo, lavoro al palo. Ecco l'Italia di Renzi

di Luigi Pandolfi
A dispetto delle fanfare governative, l'economia italiana continua a far registrare arretramenti e acciacchi. L'ultima nota dolente è la rilevazione dell'Istat sul fatturato e gli ordinativi dell'industria. A marzo 2016, rispetto al mese precedente, si è registrata infatti una diminuzione sia per il primo (-1,6%) che per i secondi (-3,3%). Sul dato complessivo pesano sia la flessione del fatturato sul mercato nazionale (- 2,6%), sia il calo degli ordinativi sul mercato estero (-5,8%). Due dati che, rispettivamente, confermano il perdurare di una crisi di domanda sul piano interno e un problema di competitività delle nostre imprese sul piano esterno. La prima, in particolare, è segnalata anche da altri indicatori, a cominciare da quello relativo ai prezzi. Ad aprile, infatti, l'indice nazionale dei prezzi al consumo è sceso dello 0,1% su base mensile (-0,5% su base annua), confermando come la tendenza deflattiva sia ben lungi dall'arrestarsi, nonostante la politica monetaria espansiva della Bce.

La nuova via all'ecosocialismo. Intervista a Frei Betto

Intervista a Frei Betto di Claudia Fanti
Una sinistra fragile, divisa al suo interno, deideologizzata, incapace persino di rispondere a quella che si presenta come la più grande sfida del nostro tempo, quella ecologica. È questa la fotografia della sinistra brasiliana che emerge dalle parole del domenicano Frei Betto, uno dei massimi esponenti della Chiesa della liberazione in America Latina, nell'intervista che ha concesso ad Adista durante il suo ciclo di conferenze in Italia. Una fotografia che potrebbe valere per la sinistra un po' in tutto il mondo, ovunque alle prese con lo stesso indebolimento dei suoi simboli identitari: l'organizzazione della classe lavoratrice, la questione etica, la realizzazione di cambiamenti strutturali. Ma che colpisce forse più profondamente nel quadro dell'America Latina, considerata per lunghi anni dai movimenti popolari qui in Europa il laboratorio per eccellenza di sperimentazioni antisistemiche (dalla nascita del Forum Sociale Mondiale al dibattito sul socialismo del XXI secolo, sull’ecosocialismo, sul paradigma del buen vivir, fino ai diversi e innovativi esperimenti politici registrati in diversi Paesi del subcontinente).

Pensioni fa rima con elezioni

di Felice Roberto Pizzuti
Come spesso accade con le pensioni, specialmente sotto elezioni, Il governo sta creando fumo accattivante con proposte ancora vaghe, ma rilanciate con enfasi mediatica crescente; rimane invece più in penombra che, accanto a quello delle pensioni, è stato creato un secondo “tavolo” di riforma del mercato del lavoro che suggerisce molte più preoccupazioni. Le proposte che vengono abbozzate da qualche tempo dovrebbero trovare posto – con i loro oneri finanziari ancora tutti da definire – nella legge di Stabilità la quale sarà approvata a fine anno; dunque tra sei mesi. Peraltro, la legge sarà presentata in ottobre, cioè nello stesso periodo del referendum costituzionale, e dovrà rispettare le condizioni di bilancio poste dalla Commissione europea per le misure di flessibilità «senza precedenti» concesse nei giorni scorsi.

Impressioni di Maggio da Parigi

di General Intellect
Parigi non vale una notizia, si è detto. Del movimento #nuitdebout e delle lotte a esso connesse contro la Loi Travail (una sorta di Job Acts d’Oltralpe) in Italia se ne parla poco, poco se ne sa, i telegiornali solo sporadicamente consegnano qualche immagine per segnalare la presenza dei violenti. Oggi, giovedì 26 maggio, è una data che può o potrebbe essere molto importante, per la Francia e per l’Europa. Lo scontro in Francia tra il governo di Hollande–Valls , espressione degli interessi oligarchici del capitalismo bio-cognitivo finanziario, e un movimento che non vuole farsi assoggettare ma che rilancia, va al di là di una mera resistenza, lasciando intravvedere possibili scenari alternativi, è arrivato alculmine. Un conflitto lunghissimo e inaspettato che – grazie anche al ruolo importante della base sindacale, riottosa rispetto alla concertazione (che, purtroppo, ha prevalso in Italia, in questi anni…), ai blocchi nei posti di lavoro che mettono in atto quella che è stata chiamata “convergenza delle lotte” #onbloquetout – ha l’ambizione di costruire un nuovo ordine del discorso.

Vogliamo governare la Spagna per cambiare l’Europa

Intervista a Marga Ferrè di Argiris Panagopoulos
“Vogliamo vincere le elezioni di giugno con il programma di 50 proposte che abbiamo fatto con il Podemos, seguendo l’esperienza di SYRIZA, della Grecia e della Sinistra portoghese per cambiare in nostro paese e l’Europa”, ha sottolineato Marga Ferrè, che ha partecipato al gruppo che ha elaborato il programma comune con Podemos come membro della Presidenza Federale delle Sinistra Unita e responsabile della Segreteria di Politica, Programmazione ed Elaborazioni tematiche del partito. Il 98% dei 144.540 membri di Podemos, o 62% dei membri che hanno partecipato al referendum interno hanna votato a favore dell’accordo con la Sinistra Unita. L’87,8% della gente di Sinistra Unita ha votato a favore dell’accordo, solo il 10,5% ha votato “contro”, e la partecipazione è arrivata al 32,067% o alle 23.109 persone provenienti dai 22.321 membri e i 49.720 amici del partito che avevano il diritto di voto. 

La casa comune

di Guido Viale
È in corso da alcuni decenni un processo di riavvicinamento tra alcuni ambiti disciplinari, a cui corrispondono altrettanti approcci a diversi aspetti fondamentali del reale che, insieme, segnalano lo sviluppo di una svolta culturale di carattere epocale. Epocale è una svolta che accompagna il passaggio da un’epoca all’altra, ciascuna delle quali viene individuata attraverso la predominanza di uno o più principi che informano e caratterizzano i principali tratti della società, dell’economia e della cultura. A mio avviso, alcuni tra questi ambiti, senza escluderne altri, sono questi. Quello della salute, mano a mano che l’attenzione – e non ancora, necessariamente, l’investimento di risorse fisiche, finanziarie e umane – si spostadalla dimensione terapeutica a quella della prevenzione.

Le ragioni del “NO!” alla “deforma” della Costituzione

di Gianfranco Sabattini
Il n. 3/2016 di “Micromega” dedica una sezione del volume per illustrare, “a più voci”, le ragioni del “No!” alla riforma costituzionale Renzi-Boschi, di recente approvata dal Parlamento; in vista della chiamata ad Ottobre dei cittadini a dire “si” o “no” alla riforma, “Micromega” ha chiesto a diversi esperti ed opinion-maker di dare risposte motivate sul perché la riforma dovrebbe essere bocciata. Fra le domande formulate, la più pregnante sul piano politico sembra quella che invita gli interpellati (Lorenza Caldassare, Angelo D’orsi, Carlo Galli, Curzio Maltese, Piergiorgio Odifreddi, Moni Ovaia, Nadia Urbinati e Gianni Vattimo) ad esprimersi sugli “aspetti più pericolosi e scellerati della controriforma di Renzi”. Tutte le risposte contengono valide ed appropriate ragioni per bocciare ad ottobre la riforma Renzi-Boschi e tutte sottolineano come l’espressione del “no” serva a salvare la democrazia costituzionale, i diritti e i valori repubblicani, che il metodo prescelto dal governo per l’approvazione della riforma è valso a calpestare.

Crolla Firenze? Altro che fatalità

di Paolo Berdini 
Povero Nardella. Passa buona parte del suo tempo ad incontrare i fondi di investimento internazionali e vari sceicchi per convincerli a comprare per pochi euro molti immobili pubblici di grande pregio e mentre si stavano per stringere i preliminari, ecco che viene giù un pezzo dei muraglioni del lungarno. Si svendono i gioielli di famiglia mentre il sistema dei servizi urbani va in frantumi. Le città in vendita poggiano su piedi di argilla: nel centro di Firenze ci sono quotazioni immobiliari da capogiro mentre va in pezzi la città pubblica. Ora tutta la politica fiorentina si aggrappa disperatamente alla “fatalità”. Le prime dichiarazioni dei massimi esponenti del comune sono improntate a chi finge di fare la voce grossa verso la Spa del comune di Firenze, Publiacqua, rea di non aver investito i lauti guadagni ottenuti con la vendita dell’acqua ai fiorentini. E a chi tuona che verrà istituita una commissione d’inchiesta. Ci mancherebbe altro.

Le 30 ragioni per dire No

1. Perché raccogliere le firme, se il referendum è stato già chiesto dai parlamentari?
Non si può lasciare al Palazzo la scelta se votare su una vasta modifica della Costituzione, facendone un plebiscito Renzi sì-Renzi no. La richiesta dei cittadini corregge la torsione plebiscitaria, inaccettabile perché impedisce la discussione di merito su una modifica pessima e stravolgente, che va respinta a prescindere dalla sorte del governo.
2. Ma anche Renzi ha avviato la raccolta delle firme dei cittadini.
Lo ha fatto non per amore di democrazia, ma solo perché i sondaggi hanno dimostrato che la via del plebiscito personale era per lui pericolosa. È anche un tentativo di scippare la bandiera della raccolta firme ai sostenitori del no. Tutto deve essere nel nome del governo.

Dall'Istat un pessimo segnale sulla crisi. La speranza è che riprenda il conflitto sociale

di Luca Scacchi
L’Istat ha comunicato una caduta del fatturato e degli ordinativi nell’industria italiana, per il mese di marzo (-3,6% e -3,3% rispetto allo stesso mese del 2015). E’ il calo peggiore dal 2013. Certo, sono dati mensili. Quindi inevitabilmente volatili e poco indicativi. Rivelano comunque la difficoltà della ripresa, un rallentamento della produzione che non si riesce più a nascondere. Un rallentamento collegato alla dinamica economica mondiale (flessione della trentennale espansione cinese e incipiente precipitazione dei suoi disequilibri; insostenibilità della crescita USA drogata dalla FED, guerre commerciali e monetarie sempre sull’orlo dell’esplosione). Un rallentamento che si innesta in una lunga depressione. Il PIL italiano è infatti oggi inferiore di circa il 10% rispetto a quello del 2007.

Grève debout, mobilitazione illimitata

di Marina Nebbiolo
Il paese è bloccato, 8 raffinerie su 8 autodifese da lavoratori e studenti, blocchi dei trasportatori e dei porti, sciopero illimitato per le ferrovie e nei trasporti pubblici, porti e centrali nucleari ferme. Mentre il governo dichiara guerra ai sindacati e i media censurano il conflitto, le lotte per il ritiro della legge sul Lavoro vanno avanti. Governo e media stanno sfacciatamente mentendo su quanto accade in Francia. A sentir loro «il Paese è bloccato da una minoranza di lavoratori, di precari e di studenti che prende in ostaggio la popolazione con scioperi e mobilitazioni, con azioni organizzate e violente». La paura degli attentati e la ricetta securitaria viene sostituita dalla paura della penuria di carburante, di erogazione di energia e dal rischio di calo di approvvigionamento commerciale. L'insicurezza si materializza nel razionamento e nelle code dai rari benzinai, che si sono riforniti intaccando le riserve nazionali (principalmente appartenenti alle catene Total e Exxon Mobil).

Riforme, l’ultima partita di Renzi: titanismo contro municipalismo

di Pierfranco Pellizzetti
A oltre centocinquanta giorni dal voto referendario e a una decina da quello amministrativo in alcune delle più importanti piazze nazionali; mentre i nodi della decadenza industriale arrivano al pettine con il crollo degli ordinativi nell’inizio d’anno (e perché mai dovrebbe andare diversamente, visto che il declino non è stato mai affrontato da un governo capace solo di somministrare tranquillanti e droghe pesanti?); mentre una città come Firenze, contenitore di straordinarie bellezze, rivela tratti di degrado da abbandono con effetti di putrescenza del tessuto urbano; mentre i meno sfiniti francesi hanno ancora la forza di esprimere sulla Loi Travail tutta l’indignazione che gli ormai rassegnati italiani non hanno più l’energia di manifestare contro l’omologo Jobs Act; mentre tra un Grexit evitato per un pelo e un Brexit in arrivo sta esplodendo il grande contenitore sovranazionale e il nostro premier non manifesta interesse al riguardo; mentre le scadenze in arrivo si accavallano drammaticamente, il pollaio dell’italica politica parla esclusivamente di riforme costituzionali/elettorali.

Uscire dall’euro?

di Domenico Moro 
L’analisi di quanto accaduto a partire dall’introduzione dell’euro e soprattutto dallo scoppio della crisi nel 2007-2008 dimostra la necessità di mettere a tema la disgregazione dell’area euro. Su questo bisogna fare due precisazioni. La prima è che l’obiettivo primario deve essere la Uem (Unione economica e monetaria) e non la Ue nel suo complesso. Nonostante la Ue sia una istituzione tutt’altro che neutrale dal punto di vista di classe e funzionale alle istanze del capitale, è l’euro lo strumento attraverso cui passa la ristrutturazione capitalistica a livello continentale. Senza di esso il capitale perderebbe gran parte della sua capacità di imporre politiche antipopolari e alla Ue mancherebbe il braccio operativo. La seconda è che il nostro primo compito consiste nel chiarire la necessità della disgregazione dell’area euro. Il come questo debba avvenire è importante, ma è successivo. La disgregazione dall’euro può avvenire in modi diversi: per mutua decisione di tutti i Paesi partecipanti, oppure per decisione unilaterale di uno o di più Paesi.

Sulle pensioni si passi ai fatti. Intervista a Maurizio Landini

Intervista a Maurizio Landini di Luisa Grion
"È un passo avanti, ora passiamo ai fatti ". Maurizio Landini, leader della Fiom, vede nel vertice fra governo e sindacato due aspetti positivi, ma assicura che la strada per arrivare ad un accordo condiviso è lunga e passa attraverso un principio indiscutibile: "La flessibilità sulle pensioni non deve penalizzare i lavoratori ".
Partiamo dagli aspetti positivi, quali sono?
"La riapertura di un confronto partendo dalle proposte del sindacato e l'intenzione dichiarata dal governo di non andare avanti per atti unilaterali. Risultati arrivati grazie al fatto che c'è stata una proposta unitaria e una grande mobilitazione del sindacato. Comunque, sul metodo ci siamo".
E sui contenuti?
"Non se ne è parlato".

Berlinguer e la riforma costituzionale

di Cesare Salvi
Berlinguer e Ingrao erano monocameralisti? Certamente, anzi, lo erano anche Togliatti e tutto il Pci. La posizione tradizionale in questo senso del partito comunista fu formalizzata con particolare rilievo in un seminario dei gruppi parlamentari del 1981, introdotto da Ingrao e concluso da Berlinguer. La data non è irrilevante. Il Pci ritenne di precisare la sua posizione per proporre un progetto di rinnovamento democratico delle istituzioni alternativo alla “grande riforma” in senso presidenzialista, che veniva lanciata dal Psi di Craxi nel Congresso di Palermo del 1981. Non si capisce però perché dal monocameralismo del Pci debbano trarsi argomenti a favore dell’approvazione del testo Boschi. La proposta del Pci era infatti in radicale contrasto con questo testo per tre ragioni.

Israele: un altro colpo fatale alla democrazia

di Uri Avnery 
“Per favore, non scrivere di Ya’ir Golan!” mi ha pregato un amico. “Qualunque cosa scriva uno di sinistra come te non farà che danneggiarlo!” Così per alcune settimane ho evitato di farlo. Ma non posso tacere oltre. Il generale Ya’ir Golan, vice Capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano, ha tenuto un discorso in occasione del Giorno della Memoria dell’Olocausto. Indossando la sua uniforme, ha letto un testo preparato in anticipo e ben ponderato, che ha provocato uno scalpore non ancora sopito. Decine di articoli sono stati pubblicati su di lui, alcuni di condanna, altri di lode. A quanto pare, nessuno ha potuto rimanere indifferente. La frase principale è stata: “Se qualcosa mi terrorizza della memoria dell’Olocausto, è la consapevolezza dei terribili sviluppi verificatisi in generale in Europa, e particolarmente in Germania, 70, 80, 90 anni fa, e il ritrovarne traccia qui in mezzo a noi, oggi, nel 2016.”

La battaglia dello spazio pubblico

di Bruno Giorgini
Il primo a Fos – sur – Mer, vicino a Marsiglia, è stato attaccato martedì 24 alle 4.30. Difeso strenuamente da oltre duecento lavoratori, su cui i cannoni a acqua, i fitti lanci di lacrimogeni, le cariche ripetute hanno avuto la meglio dopo alcune ore. Se il sindacato parla di “cariche di violenza inaudita”, la questura invece di “una resistenza importante” da parte degli operai. La Francia è in subbuglio se non in rivolta, e qualcuno si interroga perchè invece in Italia nulla si muova. Una calma sociale tanto piatta che viene da chiedersi se ancora esista una società civile di uomini e donne in carne e ossa in grado di pensare, criticare, indignarsi oppure se ormai non siamo nient’altro che un popolo di telefonini cui stanno appesi dei corpi più o meno inerti.

Libro, Elmetto e Moschetto

di Antonio Mazzeo
Gemellaggi e campi studio negli States, visite guidate ai droni e alle installazioni della base madre di Sigonella, incontri di basket e baseball, finanche “attività di volontariato civile a favore delle scuole”, con i marines reduci dalle scorribande in Africa e Medio oriente inviati a ridipingere e stuccare i disastrati istituti dell’Isola. Il pressing del complesso militare industriale d’oltreoceano sui docenti e gli studenti siciliani non consoce soste. I processi di militarizzazione e le guerre hanno bisogno del consenso. E le scuole e le università restano le migliori fabbriche del consenso. Il noto istituto superiore “Carlo Gemmellaro” di Catania ha fatto da battistrada lo scorso anno con il progetto denominato Gymnasium Joint Team US Navy – Gemmellaro. Scambi di esperienze tra docenti, studenti e i militari dei vari reparti operativi Usa di stanza a Sigonella e per concludere una giornata di lavoro volontario per “riqualificare”, tutti insieme, gli spazi per le attività sportive di istituto.

Smascheriamo le 10 bugie sull’università

Ad acquistare mezza pagina di due quotidiani hanno contribuito 246 docenti, versando una quota variabile da un minimo di 3,14 Euro a un massimo di 100 Euro. In media 24 euro a testa: praticamente come Bernie Sanders, che ha raccolto circa 27 dollari per donatore. Erano quasi tutti di Napoli Federico II i docenti che si sono autotassati per acquistare uno spazio sul Mattino e sul Corriere del Mezzogiorno, per informare e coinvolgere l’opinione pubblica, denunciando le 10 Bugie sull’Università più eclatanti. Una su tutte: Il governo ha stanziato 2.5 miliardi di nuove risorse per la ricerca–FALSO: il GOVERNO SI FA VANTO di risorse già previste in bilancio dal 2014 che, oltre a essere state ridotte, in parte derivano da un anomalo autofinanziamento da parte dei docenti universitari frutto del risparmio dovuto al blocco delle retribuzioni e al mancato riconoscimento del quinquennio lavorativo 2011-2015.

Usa, per il 90% reddito fermo da 40 anni

di Carlo Clericetti
Secondo gli ultimi sondaggi Donald Trump avrebbe superato Hillary Clinton nelle intenzioni di voto. Non di molto, ma fino a poco tempo fa il distacco era di 10-13 punti a vantaggio della seconda, e quindi il clamoroso recupero mostra una tendenza molto preoccupante per il Partito democratico. Sorprendente? Veramente no. Ciò che sta accadendo negli Usa non è poi molto diverso da quello che si vede in Europa. Il Vecchio continente si è messo ad imitare l'America nell'evoluzione dell'organizzazione sociale: più competizione, meno protezioni ai lavoratori, meno welfare e quello che c'è sempre più affidato ai privati, come i servizi pubblici; aumento della disuguaglianza. Difficile stupirsi se poi gli esiti politici si assomiglino. Le classi dirigenti al di qua e al di là dell'Atlantico perseguono politiche uguali, quelle dettate dal neoliberismo. In America sono iniziate con Ronald Reagan negli anni '80, e quello che è successo si può vedere in questi grafici tratti dalla Strategic Analysis di marzo del Levy Institute.

È morta l'austerità, evviva l'austerità

di Mattia Granata
Dopo diciassette ore di negoziato, e dopo che Tsipras aveva lanciato la giacca sul tavolo dicendo “prendetevi anche questa” mentre sul suo viso compariva un orrendo herpes da stress, si sospesero i lavori per rispondere al telefono. Ai tedeschi Obama chiese che cosa volevano per non buttare la Grecia fuori dall’Ue, come era nella sadica testa del Dr. Schaeuble: risposta, austerità. Ai greci chiese che cosa volevano per ingoiare ancora austerità: risposta, fate voi; ma in pratica: tagliate il debito. Si rientrò, si firmò, sipario. Del resto all’interno del Fondo monetario internazionale, come del resto ovunque, già dal 2010 si sapeva che le politiche macroeconomiche imposte ai paesi europei da un manipolo di tecnici non eletti e rappresentanti degli interessi di chissachi, erano una follia. E una follia si dimostravano ogni giorno, poichè appariva evidente che la combinazione di tasse e tagli alla spesa in funzione della riduzione del debito pubblico, nel mezzo della crisi economica, produceva effetti opposti.

Il nuovo mondo multipolare: le conseguenze di una complessa transizione

di Federico Pieraccini
Il logoramento dell’influenza degli Stati Uniti in luoghi chiave del globo quali Medio Oriente, Golfo Persico, Nord Africa ed Europa è una causa diretta del così detto fenomeno del “Imperial over-stretch” (eccessiva espansione imperialista). Le conseguenze più tangibili sono la ridotta capacità di reazione, previsione ed azione di Washington in zone focali del globo. La costante necessità, pur senza riuscirvi, di usare il pugno di ferro, sottomettere e controllare ogni respiro, ha finito per alienare il coinvolgimento e l’importanza degli Stati Uniti nelle regioni citate. Per il momento però è importante focalizzarsi su dove Washington continua a dimostrare di avere influenza e capacità strategiche notevoli, riuscendo a condizionare il corso degli eventi. Contrariamente a quanto avviene nel resto del mondo, il sudest asiatico e il Sud America si ritrovano ad essere sempre più attratte nella sfera di influenza Americana. Attribuire questi sviluppi ad un atteggiamento o ad una tattica precisa di Washington sarebbe però un errore.

La Rai e il No oscurato. La denuncia di Alessandro Pace

Intervista ad Alessandro Pace di Carlo Tecce
Alessandro Pace ha un’agenda satura d’impegni: “Mi spiace, il tempo è scarso”. Il professore emerito di Diritto costituzionale presiede il Comitato per il No che intende bloccare la riforma della Carta. A ottobre ci sarà il referendum confermativo, ma la campagna elettorale è adesso. In piazza e sui media.
Professore, la presenza sui canali Rai del comitato la soddisfa?
"Mi fa una domanda ingenua, è retorica?"
Anche retorica.
"Per la Rai siamo inesistenti. Io non mi sorprendo, non mi aspettavo trattamenti degni di un servizio pubblico aperto al dibattito. Ma la realtà supera le mie più fosche previsioni. Ho contato i secondi."

Cattivi presagi per Palazzo Chigi

di Andrea Colombo
Chissà se Renzi crede nei presagi e teme i segnali celesti oppure se, convinto che i rituali con cui gli Achei chiedevano lumi siano solo un espediente per passare di livello nell’Iliade versione play station, si fida solo degli aridi dati. In entrambi i casi, ieri non deve aver passato una tranquilla nottata. La voragine che ha ingoiato una ventina d’auto, 5 miliardi e la residua immagine del Paese agli occhi di mezzo mondo, non può certo essere addebitata all’ex primo cittadino della città di Dante, che già da anni si occupa d’altro. Ma un crollo rovinoso proprio nel cuore della sua Firenze avrebbe insospettito Ulisse e consigliato prudenza ad Agamennone, senza neppure bisogno di consultare l’oracolo. Certi segnali si spiegano da soli. È improbabile che il ragazzo di Rignano permetta alla magia di inquietarlo più che tanto. Ma non è che sul fronte della razionalità le cose ieri fossero messe molto meglio.

Lo studente, il Rettore e il Ministro

di Maria Mantello
Continua a spopolare sul web il video dell’intervento dello studente di giurisprudenza, Alessio Grancagnolo, che ha contestato la governativa “riforma” della Costituzione, illustrata dal Ministro Boschi il pomeriggio del 13 maggio nell’aula magna della Scuola superiore dell’Ateneo di Catania.
Il testo della “riforma” il ragazzo se l’era studiato con cura per poter intervenire consapevolmente a quell’incontro. E si deve essere sentito forse rassicurato ad esprimere il suo pensiero anche dalle parole del suo Rettore Giacomo Pignataro, che aprendo il convegno dichiarava: «Oggi discuteremo di un tema certamente importante per il nostro Paese e per il suo futuro. È importante che se ne discuta con i giovani, con chi poi concretamente avrà gli effetti di questi cambiamenti».

Il cristianesimo come progetto di civiltà

di Frei Betto 
Il Brasile è un Paese di matrice cristiana. Chiedete a chiunque quale sia la sua visione del mondo e, certamente, avrete una risposta intessuta di categorie religiose.Il cristianesimo, nella sua versione cattolica, è arrivato nel nostro Paese in compagnia del progetto colonizzatore portoghese. Entrare a far parte della civiltà, così come veniva concepita nella Penisola Iberica, significava diventare cristiani. Era questa l'ossessione missionaria di Anchieta: annullare le convinzioni religiose dei popoli originari della terra brasiliana, considerate idolatriche, per introdurre il cristianesimo secondo la teologia europea occidentale, in un atto di aggressione alla cultura indigena. I colonizzatori portarono in Brasile gli africani come schiavi, i quali dovevano piegarsi al battesimo per entrare nell'inferno qui in Terra, con la promessa che, se fossero stati docili alla volontà e ai perversi capricci dei bianchi, avrebbero meritato il Paradiso celeste come ricompensa.

Serve un forte movimento per la pace. Un appello da Cuba

“Serve un movimento per la pace forte, di massa, combattivo”. E’ l’appello rivolto mercoledì da Silvio Platero Yrola, presidente del Movimento Cubano per la Pace e coordinatore del Consiglio Mondiale per la Pace ad una platea di delegati di diversi settori dell’Unione Sindacale di Base, di attivisti del movimento per la casa e dei movimenti sociali, di rappresentanti di mezzi d’informazione e di militanti politici. “In una situazione di crisi che sfocia sempre più spesso in guerra economica si assiste purtroppo ad una estrema debolezza, soprattutto in Europa, del movimento per la pace che pure anni fa era molto forte. Al Consiglio Mondiale per la Pace, fondato nel 1949, aderiscono oggi ben 138 organizzazioni in tutto il pianeta ma la guerra si diffonde ovunque, spesso senza trovare una efficace opposizione e senza che neanche si scenda in piazza” ha detto il rappresentante dell’organismo cubano ospite nella sede nazionale dell’Unione Sindacale di Base, a due passi da quel Centro Operativo Interforze che coordina le azioni militari contro la Libia nel bel mezzo di uno dei quartieri della capitale – Centocelle – più densamente abitati.

Montanari si dimette in un Paese senza intellettuali

di Giulio Cavalli 
Sarebbe bello che qualcuno trovasse il coraggio di scriverlo che si incrociano nomi altisonanti che sottovoce confessano di non essere nella condizione di poter contraddire il potere. Sarebbe bello ricordarsi che gli intellettuali (o accontentandosi: gli operatori culturali) anticipano la Storia, ne prevedono le nefandezze, ne annusano profeticamente i bisogni e non sono i leccapiedi ludici del potere. Sarebbe bello, insomma, riconoscere che i forbiti allineati sono portavoce. Tutt’altra cosa. Per questo anche il piccolo gesto di Tomaso Montanari merita di essere sottolineato: lo storico dell’arte ha deciso di dimettersi dal proprio ruolo di membro di commissione del Ministero dei Beni Culturali con una lettera indirizzata direttamente al ministro Franceschini.

L’odio online: violenza verbale e ossessioni in rete

di Giovanni Arata
Nelle società contemporanee, internet rappresenta uno spazio fondamentale di espressione, produzione e confronto tra individui e gruppi. È questa consapevolezza a costituire lo sfondo del volume di Giovanni Ziccardi L’Odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete, che esamina l’evoluzione del concetto di hate speech e le sue manifestazioni digitali. Della rete, le persone apprezzano, da una parte, la natura aperta e apparentemente meno «normata» rispetto a quella del mondo fisico, e si sentono potenziati, d’altra parte, dalla disponibilità di strumenti che mettono ciascuno in condizione di parlare, far circolare il proprio pensiero e di entrare in contatto con interlocutori affini e non. Tuttavia, per le stesse ragioni, la rete costituisce anche un ambiente naturale di espressione per l’inimicizia, per gli istinti più bassi e per le varie forme d’odio caratteristiche dei gruppi umani.

Il giudizio critico della Cgil sulla proposta di modifica costituzionale

"Il percorso legislativo, che ha portato all’approvazione dell’ipotesi di modifica costituzionale, è stato caratterizzato da una discussione parlamentare a tratti compulsiva, con accelerazioni continue e un eccessivo condizionamento del governo, tratti che mal si conciliano con la sensibilità democratica richiesta da interventi sulla Carta fondamentale". Inizia così il testo dell'ordine del giorno dal titolo "La Cgil esprime un giudizio critico sulla proposta di modifica costituzionale", approvato martedì 24 maggio dal Comitato direttivo della Confederazione, riunitosi a Roma. "L'impropria polarizzazione - seguita l'ordine del giorno - che ha dominato il dibattito in Aula (e fuori) ha raggiunto il suo apice con la dichiarata volontà di fare del referendum confermativo un banco di prova per l'operato complessivo del governo.

Francia, s’inceppa la maggioranza silenziosa

di Il Simplicissimus
Ciò che sta accadendo in Francia è importante, sia per la resistenza dei lavoratori alla loi travail, il job act transalpino, con una determinazione non era stata prevista e messa in contro, sia per il chiarimento che porta intorno alle istituzioni politiche. Qui è evidente che una casta di eletti sulla base di promesse e programmi puramente narrativi e ingannevoli, fa in realtà quello che vuole, stravolge il proprio stesso senso, si fa emissaria di altri voleri e subalterna ad altri poteri. In buona sostanza contraddice il principio della rappresentanza che è alla base della democrazia liberale finendo per renderla un puro meccanismo rituale svuotato di senso. Solo così si può spiegare non solo la cecità con cui i socialisti francesi si sono resi protagonisti della distruzione dei diritti del lavoro, ma anche la sfacciataggine con cui in Belgio un governo allo stesso tempo europeista ed etnico (il partito del primo ministro non è altro che una crasi fra liberali e minoranze linguistiche vallone e tedesche, a riprova della maligna inconsistenza ideale in cui è sprofondato il progetto europeo) ha presentato una legge del lavoro che aumenta di molto la precarietà e rende legale un orario di lavoro di 11 ore al giorno con un ritorno all’epoca dei padroni delle ferriere.

Morosi, incolpevoli, sfrattati: emergenza casa senza tregua

di Roberto Ciccarelli 
Barletta Trani e Andria, Savona, Pescara, Prato, Modena e Rimini. Sono le città italiane che avevano il record degli sfratti per numero delle famiglie residenti nel 2015. Il rapporto annuale sugli sfratti, pubblicato ieri dal ministero dell’Interno, dimostra che l’emergenza casa è diffusa a macchia d’olio in tutto il paese e interessa i piccoli e i grandi centri del Nord e del Sud, senza differenze. E i più colpiti sono i piccoli e medi centri che negli ultimi tre anni hanno conosciuto un’emergenza mai vista prima. Nelle prime tredici posizioni della classifica stilata dal Viminale, si trovano tutti piccoli e medi comuni: si va da Barletta-Andria-Trani (uno sfratto ogni 148 famiglie) a Pistoia (uno sfratto ogni 268). La prima grande città è Roma al 14° posto (uno su 272). Nell’ultimo anno si è registrato un lieve miglioramento nel rapporto tra i provvedimenti di sfratto emessi e il numero delle famiglie residenti: nel 2014 era uno ogni 333 famiglie. Nel 2015 la media nazionale è stata uno ogni 399 famiglie.

Oscura silhouette del potere

di Fabrizio Tonello
Anche se Bernie Sanders continuerà la sua battaglia politica fino alla convenzione democratica, ormai sappiamo che alle elezioni presidenziali del prossimo novembre negli Stati Uniti saranno in campo una candidata «repubblicana» e uno indipendente: la repubblicana è Hillary Clinton e l’indipendente è Donald Trump. Certo, la prima correrà sotto le bandiere del partito democratico e il secondo sotto quelle del partito repubblicano ma le etichette contano poco. In sostanza, sulla scheda ci sarà una candidata interventista, decisa a mantenere la supremazia americana nel mondo, sostenitrice di una nuova guerra fredda e delle alleanze tradizionali come la Nato: Clinton. L’altro candidato, Donald Trump, torna indietro nel tempo al movimento degli anni Trenta, America First: protezionismo commerciale, niente alleanze permanenti, interventi militari solo quando è strettamente necessario per la sicurezza nazionale, xenofobia.

FMI: la disoccupazione in Grecia scenderà al 12%... nel 2040!

di Frances Coppola
Il FMI ha appena pubblicato l’ultima Analisi di Sostenibilità del Debito (DSA) per la Grecia. E’ una lettura sconfortante. La Grecia non riuscirà mai a uscire dal suo debito attraverso la crescita. Il surplus primario del 3,5% al quale il governo di Syriza sembra al momento deciso a impegnarsi, è francamente insostenibile: il FMI pensa che perfino sostenere l’1,5% sarebbe un’impresa. Le banche avranno bisogno di altri 10 miliardi di euro (oltre ai 43 miliardi che il governo greco ha già preso in prestito per poterle salvare). La vendita di asset è una causa persa, principalmente perché le banche – che rappresentavano una parte preponderante degli asset in vendita – non varranno nulla nel prossimo futuro. Che piaccia o meno, un taglio del debito è indispensabile. Senza taglio del debito, il suo costo lieviterà nel 2060 a un impossibile 60% del budget governativo. Naturalmente, la Grecia andrebbe in bancarotta molto prima – ma ciò renderebbe la situazione perfino peggiore.

Loi Travail: Valls mostra i muscoli (contro la Cgt)

di Anna Maria Merlo 
Per il momento, alla vigilia di una nuova giornata di manifestazioni (l’ottava) e di scioperi oggi in tutto il paese, il primo ministro mostra i muscoli. Manuel Valls all’Assemblea tuona: “non è la Cgt che detta legge in questo paese”. Valls ha scelto il confronto diretto con la Cgt, organizzazione “minoritaria” accusata di soffiare sul fuoco della protesta in nome dell’ “arcaismo” sociale (ma il 61% dei francesi pensa che la responsabilità della situazione di blocco sia del governo). La strategia del primo ministro è di far leva sull’esasperazione della popolazione, fomentata in realtà dall’allarmismo sulla penuria di carburante, una profezia che si è autorealizzata poiché i consumi di benzina si sono moltiplicati di 3-5 volte, lasciando cosi’ a secco ieri circa 4mila benzinai sui 12mila che operano nel paese. Anche l’Eliseo afferma perentorio: “la Cgt non vuole dialogare”.

Napoli. L’acqua bene comune, davvero

di Contropiano
Da un anno e mezzo a questa parte sono spuntati nelle strade di Napoli, quelle ovviamente interessate al passeggio dei turisti, beverini con un’etichetta in bella mostra “Acqua Bene Comune – buona da bere”.L’etichetta non dice bugie. L’azienda speciale ABC, che gestisce il servizio idrico nel capoluogo campano, fa rilievi dei dati sulla qualità dell’acqua in misura cinque volte superiore a quelle imposte dalla legge nazionale. I rilievi sono effettuati alla fonte, alle grandi condutture che portano l’acqua a Napoli, alle vasche e in tutti i punti di prelievo distribuiti in città. Il laboratorio d’analisi dell’ABC ha raccolto nell’ultimo anno più di 143.000 dati per la sola città di Napoli. Il laboratorio, tra l’altro, offre il servizio di analisi anche per conto della Regione Campania e di altri comuni.

Caro Cacciari, i populismi non si sconfiggono con questa riforma

di Valeria Calicchio
“Si spera che prima o poi nasca non dico qualcosa di alternativo, ma di differente dal renzismo. Che non vuol dire nostalgie di sinistra, vuol dire aprire un discorso meno semplicistico, meno demagogico e meno arruffato”: partiamo dall’ultima considerazione fatta ieri in un’intervista daMassimo Cacciari. Partiamo da questa richiesta di un discorso ‘meno semplicistico’ e cerchiamo di coniugarla in maniera sensata con quanto invece l’ex sindaco di Venezia afferma solo poche righe prima: ovvero la necessità di votare sì al referendum perché altrimenti l’Italia finirebbe in balia dei populismi di destra. Di tutte le argomentazioni comparse in questi giorni (non nel merito) per sostenere il sì alla riforma dobbiamo rilevare che questa di Cacciari è certamente la più demagogica, semplicistica e arruffata(cit.). Più dei partigiani, di CasaPound e dello ‘spettro poltrone’. Di più e oltre. Cacciari ammette di non amare né il premier né la riforma, ma fa inconsapevolmente un atto di sofismo che contraddice le sue ragioni.

Come la rivoluzione siriana mi ha trasformata

di Budour Hassan
Il mondo gira intorno alla Palestina, o così pensavo fino al 2011. Ho sempre pensato che la causa palestinese fosse la prova del nove per sapere quanto qualunque persona lottasse per la libertà e la giustizia. La Palestina era l’unica e sola bussola che doveva guidare qualunque rivoluzione araba. Un regime poteva essere giudicato buono o cattivo, prima di ogni cosa, in base alla sua posizione nei confronti della causa palestinese. Ogni evento doveva essere letto attraverso la prospettiva palestinese. I popoli arabi ci hanno abbandonato, e noi abbiamo ispirato il mondo intero con la nostra resistenza. Sì, mi definisco un’internazionalista. Credo in ideali universali e umanisti. Spesso e volentieri ho parlato della necessità di rompere ogni confine e iniziare una rivoluzione socialista. Poi è arrivata la Siria, e la mia ipocrisia e la fragilità di quegli ideali è stata smascherata.

Le misure per un'economia circolare e le potenzialità per l'Italia

di Tiziana Giacalone
Il 17 maggio si è tenuta la conferenza prevista dalla Commissione Territorio, ambiente, beni ambientali del Senato per discutere gli esiti della consultazione pubblica sul pacchetto europeo di misure per l’economia circolare. La consultazione - che si è chiusa il primo aprile - era stata avviata dalla Commissione per acquisire le valutazioni delle parti interessate in merito al pacchetto sull’economia circolare adottato dalla Commissione europea il 2 dicembre 2015. I contributi dei partecipanti (addetti al settore, cittadini, ma anche pubbliche autorità e centri di ricerca e università) saranno utili per predisporre la risoluzione che dopo l'approvazione sarà trasmessa alla Commissione europea e costituirà atto di indirizzo al Governo per i negoziati al Consiglio dell'Unione europea.

Meno austerità e più politica

Intervista a Jean Paul Fitoussi di Loredana Biffo
Professore, parliamo della questione della riforma del lavoro che è stata fatta in Italia e in Spagna senza suscitare particolari proteste. In questi giorni stiamo assistendo ad una forte mobilitazione in tutta la Francia proprio a causa di questa riforma che suscita proteste per via della destrutturazione del mercato del lavoro, e vista come una subalternità della politica alle richieste delle imprese, e direzionata sempre più a soddisfare un capitalismo selvaggio. Cosa pensa lei di questa riforma? "La responsabilità di quanto sta avvenendo è evidentemente responsabilità della politica. Questa riforma è sbagliata, perché non fa altro che indebolire il debole e rafforzare il forte. Da più potere alle imprese, mentre i lavoratori non hanno più alcun margine. Si tratta sostanzialmente sul lungo termine di un problema di risparmio, quando c’è una grande precarietà la sola assicurazione è quella del risparmio e dunque rimane il problema della domanda."

Idomeni: sgombero da un campo, verso altri campi?

di Serena Chiodo
Sono iniziate mercoledì mattina le operazioni di sgombero del campo di Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia. Un luogo simbolo della situazione in cui versano le persone che, prevalentemente da Siria, Iraq, Afghanistan e Pakistan, provano a raggiungere il territorio europeo, restando bloccate nelle zone di frontiera a causa delle politiche di chiusura dell’Unione e dei paesi membri. Le circa 8400 persone presenti nel campo sono attualmente “invitate” dai funzionari del governo greco a salire sui numerosi autobus predisposti per i trasferimenti in altre aree del territorio ellenico. Le virgolette sono d’obbligo: le operazioni si stanno svolgendo alla presenza di circa 700 poliziotti in assetto antisommossa, mentre un elicottero sorvola la zona. Il governo greco ha sottolineato che la massiccia presenza di agenti è stata predisposta solo come “misura precauzionale contro l’eventualità che alcune persone rifiutino di abbandonare l’area”.

Islam fondamentalista: così si convincono i giovani di essere eletti da Dio

Intervista a Dounia Bouzard di Redattore sociale
A Napoli è venuta sotto scorta e con la paura di essere oggetto di attentati anche qui, tanto da non voler comparire sui giornali. È una specialista del rapporto tra l’uomo e la religione e della gestione della laicità e conduce battaglie quotidiane contro la radicalizzazione dell’islam, soprattutto nei ragazzi. Cinquantatre anni, francese di Grenoble con origini miste nordafricane, Dounia Bouzard è l’antropologa che in Francia ha fondato il Centro per la prevenzione contro le derive settarie legate all’islam (CPDSI) dove sperimenta sul campo i metodi per contrastare il reclutamento dei giovani nell’Isis. A Napoli ha tenuto una conferenza organizzata dall’Institut français con il Dipartimento degli studi umanistici dell’università Federico II, su “Come uscire dalla morsa jihadista”, nell’ambito di un ciclo di riflessioni pubbliche sulla Francia dopo gli eventi parigini del 13 novembre.

Isee, una scelta iniqua

di Nicola Marongiu e Maria Guidotti
Dalla pubblicazione delle sentenze del Consiglio di Stato, avvenuta lo scorso 3 febbraio, in materia di Isee con grande ritardo il governo individua una soluzione che non risponde al carattere di equità, anche interna, che deve poter mantenere tale strumento. Il contenuto delle sentenze accoglieva, prima al Tar e poi al Consiglio di Stato, i ricorsi presentati sulla questione di come considerare le indennità per le disabilità e le altre forme risarcitorie sancendo la non computabilità tra i redditi e indicando inoltre la esigenza di un intervento di coordinamento sulle altre parti della norma che intersecavano tale previsione. Il dispositivo della sentenza è chiaro, intervenendo sulla natura delle indennità e non certamente sulla efficacia dello strumento dell' Isee che come è noto dai dati del monitoraggio sul primo anno d'inserimento ha avuto un effetto di maggiore inclusione anche per le categorie direttamente interessate dalle sentenze.

Tra gli operai che bloccano le raffinerie: “Non vogliamo fare la fine dell’Italia”

di Niccolò Zancan
A terra sono rimasti pneumatici bruciati e sassi. Venti agenti della gendarmerie presidiano la rotonda per impedire altri blocchi. Il sole incomincia a tramontare sul mare, sulle raffinerie e su questo pezzo di Francia che lotta e non vuole cambiare. «Non credete a questa menzogna del progresso! Vi siete fatti fregare, voi italiani. Non faremo lo stesso. Questo legge sulla flessibilità del lavoro è un ritorno al passato, vogliono togliere di mezzo il sindacato e disporre dei lavoratori a piacimento. Lo chiamano futuro, ma è una nuova forma di schiavitù». Roger Lamur racconta la giornata che ha paralizzato la Francia dalla sua sedia di segretario generale della Cgt per il distretto di Bouches du Rhône. Marsiglia è a quaranta chilometri, la Camargue vicinissima. La televisione trasmette in continuazione la mappa dei benzinai rimasti a secco.

Dirigente. Ai tempi del Jobs Act

di Giovanni De Mauro
Per chi si fosse perso il video, è un discorso interessante:
"Per cambiare un’organizzazione ci vuole un gruppo sufficiente di persone convinte di questo cambiamento, non è necessario sia la maggioranza, basta un manipolo di cambiatori. Poi vanno individuati i gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare e bisogna distruggere fisicamente questi centri di potere. Per farlo, ci vogliono i cambiatori che vanno infilati lì dentro, dando a essi una visibilità sproporzionata rispetto al loro status aziendale, creando quindi malessere all’interno dell’organizzazione dei gangli che si vuole distruggere. Appena questo malessere diventa sufficientemente manifesto, si colpiscono le persone opposte al cambiamento, e la cosa va fatta nella maniera più plateale e manifesta possibile, sicché da ispirare paura o esempi positivi nel resto dell’organizzazione.

La medicina indigena entra negli ospedali pubblici boliviani

di Michele Bertelli
Il fumo sale rapido sui tetti dell’ospedale di Sica Sica, nel mezzo dell’altopiano boliviano, mentre un piccolo gruppo in camici bianchi e gonne polleras circonda il fuoco nel cortile. Accanto a un altarino con una Madonna circondata di fiori, Panchito, il direttore, getta nelle fiamme alcune tessere con sopra dipinti simboli diversi. “Questo è per la buona sorte, questo per la salute e questo per il denaro”, dice. Oggi infatti non è un giorno qualunque, ma l’ultimo per il gruppo di lavoro che ha gestito l’ospedale in questi mesi. E per Panchito è impensabile cominciarlo senza un sacrificio alla Pachamama, la madre terra. L’ospedale gestito da Panchito è un esempio di come la Bolivia stia cercando di affiancare le tradizioni ancestrali dei popoli indigeni alla medicina moderna. I medici kallawaya come lui hanno infatti attraversato le terre dell’altopiano per decenni, alla ricerca di erbe dalle proprietà curative.

Una città fondata sul paradosso

di Alessandro Barile 
Tempi di promesse solenni questi sotto campagna elettorale. Le più fantasiose soluzioni agli annosi problemi cittadini prendono forma nei programmi elettorali dei vari candidati. Eppure, nonostante gli approcci differenti e a volte opposti, le diverse proposte politiche sembrano partire dagli effetti più che dalle cause del declino romano: la sicurezza, il debito pubblico, il traffico, la qualità del trasporto pubblico e tanto altro ancora, costituiscono il risultato inevitabile del disastro urbanistico romano, origine dei mali cittadini. La Capitale non è più una città, ci dicono l’urbanista Vezio De Lucia e il giornalista Francesco Erbani nel libro Roma Disfatta (Castelvecchi, pp. 144, euro 16,50), un agevole racconto a due voci che si sta trasformando in caso editoriale. «La Roma delle Mura Aureliane e delle prime cinture periferiche ignora cosa ci sia intorno al Grande raccordo anulare.