La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 3 agosto 2015

A proposito di tagli alla sanità

di Marcello Guerra
La furia ideologica con cui questo governo si accanisce sulla Sanità e, quindi, sul Sistema Nazionale Sanitario non ha eguali nella storia recente ma che, alla fine, rischierebbe di mettere fine al nostro principio di sussidiarietà universale sancito nella nostra Costituzione.
La spesa sanitaria si attesta attualmente ad una modesta cifra di 112 MLD di euro che è circa di 9 punti percentuali sul PIL italiano. Un valore molto basso, soprattutto considerando le medie dei paesi OCSE, la Germania (11,5% del PIL) o gli USA (quasi al 18% del PIL); una cifra che regge un sistema di assistenza di libero accesso universale che di per sé è un piccolo gioiello di funzionamento da preservare a tutti i costi, per chi ha a cuore il principio di accesso alle cure da parte di tutti i cittadini o, per lo meno, della loro maggioranza (perché molti, comunque, rimangono esclusi dai servizi che gli sono dovuti come diritto). Il sistema nazionale sanitario (SSN) ha un costo tra i più bassi in assoluto tra i paesi OCSE e garantisce un servizio, per quanto criticato e spesso messo sotto accusa, tra i migliori in assoluto (sempre secondo i dati OCSE) e, nonostante questo suo primeggiare con gli altri sistemi dei paesi più avanzati, da alcuni anni sta subendo tagli di spesa di gravi entità.

Dal 2012 ogni governo ha messo mano al portafogli e ha tagliato la propria parte, sottoforma di razionalizzazioni e di riallocazione delle risorse. Questo ha comportato un taglio definitivo di 4 MLD di euro nel giro di tre anni e senza che gli organi di vigilanza competenti sulle spese statali abbiano mai sollevato una preoccupazione sull’andamento della spesa sanitaria futura. E’ la ragioneria dello Stato a rassicurarci che il processo sia pienamente sotto controllo, almeno per i prossimi trent’anni e che, nonostante l’accesso alle cure, da parte della popolazione che invecchia sempre di più, sia sempre maggiore, la spesa sanitaria è destinata a crescere in maniera minima (si calcola che ci attesteremo sui livelli di spesa attuale della Germania solo tra venticinque/ trent’anni).
Ma allora da dove ha principio questa impellente necessità di tagliare ulteriormente le risorse al SSN? In maniera evidente, i tagli rispondono biecamente ad esigenze fare cassa corrente e in maniera immediata, perché di razionalizzazione della spesa, in questi provvedimenti, non si intravede assolutamente nulla.
Ricavare dieci miliardi di euro dalla spesa sanitaria ha un unico significato palese che è quello di messa in discussione o mora di tutto il sistema di assistenza sussidiaria universale come sino ad ora lo abbiamo conosciuto.
Ma a leggere dettagliatamente le proposte di tagli e leggendo le interviste ai protagonisti, viene da pensare che neppure gli estensori di questo decreto legge sappiano bene a cosa si vada incontro quando si comincia a penetrare non più il grasso, ma nella carne viva dei cittadini-pazienti. Il SSN in questi ultimi anni si è caratterizzato fortemente in equilibrio dinamico stentato, stirato nelle differenti modalità territoriali e adattato alle diverse necessità del momento politico ma che, comunque, anche in condizioni meno ideali ha cercato di erogare servizi di qualità in condizioni sempre peggiori. I sistemi regionali sono la rappresentanza di quanto peggio sia la sanità a diverse velocità (due, tre velocità? Corrispondenti a nord, centro e sud Italia?). Questi sistemi sanitari a guida regionale, hanno perso per strada, in questi ultimi dieci anni, milioni di cittadini, pazienti, persone senza più diritti di cura, o resi tali dalla mancanza di risorse per dar loro accesso alle cure, come i dati del Programma Italia di Emergency stanno a confermare.
Il delicato equilibrio imperfetto dell’attuale Servizio Sanitario, con tutte le proprie falle, ora rischia di venire ulteriormente penalizzato da questa ondata di tagli, sino a un punto di non rientro. Il SSN è un pilastro fondamentale del patto sociale di questa nazione, del suo welfare e la sua liquidazione o svuotamento non può passare senza ripercussioni imprevedibili anche sul piano politico. Ma è necessario che tutte le forze democratiche sensibili e che ancora sentono come propria l’eredità del dettato Costituzionale non come forma, queste si mobilitino per una presa di posizione forte in suo favore.
Per tornare all’ordine dei provvedimenti, sul piano strettamente contabile, il governo fa un errore madornale pensando di poter fare cassa, a breve, su un sistema che si regge a malapena e dove si è già abbattuta una scure nei governi precedenti. Abbiamo già visto come dal 2012 ogni governo ha attivato procedure di revisione della spesa in ambito sanitario semplicemente tagliando i costi e non è pensabile continuare a pensare che la frittata la si possa fare sempre con meno uova. L’Associazioni delle industrie produttrici di strumentazione diagnostica (ASSOBIOMEDICA), per fare un esmpio, ha denunciato i metodi con cui sono stati ribaltati, nei precedenti governi, i costi dei tagli sulla spesa ordinaria: da un giorno all’altro è stato imposto una riduzione unilaterale del 5% sui contratti in essere e in questo modo si è abbattuto tutto quello che era (ritenuto) l’eccedenza di spesa. Ma ora? Davvero si pensa di ricavare ancora 8/9 miliardi di euro a partire dalla buona gestione della appropriatezza della prescrizione medica? Ma se fino a questo momento, e dico sicuramente in questi ultimi anni, il capitale umano composto di laureati, tecnici, asisstenti, tutti gli operatori del settore… non è stato minimamente valorizzato (e da ciò, anche la fuga dei nostri cervelli all’estero, ma questo è un altro capitolo…), ora vogliamo mettere a profitto le capacità di tutte le nostre risporse per attuare risparmi?
Neppure per idea. L’idea che sta dietro a questi tagli è ancora più semplice: verranno predisposti dei protocolli ministeriali a definire quali esami di diagnostica sono congruenti con il quesito diagnostico che il medico ipotizza, tutto qui. Come se si negasse la professionalità di una intera categoria per poter giustificare tagli immediati. Ovvio che l’occasione viene data in ordine alla lotta al difensivismo dei medici in fase di prescrizione, per propria tutela in caso di controversie legali, ma un medico che sia incappato in queste, io non lo conosco ancora e, comunque è ormai da anni che nella maggior parte delle strutture sanitarie, per motivi riconducibili ai tagli precedenti, si sta sensibilizzando il personale clinico a richieste in linea con le politiche di risparmio dell’Ente. E il medico ne prenda atto a costo di penalizzazioni dirette. In bocca al lupo!
La sensazione che emerge da tutto questo è che a muovere la mano del governo in materia sanitaria siano due tendenze che non si contraddicono. La prima è quasi banale. La sensazione è che un premier a corto di idee e di stima nei sondaggi debba inventarsi argomenti di risalita nei top-trend e quale migliore tema quello della riduzione delle tasse? E dove è possibile tagliare se non nel capitolo del welfare state? Fare cassa facile per consensi facili. Questo è il motto, d’altra parte ha già funzionato con gli ottanta euro pre-elettorali…
La seconda ha un carattere più ideologico ed è la tendenza che abbraccia le politiche del neo-liberismo e della guerra totale allo stato sussidiario. La Sanità, come ogni progetto di coesione sociale va privatizzata perché esclusivamente (per definizione) un padrone e non lo Stato può avere la capacità manageriale di creare valore da un processo complesso. Lo Stato deve essere affamato, come la bestia anticapitalista e lasciare libertà al mercato di muoversi come questi sa fare. Mercificare il corpo, il servizio di cura e rompere il diritto universale conquistato nel tempo. La volontà di definire due ordini sanitari, uno di qualità, quindi privato e un altro di necessità, questo sta nella visione ultra-liberista del nostro governo.
Infine, la domanda che ci viene fatta, soprattutto a fronte dei casi di malasanità, solleva il tema della riformabilità della “macchina” sanitaria, di quei meccanismi mastodontici dove la burocrazia fa da regolatore di ogni cosa. La domanda è semplice e, più o meno, recita cosi: “… ma voi che ne siete parte, non vi accorgete che questo mastodonte burocratico sta sempre più lontano dalle esigenze dei cittadini? E’ giusto rivedere, riformare quei principi che permettono il funzionamento dei servizi…?” E ci mancherebbe! E’ necessario sempre riformare il più possibile, tenendo adeguati i rapporti tra esigenze e risorse dedicate ai processi, ma nei tempi corretti e sui procedimenti congrui, a partire da un principio che deve essere un faro nella nostra visione: la spesa sanitaria generale, ora in un momento particolare di crisi, non deve essere tagliata di un solo euro, anzi, aumentata ed è per questo che i capitoli di spesa devono essere tenuti sotto occhio critico. Ogni revisione, razionalizzazione o quant’altro deve essere fatto (con criterio e) con lo scopo di estendere il diritto di cura a tutti i cittadini (e non solo, anche ai semplici residenti, agli immigrati che neppure compaiono in qualunque tipo di anagrafe,…), come la nostra Costituzione obbliga a fare.
E per prima cosa, un processo di riforma seria non può non partire dai vertici dei governi della sanità. E’ necessario introdurre un’opera di moralizzazione a partire dalle figure apicali a discesa sino all’ultimo operatore delle ASL. Questo per evitare la costituzione di feudi politici (è ancora troppo poco la definizione della lista regionale dei Direttori da cui pescare per le nomine…) o di natura consortile. Poi (che spesso la cronaca ci dice essere contingente alla prima) è necessario avviare una seria lotta alla corruzione: il costo della corruzione è stato calcolato nel SSN pari a 11 MLD circa di euro! (guarda caso, proprio la cifra che si vorrebbe oggi tagliare).
Ma una seria azione riformatrice, che sappia adeguare la spesa alle diverse esigenze dei cittadini necessita di tempi lunghi e di investimenti sull’enorme capitale umano. Medici, infermieri, tecnici, assistenti, amministrativi che operano negli ospedali devono essere messi nelle condizioni di poter crescere culturalmente e di implementare le proprie conoscenze di settore. Essere, in buona sostanza, valorizzati per le proprie capacità operative e per le potenzialità.
Tutto questo significa che l’investimento sulle tecnologie (in Italia siamo ancora tra i leader mondiali nella produzione di strumentazione diagnostica), sulle capacità di interazione con una popolazione di pazienti che ha maggiore confidenza con le tecnologie informatiche (empowerment del cittadino-paziente, per esempio nella gestione della refertazione online, attraverso un portale web) e sulla medicina territoriale, sulla prevenzione e molto altro, ha lo scopo di portare a un adeguamento della spesa in un lungo periodo e queste risorse devono essere reimpiegate nel processo in continua espansione. E se questo processo riesce ad espandere la sua funzione, è come un polmone che si gonfia e va a dare risposte ad un’economia di prossimità che si caratterizza per il suo contenuto altamente tecnologico. Ha, in sostanza, la capacità di essere un volano per l’economia di un’industria che è sempre più fiacca e demotivata nel rapporto con questa macchina sanitaria depredata.
Ogni altro approccio, soprattutto dettato dalla fretta e dalle necessità di cassa non fanno che fiaccare il polmone del SSN e con sé tutta l’economia che ci sta attorno. Non è possibile attivare politiche di taglio a partire dai rapporti epidemiologici, perché questi ci direbbero anche che 8 MLD di spesa sono oggi dedicati alle cure dei danni dell’obesità; altrettanti per le malattie da fumo e senza calcolare i costi delle errate diagnosi da parte dei medici o i costi delle esplosioni di pandemie (ancora in luoghi confinati e da parte di agenti virali poco pericolosi per i soggetti non a rischio). A meno che questo non sia un buon motivo per introdurre una tassa apposita per gli obesi, i fumatori, i medici poco zelanti, gli untori…

Fonte: Esseblog

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