mercoledì 16 settembre 2015

Corbyn e le ragioni smarrite della sinistra

di Paolo Borioni
Se non ci sono dubbi che quella di Cor­byn è stata una vit­to­ria della sini­stra Labour, e molto sonante, è anche con­tem­po­ra­nea­mente vero che si è trat­tato di una vit­to­ria di nuovo conio. Ciò oltre­passa ogni con­si­de­ra­zione sui tratti, a volte osten­ta­ta­mente “tra­di­zio­nali”, che il vin­ci­tore ha voluto tra­smet­tere di sé.
Lo espri­mono i numeri disag­gre­gati della sua vit­to­ria. Que­sta è stata net­tis­sima fra gli iscritti, i cosid­detti “full mem­bers”: 121.751 per lui su 245.520, e più netta nella rifor­mata sezione dei sin­da­cati (gli “affi­liati” tipici del modello orga­niz­za­tivo fede­ra­tivo): 41.217 su 71.546. Ma è fra i soste­ni­tori, cioè per capirsi fra chi si iscrive diret­ta­mente alle pri­ma­rie del lea­der, che il suc­cesso per Cor­byn è stato più stre­pi­toso: 88.449 su 105.598, supe­rando di netto il 59 per­cento totale. Insomma, nelle due sezioni di voto più “tra­di­zio­nal­mente” inse­rite nel gioco par­ti­tico, Cor­byn ha tota­liz­zato meno che in quella “nuova”. A para­gone, Ed Mil­li­band, che pur rom­pendo con il New Labour rap­pre­sen­tava comun­que parte delle sua sto­ria (cioè la cor­rente di Gor­don Brown) vinse (di pochis­simo) solo gra­zie all’apporto che i sin­da­cati gli ave­vano garantito.
Inte­res­sante det­ta­glio: quel voto dei sin­da­ca­liz­zati per Ed Mil­li­band era ancora piut­to­sto con­di­zio­nato dall’influenza diretta dei ver­tici delle cate­go­rie, che assieme alle schede elet­to­rali invia­vano agli iscritti la pro­pa­ganda per Ed. Que­sti iscritti deci­de­vano già nel 2010 auto­no­ma­mente, non erano più pas­sivi nel “blocco” che i boss sin­da­cali un tempo deci­de­vano su chi col­lo­care nel partito.
Tut­ta­via non erano ancora, come con la più recente riforma, del tutto liberi, oltre che di iscri­versi a un sin­da­cato affi­liato, di pagare per­so­nal­mente una quota extra per par­te­ci­pare alla vita del Labour. Cor­byn, insomma, stra­vince pro­prio nelle quote e nelle tipo­lo­gie di par­te­ci­pa­zione più for­te­mente rin­no­vate dalle ulti­mis­sime auto­ri­forme. Bef­fando ogni aspet­ta­tiva di molti che le ave­vano intro­dotte. Que­sto, per quanto ci riguarda, sia nel caso di Mil­li­band nel 2010, sia forse ancora di più in quello di Cor­byn, parla a noi sini­stra ita­liana con­fer­mando che non tutte le auto­ri­forme, e non tutte le “pri­ma­rie”, sono uguali.
Dovrebbe capirlo la sini­stra ita­liana, anche radi­cale: l’apertura all’esterno non può, non deve tra­dursi in dis­sol­vi­mento nella pura liqui­dità lea­de­ri­stica. Può essere e va man­te­nuto ori­gi­nal­mente un rap­porto fra fun­zione sociale sto­rica del par­tito, affi­lia­zioni con una pro­pria auto­no­mia e accesso aperto.
Nel caso di Cor­byn la liceità ancora recla­mata di essere il par­tito di rife­ri­mento del lavoro ha inne­scato una deter­mi­na­zione pro­gre­dita a valanga in pro­por­zione all’apertura di ogni spe­ci­fica sezione di votanti. Ma cosa cosa può avere sospinto la vit­to­ria di Corbyn?
A quanto pare è stato vin­cente il richiamo non già ad una tra­di­zione pas­sata, ma alla rein­ven­zione di una fun­ziona smar­rita. Mol­tis­simi hanno ana­liz­zato la scon­fitta elet­to­rale di mag­gio in modo diverso del sem­pli­ci­stico “o Blair o disfatta”, del tutto infon­dato nei numeri elet­to­rali. Da un lato, per esem­pio, il cam­bia­mento, pur sen­si­bile, di Ed Mil­li­band nei con­fronti dei “blai­riti”, aveva man­te­nuto per molti una moda­lità “pre­si­den­zia­li­stica”, pro­fes­sio­nale e fredda nell’approccio. Dall’altro, pur nel suo nuovo corso, Ed non aveva difeso abba­stanza, del Labour al governo, pro­prio la fase post-2007 di Brown: quella in cui l’intervento pub­blico in defi­cit aveva sal­vato l’economia seque­strata dal debito iper­fi­nan­zia­riz­zato. Così, non si è né difesa la com­pe­tenza eco­no­mica del par­tito nei seggi inglesi che pote­vano essere vinti “al cen­tro”, né aperto una fase nuova post-austeritaria, come si chie­deva nella Sco­zia e nel Gal­les perduti.
Oggi, Cor­byn pro­pone tutt’altro che una lea­der­ship fredda, anche se si spera sia invece più che pro­fes­sio­nale. Pro­pone misure, come il “quan­ti­ta­tive easing del popolo”, ben più pra­ti­ca­bili e rea­li­sti­che, se appunto rigo­ro­sa­mente intese, di quanto possa appa­rire (in sostanza fare arri­vare i flussi della banca cen­trale a chi li spende dav­vero nelle infra­strut­ture e nelle auto­no­mie locali, nelle comu­nità, nel mondo dell’impresa coo­pe­ra­tiva o nazionale).
Sono misure simili a quelle pro­po­ste anche dai ver­tici eco­no­mici del sin­da­cato tede­sco, det­ta­glio poten­zial­mente non da poco. Certo, nem­meno con Cor­byn verrà meno la neces­sità della solu­zione pra­ti­ca­bile, e anche del com­pro­messo. Ma il com­pro­messo è effi­cace dav­vero nella distin­zione delle pro­prie ragioni, non nella loro estin­zione. È pre­sto per dire se Cor­byn, fra cin­que anni, potrà vin­cere dav­vero, e certo appare oggi molto dif­fi­cile. Ma il popolo del Labour ha voluto dirlo chiaro: le nostre ragioni, le nostre fun­zioni sto­ri­che per la demo­cra­zia inglese, scoz­zese ed euro­pea, intanto, vanno ricostruite.

Fonte: il manifesto 

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.