martedì 15 settembre 2015

Corbyn sorvegliato speciale. Ma in sintonia con i lavoratori



di Leonardo Clausi
Un Jeremy Cor­byn si aggira per West­min­ster. È ancora lui, solo non è più lui. È rima­sto lo stesso: bona­rio e tra­san­dato, vestito uguale da trent’anni, uno che lo schermo non lo buca, lo mura; uno in bianco e nero.
Solo che ora, da capo dell’opposizione a Sua Mae­stà, è diven­tato capo dell’opposizione di Sua Mae­stà. E ha un potere enorme. Anche per que­sto è ora un sor­ve­gliato spe­ciale che muove i primi passi sotto lo scru­ti­nio mania­cale, curioso, sprez­zante dei media. La sua vit­to­ria è stata defi­nita in tono da tre­genda dai Tories come «una minac­cia alla sicu­rezza vostra e delle vostre fami­glie». Altro che «nemico interno» (come Mar­ga­ret That­cher definì i mina­tori in scio­pero nel 1984, prima di schiac­ciarli): qui il nemico bivacca nel tinello. Ora que­sto socia­li­sta, repub­bli­cano, paci­fi­sta e antim­pe­ria­li­sta che si trova a gui­dare l’opposizione in un paese monar­chico, peren­ne­mente impe­gnato in zone di guerra e rilut­tante a rico­no­scere il pro­prio impe­ria­li­smo 2.0, ha for­mato il suo governo ombra, al primo e più deli­cato degli infi­niti var­chi che lo attendono.

Ed è ovvio per tutti che non si tratti del solito rim­pa­sto, ma del banco di prova ultimo della sua capa­cità di fre­nare la forza cen­tri­fuga inne­scata nel par­tito dalla sua ele­zione. Dun­que dev’essere un governo ponte il suo, più che ombra. Per costruire il quale ci vuole genio poli­tico, non civile. E che serve da primo passo verso una con­fu­ta­zione della pre­sunta ine­leg­gi­bi­lità del par­tito sotto la sua guida.
Inu­tile nascon­derlo: la dif­fi­coltà del com­pito è enorme per un segre­ta­rio chia­mato a espri­mersi sull’Europa (è mode­ra­ta­mente euro­scet­tico), sulla Nato, sugli arma­menti nucleari, di cui il paese è ben for­nito. A una man­ciata di secondi dall’annuncio della vit­to­ria di Cor­byn, sabato scorso, Jamie Reed, mini­stro ombra alla sanità, già lasciava l’incarico. Seguiva un’emorragia di dimis­sioni cen­tri­ste: Chris Leslie alle finanze, Rachel Ree­ves al lavoro, Tri­stram Hunt alla pub­blica istru­zione, Caro­line Flint all’energia e ambiente, tutti si avvia­vano verso le retro­vie dell’aula, le bac­k­bench. Sono sosti­tuiti rispet­ti­va­mente da John McDon­nell, (vec­chio amico e sodale di Cor­byn e orga­niz­za­tore della sua cam­pa­gna), Owen Smith, Lucy Powell, Lisa Nandy. Agli esteri rimane Hilary Benn, figlio del grande Tony, uno dei rife­ri­menti sto­rici di Cor­byn nel par­tito, come anche Lord Fal­co­ner resta alla giustizia.
Cor­byn ha defi­nito que­ste nomine una «forte com­bi­na­zione di cam­bia­mento e con­ti­nuità» aggiun­gendo di aver pre­sen­tato «Un governo ombra uni­fi­cante, dina­mico, inclu­sivo che per la prima volta pre­senta una mag­gio­ranza fem­mi­nile». Una chiara rispo­sta alle pole­mi­che pio­vute lungo tutto l’arco della mat­ti­nata: troppi maschi nei posti «chiave».
McDon­nell ha a sua volta rispo­sto defi­nendo i posti rite­nuti «chiave» come finanze, interni, esteri un retag­gio otto­cen­te­sco. «Non lo sono, non li accet­tiamo come tali. Non si può dire che il mini­stro degli esteri sia più impor­tante del for­nire un’istruzione ai nostri figli, o della salute della popo­la­zione. Non accet­tiamo que­ste gerar­chie» ha detto ieri mat­tina McDon­nell ai micro­foni di Sky News. Alla fine della mat­ti­nata, l’elenco dell’esecutivo ombra com­pren­deva uomini e donne in equi­li­brio, con istru­zione, com­mer­cio e sanità asse­gnati rispet­ti­va­mente a Powell, Eagle e Heidi Ale­xan­der. La difesa va alla gemella di Angela Eagle, Maria.
Dei suoi tre ex-avversari alla lea­der­ship, solo Andy Bur­n­ham resta a bordo: a lui il dica­stero ombra degli interni, già di Yvette Coo­per. Liz Ken­dall, il can­di­dato più neo­la­bu­ri­sta clas­si­fi­ca­tasi ultima alle pri­ma­rie, lascia il mini­stero dell’assistenza agli anziani. Altra defe­zione pre­ve­di­bile, quella dell’ex mini­stro ombra per il com­mer­cio, il gio­vane Chuka Umunna, che ha dichia­rato di non voler essere una «spina nel fianco» del neosegretario.
Ed Mili­band, che ha avuto parole di soste­gno per Cor­byn, ha deciso di restar­sene anche lui in disparte. Angela Eagle, il nuovo mini­stro ombra per il com­mer­cio, è stata anche nomi­nata segre­ta­rio di stato-ombra e sarà la vice di Cor­byn quando Came­ron è assente a Prime minister’s que­stion, il tea­trale con­trad­dit­to­rio par­la­men­tare fra capo del governo e capo dell’opposizione tipico del par­la­men­ta­ri­smo bri­tan­nico che tante volte Cor­byn ha cri­ti­cato per auto­re­fe­ren­zia­lità e si è pre­fis­sato di riformare.
Ma è la nomina di McDon­nell a pro­vo­care le grida più stri­dule. Temu­tis­sima figura «radi­cale» e «di sini­stra», ribelle impe­ni­tente come lo stesso Cor­byn alle diret­tive di voto del par­tito — che qui sono gestite da una figura disci­pli­nare in cia­scun par­tito detta Chief whip — depu­tato nelle cir­co­scri­zioni di Hayes e Har­ling­ton, si è can­di­dato senza suc­cesso alla lea­der­ship nel 2007 e nel 2010, McDon­nell si è lasciato sfug­gire qual­che colo­rata invet­tiva ai danni della That­cher e a un raduno in memo­ria di Bobby Sands ha cau­sato obbro­brio una sua esal­ta­zione dei mili­tanti dell’Ira.
Che a uno come lui vadano le finanze dopo una tor­nata elet­to­rale persa per non essere riu­sciti a con­vin­cere l’elettorato della pro­pria com­pe­tenza nel gestire l’economia (secondo la vul­gata media­tica domi­nante) è visto come un atto di guerra nei con­fronti della com­po­nente par­la­men­tare del par­tito, quella presso cui que­sto segre­ta­rio ple­bi­sci­ta­rio ha il soste­gno più scarso. Cor­byn e il suo vice, Tom Watson, un car­rie­ri­sta dal volto umano ed ex gio­vane pre­to­riano di Gor­don Brown, stanno impa­rando a conoscersi.
C’è chi teme le capa­cità com­plot­ti­sti­che di Watson pos­sano pre­starsi a un ten­ta­tivo di rove­scia­mento del segre­ta­rio. Ma Watson giura che il man­dato è a prova di com­plotto. Man­dato che, per quanto vasto, conta sul con­senso dell’ala par­la­men­tare più ridotto nei 115 anni di sto­ria del par­tito laburista.

Approfondimento - Contro la legge anti sciopero nuova sintonia con le Unions

Il primo atto isti­tu­zio­nale di Jeremy Cor­byn e John McDon­nell è stato pren­dere posto in aula nel dibat­tito sul nuovo Trade Unions Bill, il dise­gno di legge pre­sen­tato del gio­vane mini­stro del com­mer­cio con­ser­va­tore Sajid Javid. È una legge che rap­pre­senta un’autentica aggres­sione al diritto di scio­pero: che aumenta la sor­ve­glianza e la puni­bi­lità, ma che punta anche a col­pire il metodo di finan­zia­mento del par­tito attra­verso i con­tri­buti del sindacato.
È dun­que abba­stanza signi­fi­ca­tivo che il par­tito labu­ri­sta, che in que­sti anni di deriva cen­tri­sta ha cer­cato di ridurre la pros­si­mità con i sin­da­cati allo stretto neces­sa­rio senza diven­tarne «ostag­gio» si ritrovi, sotto la lea­der­ship Cor­byn, non solo riav­vi­ci­nato al sin­da­cato, ma in buona sin­to­nia con que­sto. E ora che il par­tito si trova privo dei soliti freni e dei soliti inviti alla pru­denza, l’opposizione a que­sta legi­sla­zione dra­co­niana si pre­an­nun­cia, in aula come per le strade, molto dura.
Par­lare di sin­to­nia è forse per­fino ridut­tivo, se si pensi che Len McClu­skey, lea­der di Unite, che con Uni­son è il mas­simo sin­da­cato bri­tan­nico, era con Cor­byn a can­tare «The Red Flag» nel pub di West­min­ster subito dopo la stu­pe­fa­cente vit­to­ria del depu­tato di Isling­ton. McClu­skey è stato parte inte­grante della cam­pa­gna di John McDon­nell e Cor­byn. È stato anche tra i soste­ni­tori di Ed Mili­band e per que­sto, dalle frange più mode­rate del par­tito, con­si­de­rato un ele­mento «vetero» e ter­ri­bil­mente ostile alla lunga mar­cia verso il cen­tro ini­ziata dal blairismo.
All’ultimo raduno prima della vota­zione, aveva detto alla pla­tea tra­boc­cante di gio­vani che i can­di­dati rivali di Cor­byn alla suc­ces­sione di Ed Mili­band alla segre­te­ria gli ave­vano fatto venir voglia di tagliarsi le vene. Si è per­so­nal­mente con­gra­tu­lato con McDon­nell, l’alter ego poli­tico di Cor­byn, e ha dichia­rato che i Tories «non riu­sci­ranno mai a scon­fig­gere una classe ope­raia unita, un movi­mento sin­da­cale unito, un unito movi­mento labu­ri­sta». Lo stesso McClu­skey, bestia nera della stampa tory come già il com­pianto Bob Crowe, l’ormai leg­gen­da­rio lea­der del sin­da­cato fer­ro­tran­via­rio recen­te­mente scom­parso, ha poi preso la tastiera per scri­vere un appas­sio­nato arti­colo sul Guar­dian che saluta il sep­pel­li­mento defi­ni­tivo del blai­ri­smo nel par­tito e indica ine­qui­vo­ca­bil­mente in Cor­byn il futuro.
Il rap­porto del paese e del par­tito con i sin­da­cati è oggetto di appren­siva osser­va­zione da parte della stampa nazio­nale. Inci­den­tal­mente, si sta tenendo a Brighton l’annuale con­fe­renza del Tra­des Union Cen­tre (TUC), i lea­der dei vari sin­da­cati che, con­sa­pe­voli dell’enorme spa­zio garan­ti­to­gli dal segre­ta­rio, hanno annun­ciato scio­peri e occu­pa­zioni. Alcuni addi­rit­tura tor­nano in seno al par­tito: come il Fire Bri­ga­des Union, che nel 2004 dopo anni di fri­zioni con Blair, aveva deciso di staccarsene.
Il loro segre­ta­rio, Matt Wrack ha detto: «Fu un giro di boa sto­rico, una ribel­lione con­tro un trat­ta­mento osceno da parte di un governo capi­ta­li­sta e di destra con­tro lavo­ra­tori che riven­di­ca­vano il sala­rio. Ma non ho dubbi sul fatto che ora le cose siano cam­biate in que­sto wee­kend, e che vadano ricon­si­de­rate atten­ta­mente non solo dal nostro, ma da tutti gli altri sindacati».
Dal canto suo Mark Ser­wo­tka, il lea­der del sin­da­cato PCS (Public and Com­mer­cial Ser­vi­ces Union) ha detto testual­mente alla Bbc: «C’è da darsi un piz­zico a sen­tire un lea­der labour dire cose con le quali andiamo tutti d’accordo…Se Jeremy Cor­byn vuole scon­fig­gere que­ste poli­ti­che [il Trade Unions Bill, NdR] ha asso­lu­ta­mente biso­gno di un vibrante movi­mento di massa nel paese…ha biso­gno di sei milioni e mezzo di mem­bri del sin­da­cato che assi­cu­rino que­sta vibrante cam­pa­gna attra­verso scio­peri, mani­fe­sta­zioni, cam­pa­gne locali». Per poi aggiungere:
«Abbiamo la pos­si­bi­lità di bloc­care l’austerità, di far cadere que­sto governo e di assi­cu­rare una società più giu­sta per tutti».
Gli ha fatto eco Rob Wil­liams, del Natio­nal Shop Stewards Net­work: «La vit­to­ria di ieri di Jeremy Cor­byn cam­bia tutto. Il voto cui abbiamo assi­stito ieri è stata un’autentica rivo­lu­zione politica.
Dob­biamo costruire un movi­mento di massa con­tro l’austerity e le leggi anti-sindacato. Il mes­sag­gio dev’essere sem­plice «Came­ron: faremo cadere te, la tua legge anti­sin­da­cato e i tagli. E cadrai, per­ché ci stiamo mobi­li­tando». Con que­sto rial­li­nea­mento con il sin­da­cato il Labour rischia di per­dere i non pochi amici fatti tra gli impren­di­tori, i finan­zieri, i milio­nari che in que­sti ultimi anni, spesso in cam­bio della pre­fab­bri­ca­zione di ono­ri­fi­cenze su misura o di favori spe­ciali, hanno ero­gato grossi capi­tali nelle casse del par­tito. Ma per ora, par­tito e sin­da­cato si godono la comu­nanza ritro­vata di visione, metodi, scopi. Que­sto tor­nare fra le brac­cia dei pro­pri mili­tanti sto­rici rap­pre­senta un nuovo punto di partenza.

Fonte: il manifesto

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