martedì 1 settembre 2015

Cosa resta del razzismo nell’America di Obama

di Luca Celada
Si sono acca­val­lati, in que­sta fine estate ame­ri­cana, gli anni­ver­sari che ripor­tano il paese ad alcuni degli eventi più dram­ma­tici della sto­ria recente e si sovrap­pon­gono, nel finale della prima pre­si­denza afro-americana, le ricor­renze che scan­di­scono la dolo­rosa sto­ria raz­ziale del paese. La coin­ci­denza della pre­si­denza Obama con il cin­quan­te­na­rio del movi­mento dei diritti civili ha fatto sì che sotto il man­dato del pri­mo­black pre­si­dent si cele­bras­sero gli anni­ver­sari della mar­cia su Washing­ton e della legge sul diritto al voto, cioè delle cru­ciali con­qui­ste del movi­mento di Mar­tin Luther King. Ma la coin­ci­denza che era sem­brata mar­care in maniera così signi­fi­ca­tiva il pro­gresso com­piuto da allora, ha finito per sot­to­li­neare l’ostinata per­si­stenza di fisio­lo­gi­che ingiu­sti­zie. E le cele­bra­zioni degli eventi salienti della mar­cia per la giu­sti­zia sociale si sono mesco­lati con la lita­nia dei necro­logi di uomini neri.
Così i nuovi disor­dini regi­strati nell’anniversario di Fer­gu­son sono coin­cisi con le com­me­mo­ra­zioni delle sto­ri­che Watts riots del 1965 . Paral­leli che hanno impe­dito di rele­gare le cele­bra­zioni nella sicu­rezza della pro­spet­tiva sto­rica ripor­tan­dole di pre­po­tenza alla dram­ma­ti­cità della cro­naca, a que­sto pre­sente di omi­cidi di poli­zia e richiami raz­zi­ste agi­tati nei comizi “visce­rali” di Donald Trump.
Nell’anno di Fer­gu­son e di Bal­ti­mora, discorsi e cor­sivi hanno rie­su­mato insieme con la rivolta di Watts l’atto fon­da­tivo della sta­gione delle ribel­lioni raz­ziali che, città dopo città, (Cle­ve­land 1966, Detroit 1966 e 67, Newark 1967) scan­di­rono l’esasperazione afroa­me­ri­cana dopo che la pro­te­sta civile era stata sof­fo­cata nel san­gue di King e di Mal­colm X. Se la rab­bia di Watts era, col distacco della sto­ria, una giu­sti­fi­cata rea­zione ad una ingiu­sti­zia seco­lare, giu­sti­fi­carla oggi signi­fica capire ciò che sta avve­nendo con iden­ti­che dina­mi­che nei quar­tieri neri di St. Louis o di North Char­le­ston. Ed è emble­ma­tico che le indi­gnate con­danne e l’ipocrita scal­pore espresso da chi oggi deplora la «vio­lenza senza senso», rical­chino così let­te­ral­mente le frasi dei ben­pen­santi di allora. Come in un paese in preda ad una colos­sale dis­so­nanza cogni­tiva, i con­ve­ne­voli cele­bra­tori con­vi­vono con la per­si­stenza delle ingiustizie.
Dia­spora e gen­tri­fi­ca­zione
L’ultima com­me­mo­ra­zione in ordine di tempo è stata quella dell’uragano Katrina, un disa­stro che, come ha detto Obama, fu una cata­strofe natu­rale resa peg­giore dall’opera dell’uomo. Le ter­ri­fi­canti imma­gini che arri­va­rono allora dalla cre­scent city fanno dun­que parte a pieno titolo dell’iconografia del raz­zi­smo nordamericano.
Per­chè Katrina è stata la morte — l’omicidio se si ten­gono in conto le respon­sa­bi­lità — di una grande città afro-americana, culla del jazz e della cul­tura creola. L’inondazione pro­vo­cata dal fal­li­mento degli argini sul lago Pon­char­train affogò quel 27 ago­sto, 2005 i quar­tieri più poveri di una città povera e quasi inte­ra­mente afro-americana, appunto. L’esodo della popo­la­zione — par­ti­co­lar­mente quella di colore — ha svuo­tato la città che 10 anni dopo ha ancora poco più della metà degli abi­tanti ori­gi­nali. Non soprende che la dia­spora di New Orleans sia vis­suta dai neri ame­ri­cani come l’ennesimo atten­tato — poli­tico, cul­tu­rale, raz­ziale — alla pro­pria comu­nità, uno dei tanti tas­selli di una sto­ria dolo­rosa, un cal­va­rio nel nuovo mondo, che dura da 400 anni.
Come ogni altra crisi raz­ziale, Katrina o Watts o Fer­gu­son evi­den­ziano una que­stione che si ripro­pone in tutta la sua intrat­ta­bi­lità sin dai tempi della recon­struc­tion con cui il vit­to­rioso governo nor­di­sta tenta dopo la guerra civile di inte­grare la popo­la­zione di schiavi libe­rati nella società. Un monu­men­tale pro­getto di inge­gne­ria sociale e ricon­ci­lia­zione nazio­nale per rime­diare al pec­cato ori­gi­nale schia­vi­sta che fu desti­nato al com­pleto fallimento.
La rimo­zione del Negro Problem
La sto­ria è suc­ces­si­va­mente segnata da cicli di rimo­zione e occa­sio­nale pro­gresso con ten­ta­tivi di riforma e recru­de­scenze raz­zi­ste. Al pro­getto fal­lito della “rico­stru­zione” fece seguito l’ascesa del KKK e la segre­ga­zione isti­tu­zio­nale delle leggi Jim Crow. Un secolo dopo l’abolizione della schia­vitù fu neces­sa­rio mobi­li­tare la guar­dia nazio­nale e i fan­ta­smi della guerra civile, per inte­grare le scuole del Sud. A pro­po­sito di fan­ta­smi, fino al mese scorso la ban­diera con­fe­de­rata sven­to­lava ancora davanti al par­la­mento del South Caro­lina.
Alla fine degli anni Trenta una com­mis­sione per la riforme sociali (la Car­ne­gie Cor­po­ra­tion) com­mis­sionò all’economista pre­mio Nobel sve­dese Gun­nar Myr­dal uno stu­dio che avrebbe dovuto get­tare luce sulla pro­ble­ma­tica raz­ziale ame­ri­cana da osser­va­tore “neu­trale”. Lo stu­dio di 1.500 pagine indi­vi­duò le dina­mi­che alla base del negro pro­blem ame­ri­cano: il cir­colo vizioso di oppres­sione e emar­gi­na­zione che si per­pe­tuava da secoli.
Qual­che anno dopo la sta­gione della mobi­li­ta­zione di massa per i diritti civili, cul­mi­nata nella legge sul diritto al voto fir­mata da John­son, sem­brava aver infine impresso un mag­giore impulso alle riforme. La affir­ma­tive action, altro pro­dotto cru­ciale della Great Society, si pro­po­neva di cor­reg­gere alcune delle cause fon­da­men­tali della disu­gua­glianza fra le razze e quindi di «spia­nare il ter­reno» e com­pen­sare il “defi­cit” di oppor­tu­nità con age­vo­la­zioni per istru­zione ed impie­ghi pubblici.
Ma recenti sen­tenze della corte suprema hanno chia­mato in causa la costi­tu­zio­na­lità della affir­ma­tive action e hanno rimosso intere clau­sole nelle garan­zie di accesso al voto. La per­ma­nenza del raz­zi­smo, in con­co­mi­tanza con le cele­bra­zioni di quelle con­qui­ste sociali date per acqui­site e che invece rischiano di essere sman­tel­late, è per que­sto tanto più scon­for­tante. Lo stil­li­ci­dio di morti per mano della poli­zia rac­conta ogni set­ti­mana la sva­lu­ta­zione delle black lives — le vite dei neri, valu­tate con altri pesi e diverse misure. Una nuova con­sa­pe­vo­lezza da cui nasce il movi­mento Black Lives Mat­ter, la più recente espres­sione poli­tica della pro­te­sta nera.
Disci­mi­na­zione e fallimento
Il raz­zi­smo che con­si­dera “con­ge­nito” il fal­li­mento dei neri, è una pro­fe­zia auto-avverante che si per­pe­tua oggi con gli arre­sti e la car­ce­ra­zione ende­mica di afro-americani, (uno stu­dio recente ha mostrato come già alle ele­men­tari i bam­bini neri ven­gano san­zio­nati con una disci­plina som­ma­ria, come l’espulsione dalla classe o dalla scuola, a un tasso dop­pio di quello dei bam­bini bian­chi). L’embrione pre­giu­di­ziale di un com­plesso penale-industriale che è un con­ge­gno di con­trollo sociale dagli effetti deva­stanti su fami­glie e tes­suto sociale.
Un ciclo che per­pe­tua l’ingiustizia anche nel momento di mas­sima influenza della cul­tura afro-americana (basta vedere la satu­ra­zione glo­bale di un feno­meno come l’hip hop). Ascol­tare la par­lata di un liceale medio — non solo a Broo­klyn o Comp­ton ma a Mil­wau­kee come a Phoe­nix — di ogni razza signi­fica con­sta­tare la com­pe­ne­tra­zione defi­ni­tiva dello slang dei neri urbani nella middle America.
Lin­guaggi meticci e black
Para­dos­sal­mente l’egemonia della black cul­ture è fonte di altre pole­mi­che sulla “appro­pria­zione cul­tu­rale”, che come la gen­tri­fi­ca­tion (la riva­lu­ta­zione dei cen­tri urbani da parte di gio­vani dei ceti pro­fes­sio­nali) hanno aperto nuovi fronti di scon­tro fra le razze.
Il negro pro­blem per­dura, non sono bastati 200 anni a rimar­gi­nare le ferite della schia­vitù, i danni di quelle ter­ri­bili ingiu­sti­zie ori­gi­na­rie. Sarebbe utile riflet­tervi oggi, senza scioc­chi sensi di supe­rio­rità, nell’Europa che si affac­cia con tutte le mosse sba­gliate ad un pro­prio futuro mul­ti­raz­ziale. Se l’America inse­gna qual­cosa è che le ingiu­sti­zie, i pre­giu­dizi e le vio­lenze per­pe­trate oggi si potreb­bero pagare per secoli a venire.

Fonte: il manifesto

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