mercoledì 2 settembre 2015

Paura

di Alberto Leiss
Paura deriva dal latino pavor (timore), da cui anche pavido, pavi­dità. Decli­na­zioni asso­ciate a giu­dizi morali nega­tivi. Ma la paura è anche un mec­ca­ni­smo indi­spen­sa­bile, agli uomini e agli altri ani­mali. È l’allarme che scatta di fronte al peri­colo, e che molto spesso ci serve a evi­tarlo. Fug­gendo. Oppure dan­doci il tempo, per poco che sia, di riflet­tere. Ana­liz­zare, com­pren­dere, e agire di con­se­guenza. Altri­menti la paura rischia di annichilirci.
I pro­fu­ghi, i migranti, sono mossi dalla paura della guerra, della vio­lenza, della fame. È una rea­zione razio­nale, giu­sta. Para­go­ne­rei la paura assen­nata delle mol­ti­tu­dini che scap­pano dai fana­ti­smi e dalle dit­ta­ture alcorag­gio senza senno delle non molte cen­ti­naia di gio­vani occi­den­tali che vanno ad arruo­larsi nelle file dell’Is.
Un pic­colo espe­ri­mento men­tale che può aiu­tare a com­bat­tere la paurasusci­tata, all’opposto, dall’arrivo di fug­gia­schi nelle nostre bene­stanti terre? Si ampli­fica al mas­simo l’ipotesi che tra loro si mescoli il ter­ro­ri­sta, il fana­tico isla­mi­sta, il delin­quente, e si rimuove l’evidenza che si tratta di per­sone che del tutto ragio­ne­vol­mente rifiu­tano con­di­zioni di vita insostenibili.
Certo la dimen­sione del feno­meno, pre­ve­di­bile e in parte pre­vi­sta, mette defi­ni­ti­va­mente l’Europa, ma anche altri paesi del mondo, alla prova della pro­pria civiltà.
Ieri sul Cor­riere della sera Galli della Log­gia met­teva la «migra­zione di masse umane» al primo posto di quat­tro «minacce glo­bali» che rischiano di pro­vo­care para­lisi, e molto peg­gio. Le altre sono la «tem­pe­sta demo­gra­fica per­fetta» (nei paesi “avan­zati” si fanno pochi figli: la media è di circa uno e mezzo, come in Ger­ma­nia), i rischi cli­ma­tici e ambien­tali (aggra­vati, spe­cial­mente in Ita­lia, dalla spe­cu­la­zione e dal dis­se­sto idro­geo­lo­gico), il pro­gresso tec­no­lo­gico nel modo di lavo­rare (pro­durrà sicu­ra­mente nuova disoccupazione).
Tutte cose vere, e Galli della Log­gia sostiene che non esi­ste dalle nostre parti quel «sen­ti­mento col­let­tivo di appar­te­nenza», quell’ethos – una volta garan­tito dalla reli­gione e dal patriot­ti­smo – che potrebbe con­sen­tirci di affron­tarle. Né esi­stono governi demo­cra­tici capaci di ope­rare col neces­sa­rio respiro, essendo con­di­zio­nati dal tempo breve dei son­daggi che misu­rano il consenso.
Ecco allora l’ipotesi di un «potere neu­tro» di otti­mati desi­gnati a vita (come la Corte suprema ame­ri­cana), con la mis­sione di orien­tare l’opinione pub­blica, di imporre l’agenda ai governi e di bloc­carne i prov­ve­di­menti sba­gliati. Natu­ral­mente – è la con­clu­sione – non suc­ce­derà, e il futuro è tenebra.
Ma que­sta idea del «potere neu­tro» a vita, dotato della neces­sa­ria auto­rità, non ricorda la vec­chia cara ari­sto­cra­zia? Oppure, come disse un filo­sofo non molto sim­pa­tico, «solo un dio ci può salvare?».
È la radi­cale sfi­du­cia che la «seco­la­riz­za­zione individual-cosmopolita ormai domi­nante» possa pro­durre quell’ethos col­let­tivo di cui ci sarebbe biso­gno. Io penso invece che l’unica via rea­li­stica sia pro­prio scom­met­tere sul cosmo­po­li­ti­smo degli indi­vi­dui. Per­sone vive e reali, però, non nuove astra­zioni teo­re­ti­che o isti­tu­zio­nali, cari­che di rim­pianto per poteri ormai impo­tenti. Non un impos­si­bile «potere neu­tro» ma una capa­cità col­let­tiva di cura, con­cetto che ci ricorda il nostro essere uomini e donne, in grado di rico­no­scere le sin­gole indi­vi­dua­lità nelle mol­ti­tu­dini in cam­mino e in preda alla paura, da una parte e dall’altra dei nostri mari. I governi — locali, nazio­nali, glo­bali — dovreb­bero deci­dersi a vedere e valo­riz­zare le realtà che già vivono que­sto ethos. E dovrebbe farlo ognuno di noi.

Fonte: il manifesto

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