martedì 15 settembre 2015

Sinistra. Integrati no, ma neanche apocalittici

di Nichi Vendola
Come dare corpo e anima, qui e ora, den­tro una tran­si­zione mel­mosa e regres­siva, al sog­getto dell’alternativa? Come uscire dalla palude di tutte le nostre scon­fitte, ridando vigore ad una spe­ranza che si ali­menta di pen­siero cri­tico e si strut­tura come coo­pe­ra­zione con­sa­pe­vole e comu­nità di senso? Non credo che ser­vano scor­cia­toie meto­do­lo­gi­che o inven­zioni poli­ti­ci­sti­che: lungo e imper­vio è il sen­tiero che abbiamo dinanzi, pesa l’affanno e spesso il ran­core di tutte le nostre bio­gra­fie, rischiamo ad ogni tor­nante di sepa­rare l’ansia di futuro dalla cogni­zione pro­fonda del passato.
Soprat­tutto rischiamo di discu­tere ideo­lo­gi­ca­mente del “che fare?”, come se non fosse squa­der­nato dinanzi ai nostri occhi (spesso acce­cati dal dolore) il ter­reno di un con­flitto di civiltà che non solo recide legami sociali e svuota il lavoro di valore sociale, ma che col­pi­sce e fal­si­fica ogni idea di umanità. Voglio dire che la nostra ricerca — il duro cimento di una nuova Welt­an­schauung della sini­stra — non può essere una fuga idea­li­stica dalla poli­tica, e cioè da un agire col­let­tivo che si oppone alla fran­tu­ma­zione sociale e alla soli­tu­dine indi­vi­duale, e cioè dal pra­ti­care quei con­flitti che sono peda­go­gia del cam­bia­mento e pre­fi­gu­ra­zione di nuove e più ric­che rela­zioni tra le per­sone e tra i popoli. Anche la feno­me­no­lo­gia nevro­tica del ceto poli­tico delle sini­stre — su cui insi­stono molti inter­venti pub­bli­cati da il mani­fe­sto — non mi pare possa essere assunta a ragione e causa della nostra scon­fitta: direi che ne è una con­se­guenza, un epi­fe­no­meno non spie­ga­bile con le lenti del soggettivismo.
La “rivo­lu­zione pas­siva” che ha accom­pa­gnato come un’ombra il ciclope delle poli­ti­che libe­ri­ste ha rimo­del­lato sistemi eco­no­mici e corpi urbani, ha ripen­sato la vita e i biso­gni e i desi­deri, inve­stendo su quel codice di “indi­vi­dua­li­smo pro­prie­ta­rio” sulla cui antro­po­lo­gia ha scritto pagine memo­ra­bili Pie­tro Bar­cel­lona. Si è ribal­tato un intero voca­bo­la­rio, quello che dalla rivo­lu­zione fran­cese fino alla grande ere­sia del Ses­san­totto sca­vava nell’immaginario soprat­tutto degli oppressi le trin­cee di una nuova coscienza: soli­da­rietà, egua­glianza, libe­ra­zione, sono parole spol­pate vive e spu­tate via dalla grande mac­china dige­stiva del turbo-capitalismo finan­zia­rio. Appunto, come diceva la Lady di ferro: la società non esi­ste, esi­stono solo gli indi­vi­dui. Molto più di una pro­po­sta poli­tica, con la con­se­guente pro­du­zione di una poli­tica impri­gio­nata ad un vin­colo esterno: l’immodificabilità (onto­lo­gica) del sistema. Qui siamo, in una dimen­sione iper-ideologica e iper-realistica, dove la società coin­cide col mer­cato, la cit­ta­di­nanza diviene con­sumo, le per­sone sono clienti.
Non cerco alibi per i nostri errori, ma vor­rei leg­gerli nel loro con­te­sto reale. La mer­can­ti­liz­za­zione delle città e della natura, la ridu­zione del lavoro a que­stione economico-corporativa, l’aziendalizzazione pro­gres­siva delle fun­zioni sociali dello Stato, la pre­ca­riz­za­zione della vita: in que­sto gorgo è stato risuc­chiato tutto il mondo nostro, la demo­cra­zia di massa e il moderno costi­tu­zio­na­li­smo demo­cra­tico, per­sino un’idea di fra­ter­nità nel comune destino del genere umano. Anche la discus­sione sulla forma-partito va col­lo­cata a que­sto livello: altri­menti resta solo il volon­ta­ri­smo vel­lei­ta­rio e il mar­ke­ting elet­to­rale. Nomi­niamo i pro­blemi, senza esor­ciz­zarli: sono cre­pate tutte le sini­stre nove­cen­te­sche, non solo il comu­ni­smo irreale delle società dell’Est ma anche quel rifor­mi­smo social­de­mo­cra­tico che ha spento la sua stella ponen­dosi come variante mor­bida della rivo­lu­zione liberista.
Nello scon­tro ani­ma­le­sco tra oli­gar­chie euro­pee e Tsi­pras, una con­tesa cru­ciale sulla natura e sul destino dell’Europa, i rifor­mi­sti con­ti­nen­tali sono stati un’eco stri­dula della voce della Mer­kel, al mas­simo cri­ti­cando l’etica o l’estetica dell’austerity ma mai smon­tan­done il fon­da­mento ideo­lo­gico e la bru­tale archi­tet­tura poli­tica. Il sel­vag­gio rea­li­smo di Ber­lino e di Bru­xel­les ha coman­dato il verbo della lotta con­tro il debito pub­blico, che è stata tra­dotta auto­ma­ti­ca­mente in lotta al Wel­fare e ai diritti sociali. Che para­dosso: quelli che hanno spinto l’economia nel vor­tice della finanza crea­tiva quanto tos­sica, quelli che hanno pro­tetto la sepa­ra­zione pro­gres­siva del busi­ness dal lavoro e dalla pro­du­zione, quelli che hanno avve­le­nato mer­cati ed esi­stenze, sono gli stessi che ci indi­cano mora­li­sti­ca­mente rigore e auste­rità come via obbli­gata da per­cor­rere: nel nome del futuro, manco a dirlo. Men­tre loro con­ti­nuano a divo­rare tutto il pre­sente e lasciano sul mar­cia­piede un eser­cito di nuovi poveri, gene­ra­zioni di scarto e altri effetti collaterali.
ll Capi­tale ha rove­sciato la sua crisi sui suoi natu­rali anta­go­ni­sti (il lavoro subor­di­nato e i gio­vani ), la crisi della glo­ba­liz­za­zione libe­ri­sta si è pre­sen­tata come pura “natura”: e nelle mille dram­ma­ti­che frat­ture che si sono aperte — tra cen­tro e peri­fe­ria, tra vec­chi e gio­vani, tra indi­geni e stra­nieri, tra ultimi e penul­timi — si sono radi­cate le cul­ture della paura e dell’intolleranza. Le dimen­sioni di massa della disoc­cu­pa­zione e della povertà, con la pro­gres­siva pro­le­ta­riz­za­zione del ceto medio e del lavoro intel­let­tuale, si tra­du­cono in incu­ba­zione di nazio­na­li­smo, xeno­fo­bia, fasci­smo. Il muro di Orban è come un pro­me­mo­ria di quella recente sto­ria euro­pea che torna, nel les­sico dei media e della poli­tica, come lin­guag­gio delle nuove élite popu­li­ste: non più come fol­clore delle sva­sti­che nelle curve degli stadi, ma come para­digma di una poli­tica che divor­zia dalla con­vi­venza. Il fasci­smo come grande rimosso (reto­ri­ca­mente come grande rimorso) della moder­niz­za­zione auto­ri­ta­ria del vec­chio continente.
Allora io penso che la sini­stra del futuro debba fare dell’europeismo sociale e soli­dale la pro­pria ban­diera: ripar­tendo dalla messa in discus­sione dei trat­tati, strac­ciando le carte che hanno dato forma giu­ri­dica di legge ai totem e ai tabù del libe­ri­smo. Parlo di un oriz­zonte ideale ma anche di pra­ti­che poli­ti­che. A par­tire dalla costru­zione di una rete delle città-laboratorio, delle ammi­ni­stra­zioni locali pro­gres­si­ste, che sul tema cru­ciale dell’accoglienza dei migranti e dei pro­fu­ghi, dei biso­gni abi­ta­tivi e di assi­stenza dei sog­getti vul­ne­rati dalla crisi, della tutela del pae­sag­gio e della bel­lezza, delle espe­rienze di con­ver­sione eco­lo­gica della mobi­lità piut­to­sto che della gestione dei rifiuti, siano in grado di evo­care un nuovo civi­smo, un buon vivere, una trama di socia­lità in cui le per­sone si rico­no­scono cia­scuna nella pro­pria diversità.
Ecco: un nuovo sog­getto non nasce in labo­ra­to­rio, non nasce nella fur­bi­zia sepa­rata del poli­tico, né nella pre­tesa inge­nuità del sociale. Nasce den­tro uno sguardo nuovo sul mondo, auto­nomo non per­ché vocato all’estremismo o al mino­ri­ta­ri­smo ma per­ché capace di stare nei con­flitti. Uno sguardo all’altezza dei dilemmi di fondo del nostro tempo, senza nosta­gia dei miti defunti, ma curioso, aperto, libero da pre­giu­dizi. Non dob­biamo sce­gliere tra sini­stra degli apo­ca­lit­tici e sini­stra degli inte­grati: ma avere cura di una domanda sociale di cam­bia­mento che oggi impatta dura­mente con l’offerta popu­li­sta, quella del popu­li­smo dall’alto di Renzi e quella del popu­li­smo dal basso di Grillo. Ma anche la “cosa immonda” di Sal­vini ci inter­roga e ci chiede di essere lì, nelle fron­tiere più espo­ste alla crisi e al lavoro sporco delle destre.
C’è biso­gno di tutti, ma c’è biso­gno che tutti abbiano que­sta con­sa­pe­vo­lezza: non ci sal­verà la somma alge­brica di tutte le pic­cole cose che ci sono. Ovvio che occorre libe­rarsi da vec­chi risen­ti­menti e da ris­so­sità a sini­stra, che oggi appa­iono per­sino pate­ti­che. Ma solo una cul­tura poli­tica forte, una cul­tura pro­gram­ma­tica fon­data sulla con­nes­sione tra saperi e com­pe­tenze, pro­fon­da­mente attra­ver­sata dalle parole e dalla libertà delle donne, boni­fi­cata da ogni forma di inte­gra­li­smo cul­tu­rale: solo que­sto, così penso io, può sal­vare, qui e ora, quella spe­ranza poli­tica a cui diamo il nome di sinistra.

Fonte: il manifesto 
Originale: 

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