di Stefania Ragusa
Rileggere la storia coloniale attraverso l’arte, interrogarsi sul senso contemporaneo dell’etnografia e dei musei etnografici, incrociare le rappresentazioni del mondo e interpretare i materiali culturali fuori da una logica eurocentrica. In Belgio la questione sembra essere stata presa sul serio. Lo dimostra, per esempio, il successo riscosso da un libro non facile come Congo, del giornalista David van Reybrouck, o la scelta di portare alla Biennale di Venezia, nel padiglione nazionale, il progetto Personne et les autres che prende spunto dalla colonizzazione dello Stato Libero del Congo per intrecciare una riflessione più ampia sui movimenti per l’indipendenza e le loro connessioni con il futuro.
Lo conferma una mostra come L’Europe Fantôme (fino al 3 gennaio 2016 al Mu.ZEE di Ostenda) dichiaratamente centrata non sull’arte africana ma sullo sguardo che ad essa ha rivolto l’Occidente nel XX secolo: tema complesso, impegnativo, che non ci si aspetterebbe da un museo di provincia.
Il punto di partenza de L’Europe Fantôme sono 45 pezzi, di grande valore, presi in prestito dal Musée Royal de l’Afrique Centrale di Tervuren, un’istituzione simbolo del Belgio coloniale (attualmente chiusa per restauro).
Statue, maschere, feticci sono stati selezionati tenendo conto dei criteri utilizzati nell’organizzazione delle esposizioni più celebri del periodo coloniale: Afrikanische Skulprturen al museo Folkwang di Essen (1912), African Negro Art al MoMa di New York (1935) o Kongo-Kunst ad Anversa (1937-38).
Statue, maschere, feticci sono stati selezionati tenendo conto dei criteri utilizzati nell’organizzazione delle esposizioni più celebri del periodo coloniale: Afrikanische Skulprturen al museo Folkwang di Essen (1912), African Negro Art al MoMa di New York (1935) o Kongo-Kunst ad Anversa (1937-38).
La mostra offre poi un focus sui principali intellettuali neri del dopoguerra: Aimé Césaire, Cheikh Anta Diop, Chinua Achebe, Frantz Fanon, Edouard Glissant. Ecco cosa scriveva quest’ultimo a proposito dei musei etnografici: «Noi odiamo l’etnografia … La sfiducia verso di essa non è provocata tanto dal fastidio di essere messi sotto osservazione, quanto dall’oscuro risentimento per non essere stati comunque visti». Ci si sofferma quindi sui vari schemi utilizzati per rappresentare l’Africa nell’arte e nelle pubblicazioni, a partire dall’installazione di manufatti congolesi alla Exposition Universelle di Bruxelles, nel 1897, fino ai giorni nostri.
In quest’ambito troviamo gli scatti di Vladimir Marko (pseudonimo di Voldemars Matvejs) realizzati nel 1913 per il volume Art Negro (Iskusstvo Negrov) che sarebbe stato pubblicato postumo nel 1919 e che, insieme con Negerplastik (1915) di Carl Einstein avrebbe molto influenzato le avanguardie artistiche europee del ’900, quelli del fotografo surrealista Maurice Tabard, ma anche i collage onirici di Wangechi Mutu, artista kenyana internazionalmente nota, impegnata in una riflessione sull’identità della donna africana contemporanea. Soprattutto, però, qui si colloca il progetto artistico del giovane fotografo camerunese Patrick Wokmeni, che indica un modo possibile per dare agli archivi etnografici una prospettiva contemporanea e di rottura rispetto alla narrazione imperialista. A nostro avviso è il punto più alto della mostra.
Nuovo contesto
Wokmeni è un narratore e un interprete dell’Africa postcoloniale. Cresciuto a New Bell, storico e problematico quartiere di Douala, ha partecipato alla Biennale di Dakar (2010), a quella di Marrakech (2014) e qui è atteso anche nel 2016, per la sesta edizione. Ha esposto al Palais de Beaux-Arts (Bozar) di Bruxelles, al Savvy di Berlino e allo Studio 41 di Glasgow, ossia in contesti ricercati e impegnati, scarsamente interessati alle mostre blockbuster. Con la sua macchina fotografica ha attraversato e documentato la vita notturna di New Bell, il movimento hip hop a Douala, l’attesa dei migranti a Rabat.
Phillip Van den Bossche, direttore del Mu.ZEE gli ha chiesto di fotografare e ri-contestualizzare i pezzi dati in prestito dal Musée Royal. Lui ha ricostruito l’interno della casa di un marabout bamileké. Sul pavimento ha posato una stoffa tipica. In questo sfondo ha ritratto persone, con le mani guantate, che tra mille cautele si passano i preziosi manufatti, cedendo talvolta alla tentazione di indossarli e giocarci. Ha messo in scena il contrasto tra la funzione originale e quella acquisita dagli oggetti con il passaggio nel museo, trasportandoli nel presente e dotandoli di un significato ancora nuovo. Wokmeni suggerisce così una possibile risposta a una questione che la conferenza The Future of Ethnographic Museum (ospitata al Pitt Rivers Museum di Oxford nel 2013, a conclusione di un progetto durato cinque anni e che aveva coinvolto ben 14 musei etnografici europei) non aveva potuto che lasciare aperta: chi può arrogarsi il diritto di possedere e presentare il materiale culturale degli altri? A Ostenda diventa evidente che tutti possono, perché il “materiale culturale” si offre come un soggetto di conoscenza collettivo, in via esclusiva non appartiene a nessuno. L’asimmetria implicita nella narrazione imperialista è saltata.
Il progetto di Wokmeni si collega, non solo idealmente, a un altro ospitato già lo scorso anno al Mu.ZEE, Chasser et collecter, firmato dall’artista congolese, Sammy Baloji, che usa la fotografia e il fotomontaggio per esplorare la storia coloniale. Baloji è stato indicato dal quotidiano francese Le Monde come uno dei cinque artisti africani del 2015 e può vantare attualmente una doppia presenza alla Biennale di Venezia: come artista invitato e all’interno del padiglione belga, nel già citato Personne et les autres. Per il Mu.ZEE aveva rielaborato gli album di caccia congolesi del comandante Henri Pauwels, riconducibili agli anni tra il 1911 e il 1913, incrociando gli scatti di Pauwels con i suoi e, quindi, due sguardi: quello del colonialista bianco in sahariana e quello dell’artista afropolitan.
Van den Bossche prevede una terza puntata in questa “saga”. Non se ne conoscono ancora i particolari ma è certo che i tre progetti andranno in Rd Congo, non semplicemente per essere visti ma per intensificare il confronto con la realtà artistica locale.
Fonte: Nigrizia
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