mercoledì 21 ottobre 2015

Ancora da São Paulo

di Rino Genovese
Sotto certi aspetti, il Brasile odierno ricorda l’Italia dei primi anni sessanta del Novecento. È una sensazione vaga, naturalmente, che può essere compresa soltanto da chi in quei tempi lontani era un giovane o un bambino – ma la stessa marea di automobili, tra cui moltissime Fiat, che invade le strade di questa megalopoli informe che è São Paulo, può essere messa in connessione, mutatis mutandis, con quel boom economico italiano che trovò la sua battuta d’arresto nella “congiuntura”, e aveva visto, nelle nostre piccole città restie al traffico, dilagare le Seicento e le Cinquecento, nuove vetture a portata di tutti. Anche qui il trionfo della motorizzazione privata, a scapito di uno sviluppo dei trasporti pubblici, l’affermarsi protervo dei consumi privati di contro a quelli collettivi, era il segno sia di un’uscita di tanti dalla povertà, sia di una distorsione individualistico-atomistica che precludeva forme più avanzate d’individualismo sociale.
Non completamente, in verità, perché vi fu anche, a cavallo tra i cinquanta e i sessanta, quello che è rimasto in fondo l’unico esperimento riformista di ampio respiro che la storia italiana abbia conosciuto: il primo centrosinistra – fatto dai Fanfani, dai Nenni e dai Lombardi – che aveva tentato, con un’alleanza di governo tra la Dc e il Psi, di razionalizzare se non altro il sistema (anche in vista di sviluppi ulteriori, nella visione che fu di Lombardi), in una maniera che però di lì a poco, nel segno della successiva stabilizzazione riassunta dall’immobilismo moroteo, sarebbe retrospettivamente apparsa nient’altro che una fugace meteora.
Ebbene, anche nel Brasile del 2015, dentro una crisi economica che potrebbe avere le caratteristiche di una “congiuntura”, l’impulso riformatore segna il passo. Marcello Tassara, un amico di origini italiane che fa il documentarista antropologo, sostiene che il cambiamento degli anni di Lula sia a questo punto irreversibile, perché c’è una coscienza dei lavoratori, una voglia di emancipazione ormai acquisita, che non potrà spegnersi. Per dirne una, nelle famiglie borghesi di São Paulo era normale che una domestica non avesse un orario di lavoro, e accadeva che lavorasse dieci o dodici ore al giorno senza straordinari di sorta; ora invece non supera le otto ore per contratto, con il sabato e la domenica liberi. Ciò significa che, a poco a poco, basandosi anche su un salario minimo stabilito per legge, quella domestica è uscita dalla dipendenza e dalla povertà. È un risultato che pare consolidato – ma se per la situazione che verrà a determinarsi nei prossimi mesi e nei prossimi anni, con un tasso di disoccupazione crescente, questa stessa domestica fosse costretta a lavorare in nero, beh, il retrocedere della sua condizione sarebbe inevitabile.
I diritti – in modo particolare i diritti sociali – non sono qualcosa che può dirsi acquisito una volta per tutte. C’è bisogno di una loro manutenzione costante (in Italia ne sappiamo qualcosa) e di una loro crescente estensione, perché quei diritti sono il portato di un conflitto sociale – magari sordo, non del tutto esplicito – che conosce avanzate e ritirate, uscita dalle casematte e ritorno nelle stesse. Il bastione dei diritti sociali, oggi in Brasile, assomiglia a una fortezza dei Tartari. Fuori si vedono muoversi le ombre, e non si sa che cosa il futuro potrà riservare: non si sa se si tratta di un’illusione ottica, che induce anche la destra a ritenere di poter tentare un colpo di mano contro Dilma, o se la fortezza non si stia consumando dall’interno (specialmente se la crisi non fosse solo congiunturale ma più di fondo), e insomma se la lunga esperienza socialdemocratica brasiliana non sia giunta al tramonto.
Non è da poco quello che è successo in Brasile negli ultimi dieci-dodici anni, perché è il primo esperimento socialdemocratico ad ampio raggio che si sia visto sul continente sudamericano e in un paese di oltre duecento milioni di abitanti. La “socialdemocrazia reale”, quella che abbiamo conosciuto nei paesi nordici europei, appariva qualcosa di locale, buona per paesi ricchi abitati da quattro gatti, di forte tradizione protestante. Così è stata “vissuta” la Svezia: lo slogan “dalla culla alla tomba” (che indica la pervasività finanche un poco totalitaria dello Stato sociale, capace di accompagnare il cittadino lungo l’intero percorso della propria vita) è stato letto nei termini di uno statalismo eccessivo, che finiva non soltanto con l’addormentare le contraddizioni del capitalismo (questa era la critica da sinistra) ma anche con lo svuotare l’individuo della sua responsabilità (e questa era la critica da destra). Nel modello svedese, tuttavia, né il problema degli sviluppi ulteriori verso forme più avanzate di socialismo è mai stato precluso – Olof Palme poneva ancora la questione di un superamento del capitalismo –, né l’individuo è mai diventato un puro involucro vuoto, come sa chiunque abbia visto i film di Ingmar Bergman con i suoi conflitti morali e interpersonali.
Questa però sul vecchio continente è una storia chiusa. Da una parte, il difettosissimo processo d’integrazione europea – fin qui confiscato da un’élite tecnoburocratica e intralciato dai nazionalismi – impedisce qualsiasi possibilità di politiche economiche ridistributive a livello di una sovranità statale sovranazionale su basi federative (l’unica che potrebbe competere con i centri di potere neoliberisti, anch’essi sovranazionali), dall’altra, lo spegnersi, dopo l’Ottantanove, di qualsiasi discorso anche moderatamente anticapitalistico ha tagliato le gambe al socialismo europeo, incapace di progettualità in una maniera che ci ostiniamo, comunque, a considerare non irreversibile.
La fine della guerra fredda, invece, in Sudamerica ha aperto nuove prospettive. È un armamentario del passato il mito guerrigliero (che – lo si ricorderà – era tuttavia particolarmente inviso a Mosca), ed è sulla via della riforma sociale che si è attestata la sinistra sudamericana. In varie versioni: se in Venezuela non sono stati dismessi i panni del tradizionale caudillismo, e in Argentina è ancora il peronismo con le sue correnti alternativamente di destra e di sinistra a farla da padrone, nel subcontinente brasiliano, al contrario, è stata reinventata la formula europea di un partito del lavoro che si fa partito di governo.
La prospettiva brasiliana, che pure al momento conosce le sue difficoltà pratiche, c’interessa in modo particolare sul piano teorico in quanto sinistra italiana alla ricerca di un’identità. L’insegnamento da trarne è il seguente: l’idea di una forza politica che punti al governo è giusta, ma al tempo stesso è necessaria la consapevolezza che il governo non può essere un fine in sé, che il suo significato sta nelle politiche ridistributive che riesce a realizzare. Queste vanno condotte utilizzando la leva dell’intervento statale, nel quadro di un’economia mista pubblica e privata; quando però ciò diventi difficile o impossibile – per una crisi nello sviluppo, o perché lo Stato ridistributore non riesce più a farcela –, bisogna pensare alle alternative dal basso, quelle offerte da una socialità solidale extrastatale, come a fonti di energia rinnovabile adatte a dare una spinta ulteriore al processo riformatore.

Fonte: Il Ponte 

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