martedì 20 ottobre 2015

Avere e essere

di Paolo Andreozzi
A leggere le reazioni alla de-tassazione generale promessa da Renzi e Padoan, reazioni buone da parte di chi possiede e/o guadagna bene e cattive da parte di chi non possiede e/o guadagna male, non si può non apprezzare la fondatezza dell’opinione secondo cui l’appartenenza alla classe, e la conseguente collocazione ideologica, non può più essere, semmai lo sia stata, dettata da considerazioni etiche e volontaristiche, bensì dal computo oggettivo delle proprietà e dei profitti personali.
Sinistra e destra, infatti, se restiamo in campo etico, davvero sono la profezia auto-avverantesi del proprio anacronismo, così come ci dicono quelli che hanno tutto l’interesse a togliere grilli politici dalla testa di chi potrebbe volere la trasformazione dello stato di cose presente.
Viceversa, se torniamo al campo oggettivo delle possibilità economiche, ecco che destra, la conservazione o la reazione addirittura, e sinistra, il cambiamento e finanche la rivoluzione, riacquistano tutto il proprio significato analitico ed ogni potere dinamico e anti-dinamico nei fatti storici.
Il governo toglie le tasse sulla casa? A chi ha una casa questo piace, che egli si professi o si reputi di destra o di sinistra. Il governo, un altro ovviamente, invece mette una patrimoniale, o incrementa la progressività dell’imposta diretta? A chi non ha un patrimonio, mobile o immobile, e a chi ha poco reddito, piacerà invece questo, che egli sia o si creda di destra o di sinistra.
Facile. Follow the money.
Personalmente, non sono mai stato sedotto dalla triplice chiamata del sistema di questi ultimi decenni: questa vocazione indotta alla proprietà a tutti i costi, alla speculazione finanziaria come ammortizzatore sociale, e all’impresa di se stessi come unica realizzazione esistenziale. Chiamata deleteria, davvero.
Infatti, primo: non possiedo la casa in cui vivo, né nessun’altra; giustamente se quanto a reddito sto nella media degli abitanti dei Paesi sviluppati, quanto a patrimonio credo di stare proprio nel decile più basso: ciò che possiedo è quello che indosso, un po’ di mobilio, i miei libri, qualche elettrodomestico e un motorino vecchiotto, e un conto corrente che non si scosta mai molto dallo zero termico. Secondo: mai giocato in borsa, manco pensato. E terzo, lavoro alle sacrosante dipendenze di qualcuno: precisamente, della cittadinanza.
Ecco dunque che io ho oggettivamente, politicamente, non etico-volontaristicamente, tutto da perdere nella svolta a destra delle misure fiscali di Renzi e Padoan. Essi portano più a destra il già destrorso panorama della diseguaglianza sociale in Italia, e l’Europa così com’è ovviamente non obietta; e io gli contrappongo le mie personali, esistenziali istanze di sinistra. Ma quanti altri compagni possono fare altrettanto?
La casa, lo stipendio, ti collocano; non c’è niente da fare.
Si appartiene alla classe non per scelta. E se invece lo si sceglie, questo è senz’altro nobile, ma arriva un punto della lotta di classe in cui la stessa scelta non è più nelle nostre disponibilità. A meno di voler leggere la storia reale con lenti soggettivistiche, e non dovrebbe essere questo il caso dei compagni.
L’opinione contraria è vana.
Vanità fu la mitografia tesa ad accreditare la possibilità che alla guerra di classe dall’alto verso il basso potesse (e dovesse) rispondersi da parte di un agglomerato di cittadini senza identità socioeconomica o senza coscienza della medesima: nemmeno una base, in senso proprio, bensì una somma occasionale di voci, ora udibili ora no, una somma di corpi mobili, ora presenti dove serve ora no, una somma di idee appena appena convergenti sui massimi sistemi ma ben distanti sulle concretissime cose da provare a fare per arrivar fuori dal corto raggio dell’indignazione del momento.
Vanità è stato pensare di poter legare a un dato percorso una massa critica sufficiente senza che i suoi componenti fossero reciprocamente legati da alcuna urgenza materiale condivisa, e fossero bensì accostati ora sì ora no ad alcune istanze astratte fondamentalmente per ragioni etiche o addirittura estetiche. Vanità sarebbe continuare ad aderire a chiamate della società civile cosiddetta, ovvero della organizzazioni politiche, e viceversa far proselitismo tra i cittadini, dimenticando il più lapalissiano dei paradigmi di un’azione antagonista che voglia essere efficace.
Il seguente: se io e il mio compagno di lotta eventuale abbiamo questo, ambedue, da perdere, e quest’altro da vincere, entrambi.
Esemplificando. Siamo entrambi occupati? E in un ambito garantito, entrambi, o invece di lotta per la vita? Paghiamo entrambi le tasse? O nessuno dei due? O siamo entrambi disoccupati? O precari? O pensionati? Possediamo entrambi la casa in cui viviamo? O nessuno dei due la possiede? E abbiamo altri beni consistenti, durevoli? O niente del genere, né io né lui? Sappiamo entrambi che godremo di qualcosa in un futuro certo? Che erediteremo una proprietà, una professione, uno status, una sicurezza comunque vada? O niente nessuno dei due? Possiamo permetterci entrambi più dello stretto necessario, quel che fa gaia la vita? Andiamo entrambi regolarmente in vacanza, abbiamo entrambi un buon livello di consumi e di risparmi? Arriviamo facilmente a fine mese, e ce n’avanza per noi e i nostri cari? O è il contrario per entrambi? Godiamo entrambi di una qualche rete di protezione familiare o sociale per far fronte, eventualmente, alle asprezze della crisi? O siamo più che altro soli, come tanti, tutti e due? Abbiamo titoli e obbligazioni, entrambi, o investimenti in corso? O nessuno dei due li ha? Siamo alle dipendenze di qualcuno, tutti e due, o invece donne e uomini dipendono da noi? Spremiamo rendite o invece distribuiamo (e autodistribuiamo) profitti o invece guadagniamo stipendi o salari o invece fatturiamo onorari o parcelle?
Abbiamo, ribadisco, oppure no le stesse cose da perdere? Le stesse da vincere, entrambi?
(Engels era figlio di un ricco industriale e Gandhi nettamente un upperclass, lo so anch’io; ma Gandhi ed Engels stanno appunto sui libri di Storia. Come quanti nostri conoscenti, ipotetici alleati nella lotta?)
“Ma questa è una visione rigida, di classe!” Di classe sì, senz’altro. Com’è di classe la visione dei nostri avversari, appunto, di classe, i quali hanno speso gli ultimi trent’anni a convincerci che le classi non esistono più per poter dispiegare con successo la propria egemonia.
Quindi non diamogli un’altra mano.
Facciamo i seri, e contiamoci tra quelli su cui si può far serio affidamento. A occhio e croce non siamo pochi, nell’appartenenza reale.
O invece sono tutti ricchi e padroni?

Fonte: Esseblog 

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