martedì 20 ottobre 2015

Eskhol Nevo e un romanzo che va oltre il conflitto

Intervista a Eskhol Nevo di Guido Caldiron
«Una mino­ranza fana­tica, vio­lenta, oscu­ran­ti­sta e raz­zi­sta sta gra­dual­mente appro­prian­dosi delle poli­ti­che dello Stato di Israele. Quella mino­ranza lo sta tra­sci­nando in un abisso morale». Fin qui il nostro silen­zio ha per­messo che le cose andas­sero così: «abbiamo per­messo che ci fosse il fasci­smo. Pen­sare che non era que­sto l’ideale (…) Non era per que­sto che lo Stato ebraico è stato fon­dato. Non per bru­ciare i bam­bini nel sonno». Ora è venuto il momento di rea­gire, «prima di abi­tuarci a que­sto orrore. Prima che sia rim­piaz­zato da un altro orrore».
All’indomani della tra­ge­dia che ha fatto da deto­na­tore per la ripresa della vio­lenza che oggi miete quo­ti­dia­na­mente vit­time israe­liane e pale­sti­nesi, l’attentato com­piuto lo scorso luglio in Cisgior­da­nia da parte di un gruppo di estre­mi­sti ebrei e costato la vita a un bam­bino arabo di soli 18 mesi e a suo padre, Esh­kol Nevo aveva lan­ciato un appello rima­sto pres­so­ché ina­scol­tato nel suo paese. Dalle colonne di Yedioth Ahro­noth, il quo­ti­diano più dif­fuso in Israele, lo scrit­tore aveva auspi­cato un sus­sulto demo­cra­tico della società israe­liana, indi­cando i respon­sa­bili del peg­gio­ra­mento della situa­zione negli estre­mi­sti reli­giosi, nel «ter­ro­ri­smo ebraico», ma anche in un «primo mini­stro (Neta­nyahu), tanto pre­oc­cu­pato dell’Iran che non si è accorto che la casa brucia».
Qua­ran­ta­quat­tro anni, nipote di uno dei pre­mier labu­ri­sti degli anni Ses­santa, un pas­sato da pub­bli­ci­ta­rio, Nevo è con­si­de­rato, insieme soprat­tutto a Etgar Keret, tra gli espo­nenti prin­ci­pali di quella nuova gene­ra­zione della let­te­ra­tura israe­liana che affronta senza tabù il con­flitto che divide il paese ed è anche in grado di dare voce alle vicende poli­ti­che e per­so­nali dei palestinesi.
Un per­corso, carat­te­riz­zato dalla ricerca di una con­vi­venza e di una pace giu­sta, che lo scrit­tore ha scan­dito attra­verso un pugno di romanzi che affron­tano la sto­ria ma anche i sogni e le con­trad­di­zioni degli abi­tanti di que­sta terra insan­gui­nata: da Nostal­gia (2005) a La sim­me­tria dei desi­deri(2010), fino a Neu­land (2012) e al recente Soli e per­duti (pp. 264, euro 17,50), tutti pub­bli­cati da Neri Pozza.
La strage com­piuta dagli estre­mi­sti ebraici che le ha ispi­rato un appello molto duro nei con­fronti dei suoi con­cit­ta­dini, ha dato il via ad una serie di vio­lenze sem­pre più effe­rate in ambo i campi: dove sta andando Israele?
"Il futuro del mio paese, che oggi vedo minac­ciato come non mai, può andare in due dire­zioni: verso una pace giu­sta o verso una con­ti­nua esca­la­tion della vio­lenza, come sta acca­dendo in que­sti giorni ter­ri­bili domi­nati dalla paura e dall’angoscia. Quale strada pren­dere dipende certo anche dalle due società, come spie­gavo in quel testo, ma prima di tutto dalle loro rispet­tive lea­der­ship poli­ti­che. E, in que­sto senso, quella israe­liana non sta lavo­rando affatto nella dire­zione giu­sta. Serve grande corag­gio, deter­mi­na­zione e anche crea­ti­vità per uscire dal cir­colo di san­gue in cui siamo tutti impri­gio­nati ormai da troppo tempo e il governo non mostra di avere alcuna di que­ste qualità."
Amos Gitai ha dedi­cato un film all’assassinio del pre­mier Rabin, ucciso nel 1995 da un estre­mi­sta con­tra­rio agli accordi di pace con i pale­sti­nesi; una ferita ancora aperta, di cui lei si è occu­pato in «Nostal­gia». Quanto pesa oggi la minac­cia dell’estrema destra reli­giosa?
"Prima della nuova esplo­sione di vio­lenza, que­sta minac­cia era al cen­tro del dibat­tito pub­blico in Israele, soprat­tutto dopo l’uccisione del bam­bino a Duma, ed era con­si­de­rata da molti, me com­preso, come una delle mag­giori prio­rità del paese. In que­sti anni è infatti cre­sciuto tra gli ebrei il numero di coloro che com­piono azioni ter­ri­bili cer­cando di giu­sti­fi­care il loro ope­rato in nome della fede: anche se in realtà si tratta di atti, e ci tengo molto a sot­to­li­nearlo, che sono inac­cet­ta­bili pro­prio da un punto di vista stret­ta­mente ebraico. Detto ciò, non tutti gli ambienti reli­giosi sono uguali. In alcuni si è tro­vata la forza per allon­ta­nare gli estre­mi­sti e i vio­lenti. Il punto è che buona parte della respon­sa­bi­lità di que­sta situa­zione è della lea­der­ship reli­giosa del paese, il rab­bi­nato, che non inter­viene per fer­mare le vio­lenze. Allo stesso modo, spe­cie in que­sto momento in cui lo scon­tro ha per epi­cen­tro i luo­ghi sacri di Geru­sa­lemme, anche tra i pale­sti­nesi mi sem­bra pre­val­gano le posi­zioni di chi, come Hamas, cerca di legit­ti­mare il pro­prio odio attra­verso la religione."
Lei sostiene le ragioni della pace, inter­ve­nendo spesso in que­sto senso dalle pagine dei gior­nali, è un impe­gno che coin­volge anche il suo lavoro di scrit­tore?
"Direi mol­tis­simo. Con una col­lega dell’università di Tel Aviv ho dato vita ad una scuola di scrit­tura crea­tiva a Jaffa che è fre­quen­tata sia da stu­denti ebrei che arabi. Mal­grado le ten­sioni esterne, nella scuola non c’è alcun tipo di con­tra­sto, ma c’è invece atten­zione reci­proca e com­pli­cità. Nei miei romanzi, inol­tre, cerco di costruire dei per­so­naggi che aiu­tino a supe­rare gli ste­reo­tipi impe­ranti sulla figura dell’«altro», dando in par­ti­co­lare spes­sore umano, sen­ti­menti e carat­tere pro­pri a figure che altri­menti reste­reb­bero impri­gio­nate nella nar­ra­zione del con­flitto, che non potreb­bero essere altro che «nemici». Così, ad esem­pio, in Soli e per­duti, l’ornitologo arabo Naim fini­sce addi­rit­tura per incar­nare la figura dell’ebreo errante alla fine del libro, men­tre in Nostal­gia, attra­verso la figura del mura­tore pale­sti­nese Sad­diq rac­conto il dolore e la memo­ria della Naqba, l’esilio cui molti arabi furono costretti dopo il 1948."
Non si può dire che que­ste scelte abbiano però fatto l’unanimità in Israele, lei è stato spesso con­te­stato da destra. Come è andata?
"Sì, è vero, ci sono state molte pole­mi­che e anche rea­zioni di rab­bia nei miei con­fronti, com­prese tele­fo­nate e mail di minac­cia, come accade ogni qual volta si cer­chi di rac­con­tare anche dei pale­sti­nesi, della loro sto­ria e delle loro vite. Anche se devo con­fes­sare che sono con­vinto che que­sto ruolo di ponte, di spa­zio aperto dove poter scri­vere final­mente qual­cosa di comune ai due popoli, possa essere svolto meglio dalla let­te­ra­tura che dai media o dalla poli­tica.
Per­ciò, ogni volta che, al con­tra­rio i miei let­tori si sono emo­zio­nati men­tre leg­ge­vano una pagina dedi­cata a qual­cuno che per­ce­pi­vano come un «nemico», fino a imme­de­si­marsi in lui, posso dire di aver con­tri­buito con i miei pochi mezzi a far cam­biare le cose. Solo in quei casi, come scrit­tore, sento di aver fatto dav­vero bene il mio lavoro."

Fonte: il manifesto 

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