martedì 20 ottobre 2015

Il kamikaze del rap angolano

di Marco Boccitto
Il 20 set­tem­bre scorso il pre­si­dente ango­lano José Eduardo Dos San­tos ha festeg­giato i suoi 36 anni di potere, ini­ziati all’indomani della morte di Ago­stino Neto nel 1979. Quest’anno, in quello stesso giorno, sca­de­vano, bel­la­mente igno­rati, i ter­mini della car­ce­ra­zione pre­ven­tiva di Luaty Bei­rão, rap­per e atti­vi­sta molto noto in Angola, arre­stato tre mesi prima con l’accusa di pre­pa­rare «una ribel­lione e un atten­tato al Pre­si­dente della Repubblica».
Una pura e sem­plice coin­ci­denza, che rac­conta però da due diverse ango­la­zioni lo stato dell’arte nel paese afri­cano dagli indi­ca­tori eco­no­mici più esu­be­ranti, tea­tro di una cre­scita impe­tuosa che solo i ribassi nel com­parto petro­li­fero stanno met­tendo in discus­sione. E che in ogni caso nulla ha cam­biato nella vita di quel 40% della popo­la­zione che vive sotto la soglia di povertà. Per­cen­tuale che sale ine­so­ra­bil­mente se par­liamo di “soglia” di libertà.
Un tempo c’era il fami­ge­rato «arti­colo 26», una legge usata spesso e volen­tieri per incar­ce­rare gior­na­li­sti indi­pen­denti e atti­vi­sti anti-governativi. La nuova legge, varata nel 2010, man­te­neva l’arresto in caso di offese alla Repub­blica e al suo pre­si­dente. Di più: l’articolo in cui si parla di insulti mediante la dif­fu­sione di «parole, imma­gini, scritti o suoni» sem­bra fatta appo­sta per i rap­per e i graffitisti.
Luaty Bei­rão, meglio cono­sciuto con gli ete­ro­nimi Bri­ga­deiro Mata Fra­kuzx e Iko­no­kla­sta, un giorno dopo quel 20 set­tem­bre, quando è stato chiaro che in barba alla Costi­tu­zione non l’avrebbero rila­sciato, ha ini­ziato uno scio­pero della fame che dura ancora oggi. Pochi giorni fa lo hanno tra­sfe­rito dal penitenziario-ospedale di São Paulo di Luanda, dove era stato rico­ve­rato in seguito all’aggravarsi delle sue con­di­zioni, a una cli­nica pri­vata. «Solo per pre­cau­zione», ha spie­gato il respon­sa­bile per la salute del sistema peni­ten­zia­rio ango­lano Manuel Freire. «È in gravi con­di­zioni» dice la moglie Monica Almeida, smen­tendo però che la let­tera con cui il rap­per nei giorni scorsi chie­deva tra l’altro che fosse rispet­tato il suo diritto a non essere sot­to­po­sto ad ali­men­ta­zione for­zata, anche nel caso di una per­dita di cono­scenza, sia «sin­to­ma­tica di alcun­ché: in simili cir­co­stanze — dice la donna — è quasi una formalità».
Nella let­tera Bei­rão, 33 anni, si defi­ni­sce «atti­vi­sta civico in stato di deten­zione» e si rivolge al pre­si­dente ango­lano chia­man­dolo «inge­gnere» (lui stesso è lau­reato in inge­gne­ria). Dos San­tos, scrive Bei­rão, per la sua abi­tu­dine a «immi­schiarsi in que­stioni che in una demo­cra­zia sareb­bero esclu­sivo appan­nag­gio della magi­stra­tura» è da rite­nersi «diret­ta­mente respon­sa­bile» dell’esito di que­sta sua pro­te­sta estrema.
È la brutta piega assunta da uno scon­tro che va avanti da anni con un regime sem­pre più liber­ti­cida, clep­to­cra­tico, avvi­lup­pato dagli enormi inte­ressi che ruo­tano intorno all’estrazione del petro­lio (l’Angola è il secondo pro­dut­tore, in Africa, dopo la Nige­ria) e dei dia­manti. Sull’argomento par­lano chiaro anche i ripe­tuti arre­sti e i pro­cessi subiti dal gior­na­li­sta Rafael Mar­ques, che nel suo libro Dia­man­tes de San­gue — Cor­ru­pção e Tor­tura em Angola ha osato accu­sare fron­tal­mente sette gene­rali molto vicini a Dos Santos.
I testi bol­lenti di Luaty Bei­rão alias Iko­no­kla­sta sono evi­den­te­mente quelli delle sue can­zoni: Revo­lução, Nós e os Outros, Hino de um Kunanga. O quando urla «sono un kami­kaze ango­lano e que­sta è la mia mis­sione». Al regime di dos San­tos rim­pro­vera di aver abban­do­nato gli strati più deboli della società ango­lana, pri­van­doli dei diritti ele­men­tari (libertà di parola, ma anche accesso ad acqua, luce, sanità, lavoro). Quando la denun­cia sociale viene ser­vita con un sar­ca­smo amaro ma esi­la­rante, Iko­no­kla­sta diventa dav­vero irre­si­sti­bile. In altre parole, pericoloso.
Indi­ca­tivo in tal senso il video­clip che accom­pa­gna Cuka, un brano in stile «kuduro intel­li­gente» del col­let­tivo luso-angolano Batida, che al rap­per di Luanda ha dato una prima visi­bi­lità inter­na­zio­nale. Bei­rão vi appare in mutande, con una vec­chia giacca mili­tare. Ed è visi­bil­mente sbronzo. Il testo in effetti mette in guar­dia i gio­vani dal con­su­mare troppa birra (marca «Cuca», acro­nimo di Com­pa­n­hia União de Cer­ve­jas de Angola) e offre una let­tura squi­si­ta­mente poli­tica dell’alcolismo che fla­gella il paese. Il momento clou è quando alle spalle di Iko­no­kla­sta appa­iono tante fac­cine del pre­si­dente dos San­tos, pro­gres­si­va­mente bar­rate da una croce, e lui si chiede se dopo tutto que­sto deve pro­prio tor­nare a votare dos San­tos (si avvi­ci­nava all’epoca la tor­nata elet­to­rale del 2012). Men­tre se lo chiede, mal­fermo sulle gambe, si fruga nel naso con un dito e poi se lo infila in bocca.
A dos San­tos non deve essere pia­ciuto. Ma ciò che rende Iko­no­kla­sta par­ti­co­lar­mente inviso al pre­si­dente potrebbe essere il fatto di avere un padre come João Bei­rão, lo scom­parso fon­da­tore e primo pre­si­dente della Fon­da­zione Eduardo dos San­tos, che ha rico­perto diverse fun­zioni pub­bli­che ed è sem­pre stato molto vicino al capo dello stato. Tale padre, non tale figlio.
Nel 2011 Luaty Bei­rão è stato ferito alla testa durante le pro­te­ste con cui il movi­mento stu­den­te­sco ango­lano spe­rava di inne­scare una rivolta come quella che dall’altra parte dell’Africa aveva appena rove­sciato Ben Ali e Muba­rak. In seguito il rap­per è stato più volte aggre­dito da miste­riosi pic­chia­tori e sua madre ha rice­vuto minacce di morte. Il cul­mine nel 2012, quando Luaty «Iko­no­kla­sta» è stato fer­mato all’aeroporto di Lisbona con quasi due chili di coca nel baga­glio. Lui non si è perso d’animo, ha accu­sato i ser­vizi ango­lani e un giu­dice por­to­ghese con una deci­sione senza pre­ce­denti ha finito per dar­gli ragione.
Qui le accuse sono ancora più pesanti, par­liamo di «insur­re­zione». Il 20 giu­gno Luaty è stato arre­stato con altre 16 per­sone. Ma lui non sem­bra spa­ven­tato dalle accuse, è solo indi­gnato dal fatto di non poter atten­dere il pro­cesso da uomo libero, come pre­ten­de­rebbe la legge. In fondo non sem­bra una posi­zione così ever­siva. È un suo diritto. E a quanto pare è dispo­sto a morire per­ché venga rispettato.

Fonte: il manifesto 

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