giovedì 8 ottobre 2015

Il paradiso scandinavo non esiste

di Guido Caldiron
«Solo dopo aver scritto l’ottavo e ultimo romanzo della serie di Kurt Wal­lan­der, ho capito quale sot­to­ti­tolo avevo sem­pre cer­cato, senza mai tro­varlo. Quando tutto era finito, o quasi, ho capito che il sot­to­ti­tolo della serie doveva essere I romanzi dell’inquietudine sve­dese. Avrei dovuto tro­varlo prima». Così, in una sola frase, Hen­ning Man­kell aveva sin­te­tiz­zato il signi­fi­cato e il valore del suo lavoro e uno dei motivi che hanno reso il noir scan­di­navo uno dei feno­meni let­te­rari più signi­fi­ca­tivi degli ultimi decenni. Anche se nel suo caso, quell’inquietudine non è mai rima­sta impri­gio­nata nelle pagine di un libro, ma è stata la bus­sola di un’intera vita.
Lo scrit­tore che non finiva di stu­pirsi per aver creato, con il per­so­nag­gio del com­mis­sa­rio Wal­lan­der, «lo sve­dese più famoso nel mondo» — i suoi romanzi hanno ven­duto oltre qua­ranta milioni di libri e sono stati tra­dotti in più di tren­ta­cin­que lin­gue -, se n’è andato a 67 anni nella notte tra dome­nica e lunedì in una cli­nica di Göte­borg, ucciso da un can­cro che gli era stato dia­gno­sti­cato solo all’inizio dello scorso anno.
Fedele al suo tem­pe­ra­mento, Hen­ning Man­kell aveva scelto di affron­tare a viso aperto anche que­sta minac­cia, rac­con­tando con corag­gio gli svi­luppi della malat­tia dalle pagine di un gior­nale locale e ini­ziando pro­prio da quest’ultima, fatale sfida le pagine della sua auto­bio­gra­fia Sab­bie mobili che il suo edi­tore ita­liano, Mar­si­lio, man­derà in libre­ria la pros­sima set­ti­mana. «Ho deciso di scri­vere di que­sta malat­tia per­ché non riguarda solo me, ma tanti altri che si tro­vano nella mia stessa con­di­zione. L’ho fatto con la pro­spet­tiva della vita, non della morte. È una rifles­sione su cosa signi­fica vivere».
Nato a Stoc­colma nel 1948 e cre­sciuto dal padre, dopo il divor­zio dei suoi geni­tori arri­vato quando lui aveva solo un anno, ancora ado­le­scente Man­kell aveva abban­do­nato la scuola per cer­care l’avventura a Parigi, nell’ambiente dei jaz­zi­sti, sbar­cando il luna­rio in un labo­ra­to­rio dove si ripa­ra­vano cla­ri­netti e sas­so­foni. E lì, al Quar­tiere Latino, aveva incon­trato anche la rivolta. «Sulla testa ho ancora una cica­trice. Un ricordo che mi ha lasciato il man­ga­nello di un poli­ziotto fran­cese nel 1968, durante una mani­fe­sta­zione», rac­con­terà in seguito.
Dopo la Fran­cia sarebbe arri­vata l’Africa: lo Zam­bia, la Guinea-Bissau e infine il Mozam­bico, il suo grande amore — pos­se­deva una casa a Maputo dove pas­sava metà dell’anno, «un piede nella neve della Sve­zia, un altro nella sab­bia afri­cana». Qui avrebbe creato, negli anni Ottanta, la Com­pa­gnia d’arte dram­ma­tica del Tea­tro Ave­nida.
Tra un viag­gio e l’altro, tanti lavori occa­sio­nali, come l’impiego presso la marina mer­can­tile nor­ve­gese, ma, soprat­tutto, la sco­perta della scrit­tura. Nella sua lunga car­riera Hen­ning Man­kell ha pub­bli­cato una qua­ran­tina di libri, dai rac­conti per bam­bini alla nar­ra­tiva sto­rica, dalle pièce tea­trali ai romanzi del ciclo afri­cano, anche se è la serie di cui è pro­ta­go­ni­sta Kurt Wal­lan­der che gli ha dato noto­rietà e suc­cesso internazionali.
«Ricordo ancora quando è nata l’idea di que­sto per­so­nag­gio — ha rac­con­tato lo scrit­tore nel libro inter­vi­sta di Kir­sten Jacob­sen, Man­kell (su) Man­kell (Mar­si­lio, 2012) — .Volevo scri­vere della con­di­zione degli immi­grati, degli estre­mi­sti di destra che li minac­cia­vano, della xeno­fo­bia. E mi sono detto che il raz­zi­smo era un vero cri­mine e che il romanzo poli­zie­sco avrebbe rap­pre­sen­tato il con­te­sto ideale per par­larne. A que­sto punto, mi ser­viva un per­so­nag­gio che con­du­cesse le inda­gini: era Wallander».
Uscirà così nel 1991 Assas­si­nio senza volto, la prima inchie­sta dello sbirro timido e tor­men­tato d’Ystad — cui Ken­neth Bra­nagh avrebbe pre­stato il volto in una popo­lare serie tv -, un libro desti­nato a segna­lare il risve­glio della let­te­ra­tura del «grande nord» e ad inci­dere pro­fon­da­mente nel pano­rama del noir euro­peo nel segno dell’indagine sociale e di un rin­no­vato impe­gno poli­tico. Per­ché, come si poteva leg­gere in un edi­to­riale apparso ieri su Libé­ra­tion che cele­brava Man­kell come uno degli ultimi grandi autori engagé, «il suo com­mis­sa­rio soli­ta­rio, bur­bero e mala­tic­cio ha assunto nell’Europa diso­rien­tata di que­sti anni la stessa impor­tanza sim­bo­lica che i detec­tive di Dashiell Ham­mett ave­vano avuto nell’America cor­rotta della grande crisi».
Al pari del suo crea­tore, Wal­lan­der — da cui Man­kell aveva defi­ni­ti­va­mente preso con­gedo nel 2009, causa alz­hei­mer del per­so­nag­gio, con il romanzo L’uomo inquieto — sof­fre per quanto ha visto cre­scere intorno a sé: l’aumento delle dise­gua­glianze e dell’individualismo, il dif­fon­dersi del raz­zi­smo e della vio­lenza, il rie­mer­gere delle pagine più oscure della sto­ria locale, dal col­la­bo­ra­zio­ni­smo con i nazi­sti all’omicidio di Olof Palme e i tanti misteri legati alla sta­gione della Guerra fredda. In una parola: l’eclissi del para­diso inse­guito dalla social­de­mo­cra­zia scan­di­nava da più di un secolo che a Man­kell sug­ge­riva inquie­tanti que­siti quanto al futuro: «Come può soprav­vi­vere la demo­cra­zia se il fon­da­mento dello Stato di diritto non è più intatto? La demo­cra­zia ha un prezzo che un giorno sarà con­si­de­rato troppo alto e che non vale più la pena pagare?».
Per l’ultimo degli «impe­gnati», testi­mone della ricerca e dei tor­menti della cul­tura scan­di­nava — nel 1998 aveva spo­sato la regi­sta Eva Berg­man, figlia del famoso cinea­sta che lui stesso aveva fre­quen­tato a lungo nella sua casa dell’isola di Fårö -, in piazza da ragazzo con­tro la guerra del Viet­nam e che ancora nel 2010 aveva par­te­ci­pato alla flot­ti­glia inter­na­zio­nale che cer­cava di vio­lare il blocco israe­liano di Gaza, l’aspetto man­sueto di Wal­lan­der ser­viva in realtà a camuf­fare solo per i più distratti la rab­bia e la rivolta con­tro ogni ingiu­sti­zia. «Già quand’ero poco più che un ado­le­scente mi sono reso conto che non non tutto va nel verso giu­sto in que­sto mondo e che fin­ché anche una sola per­sona sarà pri­vata della sua libertà nes­suno potrà dav­vero dirsi libero o felice».

Fonte: il manifesto 

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