mercoledì 21 ottobre 2015

La Rivoluzione della Volkswagen

di Lucy P. Marcus
Quando Michael Horn, presidente e CEO del Gruppo Volkswagen America, ha recentemente testimoniato davanti ad una commissione del Congresso degli Stati Uniti riguardo al software installato dalla Volkswagen sulle vetture alimentate a gasolio per eludere i test sulle emissioni, ha espresso la propria incredulità circa il fatto che la responsabilità possa ricadere su un paio di ingegneri. Horn ha dichiarato: “Non pensavo che una cosa del genere potesse accadere al Gruppo Volkswagen”.
Horn e i membri del Congresso non sono gli unici a sentirsi traditi dalla frode intenzionale della Volkswagen. Lo sono anche i consumatori che hanno creduto nel marketing “diesel pulito” dell’azienda ed acquistato una delle 11 milioni di auto, Volkswagen, Audi, Skoda, e Seat, coinvolte. E a sentirsi traditi sono anche i rivenditori, fornitori, lavoratori, le autorità di regolamentazione, e i legislatori di tutti i paesi che ora devono affrontare le conseguenze.
Quando una società attiva nel settore dei prodotti di consumo di alto profilo, fondata sulla sicurezza e competenza specializzata, perde la fiducia del pubblico, il danno è enorme. Alle audizioni negli Stati Uniti sono seguite quelle parlamentari nel Regno Unito, ed ulteriori indagini ufficiali sono state avviate altrove. In Italia e Germania, la polizia ha ricercato uffici ed abitazioni private per assicurarsi documenti pertinenti. Si parla di class-action legali da parte dei consumatori in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Australia. Inoltre, la Banca Europea per gli Investimenti ha intenzione di verificare se alcuni dei finanziamenti erogati alla società – legati al raggiungimento degli obiettivi climatici – siano stati utilizzati per la manipolazione dei test di emissione. Se questo è il caso, si potrebbe richiedere la restituzione dei soldi.
Con la Volkswagen che annuncia il ritiro di 8,5 milioni di auto in Europa, la società potrebbe non sopravvivere – almeno non nella sua forma attuale. Il danno finanziario è destinato ad essere enorme: attualmente la Volkswagen dichiara che sarà accantonata una somma pari a 6,5 miliardi di euro (7,4 miliardi di dollari) per coprire i costi dello scandalo. Questa cifra potrebbe non essere sufficiente, e le azioni della società riflettono le preoccupazioni del mercato, così come il suo rating Standard & Poor.
L’intera industria automobilistica è oggi sotto esame, così come lo sono le autorità di regolamentazione, le cui procedure di controllo hanno dimostrato di essere così facilmente aggirabili, e le cui relazioni, complesse ed intrecciate con governi e case automobilistiche, potrebbero rivelarsi in conflitto. Inoltre, la Volkswagen è così strettamente associabile al “brand” dell’ingegneria tedesca che, per quanto possa essere ingiusto, lo scandalo è destinato a influenzare la percezione di altre case automobilistiche e industrie tedesche.
Dopo tutto, si tratta di una celebre azienda che metteva le proprie credenziali ambientali in primo piano, e che in seguito, “quando la gomma ha preso a mordere la strada” e il gioco si è fatto duro (per così dire), ha imbrogliato intenzionalmente. Coprire un errore, come nel caso della GM ed i suoi interruttori di accensione difettosi, è già abbastanza grave; la creazione e l’installazione di un pezzo di software progettato con l’unico scopo di frodare il pubblico è un sintomo di qualcosa di molto peggiore.
Il pesce puzza dalla testa. La Volkswagen è nota per il suo consiglio di amministrazione particolarmente male organizzato e mal gestito: chiuso, ripiegato su se stesso, e afflitto da lotte intestine e rivalità familiari. Le questioni hanno raggiunto l’apice lo scorso aprile, allorché l’allora presidente Ferdinand Piëch si è dimesso a seguito di una lotta di potere con l’ (ormai ex) amministratore delegato della società, Martin Winterkorn. Si è dimessa anche la moglie di Piëch, Ursula, una ex maestra d’asilo che era anche uno dei membri del consiglio di sorveglianza.
Se queste persone possono dichiarare con faccia tosta che non sapevano cosa stava succedendo, o non intendono collaborare, oppure non sono riuscite a svolgere uno dei compiti fondamentali del consiglio – porre domande scomode e obbligare la direzione a rendere conto delle proprie azioni, soprattutto quando le cose sembrano troppo belle per essere vere.
Purtroppo, sulla scia delle rivelazioni, la Volkswagen ha sprecato quello che avrebbe potuto essere un momento di svolta per l’azienda – un’opportunità perfetta per riorganizzare la propria governance aziendale in frantumi, coinvolgendo consiglieri veramente indipendenti e portando al vertice una nuova visione. È stato invece nominato presidente del consiglio di sorveglianza Hans Dieter Pötsch, Direttore Finanziario della Volkswagen dal 2003, un vero insider, e il nuovo amministratore delegato è un altro interno, Matthias Müller, l’ex capo del brand Volkswagen Porsche. Chi si fiderà delle indagini interne e delle promesse di trasparenza di una tale leadership?
Tutto questo avviene in un momento in cui le case automobilistiche tradizionali devono affrontare forti sfide al di fuori del settore. Il comportamento di aziende come Volkswagen può finire per incoraggiare i consumatori a passare da produttori già operanti nel settore a nuovi operatori, come le prossime auto senza pilota di Google e i modelli elettrici di Tesla, che sfidano proprio il presupposto dei test sulle emissioni.
Ma la storia non finisce qui. Il fatto che si siano utilizzate linee di codice, non un pezzo di plastica o di metallo, per ingannare i test sulle emissioni, evidenzia la potenza e le possibilità di auto sofisticate ad alta tecnologia che possono dare un riscontro più che mai rilevante. Ma espone anche le possibilità perniciose delle auto, diventate complesse al punto che quasi nessun guidatore conosce cosa c’è sotto il cofano, quali dati vengono raccolti su di loro, e cosa questo significa per il futuro.
Ciò che la Volkswagen afferma essere stato l’opera di un paio di ingegneri disonesti potrebbe tradursi in un catalizzatore di nuove idee ed approcci innovativi nel settore automobilistico, specie a fronte delle possibilità della nuova legislazione per la lotta ai cambiamenti climatici. Le persone potrebbero essere spinte molto più velocemente verso l’adozione di vetture indipendenti dai combustibili fossili. E la nascita di nuovi sfidanti potrebbe accelerare il processo allorché i consumatori diranno alle aziende che lo statu quo – modesta governance aziendale e vuote promesse – non può essere più tollerato.
Siamo solo all’inizio di quello che potrebbe essere un lungo processo di indagini e chiarimenti sulle responsabilità della Volkswagen. Se tale processo alimentasse un più vasto sconvolgimento del settore, si potrebbe accelerare l’alba di una effettiva nuova era per la mobilità umana.

Fonte: Project Syndicate

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