La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 22 ottobre 2015

L’incontro a sorpresa rafforza l’asse Assad-Putin

di Chiara Cruciati
In guerra non esi­stono coin­ci­denze. Non è una coin­ci­denza che il primo viag­gio all’estero del siriano Assad dal 2011 sia in Rus­sia e non è una coin­ci­denza che giunga a poche ore dalla firma di un memo­ran­dum di intesa tra Washing­ton e Mosca.
I media hanno ripor­tato dell’incontro a sor­presa tra Assad e Putin, avve­nuto mar­tedì, ieri: il pre­si­dente siriano è stato accolto al Crem­lino dove ha discusso dell’attuale stra­te­gia mili­tare anti-islamista. Non solo: i due hanno riaf­fer­mato la neces­sità di accom­pa­gnare al coor­di­na­mento sul campo di bat­ta­glia anche la defi­ni­zione di un piano poli­tico e diplo­ma­tico, la exit stra­tegy dalla crisi interna. Assad, cac­ciato dalla porta, è rien­trato dalla fine­stra: l’intervento russo ha impo­sto la sua pre­senza al futuro tavolo del nego­ziato. E que­sta visita è un monito ai suoi nemici: il pre­si­dente non può essere igno­rato. Di que­sto Assad non può che rin­gra­ziare l’alleato: «Voglio espri­mere la nostra immensa gra­ti­tu­dine alla lea­der­ship e al popolo russi per l’aiuto che stanno for­nendo alla Siria – ha detto durante l’incontro di mar­tedì – [senza il quale] la situa­zione sarebbe diven­tata ancora più tragica».
Un punto a favore di Assad, ma anche di Putin. L’incontro ricorda ai tanti attori attivi sul campo siriano la cen­tra­lità del ruolo di Mosca nella riso­lu­zione del con­flitto. Il pre­si­dente russo ha infatti riba­dito l’intenzione di gestire anche la tran­si­zione poli­tica, secondo passo verso la sta­bi­liz­za­zione dei pro­pri inte­ressi regio­nali, vera preda del novello zar Putin. Che sa di avere dalla sua la debo­lezza della potenza avver­sa­ria, il cui attuale obiet­tivo è uscire con le ossa meno acciac­cate pos­si­bile dall’ingestibile caos medio­rien­tale che ha in parte pro­vo­cato. Que­ste le pre­messe del memo­ran­dum d’intesa fir­mato mar­tedì da Washing­ton e Rus­sia, un accordo in appa­renza volto ad evi­tare scon­tri nei cieli siriani tra jet avversari.
L’intesa – i cui det­ta­gli non sono stati resi pub­blici su richie­sta russa – intro­duce pro­ce­dure di sicu­rezza per evi­tare che le due avia­zioni mili­tari pos­sano intral­ciarsi. Tra le misure pre­vi­ste c’è la crea­zione di una linea di comu­ni­ca­zione diretta da usare nel caso quelle in loco non deb­bano fun­zio­nare. Una linea rossa del ven­tu­ne­simo secolo, quella tra Casa Bianca e Crem­lino, memo­ria della guerra fredda. Come allora, le due super potenze non inten­dono giun­gere ad uno scon­tro. A dif­fe­renza di allora, però, sta­volta l’obiettivo è simile: Rus­sia e Stati uniti com­bat­tono lo stesso nemico, l’Isis.
La coor­di­na­zione è neces­sa­ria e, sep­pur indi­retta, esi­ste già. E sta­bi­lire regole per non darsi troppo fasti­dio signi­fica defi­nire un coor­di­na­mento che non può tra­sfor­marsi in guerra, fredda o guer­reg­giata che sia. Ovvia­mente il Pen­ta­gono nega: il por­ta­voce Cook ha tenuto a sot­to­li­neare che l’accordo non pre­vede la con­di­vi­sione di infor­ma­zioni e «non costi­tui­sce soste­gno Usa alle poli­ti­che russe in Siria».
La guerra civile si tra­sforma in qualcos’altro: non è più una bat­ta­glia tra oppo­si­zioni e governo, quasi tagliati fuori dalle stra­te­gie inter­na­zio­nali, ma una guerra per defi­nire sfere di influenza. Per que­sto, ogni attore regio­nale e glo­bale che vi prende parte sa di dover radi­care la pro­pria auto­rità ora, prima di per­dere il posto al nego­ziato. Lo sanno gli Stati uniti che abban­do­nano il pro­gramma dei ribelli in Tur­chia e lo sa la stessa Ankara: mar­tedì per la prima volta il turco Erdo­gan ha dato l’ok alla pre­si­denza ad inte­rim di Assad per sei mesi, prima delle ele­zioni (pro­po­sta mossa da governi euro­pei a cui piace deci­dere per il popolo siriano). Di stra­te­gie si discu­terà domani, a Vienna: il mini­stro degli Esteri russo Lavrov e il segre­ta­rio di Stato Usa Kerry incon­tre­ranno tur­chi e sau­diti per discu­tere della crisi siriana e, pro­ba­bil­mente, cer­care di con­ci­liare i diversi interessi.
Sanno di dover tirare le fila anche i kurdi siriani che appro­fit­tano della guerra per sta­bi­liz­zare il pro­getto di con­fe­de­ra­li­smo demo­cra­tico a Rojava. Dopo aver com­bat­tuto con suc­cesso l’Isis, ora si allar­gano: ieri il par­tito kurdo Pyd ha annun­ciato di aver inglo­bato nel can­tone di Kobane la città libe­rata di Tal Abyad.
Iraq, pres­sioni sciite sul premier
L’autorità russa pesa anche sul vicino Iraq. Le ultime set­ti­mane hanno fatto da sfondo alla defi­ni­zione di un legame sem­pre più stretto tra Bagh­dad e Mosca: prima il cen­tro di coor­di­na­mento creato dai russi nella capi­tale ira­chena, poi la pro­spet­tiva di raid aerei nel paese. A muo­versi sono pro­prio le mili­zie sciite, le stesse che in Siria com­bat­tono sul campo coperte dai raid russi: il par­tito di governo (sciita) e gruppi armati sciiti hanno fatto appello al pre­mier al-Abadi per­ché chieda ai russi di bom­bar­dare lo Stato Islamico.
Appog­giarsi a Mosca signi­fi­che­rebbe inde­bo­lire in maniera con­si­stente il ruolo Usa. Da cui il dilemma di al-Abadi: lasciare la vec­chia strada per imboc­carne una nuova? Il pre­mier non intende rom­pere l’alleanza con Washing­ton, che in 12 anni ha garan­tito al paese 20 miliardi di dol­lari ma che ne usci­rebbe incri­nata se Mosca inter­ve­nisse, chia­ra­mente al fianco della com­pa­gine sciita.

Fonte: il manifesto

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