domenica 11 ottobre 2015

Non ritiriamoci dai banchetti

di Paolo Fumagalli
Carissime iscritte e carissimi iscritti a Possibile, carissimo Pippo Civati, si è chiusa da qualche giorno la bella campagna referendaria da voi promossa e per cui voglio ringraziarvi. I meriti di questa campagna erano tanti, dall’importanza dei quattro temi oggetto dei quesiti all’idea che debbano essere gli elettori a scegliere, al ricordare ancora una volta che l’impegno e la partecipazione possono cambiare il corso degli eventi. Personalmente, ho sempre condiviso la proposta referendaria e sostenuto la sua urgenza, ho firmato e ho dato una mano a organizzare i banchetti e la raccolta delle firme. Non voglio commentare l’esito della campagna né mi interessano gli strascichi polemici; voglio invece sottolineare anch’io che i militanti e i cittadini che venivano a firmare hanno compiuto un piccolo miracolo: hanno fatto tornare la politica nelle strade e nelle piazze.
Ben fatto, e ugualmente giusto è stato restare in piazza per ringraziare chi ha partecipato alla campagna. Questa è esattamente la strada su cui dobbiamo andare avanti: dobbiamo continuare ancora con i banchetti e i gazebo, perché abbiamo ancora da fare in quelle piazze e in quei mercati. Abbiamo bisogno di iniziative concrete. Quante persone abbiamo incontrato, disinformate, disilluse, disorientate? Quanti si sono consegnati all’antipolitica e all’astensionismo? Quanti vedono in Salvini la risposta alle loro insicurezze? E cosa facciamo per dare una risposta concreta a chi dice, ahimè, che si stava meglio quando c’era il Duce? Perché così pochi cittadini si impegnano in prima persona, in questo momento di crisi politica ed economica?
Riportare la gente alla politica non è cosa che si fa in un mese. Le battaglie durano anni, soprattutto quando c’è la necessità di formare di nuovo una coscienza sociale e civile. Ricostruiamola con pazienza e con entusiasmo; servirà per organizzare, un domani, i molti contro i pochi. Stiamo a sentire gli sfoghi delle persone più arrabbiate e combattiamo la rassegnazione con proposte nuove. Partiamo dai bisogni e dai sentimenti del popolo, ascoltiamo le città, i paesi e le periferie prima di fare loro una proposta politica e di chiedere loro i voti.
Usiamo i banchetti e i tavolini, e qualsiasi altra iniziativa, per una campagna all’insegna della partecipazione e dell’ascolto, vicina alle persone e radicata nei territori. Chiediamo senza pregiudizi alla gente comune cosa pensa sull’immigrazione, sull’Europa, sui matrimoni egualitari. Cerchiamo di capire qual è il livello di informazione dei cittadini su questi temi (è chiaro a tutti ormai che i mezzi di comunicazione di massa rispondono a logiche di potere) e quali sono le loro paure. Diffondiamo (redistribuiamo?) conoscenze e consapevolezza. Non lasciamo che temi come la c.d. legge Fornero siano strumentalizzati dalla Lega per lucrare elettoralmente sulla rabbia delle persone, e che la sinistra in proposito taccia e latiti. Raccogliamo sfide come questa e portiamole avanti con maggior responsabilità rispetto ai populisti, ma non per questo con minore grinta e determinazione[1].
È vero che Possibile aspetta il congresso fondativo; sarà un momento importante, ma accompagniamo questo evento con i gazebo nelle strade e nelle piazze, fermando i passanti per lasciare loro un volantino. Un osservatore molto acuto come Alessandro Gilioli, in un bell’articolo di cui consiglio la lettura, sopratutto nella parte finale, osserva che: “una forza politica ha senso e speranza di successo solo in ragione delle cose che propone, della battaglie concrete che fa, quindi nella sua radicazione nel Paese. […] Guardate Podemos, tanto citato ma assai poco emulato: prima si è costruito con una sua forte identità politica propositiva e come forza radicata nel Paese, con migliaia di circoli e di iniziative, quindi milioni di voti”. Inutile poi lanciarsi in competizioni elettorali senza avere una base sociale, chiosa Gilioli: l’identità di un partito si costruisce “radicandosi nel reale. Non nei palazzi”.
Credo che il primo compito di una nuova forza politica di sinistra sia quello di riunire un popolo disperso e senza nome che è, oggi come mai, frammentato: sappiamo bene che lo sport preferito delle destre (di tutti i tipi, incluse quelle che si definiscono di centrosinistra) è quello di mettere i poveri contro i poveri (cit. Civati). E sappiamo che questa divisione è aggravata dai vari populisti che sfruttano la rabbia della gente per i loro progetti politici evanescenti. Contro questo dobbiamo combattere, e non è cosa da poco[2]: occorre rimboccarsi le maniche e agire subito. Come per i referendum, non possiamo permetterci di aspettare ancora: ogni giorno che lasceremo passare, la distanza tra politica e popolo sarà sempre più incolmabile.
Diamo il via a questo percorso di rinnovamento della democrazia insieme ai militanti dei partiti di sinistra, agli iscritti ai sindacati, ai membri delle associazioni, alla Coalizione Sociale di Landini (alcuni di loro hanno già collaborato con entusiasmo alla campagna referendaria). O pensiamo di costruire il nuovo soggetto politico della sinistra senza un popolo, al chiuso, nelle stanze di partito, o nel corso di interminabili congressi autoreferenziali, o con un patto tra leader?
Oltre a impegnarci nelle discussioni e nei congressi, rimaniamo nelle piazze. Un banchetto per ascoltare la gente può davvero fare la differenza: è il primo passo verso una partecipazione più ampia, e solo questa può essere il motore del cambiamento che aspettiamo. La democrazia italiana ed europea deve rinascere lì.
Io, per quel che posso, al banchetto ci sono.
Grazie e a presto.

Fonte: Esseblog

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