La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 15 ottobre 2015

Se dietro c’è l’Isis, chi lo manovra in Turchia?

di Fazila Mat
Dopo l’attento di sabato scorso ad Ankara, il più san­gui­noso nella sua sto­ria, e con l’avvicinarsi delle ele­zioni anti­ci­pate del 1 novem­bre, la Tur­chia è un paese pro­fon­da­mente diviso. Il dop­pio atten­tato dina­mi­tardo di sabato scorso nella capi­tale turca Ankara, con oltre cento morti e cen­ti­naia di feriti, è la strage ter­ro­ri­stica più grave della sto­ria turca. Ma le dina­mi­che dell’attacco, come il suo obiet­tivo, ricor­dano altre stragi recenti e meno recenti regi­strate nel Paese. Que­sta volta sono state prese di mira migliaia di per­sone radu­nate per chie­dere mag­giore demo­cra­zia e la fine degli scon­tri tra l’esercito e i guer­ri­glieri del Par­tito dei lavo­ra­tori del Kur­di­stan (Pkk), ripresi da luglio dopo una tre­gua di oltre due anni. Il 20 luglio scorso a Suruç — dove sono morte 33 per­sone – l’obiettivo della vio­lenza erano gio­vani di sini­stra che inten­de­vano por­tare aiuti alla città siriana di Kobane. Il 5 giu­gno a Diyar­ba­kir, con quat­tro per­sone uccise, le vit­time erano kurdi riu­niti per ascol­tare un comi­zio del Par­tito filo-kurdo demo­cra­tico dei popoli (Hdp).
C’è una linea comune che attra­versa que­ste tre dram­ma­ti­che vicende. Il pre­mier Ahmet Davu­to­glu, afferma che che lo Stato isla­mico (Isis) è in cima alla lista degli indi­ziati dell’attentato di sabato. Anche nel caso degli atten­tati di Diyar­ba­kir e Suruç, le auto­rità hanno con­cluso che i kami­kaze faces­sero parte di cel­lule tur­che dell’Isis. Ma oltre a som­ma­rie «spie­ga­zioni», le auto­rità non hanno for­nito alcuna altra infor­ma­zione sui motivi degli attac­chi e l’identità dei man­danti. Nel caso di Suruç, il Par­tito della giu­sti­zia e dello svi­luppo del pre­si­dente Recep Tayyp Erdo­gan (Akp), assieme ai nazio­na­li­sti del Mhp, hanno impe­dito che si for­masse una com­mis­sione di inchie­sta par­la­men­tare sulla vicenda.
Sulla strage di Ankara è stato subito posto il segreto istrut­to­rio: que­sto secondo nume­rosi osser­va­tori, anti­cipa il peri­colo che anche in que­sto caso l’indagine si risol­verà in un nulla di fatto. Pro­prio come acca­duto per le cen­ti­naia di omi­cidi poli­tici com­messi dagli anni ’90 fino alla metà del 2000, da quello che più tardi è stato defi­nito «lo Stato profondo».
«Dato che viviamo in Tur­chia, sap­piamo che la vicenda non verrà inda­gata come si dovrebbe e che nes­suno dei man­danti e dei respon­sa­bili che si tro­vano die­tro le quinte dovrà rispon­dere dell’accaduto», ha scritto su Haber­Türk l’analista Soli Özel. «Que­sto dub­bio è appro­fon­dito dal fatto che, fino ad oggi, non sono mai state pre­sen­tate prove con­vin­centi sui col­le­ga­menti pre­senti die­tro agli attac­chi ter­ro­ri­stici pas­sati di cui sono stati cat­tu­rati gli esecutori».
Se la pista dell’Isis è con­si­de­rata vero­si­mile da parte di diversi osser­va­tori, il governo del Par­tito della giu­sti­zia e dello svi­luppo (Akp) viene rite­nuto da più parti cor­re­spon­sa­bile dell’accaduto. All’esecutivo, accu­sato di avere for­nito soste­gno logi­stico all’Isis con l’obiettivo finale di rove­sciare il regime di Bashar al Assad in Siria, ven­gono rin­fac­ciati dall’opposizione legami ambi­gui e poco tra­spa­renti tenuti con il gruppo jiha­di­sta. Ora, secondo que­sta chiave di let­tura, la situa­zione sarebbe sfug­gita di mano ad Ankara. La gior­na­li­sta dell’Economist Ambe­rin Zaman sug­ge­ri­sce che l’attacco dell’Isis sia una sorta di pro­lun­ga­mento in Tur­chia della bat­ta­glia in atto tra le mili­zie curde e lo Stato isla­mico in Siria e nel Nord Iraq.
Men­tre l’opposizione poli­tica sot­to­li­nea le man­cate pre­cau­zioni delle forze dell’ordine e dell’intelligence e il co-leader dell’Hdp Sela­hat­tin Demir­tas afferma che «l’Isis non può muo­versi como­da­mente in Tur­chia senza che lo sap­piano i ser­vizi segreti», altri com­men­ta­tori arri­vano a con­si­de­ra­zioni più estreme. Kadri Gür­sel ad esem­pio vede nella pista Isis un diver­sivo per distrarre l’attenzione: «Qual­cuno stava cer­cando di porre fine agli scon­tri (tra l’esercito e il Pkk). Hanno voluto inva­li­dare que­sto ten­ta­tivo, tra­spor­tando al con­tempo il con­flitto in una grande città», ha affer­mato Gür­sel, il quale ritiene che «non è un caso che gli attac­chi rivolti alla sini­stra, all’opposizione, ai kurdi e ai demo­cra­tici in Tur­chia (…) siano anche attac­chi su cui non si rie­sce mai a fare chiarezza».
Un punto su cui si è sof­fer­mato anche il gior­na­li­sta Celal Baslan­giç di Cum­hu­riyet, ricor­dando come «quando è il governo ad orga­niz­zare un comi­zio ‘per la pace e la fra­tel­lanza’ tutto si svolge nella mas­sima sicu­rezza e non si veri­fica alcun incidente».
Il mas­sa­cro di Ankara si somma ad una situa­zione già estre­ma­mente tesa per il Paese. All’indomani delle ele­zioni tenute il 7 giu­gno scorso, nelle quali l’Hdp, otte­nendo il 13% dei voti ha impe­dito all’Akp di for­mare da solo un governo per la quarta volta con­se­cu­tiva, la Tur­chia è stata cata­pul­tata in un cre­scendo di vio­lenze. Sulla scia degli scon­tri tra Pkk e mili­tari, attac­chi messi in atto da frange nazio­na­li­ste hanno preso di mira l’Hdp e i cit­ta­dini curdi. Gli scon­tri armati tra gli auto­no­mi­sti kurdi e le forze dell’ordine hanno rag­giunto anche diversi cen­tri urbani, dove le auto­rità hanno dichia­rato il copri­fuoco – con situa­zioni di estremo disa­gio e decine di per­dite di vite umane.
In que­sto con­te­sto (…) i media che non assu­mono le posi­zioni del governo subi­scono aggres­sioni di ogni tipo (…). Sono inol­tre all’ordine del giorno ral­len­ta­menti dei ser­vizi Twit­ter e Face­book, come acca­duto dopo la strage di Ankara, per la quale è stato anche ema­nato un divieto di dif­fu­sione di immagini.
Alla luce di quanto acca­duto sabato, dopo pro­te­ste di massa dei giorni dopo che hanno visto scen­dere in piazza migliaia di per­sone a Istan­bul e ad Ankara, i par­titi hanno deciso di sospen­dere per alcuni giorni i comizi elettorali.
A due set­ti­mane dalle con­sul­ta­zioni anti­ci­pate del 1 novem­bre il paese si trova ulte­rior­mente spac­cato. E se il par­tito di Erdo­gan si fa pala­dino e difen­sore della «sta­bi­lità» in cerca di nuovi con­sensi alla pros­sime ele­zioni, la dram­ma­tica situa­zione degli ultimi mesi — atten­tati inclusi — rac­conta una realtà molto diversa.

Osser­va­to­rio Bal­cani e Caucaso

Fonte: il manifesto 

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