giovedì 15 ottobre 2015

Vite condannate a un eterno presente

di Benedetto Vecchi
Nel pros­simo futuro non ci saranno sol­dati cyborg sui campi di bat­ta­glia. Pro­durre Ter­mi­na­tor o Robo­cop è infatti per il momento impos­si­bile. Troppi gli impre­vi­sti, alte le pos­si­bi­lità di insuc­cesso. La mente umana non è ancora ripro­du­ci­bile da un soft­ware. Quel che negli Stati Uniti, Rus­sia e Cina stanno ipo­tiz­zando sono però sol­dati che restano sve­gli per una set­ti­mana, senza che il corpo ne risenta e perda in «effi­cienza». Allo stesso tempo, un pro­getto con­giunto tra le due sponde dell’Atlantico ha avuto la biz­zarra idea di pro­vo­care arti­fi­cial­mente la scom­parsa della notte, ipo­tiz­zando un sistema di spec­chi nell’atmosfera per deviare la luce solare e illu­mi­nare così a giorno regioni intere del pianeta.
Due pro­getti tut­ta­via fan­ta­siosi. Il secondo infatti è stato abban­do­nato per le pro­te­ste di ambien­ta­li­sti e scien­ziati della natura.
Il primo neces­sita di far­maci e dro­ghe che richie­dono ancora anni di per­fe­zio­na­mento per evi­tare col­lassi ner­vosi e disfun­zioni del corpo. Per il momento, tut­ta­via, ci sono pri­gioni mili­tari e non (Guan­ta­namo è una di que­ste) dove i dete­nuti sono segre­gati in celle con­ti­nua­mente illu­mi­nate e sot­to­po­sti al con­trollo di psi­co­logi, neu­ro­logi e neu­ro­psi­chia­tri per capire come rea­gi­sce il corpo umano a una con­di­zione di giorno per­pe­tuo. Una sot­tile forma di tor­tura per ridurre sen­si­bil­mente la resi­stenza di chi vi è sot­to­po­sto e capire dun­que il modo per mani­po­lare emo­zioni, deci­sioni, com­por­ta­menti dei sin­goli. Il sol­dato dell’avvenire sarà fles­si­bile e dut­tile come la creta per essere pla­smato ad ope­rare in situa­zioni che non pre­ve­dano dubbi, libero arbi­trio, auto­no­mia indi­vi­duale, pronto cioè a obbe­dire a qual­siasi comando.
L’obbedienza del Golem
Sono solo alcuni degli esempi di una ten­denza a can­cel­lare il con­fine tra veglia e sonno citati da Jona­than Crary nel sag­gio 24/7. Il capi­ta­li­smo all’assalto del sonno pub­bli­cato da Einaudi che inau­gura la nuova col­lana I Mave­rick (pp. 134, euro 18). La glo­ba­liz­za­zione, afferma il docente sta­tu­ni­tense di arte moderna, sta pre­fi­gu­rando una società orga­niz­zata per pro­durre e con­su­mare 24 ore al giorno per 7 giorni la set­ti­mana, cioè una realtà a ciclo con­ti­nua dove il sonno e il riposo sono osta­coli all’accumulo di ric­chezza. Con mali­zia, infatti, l’autore ricorda che da sem­pre i risul­tati con­se­guiti nelle ricerca scien­ti­fica con­dotte da mili­tari sono state poi river­sate nella vita civile. E se que­sto è facile esem­pli­fi­carlo con l’energia ato­mica, i micro­pro­ces­sori, i nuovi mate­riali resi­stenti, meno evi­dente, ma pur sem­pre certo, è come la ricerca mili­tare sul fun­zio­na­mento del cer­vello sia stata poi ricon­ver­tita dall’industria far­ma­ceu­tica per pro­durre nuovi far­maci o sostanza psi­coat­tive. Crary non ha inol­tre timore ad affer­mare che die­tro tutti i ten­ta­tivi di aggi­rare il sonno come biso­gno rige­ne­ra­tivo del corpo umano ci sia l’obiettivo di un umano addo­me­sti­cato alle neces­sità del capi­ta­li­smo. Dun­que, non è l’ombra di Ter­mi­na­tor quella che si sta­glia die­tro que­sti pro­getti, bensì quella del Golem, l’inquietante figura che nella Praga di ini­zio Nove­cento ese­guiva con dili­genza e fero­cia la sua mis­sione purificatrice.
24/7 non è però una ricer­cata apo­lo­gia del sonno inteso come il tempo sot­tratto al capi­tale. Crary è con­sa­pe­vole che il con­fine tra tempo di lavoro e tempo di vita è stato ormai can­cel­lato e che il riposo, dun­que il sonno, è ormai ridotto a una fun­zione mec­ca­nica di recu­pero delle ener­gie. Anche per­ché una volta sve­glio il sin­golo è avvolto, risuc­chiato in un flusso inin­ter­rotto di mail, sms, imma­gini, infor­ma­zioni. La glo­ba­liz­za­zione, annota Crary, sta­bi­li­sce cioè il domi­nio indi­scusso di un eterno pre­sente, dove il pas­sato è un ammasso di rovine dal quale tenersi a distanza e il futuro è avvolto da una neb­bia dalla quale tenersi, anche qui, a debita distanza. Il mondo del 24/7 è cioè una realtà dove il tempo non pre­vede nes­sun divenire.
L’esemplificazione dell’eterno pre­sente è ovvia­mente la Rete, che annulla appunto le dif­fe­renze tem­po­rali e rende insi­gni­fi­canti quelle spa­ziali. Il giorno di Roma, o Milano, è la notte di Los Ange­les o di Pechino, ma quel che viene deciso in un luogo alla luce del sole è inviato come ordine a chi ha orga­niz­zato il flusso lavo­ra­tivo per ese­guirlo in piena notte.
La società del controllo.
Il sag­gio è una incal­zante ras­se­gna di come il capi­ta­li­smo, nella sua forma neo­li­be­rale, sia riu­scito, per aggi­rare l’ostacolo costi­tuito dai limiti impo­sti dal lavoro vivo – la tri­par­ti­zione della gior­nata, tra otto ore di lavoro, 8 ore di tempo libero e le restanti otto ore di sonno – abbia appunto a pro­iet­tare sul pia­neta la sua pre­tesa di can­cel­lare o annul­lare dif­fe­renze tem­po­rali e spa­ziali. Per orga­niz­zare la resi­stenza, aggiunge però Crary, non serve certo invo­care il tempo della natura per con­trap­porlo a quello sociale. È infatti carat­te­ri­stica dell’umano pie­gare la natura ai suoi fini. Con un movi­mento teo­rico ina­spet­tato, visto che viene da chi si occupa pre­va­len­te­mente di sto­ria dell’arte, Crary invita a misu­rarsi con le ana­lisi di Marx e delle teo­rie sulla vita quo­ti­diana di come Henry Lefeb­vre. E se l’autore del Capi­tale ha messo al cen­tro della sua cri­tica all’economia poli­tica il tempo – quello del lavoro -, Lefeb­vre negli anni Ses­santa e Set­tanta del Nove­cento stig­ma­tiz­zava le tesi di chi con­si­de­rava il tempo libero e il sonno come tempo sot­tratto al capi­tale. Anche fuori le mura della fab­brica o dell’ufficio, il tempo è ormai colo­niz­zato dal capi­tale. La cri­tica al con­su­mi­smo ha pro­prio l’elementare con­sta­ta­zione che la catena del valore non riguarda solo la pro­du­zione, bensì anche la cir­co­la­zione e il con­sumo di merci. Da qui la cen­tra­lità sulla società dello spet­ta­colo e di quel pas­sag­gio dalla società disci­pli­nare a quella del con­trollo che autori come Guy Debord o Gil­les Deleuze hanno ripe­tu­ta­mente messo al cen­tro della scena pub­blica. Già per­ché anche il sonno aveva la ambi­va­lente fun­zione di riposo, ma anche come un fetic­cio da usare come fat­tore che disci­plina la vita al lavoro.
La super­fi­cie globale
24/7 è una pic­cola miniera di pre­ziose pagine quando l’autore passa in ras­se­gna il ruolo svolto dai mate­riali audio­vi­sivi dif­fusi a livello pla­ne­ta­rio – film, musica, ma anche video­clip – gra­zie alla Rete come un sofi­sti­cato sistema di sin­cro­niz­za­zione delle coscienze e di annul­la­mento della memo­ria che ha come primo, diri­mente e impre­vi­sto effetto col­la­te­rale di caduta ten­den­ziale dell’innovazione e di can­cel­la­zione delle iden­tità locali. Quella di Crary è però una non sem­pre con­vin­cente visione della glo­ba­liz­za­zione come una super­fi­cie liscia e senza alte­rità. E segnata anche dalla con­vin­zione che tutto ciò abbia a che fare con la pos­si­bi­lità di un con­sumo just in time e h.24.
Il regime h 24, come d’altronde di deduce anche dalle pagine che l’autore dedica all’analisi cri­tica di un film – La Jetée di Chris Mar­ker – e di un qua­dro – Il coto­ni­fi­cio di Ark­w­right di Joseph Wright of Derby –, vuol certo ren­dere omo­ge­neo il tempo a livello pla­ne­ta­rio per svi­lup­pare un ciclo inte­grato tra pro­du­zione, cir­co­la­zione e con­sumo. Nel primo caso, signi­fica forme radi­cali e tut­ta­via sofi­sti­cate di pro­cessi lavo­ra­tivi dif­fusi su tutto il pia­neta. Sulla logi­stica – movi­mento di merci e gestione delle mate­rie prime – non c’è molto da dire, basta solo ricor­dare che i tra­sporti su strada, fer­ro­via, su acqua e nei cieli sono orga­niz­zati per garan­tire i movi­menti delle merci come un flusso con­ti­nuo. Sui con­sumi, poco da aggiun­gere al fatto che il com­mer­cio e elet­tro­nico e la pre­senza di cen­tri com­mer­ciali aperti 24 ore al giorno per sette giorni la set­ti­mana sono ormai la regola in molti paesi.
E tut­ta­via non siamo in pre­senza di un moloch inat­tac­ca­bile e imper­mea­bile. Le stra­te­gie della «eco­no­mia dell’attenzione» e i dispo­si­tivi giu­ri­dici per garan­tire l’innovazione e la pre­ca­rietà del lavoro vivo, testi­mo­niano che non tutto fun­ziona così linear­mente e che quella super­fi­cie liscia pro­spet­tata da Crary è invece piena e costel­lata da alte­rità. Per­ché il diritto all’ozio e a una vita affran­cata dalla neces­sità con­ti­nua ad essere uno dei diritti che nes­suna colo­niz­za­zione della vita sociale rie­sce ad addomesticare.

Fonte: il manifesto 

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