domenica 22 novembre 2015

Guerra psicologica

di Suan Morelli
Scorrono i giorni, ormai da mesi, in attesa che lo stallo che ormai viviamo da anni prenda una piega decisa dopo tanti tentennamenti e balbettii; in quest’ultima settimana abbiamo assistito impotenti alle continue dichiarazioni di guerra pervenute da ogni longitudine e latitudine.
L’obiettivo delle stragi è proprio questo, terrorizzare le persone, instillare in loro la paura “dell’altro” e “dell’imprevedibile” così da stravolgere le loro vite e in preda al panico condurle ad uno scontro che, è chiaro a tutti, non ci consegnerà né vinti né vincitori.
Titoli al vetriolo sui giornali, dichiarazioni shock, trasmissioni che inneggiano al dovere di difenderci attaccando, primi ministri che sbattono sul tavolo della discussione “possibili attacchi chimici” non fanno altro che peggiorare una situazione che a tratti appare addirittura grottesca.
Un clima che contribuisce, insieme al martellamento mediatico che stiamo subendo, a creare una psicosi diffusa che fa ben più danni della benzina sul fuoco, in un paese salvinizzato nelle reazioni; un paese pronto a bruciare sul rogo gli “eretici”, pronto a mettere un’ arma in mano a chiunque, pronto a passare con le ruspe laddove invece ci sarebbe bisogno di tendere una mano.
Se di guerra si tratta, allora, la si dovrebbe chiamare guerra psicologica contro cui le bombe non fanno che alimentare un conflitto plausibilmente “eterno”, considerando la portata delle due presunte “civiltà a confronto”, e che può essere fermato solo riportando chiarezza, logica e buonsenso nella discussione.
Tutte cose ormai dimenticate da quando è stata scelta la via del confronto armato contro un nemico non meglio precisato.
La guerra è l’extrema ratio dell’uomo per garantire la propria sopravvivenza e non può essere affidata a chi pretende di utilizzare la strada più “semplice” per non dover affrontare la complessità dell’epoca in cui viviamo.
Possiamo affermare già oggi, ancor prima che “lo scontro finale” (come l’ha definito qualcuno) abbia inizio, che semmai un vincitore dovesse esserci non sarà certo l’essere umano.
Perché è evidente che la questione è culturale e la posizione delle persone “equilibrate” non sia quella predominante, viceversa la tendenza diffusa è quella di dover combattere (per un motivo o per un altro), difendersi ed abituarsi a rinunciare a pezzi di libertà in nome della sicurezza che va garantita a qualunque costo.
L’idea del terrorismo rischia di vincere proprio nel trasformare la nostra società, rendendola simile a quella che vogliamo combattere.
Autoritarismo, niente scrupoli nei confronti dei dissidenti, degli avversari e dei più deboli, con un progressivo controllo sulla vita delle persone lasciate a regolarsi le proprie “questioni” perché chi governa deve preoccuparsi di problemi ben maggiori: sicurezza e guerra.
E noi stiamo cambiando, ci stiamo imponendo un controllo maggiore in nome della sicurezza, diventiamo intolleranti alle diversità e indisponibili a qualunque confronto con chi abbia un’idea diversa (migliore o peggiore non importa), sempre pronti ad affermare la nostra superiorità pur di non dover fare i conti con noi stessi e con la società che abbiamo costruito.
Ci stiamo chiudendo a riccio sapientemente guidati dall’autoritarismo che esprimono i leader nella gran parte dei paesi europei, i quali da un lato ci impediscono di confrontarci con una questione globale e dall’altro costruiscono sulle nostre paure società culturalmente arcaiche in cui la sicurezza si impone militarizzando le città e costruendo muri, mentre la pace si esporta sganciando bombe.
La paura non dovrebbe essere tanto quella di perdere una guerra contro gli islamici quanto piuttosto quella di perdere una guerra, insieme agli islamici, contro chi, sentendosi legittimato dall’urgenza di difendere la nostra civiltà dall'”allarme terrorismo”, assume del terrorismo quegli stessi atteggiamenti, instaura lo stesso clima di tensione, ricorre all’oscurantismo nei confronti del popolo e agisce senza un barlume di democrazia.
Servono più libertà, più dignità e più dialogo per combattere il terrorismo, ma per sconfiggerlo dobbiamo capire che in un mondo distrutto è più saggio costruire mattoni che ruspe.

Fonte: Esseblog

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.