di Vijay Prashad
Quattro anni fa, quando la NATO si preparava a bombardare la Libia, domandai a un anziano diplomatico occidentale se pensava che l’esperienza dell’Iraq avrebbe ispirato questa avventura.
Dopo tutto, il cambiamento di regime in Iraq aveva avuto come conseguenza il caos, da cui era emerso, nel 2006, lo Stato Islamico dell’Iraq. Il cambiamento di regime produsse il caos che lasciò che si rivelassero i peggiori aspetti della politica. Il diplomatico occidentale derise la mia preoccupazione.
Che cosa ha reso la Libia eccezionale? Il mio amico diplomatico suggerì che in Libia tutti odiavano Muammar Gheddafi. L’intensità del sostegno per lui era debole. Una volta spodestato, i libici si sarebbero riversati nel Consiglio Nazionale di Transizione, dando ai suoi membri il benvenuto a Tripoli con dolciumi e fiori.
La speranza era che Gheddafi, come Saddam Hussein prima di lui, avesse sacche limitate di appoggio. Dopo tutto erano dittatori e i dittatori cadevano così facilmente come le loro statue di cemento nelle piazze delle loro città.
La mia personale esperienza della Libia non mi permetteva di essere così speranzoso. C’erano vaste sezioni della società libica che facevano affidamento sull’appoggio dello stato, e anche notevoli parti della popolazione a cui piaceva sinceramente Gheddafi.
Non c’era alcun modo di controllare questo perché non c’erano state né elezioni né sondaggi né di fatto qualche altra valida metodologia in opera nel paese. Era anche vero che le forze armate libiche avevano a malapena recuperato il morale dopo l’umiliazione nel 1987 nella Guerra nel Chad.
Non sono state vicino a Gheddafi fino alla fine – in antitesi con l’esperienza dell’esercito arabo siriano. Per quanto debole fosse il sostegno, c’erano ancora delle sacche di lealtà a Gheddafi.
Non sarebbe stato meglio spingere per fare la pace – in un qualche momento dell’estate 2011 – tra la Libia già centripeta che veniva devastata dalle città e dalle tribù?
I diplomatici occidentali non erano entusiasti della pace. Volevano lucidare la loro dottrina di interventismo umanitario che era stato macchiato dall’esperienza dell’Iraq. La Libia doveva essere la storia di successo dell’interventismo.
La popolazione libica fatta a pezzi ha visto distrutte le istituzioni statali, Gheddafi linciato sulla strada fuori della sua città natale di Sirte e le varie fazioni dei ribelli che prendevano il bottino senza preoccuparsi del benessere della nazione.
E’ stato un parapiglia. I poteri regionali spingevano avanti i loro delegati che poi prendevano il controllo di parti del paese. Il petrolio abbondava. L’Europa sorrideva. Non è una sorpresa che ora la Libia abbia due governi riconosciuti e anche il gruppo dello Stato Islamico. Era scritto nel modo in cui è andata la guerra della NATO.
Che cosa che è successo a quella parte della Libia che appoggiava Gheddafi? Molti, naturalmente, sono andati in prigione – forse più di 10.000 persone. Tra di loro c’erano il consigliere religioso di Gheddafi, Khalid Tantoush, e i figli di Gheddafi, Saif al-Islam e Saadi. Il loro processo, iniziato il 14 aprile 2013, continua con pochi progressi.
Altri sono andati in esilio. Tra coloro che scapparono, alcuni scomparvero con le loro abilità nella vita banale in Algeria, Tunisia, Egitto e Malta. Alcuni si sono rafforzati sotto la leadership dell’amico intimo di Gheddafi, e suo alleato: Khuwaildi al-Hamidi che è morto in agosto al Cairo.
Il loro Movimento Nazionale Popolare Libico attirò alcuni dei personaggi induriti del periodo di Gheddafi, ma si riaffermò anche lentamente all’interno della Libia.
Uno dei grandi errori di Washington in Iraq fu di rimuovere la burocrazia del paese e l’esercito, per mezzo della politica vendicativa denominata “Debaathificazione”. Si sarebbe pensato che quell’errore di valutazione non sarebbe stato ripetuto in Libia.
Tuttavia il nuovo governo, incoraggiato dall’Occidente – approvò una Legge di pubblico isolamento, che privò dei diritti civili chiunque avesse legami con l’establishment di Gheddafi.
Questo ha gettato in pasto ai lupi moltissimi libici dotati di grandi abilità. Alcuni erano sembrati aperti verso il Movimento Nazionale Popolare Libico. La maggior parte di questi, tuttavia, si è sentita terrorizzata di esporsi. Vivevano nella paura, sebbene con il primo brillio barlume di fiducia tramite le loro reti.
Sono state queste reti che sono venute fuori un mese fa in tutto il paese nelle prime dimostrazioni pubbliche a favore di Gheddafi.
Queste dimostrazioni ebbero luogo a Bani Walid, Benghazi, Sabha, Tobruk, e, naturalmente, a Tripoli.
Il giorno del quarto anniversario dell’uccisione di Gheddafi (20 ottobre) gli slogan nelle strade di Tripoli comprendevano: “insahallah ashra Saddam, ashra Muammar” [“Possa Dio inviarci dieci Saddam, dieci Muammar”].
In Iraq, parte dell’esercito che era stato deposto e alcuni membri del partito Baath* si collegarono ad al-Qaida in Iraq e in seguito allo Stato Islamico dell’Iraq. Sono stati questi uomini motivati e addestrati che formarono la spina dorsale dell’avanzata dell’IS su Falluja e Ramadi nel 2014.
Gran parte della stessa storia si sta ripetendo con la comparsa dell’IS in Libia. Degli avversari di Gheddafi negli anni ’90 trovarono rifugio nel Gruppo combattente islamico libico; una delle sue roccaforti era la città di Derna.
Questi combattenti fuggirono dal paese per unirsi alla Jihad Internazionale in Afghanistan, Cecenia, Iraq, Yemen e Siria.
Era diventata una cosa familiare incontrare un libico nei fortini degli jihadisti. Degli studi dimostrano che la Libia forniva il più alto numero pro capite di jihadisti per questa campagna globale.
Non c’è dubbio che questi uomini tornassero in Libia nel 2011 sui campi di battaglia contro il loro vecchio avversario, e che poi sostenessero i loro gruppi.
Gli jihadisti incalliti formarono Ansar al-Sharia a Bengasi e ad Ajdabiya, mentre altri tornarono al loro proprio gruppo di base a Derna, il Consiglio della Shura della gioventù islamica.
Nel 2014, il Consiglio della Shura appese la bandiera nera di al-Qaida, mentre alcuni dei loro combattenti se ne andarono per formare il ramo libico dell’IS. Sono questi combattenti, compresi gli jihadisti del loro circuito internazionale che presero alla sprovvista la milizia di Misurata prendendo il controllo di Sirte all’inizio di quest’anno.
I vecchi lealisti di Gheddafi, liquidati dalla storia, hanno riesumato i loro giubbotti e i loro fucili per unirsi a questo contingente dell’IS. Hanno replicato le connessioni fatte dal vecchio general baatista Izaat al-Douri a Ninive e ad Anbar con l’IS.
C’era un’alternativa a questa strategia per il cambiamento di regime? Quando Saddam Hussein fu arrestato vicino a Tikrit che era anche la sua città natale, a quanto si dice dichiarò: “Sono Saddam Hussein, presidente dell’Iraq, e voglio trattare.”
Le truppe statunitensi lo umiliarono e lo gettarono in prigione dove fu poi giustiziato. Quel momento è stato essenziale – “Voglio negoziare”. I negoziati sono l’antidoto al cambiamento di regime.
Saddam Hussein avrebbe dovuto portare la sua organizzazione paramilitare Fedayeen Saddam al tavolo, chiedendo una tregua e un nuovo esonero di salvare l’Iraq dalla distruzione. A Gheddafi si sarebbe dovuto permettere di arrendersi e di portare poi il suo blocco politico al tavolo.
Invece, in entrambi i casi, l’Occidente e i suoi alleati hanno perseguito una completa vittoria che finisce sempre con un disastro completo.
La lezione dell’Iraq non è stata appresa. Si è ripetuta in Libia. Entrambi i paesi sono ancora appesi a un filo. Le loro popolazioni soffrono terribilmente. Sono state sacrificate a una teoria che è arrogante e sbagliata. Merita un posto soltanto nella pattumiera della storia.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: al-Araby
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0
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