mercoledì 25 novembre 2015

La coda lunga dei tagli all’università: più disoccupati, meno laureati

di Roberto Ciccarelli
Solo il Lussemburgo riesce a fare peggio dell’Italia nella spesa per l’istruzione terziaria nei paesi Ocse. Ma il paese che sarebbe «uscito dalla crisi» riesce a gareggiare in una drammatica corsa al ribasso testa a testa con il Brasile e l’Indonesia. Il rapporto Education at a glance 2015, presentato ieri a Roma al Miur, offre un dato fermo al 2012 ma ancora valido per descrivere lo stato comatoso dell’università ottenuto, programmaticamente, dai tagli Gelmini-Tremonti al fondo per gli atenei. Allora il finanziamento rappresentava lo 0.9% del Pil, con un leggero aumento rispetto allo 0,8% del 2000. Canada, Cile, Corea, Danimarca, Finlandia, Stati Uniti sono al 2%.
La distanza, enorme, esiste ancora oggi e ha provocato effetti a cascata sulla ricerca, su laureati e diplomati e la loro speranza di trovare un lavoro con un reddito dignitoso, sui docenti. L’Ocse sostiene che il drastico taglio delle risorse abbia scoraggiato i diplomati a iscriversi all’università; ha fortemente attenuato l’idea che l’istruzione serva a trovare un lavoro qualificato visto che i titoli di studio oggi non coincidono con l’acquisizione di competenze durevoli.
In un mercato del lavoro arretrato, tecnologicamente e dal punto di vista delle tutele, il corto-circuito è diventato esplosivo. Nel corso degli anni l’abbandono dell’università ha peggiorato la già scarsa domanda di lavoratori con qualifiche universitarie.
Uno Stato che attacca l’istruzione superiore manda alla popolazione un segnale di sfiducia totale: «solleva interrogativi sulla qualità dell’apprendimento nell’istruzione terziaria» commenta l’Ocse. Il crollo delle immatricolazioni, registrato negli anni della grande crisi, sarebbe stato provocato dall’idea che una formazione universitaria porta pochi, o nulli, miglioramenti alla propria condizione socio-professionale.
In una situazione dove i giovani Neet che non studiano né lavorano sono il 41%, percentuale seconda solo a Grecia e Spagna, mentre il tasso di occupazione giovanile crolla dal 32% al 23% e i laureati occupati sono calati di cinque punti percentuali tra il 2010 e il 2014 (oggi sono il 62%) «la prospettiva di proseguire gli studi è raramente considerata come un investimento che potrebbe migliorare le loro opportunità di successo sul mercato del lavoro». Tutto questo accade mentre aumenta la fuga all’estero degli studenti (record di 46 mila) e l’università attrae pochissimi studenti stranieri: 16 mila. In questo dato c’è il trucco, commenta l’Ocse. In Italia si contano gli immigrati permanenti e non solo chi si è trasferito per studiare come accade altrove.
Una società che nega una possibilità alla formazione e alla ricerca produce un contraccolpo sui saperi acquisiti. Non potendoli applicare o estendere sul lavoro, o metterli all’opera in relazioni sociali complesse, tali saperi si perdono. Negli studi Ocse sulle competenze degli adulti (25–34 anni) titolari di un diploma universitario l’Italia, con la Spagna e l’Irlanda, ha registrato il punteggio più basso in termini di lettura e comprensione nell’istruzione terziaria).
Dopo la stagnazione, si torna indietro. Queste sono le conseguenze macro-economiche della guerra contro l’intelligenza condotta dai «governi del disastro Berlusconi-Monti-Letta» (la definizione è di Luciano Gallino che aggiungeva anche quello di Renzi): l’Italia è stato l’unico paese Ocse a tagliare di 8,4 miliardi di euro il fondo per la scuola e di 1,1 miliardi quello per l’università negli anni della crisi iniziata nel 2008. E a non avere avuto il coraggio di fare marcia indietro.
Ieri la propaganda di regime si è soffermata su un dato: i laureati magistrali (o equivalenti) sono il 20% in Italia contro la media del 17%. Peccato che nessuno abbia letto quanto scrive l’Ocse dopo: solo il 42% dei giovani si iscriverà ai programmi d’istruzione terziaria. Siamo terzultimi, con Lussemburgo e Messico. Il 34% dei giovani dovrebbe conseguire un diploma d’istruzione terziaria, rispetto a una media del 50%. La maggior parte dei laureati lascia gli studi dopo aver ottenuto un titolo di secondo livello. È vero che in media, in Italia come altrove, i laureati hanno redditi da lavoro più alti, ma si parla sempre di redditi bassi: 143% rispetto alla media Ocse del 160%. Tutto questo avviene in un paese con il corpo docente più vecchio e meno pagato del mondo. Nel 2013, il 57% degli insegnanti della scuola primaria, il 73% degli insegnanti della scuola secondaria superiore e il 51% dei docenti dell’istruzione terziaria avevano compiuto 50 anni. Queste persone guadagnavano in media due terzi del salario medio dei lavoratori con qualifiche comparabili.
«È evidente che ci troviamo in un paese che non è in grado di valorizzare lavoratori con una formazione elevata» sostiene Jacopo Dionisio, coordinatore nazionale dell’Unione degli Universitari (Udu), che analizza anche gli auspici del governo legati all’ ever green sui percorsi professionalizzanti al termine dell’istruzione secondaria. «È da più di 10 anni — continua Dionisio — che si parla di ITS come priorità d’intervento, ma i fatti dimostrano il contrario: in Italia gli istituti professionalizzanti sono stati continuamente sviliti. È necessario che se ne incominci a parlare in maniera seria: non può essere analizzata come una questione a sé, ma come un percorso di formazione professionalizzante da inserire all’interno del nostro sistema di istruzione, in modo che sia finalmente funzionale».
«Il nostro sistema — sostiene il segretario confederale della Cgil Gianna Fracassi — ha un’allarmante disomogeneità territoriale, con un calo notevole degli iscritti nelle università meridionali». «Il nodo prioritario da affrontare per ridurre le disuguaglianze è intervenire sul diritto allo studio, sia universitario che scolastico, attraverso una legge quadro nazionale e procedere ad un incremento di risorse, a partire dalla legge di stabilità».
Un buon senso che non sembra essere popolare dalle parti di un governo che insiste su interventi frammentari e occasionali, anche rispetto alla logica manageriale ed economicistica — ma complessiva — dell’Ocse. Ci si muove sempre nell’ottica di interventi spot, come ha fatto ieri la ministra dell’Istruzione Giannini. Davanti ai dati sul disastro, ha continuato a omaggiare l’ottimismo di rito renziano. L’assunzione dei 500 ricercatori «eccellenti» «ad alta velocità», e i mille «di tipo B», sarebbe «un cambiamento» e «un’inversione del trend di investimento». In realtà è un modo per sollevare la polvere e buttarla al vento.

***Il dossier: La bolla formativa è scoppiata (a cura di Roberto Ciccarelli)


Fonte: il manifesto 

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