lunedì 16 novembre 2015

Radicalizzazione

Intervista a Farhad Khosrokhavar di Marc Semo
Non c’erano stati finora attacchi suicidi in Francia. Si tratta di un punto di svolta?
"Finora gli attacchi jihadisti commessi sul suolo francese avevano tutti un bersaglio, ad esempio Charlie Hebdo e la comunità ebraica, nel mese di gennaio 2015, o i militari francesi musulmani, come Merah prima di attaccare una scuola ebraica a Tolosa nel 2012. Ora siamo di fronte a un terrorismo cieco, soprattutto perché molti obiettivi sensibili sono protetti, e quindi più difficili da raggiungere. Le stragi del 13 novembre nel loro modus operandi ricordano quelle della stazione di Atocha a Madrid nel 2004 o quelle della metropolitana di Londra nel 2005, che erano operazioni suicide. Penso che dovremmo anche chiarire il concetto di kamikaze. C’è quello che potremmo chiamare il ‘kamikaze immediato’, che attiva la cintura esplosiva per fare la sua carneficina, e c’è il ‘kamikaze differito’ che vuole combattere fino alla fine con le armi in mano. Psicologicamente, non c’è differenza apprezzabile tra uno e l’altro: entrambi sanno che la fine mortale è certa."
Come si diventa un attentatore suicida?
"Nelle organizzazioni jihadiste ora che operano in Siria o in Iraq l’offerta di volontari disposti al sacrificio supremo è tale che c’è l’imbarazzo della scelta. Il processo di formazione e il futuro del ‘martire’ combattente è tracciato. Anche coloro che hanno lasciato l’Occidente per combattere non sono tutti i volontari per la morte: sono anche attratti dall’avventura. La questione si pone in modo diverso in Occidente, dove possono operare solo piccoli gruppi. Sono fratelli, come i Kouachi, o piccole bande di amici chiuse in se stessi e affiatate. Una volta che il gruppo inizia a crescere e fare proseliti, viene notato dalla polizia e smantellato. La scelta di chi compie l’operazione è fatta in modo molto tradizionale, ma c’era sempre un passaggio all’estero, per quanto breve, di almeno uno dei pilastri del gruppo. Non ci si radicalizza da soli a casa dietro lo schermo. Merah era passato attraverso le aree tribali del Pakistan, Nemmouche (l’assassino del Museo Ebraico di Bruxelles) dalla Siria, il più giovane dei fratelli Kouachi, autori del massacro di Charlie Hebdo, dallo Yemen. Il passaggio all’atto, tuttavia, si realizza da soli, anche se lo sfondo ideologico e la logistica sono parte di una realtà organizzativa più vasta."
C’è un percorso tipico?
"Gli autori di attacchi jihadisti, in generale, sono cresciuti in famiglie disgregate. C’è spesso un passaggio attraverso la prigione, che è sempre una tappa importante nel corso del processo di radicalizzazione. C’è poi un terzo elemento importante: sono dei born again, dei musulmani che hanno riscoperto l’Islam nella sua forma più radicale o dei convertiti che hanno trovato un modo per dare senso alla loro vita. E infine, come ho ricordato in precedenza, il viaggio iniziatico in una terra di jihad. Questo è stato il caso di Khaled Kelkal nel 1995, che era stato in Algeria al tempo della guerra civile con i gruppi islamisti. Questo passaggio è anche essenziale perché permette al futuro kamikaze di diventare estraneo alla società di origine e di acquisire la crudeltà necessaria per agire senza colpa o rimorso. È lì, sul campo, che ci si indurisce in nome della fede. Quando si è pronti a uccidere si è anche pronti a morire. Questo era già vero per i militanti fanatici del comunismo e del nazismo, quelli dei gruppi terroristici rossi o neri degli anni settanta."
Lei parla nella sua ricerca di un modello europeo di radicalizzazione. Di cosa si tratta?
"In Europa ci sono sacche di povertà che si ideologizzano. Il fenomeno esisteva prima, per esempio negli Stati Uniti, nei ghetti neri in cui più di un quarto degli uomini era passato attraverso la prigione. In Europa, dentro queste sacche di povertà, la radicalizzazione nei confronti della società si fa in nome dell’Islam. Il sentimento di vittimismo e l’adesione a una causa collettiva permettono il superamento dello stigma dell’emarginazione. Un nuovo elemento appare con sempre più evidenza: la radicalizzazione dei giovani che provengono dalle classi medie, di famiglie musulmane e non. Tra i volontari passati ultimamente per la jihad in Siria o in Iraq, il 25% al ​​30% proviene da questi ambienti, e la percentuale di ragazze e giovani donne è molto alta, più del 3%. Questo fenomeno può essere spiegato in parte dal declino della politica e dalla ricerca di un’utopia, ma ancor più dalla paura per lo status sociale e il futuro. Ci si aggrappa alla prima utopia totalizzante che passa."
Cosa dovremmo fare con le centinaia di jihadisti di ritorno da Siria o Iraq?
"Il passaggio attraverso la prigione riguarda una buona metà di loro, quelli considerati pericolosi. Data la crisi e l’urgenza, non c’è altra soluzione a breve termine, anche se è evidente che il carcere non è una soluzione a medio termine – soprattutto perché è una tappa del percorso di radicalizzazione. I jihadisti che ritornano hanno profili diversi. Ci sono gli induriti, che rimangono determinati a uccidere e a vendicarsi delle società miscredenti: per loro non c’è alcuna alternativa alla repressione penale. Ci sono i traumatizzati, profondamente scossi dalle esperienze che hanno fatto e che sono tentati dalla violenza. Ci sono gli indecisi, scossi dall’esperienza che hanno fatto e incerti sul proprio destino: se li mettiamo in carcere con gli induriti, ciò sarà controproducente. E ci sono pentiti, che sono disposti a denunciare, partendo dalla loro esperienza, che cosa è veramente la jihad, e che dovrebbero essere incoraggiati. Dobbiamo saper affrontare queste diverse realtà."

Farhad Khosrokhavar insegna all’ École des Hautes Études en Sciences Sociales a Parigi. Ha scritto, fra le altre cose, dei saggi sui movimenti islamici radicali (Les Nouveaux Martyrs d’Allah, Flammarion 2002; Quand Al Qaïda parle: témoignages derrière les ornarreaux, Grasset 2006; Radicalisation, Maison des sciences de l’homme, 2014). Questa intervista è uscita su «Libération».

Fonte: Le parole e le cose

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