La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 24 novembre 2015

Sognare la democrazia: i rifugiati alla periferia dell’Europa

di Cirila Toplak
Molti sloveni hanno opinioni molto rigide sui rifugiati, senza averne mai visto uno: certamente sono tutti pericolosi islamisti che vengono in Europa per toglierci qualchecosa. Le poche persone che qui hanno avuto un contatto personale con i rifugiati, generalizzano la loro singolare esperienza inserendola in un quadro più grande: se si vede un gruppo di rifugiati composto per lo più da uomini, vuol dire che arrivano soltanto uomini e che e donne e i bambini sono lì soltanto per le macchine fotografiche.
Altri creano ancora un modello basato su informazioni di seconda mano: un profugo con uno smartphone costoso si trasforma in tutti gli altri che fanno solo finta di essere poveri; il fatto che una donna che alla televisione dice che non vorrebbe stare lì perché la Slovenia è troppo povera, spiega perché tutti i rifugiati vogliono andare in Germania.
Posso essere d’accordo che i rifugiati stanno per portarci via qualcosa, qui alla periferia dell’Europa. Minacciano il nostro miserevole status quo, impostoci dai nostri governanti neoliberali. Sì, la Slovenia è povera, paragonata alla Germania. C’è una certa concessione inconscia nell’indignazione per i rifugiati non disposti a stare qui: se la Slovenia fosse una società prospera, tollerante e di mentalità aperta, certamente ci penserebbero due volte.
Soltanto attraversando il nostro paese, i rifugiati sono uno specchio per noi. Se sono riusciti a fare il loro massimo pellegrinaggio finora, persisteranno per arrivare in un luogo dove si sentiranno i benvenuti. Non possono facilmente sentirsi i benvenuti in Slovenia. Permettetemi che vi spieghi perché, dato che lavoro in un campo rifugiati.
Le autorità slovene hanno perfezionato un “corridoio umanitario.” E’ destinato al trasferimento di rifugiati attraverso il territorio della Slovenia in più rapidamente possibile senza alcun contatto con la popolazione locale – di recente neanche con i media. Considerando l’intolleranza della maggior parte delle persone verso i rifugiati, il corridoio li protegge almeno quanto i locali.
Attualmente si sta costruendo una recinzione di filo spinato al confine tra Slovenia e Croazia. Soltanto poche settimane fa il Primo Ministro ha pubblicamente vantato la Slovenia come ‘troppo europea e progressista’ per poter mai seguire l’esempio dei nostri vicini ungheresi e di chiudere il confine. Per salvare la faccia, parla di ‘barriere tecniche’ che si stanno installando, ma nessuno si fa prendere in giro.
Anche i media fanno la loro parte. Prima si riferivano ai “rifugiati”, poi ai “migranti” e ora agli “stranieri”. Non sono esattamente sinonimi. I rifugiati che fuggono per salvarsi la vita hanno diritto alla protezione legale internazionale. I migranti fuggono “soltanto” dalla povertà – come se l’estrema povertà in Nigeria o in Iraq non fosse questione di vita e di morte, come se, sia i rifugiati che i migranti, non venissero spinti a lasciare i loro paesi dagli stessi fattori e dagli stessi protagonisti che governano un mondo non uguale. E gli stranieri sono semplicemente coloro che non sono noi. Tuttavia, da quello che ho visto, queste persone, comunque le chiamiamo, sono noi in più di un modo.
Finora il filo spinato sul bordo esterno dell’Unione Europea, ha soltanto fermato gli animali selvatici locale di passaggio. Il flusso libero di persone è uno dei “marchi di fabbrica” dell’UE, dopo tutto. I rifugiati non possono essere fermati e c’è qualcosa di potente in questo potere di coloro che non ne hanno. Il loro semplice numero è formidabile, quando si incontra in un campo aperto, a un stazione ferroviaria, o in un campo rifugiati. Forse questo è il motivo per cui i media sensazionalisti parlano di una “invasione”, quando soltanto un milione di questi ha raggiunto quest’anno l’Europa. Dico soltanto un milione perché ci sono 500 milioni di europei e la cosa che temono di più è la nostra paura irrazionale.
Per alimentare questa paura, è meglio che i rifugiati restino numeri astratti per noi. Se conoscessimo le loro storie personali e li considerassimo esseri umani, sarebbe molto più difficile temerli e detestarli. I numeri vanno bene anche per qualche altra cosa: aiutano a disumanizzare i rifugiati ai loro stessi occhi.
Vi siete mai domandati perché hanno dovuto cavalcare, camminare e anche nuotare per i 2000 km. del Sentiero Balcanico, mentre un aereo li avrebbe portati in Germania in poche ore? Forse perché quando arrivano alla loro destinazione finale sono così esausti, poveri, umiliati e apatici, che sono facili da gestire. Inoltre sono grati che le loro traversie siano passate e molti non vedono l’ora di iniziare le loro carriere di lavoratori pagati poco – facendo abbassare i costi per tutti i lavoratori e facendo promettere un futuro incerto per la loro integrazione.
Quando attraversano la Slovenia, i rifugiati sono così distaccati dalle zone che attraversano che spesso non sanno dove sono. Ma l’isolamento nel “corridoio” è soltanto un motivo per cui la Slovenia a loro non sembra accogliente. Nel campo rifugiati dove faccio la volontaria per la Croce Rossa, alcuni impiegati del governo e anche gli operatori umanitari sono alquanto apertamente ostili ai rifugiati.
Un solato che controlla un campo mi ha detto che tutta la sua unità doveva andare in missione all’estero. Invece erano bloccati in gelidi turni notturni senza fine nel campo rifugiati. Le missioni all’estero sono l’unica occasione per i soldati di aumentare i loro miseri salari. I rifugiati, d’altra parte, ha detto il soldato, viaggiavano portandosi dietro centinaia di migliaia di euro. Gli ho chiesto quanti di quei casi conosceva su circa 240.000 rifugiati che hanno attraversato di recente la Slovenia. Ne conosceva due.
La polizia del campo rifugiati ha altre comprensibili preoccupazioni. Hanno l’incarico di impedire che i rifugiati si sparpaglino fuori dal corridoio, anche se quando vengono registrati ricevono un visto temporaneo di Schengen che permette loro di muoversi liberamente). Quando un grosso gruppo di rifugiati è in attesa al campo che gli lascino passare il confine con l’Austria, forze speciali di polizia in completo assetto da combattimento, gli urlano, tirano fuori i manganelli, pronti a impedire una fuga precipitosa. La polizia deve sentirsi a disagio perché essi sono forse poche dozzine che controllano talvolta quasi un migliaio di persone.
La loro missione di tenere la folla sotto controllo ricorda in qualche modo “l’1% rispetto al 99%”. Anche i nostri oligarchi sono bene armati estendendo l’apparato repressivo dello stato, ben protetto dalle nostre istituzioni politiche e legali. Il loro discorso sui media è forte e autoritario per farli apparire più potenti di quanto siano. La moltitudine che sta di fronte alla polizia è scarsamente equipaggiata per la sopravvivenza, non parliamo poi per uno scontro. Obbediscono perché hanno ancora qualcosa da perdere: la speranza. Speranza di una vita migliore nella Terra Promessa d’Europa. Quale speranza, quale futuro è rimasto a noi europei della periferia, presi come siamo, senza speranza, da una lotta quotidiana per la sopravvivenza, i debiti, il consumismo e la gratificazione immediata? A che cosa possiamo ancora credere?
Nessuno parla di religione, nel campo; non ho visto nessuno pregare. I bambini sono insensibili a causa delle avversità e della sofferenza, come se non avessero più lacrime da piangere. Gli adulti sono seri e irritati per la stanchezza estrema. Alcuni mi dicono che il campo rifugiati è il primo sul percorso dei Balcani dove hanno il diritto a fare una doccia calda, ad avere un cena come si deve e a dormire un poco, anche se in tende rumorose e maleodoranti sempre più inadatte alle temperature invernali. Nel frattempo, la vicina Croazia sostiene di promuovere la solidarietà umanitaria aprendo i suoi confini e permettendo a tutti gli immigrati di radunarsi alle porte della Slovenia.
La politica “umanitaria” consiste nello stabilire in un lasso di tempo compreso tra le 6 e le 12 ore il tempo massimo che un profugo può trascorrere in Croazia. Le autorità slovene seguono le regole di sistema di Schengen di fatto defunto, che rallenta il flusso dei rifugiati per rispetto della burocrazia. I rifugiati finiscono per essere grati di questo perché significa cibo caldo e riposo. Dopo tutto sono tutti esseri umani, non merci da trasportare e consegnare al più presto possibile. Alcuni arrivano dopo aver viaggiato per settimane, gli afgani e i pachistani per mesi. Ho conosciuto tre ragazzi di Kabul che ce l’avevano fatta da soli ad arrivare in Slovenia, percorrendo 6.000 km.
Benché esausti, molti rifugiati sono disposti a raccontare la loro esperienza. Giovani laureati siriani , due uomini e una donna, viaggiano insieme. Attualmente la Siria si va spopolando, dicono, il confine con la Turchia non è sorvegliato: segno di uno stato fallito. E così, coloro che preferiscono la pace alla guerra e che non possono identificarsi con l’Islam radicale dell’ISIS, partono per primi per la Turchia. Quando questi tre hanno visto le condizioni nei campi rifugiati confine turco, hanno proseguito per la Grecia e sono sopravvissuti alla traversata con i gommoni sul Mediterraneo sempre più mosso. Sono critici nei confronto dell’arte araba contemporanea: dicono che manca di astrazione e di memoria, apparentemente inconsapevoli della orientalizzazione da parte di chi è stato orientalizzato.
Detestano viaggiare insieme ad altri rifugiati che sono diversi da loro e che, contrariamente a loro, non hanno nulla da offrire all’Europa. Questi siriani atei e colti si lamentano così seriamente delle abitudini alimentari e di igiene di quei “contadini” che mi fanno sorridere per il fatto che siamo così simili, così ugualmente intolleranti verso gli Altri. Cercano di mantenere vivo il loro individualismo – un altro concetto molto occidentale – proprio come quella giovane donna che ha urgente necessità di un cappotto ma non è contenta della misura di quello che le trovo nella tenda-magazzino degli indumenti.
Anche le scarpe sono del colore sbagliato, ma questa è lei che sfida se stessa, cercando di sopravvivere in una folla anonima, non è vanità o pignoleria come sibila il soldato fuori dalla tenda. Un giorno li aiutate, e il giorno dopo vi prendete una pallottola in testa, aggiunge con aria di intesa. Ho imparato a non reagire a queste supposizioni; non si può convincere di una cosa coloro che la conoscono bene. Soltanto i bambini meritano compassione assoluta, forse anche alcuni dei poliziotti e dei soldati hanno figli a casa.
Da lontano tutti i rifugiati sembrano uguali, anche all’interno del campo. Una folla scura di gente malnutrita e vestita poveramente, con la facce tese per la preoccupazione. Soltanto da vicino si possono distinguere i siriani dagli afgani – le etnie più rappresentate – sentire una Babilonia di lingue, e apprezzarne la diversità.
Se il motto dell’Unione Europea ‘Uniti nella diversità’ non fosse nulla di più di una banalità politica, queste persone sarebbero un vantaggio, perché sono di tutti i tipi e i generi.
Durante il mio turno di notte, un gruppo numeroso sta partendo per la terra di nessuno tra Slovenia e Austria dove aspetteranno per lunghe ore al freddo gelido per essere traportati più in là. Nel frattempo, un altro gruppo sta già andando via e arrancando per salire sul treno successivo. Per breve tempo le enormi tende che ospitano centinaia di persone restano quasi vuote. Una famiglia nell’angolo più lontano aspetta un bambino che è dovuto essere portato in ospedale. Anche a un anziano e a sua figlia è stato permesso di passare la notte in tenda con la loro moglie (e madre) gravemente malata. Il dottore dice che ha poche ire di vita e il suo volto scavato ha il colore grigio dei moribondi.
La donna si rifiuta di andare in ospedale e quindi il suo letto di morte è sistemato tra vuoti letti militari a castello e un odore aggressivo di cavoli ed escrementi. I suoi dignitosi parenti sembrano sereni per la sua prossima dipartita. Il fragile vecchio comincia a parlarmi della sua vita in Siria come giornalista e attivista politico, dei suoi 16 anni in prigione, degli orrori della tortura da parte di cinque diversi membri dei servizi segreti siriani, e della difficile fuga insieme con la moglie malata.
La figlia, un’avvocatessa, mi mostra la condanna di suo padre: diventare un essere non-umano, non meritevole di un funerale, se fosse stato trovato morto. Ho versato il sangue per la democrazia, mi dice in francese l’anziano. Come ha potuto quest’uomo non avere un posto nella roccaforte della democrazia che l’Unione Europea sostiene di essere? A meno che questa parola, democrazia, non significhi più nulla.
Sembra che l’Europa non possa liberarsi dei fili spinati. L’era passata dei confini e delle recinzioni sembra ci stia raggiungendo di nuovo. Gli Europei – almeno quelli alla periferia dell’Europa – vedono fati a pezzi i loro sogni europei da non europei che ancora ci credono. Forse i rifugiati si sistemeranno in mezzo a noi e apriranno gli occhi sulla realtà che li circonda. Allora potremo finalmente conoscerci e perfino iniziare a creare insieme un’Europa diversa.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: Roarmag.org
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY – NC-SA 3.0

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