La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 25 gennaio 2016

Il nuovo Statuto dei lavoratori: un nuovo inizio

di Act!
La Carta Universale dei Diritti del Lavoro o Nuovo Statuto dei Lavoratori rappresenta un passaggio “storico”, atteso da almeno un decennio, nella vita pubblica del Paese e nella storia recente del sindacato italiano. Dentro una lunga fase di ristrutturazione del capitalismo, che ha trascinato l’Europa e l’Italia in una crisi epocale, allargando i divari sociali ed economici e generando un progressivo arretramento dei diritti costituzionali, l’organizzazione sindacale più rappresentativa del mondo del lavoro ha risposto con una sfida che è propriamente “politica”. L’obiettivo della Cgil è estendere le tutele normative fuori dai perimetri tradizionali, riconoscendo un principio di universalità dei diritti dei lavoratori, indipendentemente dalla tipologia contrattuale.
Il valore di questo orizzonte risiede nella sua tensione unificante. La fotografia del mondo del lavoro contemporaneo è quella di un universo frammentato: polverizzato nei tanti e diversi luoghi del lavoro oppure nomade, con altrettanto disparate condizioni. In tale frammentazione si è consumata anche la debolezza del movimento dei lavoratori e la difficoltà a organizzare una risposta collettiva al processo di precarizzazione che ha investito tutte e tutti, progressivamente generalizzando la condizione di ricatto inizialmente riservata ai soli lavoratori atipici. In questo scenario, la costruzione di uno spazio simbolico di unità dei lavoratori, nel quale affermare diritti universali, diventa anche un orizzonte di ricomposizione delle lotte per ribaltare la dinamica di violenta restrizione degli spazi di democrazia e diritti nel lavoro.
Una battaglia che si consumerà nei prossimi mesi su un terreno di scontro con il governo e Confindustria, ponendo la necessità di una prospettiva alternativa di sviluppo per il Paese. L’offensiva della Cgil riparte, quindi, dal lavoro, dalla sua centralità e dignità, rovesciando lo schema del primato dell’impresa, che ha dominato il dibattito pubblico europeo dagli inizi degli anni ’80 sino ai giorni nostri. L’avversario dichiarato è il blocco politico ed economico, che ha riconosciuto nel “mercato” l’unica possibile soluzione alle linee di crisi del modello capitalistico, avanzando misure tese a ridurre i costi dal lato dell’offerta, attraverso politiche di compressione salariale e flessibilizzazione del mercato del lavoro.
L’atto di “fede” con cui i governi nazionali – e l’Italia non fa eccezione – hanno accettato i diktat dell’Europa monetaria ha prodotto, nel giro di qualche decennio, uno scenario caratterizzato dalla crisi della produzione industriale e dall’aumento crescente delle diseguaglianze di reddito e di ricchezza. La liberalizzazione del mercato del lavoro, lungi dall’aver favorito l’occupazione e ridotto la disoccupazione strutturale, ha di fatto prodotto una zona grigia di lavoro saltuario e precario, in nome del quale, sulla base della retorica mistificante dei padri contro i figli, è partito l’attacco ai diritti del lavoro tutto. In questo solco si inserisce la riforma del mercato del lavoro, evocativamente denominata Jobs Act, voluta e approvata dal governo Renzi e dal Partito Democratico.
Dietro la propaganda mirabolante, tesa a enfatizzare la portata storica del Jobs Act nella soluzione del dualismo del mercato del lavoro, la realtà dimostra che si è trattato dell’ennesimo schiaffo ai diritti e alla dignità dei lavoratori. Come ampiamente documentato nei primi studi sugli effetti della riforma, emerge un quadro segnato dall’aumento costante dei contratti di lavoro temporaneo e l’incremento debole delle forme contrattuali stabili. In questo quadro, la crescita vertiginosa dei voucher – “la nuova frontiera della precarietà” – testimonia l’inadeguatezza del governo a risolvere i temi di fondo dell’economia italiana. Nella critica generale alle politiche economiche del governo si colloca, quindi, il Nuovo Statuto dei Lavoratori e la strategia di spostare, conseguentemente, il campo d’azione dalla sfera strettamente sindacale a quella “politica”.
L’iniziativa della Cgil si misurerà nei prossimi mesi con il lancio di una campagna referendaria sottoposta agli iscritti, con l’intento di cancellare il Jobs Act e il decreto Poletti per poi proporre una legge di iniziativa popolare per la riscrittura del Nuovo Statuto dei Lavoratori. I punti principali su cui verrà impostato il referendum abrogativo del Jobs Act riguarderanno la disciplina dei rapporti di lavoro temporaneo, l’introduzione di limiti di legge all’utilizzo dei voucher, la reintroduzione del contratto a tempo indeterminato e della disciplina in tema di licenziamenti. In particolare, in riferimento al contratto a tempo indeterminato, verranno riaffermate le tutele contro i licenziamenti illegittimi previste dalla legge n. 300 del 1970, profondamente indebolite con l’introduzione del contratto a tutele crescenti. Un passaggio che verrà accompagnato da una discussione pubblica che dai luoghi di lavoro attraverserà le piazze italiane, con un’azione che si porrà l’obiettivo dichiarato di uscire dall’isolamento politico e culturale a cui sono stati condannati il movimento sindacale e le forze di sinistra da un trentennio di egemonia neo-liberista.
Per contribuire a costruire un clima di mobilitazione popolare sarà necessario alimentare il dibattito intorno a questa proposta, introducendo ulteriori elementi di complessità, in particolare rispetto al rapporto tra reddito e lavoro e tra lavoro e non lavoro. Non solo i processi di destrutturazione del mercato del lavoro ma anche quelli culturali, di ricerca di una sempre maggiore autonomia e autodeterminazione da parte dei soggetti, concorrono a disegnare traiettorie di vita e professionali fluide e meticce, fatte di interruzioni, intermittenza e cambiamenti. Per questo accanto a un sistema universale di diritti è necessario un sistema universalistico di welfare. In quest’ottica, sia la battaglia per un reddito minimo sia quella per costruire, dentro il sistema assicurativo, condizioni previdenziali eque per i lavoratori autonomi sono per noi complementari nella lotta per l’affermazione di diritti universali sul lavoro. Allo stesso modo avvertiamo l’urgenza di ripensare il sistema fiscale in senso perequativo e sostenibile per le tante e i tanti che si affacciano al mondo delle professioni.
Più in generale, per offrire una prospettiva di avanzamento sociale, occorre aprire un spazio di riflessione e immaginazione intorno agli spazi di autonomia e libertà dei soggetti, rispetto ai tempi e ai modi della produzione, agli orari della vita e del lavoro, al di là delle forme contrattuali.
In questo quadro sarà necessario ricostruire uno spazio largo di confronto, che avrà nel processo costituente verso il nuovo soggetto politico del 19-20-21 febbraio un punto di contatto necessario. Ed è a partire da questa necessità di unire il campo della battaglia politica, contro le derive plebiscitarie del governo, che prende forma l’appello di febbraio: una chiamata generale, che prova a costruire un fronte popolare alternativo alle politiche fallimentari del governo e a rilanciare una proposta unificante ai tanti cittadini e cittadine italiane che stanno pagando il prezzo della crisi. Una proposta che dovrà saper ripensare il rapporto tra pubblico e privato, che non potrà limitarsi a individuare misure redistributive, ma che dovrà ripensare al funzionamento delle strutture di produzione e accumulazione, come ha ricordato brillantemente Laura Pennacchi in un recente articolo apparso sulle pagine del Manifesto. Un percorso che guarda all’Europa, ai suoi equilibri politici ed economici, che si misurerà con la costruzione di uno spazio pubblico dell’alternativa alle politiche di austerità e al governo tecnocratico della Commissione Juncker.
Dipenderà dalla capacità di costruire un terreno largo di mobilitazione nel Paese l’efficacia della legge di iniziativa popolare, per scrivere un nuovo capitolo del Diritto del lavoro con un Nuovo Statuto dei Diritti dei Lavoratori. Uno statuto che pone con forza il tema dell’estensione dei diritti del lavoro dipendente a tutti i lavoratori: subordinati, atipici e autonomi, pubblici e privati, riconducendo ad unità quello che la reazione capitalistica divide. Una piattaforma che prova a superare la dicotomia tra lavoratori delle micro e piccole aziende e quelli impiegati nelle grandi, estendendo le tutele dell’Art. 18 a tutti. Un’iniziativa che riparte dal rafforzamento della rappresentanza nei luoghi di lavoro, restituendo presidi di democrazia, in risposta al disegno autoritario di cancellazione delle libertà sindacali portato avanti dal governo e dal fronte padronale. In questa scia si inseriscono i meccanismi di allargamento della struttura della rappresentanza alle associazioni sindacali del lavoro autonomo e indipendente, con l’introduzione di specifiche regole sulla rappresentatività.
Insomma, una battaglia che assume il significato di una sfida democratica globale, che andrà collegata con la mobilitazione per il referendum costituzionale previsto in ottobre. Dalla ricomposizione del nesso tra democrazia e lavoro partirà la sfida egemonica al renzismo e alle destre, laddove iniziò la grande storia del movimento operaio.

Fonte: Act! 

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