Apprendiamo dai giornali che sedici persone sono state condannate e tre assolte per la manifestazione di Roma del 24 novembre del 2010, contro l'approvazione del decreto Gelmini sulla scuola. Le condanne variano da un massimo di 1 anno e 9 mesi di reclusione.
Sono passati circa 5 anni dai fatti in questione. A quei tempi molti di noi erano studenti, dottorandi, ricercatori, scesi in piazza per manifestare contro quello che ancora oggi ci piace definire il sistematico smantellamento dell’istruzione pubblica italiana, la famigerata “Riforma Gelmini”; una riforma che insieme al precedente blocco del turn over del 2008, oggi, dati alla mano, è ancora delle cause determinanti della fuga di migliaia di ricercatori dal nostro paese.
Secondo il dossier presentato nel 2014 della FLC-CGIL, infatti, il 54,1 per cento dei ricercatori italiani ha abbandonato in seguito al mancato rinnovo del contratto, il 19,3 perché non gli veniva garantita la possibilità di crescere professionalmente, il 18,8 intimorito dall’instabilità lavorativa, il 5,5 attratto da offerte economicamente migliori e il 2,3 perché ha trovato un lavoro più gratificante.
Il movimento studentesco del 2010 è stato importante per molti di noi, ma non solo. Crediamo sia stato importante per il nostro paese.
Per quanto si tenda a cancellare la memoria pubblica di quei mesi, quel movimento è stato uno dei più conflittuali degli ultimi anni, capace di allargare la protesta anche al di là delle aule universitarie e delle scuole, creando condivisione e raccordo con altre lotte sociali come il movimento dei lavoratori, di lotta per la casa, per la difesa beni comuni e contro la crisi, insomma: una vera forza di opposizione sociale alle politiche del Governo Berlusconi e non solo.
Non è casuale se il 2010 rappresenta il culmine di dieci anni di battaglie nei luoghi dell’istruzione, a partire dai primi anni 2000 passando per il 2005 e per il movimento dell’Onda dell’autunno del 2008.
Il 24 novembre a Roma a quel corteo c’eravamo tutti. Non è stato un isolato episodio di ordine pubblico, ma l'azione di tanti studenti e studentesse che volevano essere ascoltati nei palazzi che continuavano ad ignorarli, poiché, nonostante le occupazioni delle facoltà, le proteste non trovavano spazio sui più importanti mezzi stampa, ne non con qualche trafiletto sbrigativo.
Da qui la necessità di alzare il conflitto, di sfidare i divieti del Protocollo Alemanno, che in quei mesi (ricordiamolo!) limitava la libertà di manifestazione nella città Roma, da qui la necessità di occupare i monumenti (come la Torre di Pisa, il Colosseo, la Mole Antonelliana), i binari delle stazioni, le strade e le autostrade, affinché nessuno potesse continuare ad ignorare la mobilitazione.
Un percorso dal basso che è riuscito a raccogliere migliaia di consensi e il riconoscimento di milioni di cittadini, come dimostreranno poche settimane dopo le giornate del 14 dicembre a Roma e del 22 dicembre 2010.
Queste sono le motivazioni per il quale non è possibile svilire una giornata complessa come quella in oggetto come un semplice problema di ordine pubblico. Siamo testimoni di ciò che i giornali hanno raccontato di quella giornata, titolando “Assalto al Senato”; ma siamo anche testimoni - mai ascoltati - di come realmente si sono svolti i fatti.
A fronte di una sentenza dura e poco responsabile, dov’è la condanna per il danneggiamento all’università italiana ed a tutto il sistema formativo pubblico? Dov’è la sentenza per il danneggiamento della nostra democrazia, visto che parliamo di una riforma universitaria approvata (ricordiamolo!) subito dopo un voto di fiducia che il Governo Berlusconi riuscì a strappare dopo aver comprato uno ad uno i parlamentari?
La memoria è un ingranaggio collettivo, per questo noi non dimentichiamo cosa è successo durante l’autunno del 2010. Per questo siamo dalla parte degli studenti condannati.
Fonte: Act!
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