di Lorenzo Carchini
Nel corso del 2015, il Ministero dello Sviluppo Economico ha assegnato le concessioni alle ricerche e allo sfruttamento di 90 aree sulla terraferma e 24 fondali marini, senza considerare le oltre 140 concessioni per coltivazioni di idrocarburi a terra e 69 in mare. Ciò che colpisce e allarma, però, non è tanto la quantità di territorio, piuttosto la qualità dei fondali e delle zone che saranno teatro delle ricerche. Il tutto a basso costo: la Proceltic Italia, ad esempio, ha ricevuto il permesso di ricerca nell’area delle Tremiti e sborserà soltanto 5,16 euro al metro quadro, per un totale di 1.928.292 euro. Meno di duemila euro l’anno.
In una prima fase, le regioni interessate (Abruzzo poi ritiratosi, Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto) avevano presentato sei referendum per fermare una caccia al tesoro che coinvolge il patrimonio ambientale italiano tutto, a favore di imprese, talvolta anche piccole, che in caso di scoperta di giacimenti si ritroverebbero a rivenderne i proventi a carissimo prezzo.
Le proposte referendarie, ricevuto l’imprimatur della Cassazione, spinsero il governo a correre ai ripari, rimettendo mano alle norme sulle trivelle contenute nello Sblocca Italia, attraverso la legge di Stabilità. Recependo così molte delle richieste avanzate dalle regioni, i quesiti sono tornati sotto la lente della Cassazione l’8 gennaio. Alla fine è sopravvissuto soltanto il referendum sulla misura che stabilisce che le concessioni petrolifere già rilasciate durino fino ad esaurimento dei giacimenti, traducendosi in un prolungamento sine die (ovvero abrogazione dell’articolo 6 comma 17 del Codice dell’Ambiente).
Le proposte referendarie, ricevuto l’imprimatur della Cassazione, spinsero il governo a correre ai ripari, rimettendo mano alle norme sulle trivelle contenute nello Sblocca Italia, attraverso la legge di Stabilità. Recependo così molte delle richieste avanzate dalle regioni, i quesiti sono tornati sotto la lente della Cassazione l’8 gennaio. Alla fine è sopravvissuto soltanto il referendum sulla misura che stabilisce che le concessioni petrolifere già rilasciate durino fino ad esaurimento dei giacimenti, traducendosi in un prolungamento sine die (ovvero abrogazione dell’articolo 6 comma 17 del Codice dell’Ambiente).
Condizione confermata il 19 gennaio dalla Corte Costituzionale, che ha dichiarato ammissibile il referendum rigettando le altre cinque proposte – verso le quali verrà presentato ricorso per conflitto d’attribuzione.
Ciò non toglie che la questione sia rimasta centrale ed abbia aperto un altro fronte per il governo, con le regioni pronte ad iniziare da subito la campagna referendaria.
Così proprio sul tema ambiente il premier si trova a dover fronteggiare un’artiglierie appesantita anche dagli scontri nella scorse settimane con l’Unione Europea. Intorno al comitato “Notriv”, infatti, si è creato un fonte largo che va dai Cinque Stelle, a Sel, Lega e sinistra Pd, oltre agli ambientalisti e parte del mondo cattolico. Una situazione, a ben vedere, non molto diversa da quella che si parò davanti al governo Berlusconi nel 2011 col referendum sul legittimo impedimento, la privatizzazione dell’acqua ed il nucleare.
Generalmente, infatti, quello ambientale è un conflitto sul quale le affinità di partito tendono ad attenuarsi, pur, nel caso specifico, restando confinate nel dibattito le questioni strategiche alle quali una politica energetica dovrebbe rispondere: difficile pensare che ridimensionare l’industria petrolifera nazionale a favore delle rinnovabili risolva problemi storici; petrolio, gas e carbone coprono più dell’80% dei consumi energetici italiani. Inoltre, una buona fetta di rinnovabili è composta dal vecchio idroelettrico, che non ha prospettive e, nonostante in Basilicata esista il maggior giacimento petrolifero europeo di terraferma, l’Italia dipende comunque per il 77% dall’estero (e per l’88% per il gas) quando l’Europa è al 53%.
Renzi, dunque, dovrà correre ai ripari, peraltro senza poter varare una nuova norma nello Sblocca Italia, una strada già tentata ma fallimentare. Piuttosto verrà stesa una vasta campagna comunicativa anti “No triv”, mirata ad evitare che il quesito venga impostato come “trivelle sì, trivelle no” – dal momento che già in Legge di Stabilità veniva stabilito che non si sarebbero più fatte trivellazioni o concessioni” – ma altresì che difenda la durata perenne dei permessi (pomo della discordia e cuore della domanda referendaria).
Un principio su cui il Presidente del Consiglio non è disposto a cedere, sottolineando che un simile accordo permetterebbe di “garantire la manutenzione degli impianti, l’impatto ambientale degli stessi e anche circa 5.000 posti di lavoro”. Dunque colpire dritto al cuore della piaga della disoccupazione, specie al Sud.
Intanto su due dei cinque quesiti decaduti dopo l’intervento del governo in Legge di Stabilità, sei regioni (Basilicata, Sardegna, Veneto, Liguria, Puglia e Campania) hanno deciso di presentare un conflitto d’attribuzione. Si tratterebbe in questo caso del “Piano delle Aree” e delle proroghe dei titoli.
Il primo era stato introdotto dal decreto Sblocca Italia ed obbligava il governo e le regioni a definire quali fossero le aree in cui era possibile avviare i progetti di trivellazione, tenendo conto del specificità territoriali. Uno strumento di pianificazione che richiedeva la partecipazione attiva delle regioni, ma che è stato abrogato in Legge di Stabilità, sollevando, secondo i promotori del referendum, un conflitto d’attribuzione (col parlamento che avrebbe violato l’attribuzione che l’articolo 75 della Costituzione assegna al comitato promotore). L’altro riguardava l’introduzione nello Sblocca Italia del “titolo concessorio unico”, che andava a sostituire le vecchie forme di permessi e concessioni per le trivellazioni rilasciate alle società petrolifere, prevedendo che alla società fosse concesso di fare ricerca ed estrazione con un’unica richiesta, velocizzando la procedura (qui il conflitto starebbe nel fatto che spetterebbe ai promotori sottoporre gli elettori alla loro richiesta e non al parlamento modificarla in modo da aggirare il quesito stesso).
Resta da chiarire, ed è argomento ancora aperto, la tempistica del voto. Il governo potrebbe decidere di fissare la data del voto sull’unico quesito attualmente ammesso per il 17 aprile, prima che la questione dei ricorsi venga risolta. Al contrario i promotori, tra cui Sinistra Italiana e Greenpeace, chiedono la consultazione per il 6 giugno, in coincidenza con le amministrative. Una questione affatto secondaria, dal momento che una scelta o l’altra influirebbe non solo sul raggiungimento del quorum per considerare valido l’effetto del referendum, ma un eventuale election day permetterebbe anche un risparmio di almeno 300 milioni di euro.
Infine, i “No triv” possono già sorridere per la notizia che il nuovo premier croato Tim Oreskovic ha annunciato una moratoria al progetto di esplorazione ed estrazione degli idrocarburi in Adriatico, ascoltando il dissenso di larghe fette dell’opinione pubblica ed il sempre più modesto tintinnio delle monete nella saccoccia delle multinazionali colpite dal continuo ribasso del prezzo del petrolio.
Fonte: sinistraineuropa.it
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