La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 1 febbraio 2016

La sete fa rinascere la comunità

di Oscar Olivera
Bisogna fare cento chilometri dal centro urbano della città di Cochabambaper arrivare a un villaggio boliviano che si chiama Villa Flor de Pukara. Una volta lì c’era una scuola con le bambine e i bambini, i maestri e le maestre, c’era allegria. Una volta c’era un mulino, quindi c’era il pane. Una volta cantavano gli uccellini e c’erano concerti, all’alba e al tramonto.
Oggi restano poche coppie di anziani. Rimangono, dunque, la saggezza, la generosità, la solidarietà del villaggio. I banchi della scuola sono stati distribuiti tra le case e il vecchio mulino, a titolo di prestito, sperando che possano tornare ad essere occupati, prima o poi, dai corpi e dal chiasso che fanno i bambini.
Pukara significa forza che dà la vita, è una parola aymara e quechua allo stesso tempo.
Ho pensato a quel nome e credo che in origine dovesse essere BELLA FLOR DE PUKARA (Bel Fiore di Pukara), la mancanza della vocale “e” in quechua, può aver prodotto un cambiamento fonetico nel nome di questa comunità.
E il luogo è davvero un Bel Fiore. Ci sono una quarantina di case, per lo più abbandonate o che servono come abitazioni temporanee per le molte famiglie che sono migrate, per poter sopravvivere, nei villaggi vicini. Le famiglie però tornano – alcune ogni settimana, altre ogni mese, altre ancora ogni anno – per seminare, piantare, produrre, oppure solo per vedere le nonne e i nonni, o anche le galline, i conigli e i colombi.
Gli uomini e le donne anziani non hanno acqua da bere: la loro sola fonte sicura è l’acqua che cade dal cielo, come benedizione delle sorelle nubi e di Tata Inti [Padre Sole, ndr], ma adesso è più scarsa di un tempo. Abbiamo dimenticato di parlare con il vento affinché non se la porti via, dicono don Julio e doña Ricarda, così come i venti della “modernità” e del consumo si sono portati via da Bella Flor, i giovani, le bambine e i bambini, la Forza Aymara.
Camminare in montagna, nella gola del fiume che serve a irrigare la terra e, in forma molto precaria, a saziare la sete dei pochi che sono rimasti. Camminare per le vie dell’abitato, riposare all’ombra dei centenari alberi di pesche; sedersi ad ascoltare le enormi, pesanti e vecchie pietre del mulino ad acqua che parlano e, assieme a don Ricardo, ci raccontano come sono arrivate a Fortaleza, trascinate per oltre cento chilometri. Sono più di duecento anni che rotolano, girano, parlano con la gente che le ha portate e ancora adesso custodiscono il racconto [per] i nipoti e le nipoti di queste nonne e nonni che oggi piangono guardando l’aspetto del villaggio.
Sono stati però la forza e l'”ajayu” (l’anima e lo spirito) della coppia di anziani, don Julio e doña Ricarda che hanno reso visibile la situazione della loro Comunità, del loro Villaggio, del loro Territorio. E’ stata la sete di acqua e di allegria del villaggio a spingere l’assemblea dei comunarios e delle comunarias[gente della comunità], più una manciata di altre persone comuni come loro,perché si mettesse a “raccogliere” l’acqua del cielo e a portarla poi alle gole della comunità. E’ stata quella sete a portare di nuovo l’allegria nel territorio della Fortaleza Aymara, i cui resti [antichi] sono testimoni quasi impercettibili, lassù, sulla cima della montagna.
All’inizio sono stati tre anziani che hanno dato l’impulso per ri-costruire la loro Comunità, il loro villaggio: doña Ricarda, il suo sposo don Julio e Zacarías, il maestro di scuola. Nel pieno della giornata di lavoro, mentre stavano seminando e piantando, a loro si è aggiunto il dirigente del sindacato agricolo: Beltrán, sì, un nome che sembra un cognome, ma è comunque il suo nome. E’ un uomo che ha ereditato le terre dai genitori e dai nonni e ha promesso di non abbandonarle. Non ha ereditato solo la fertilità di quei campi, però, ma anche l’amore per il villaggio, per i suoi alberi, per gli animali. Prima di tutto, è un uomo degno che organizza, che dà impulso, che lavora, inventa, motiva l’insieme di altri uomini, donne, bambini, bambine, anziani e anziane. Così, un po’ alla volta, nel giro di un mese, quella comunità ormai quasi dissolta, ha ricominciato a guardarsi negli occhi, faccia a faccia, cuore a cuore, sudore a sudore, nel lavoro, nel parlare, nel bisogno, nel ricordare, nell’aver in modo implicito deciso di ri-costruire.
Ri-costruire la comunità, che non è più solo loro ma anche di altri fratelli e sorelle che si impegnano non solo nel lavoro per costruire di nuovo la collettività, ma anche per costruire una cisterna, un enorme serbatoio, che si riempirà con le gocce di pioggia, una ad una, così come si va riempiendo adesso il villaggio di persone che, una alla volta, vengono a lavorare per poter ottenere acqua fresca e cristallina.
A poco a poco, nel silenzio rumoroso della montagna, nel vento freddo della gola, sotto un cielo limpido di giorno e stellato di notte, cinque, dieci, quindici, venti, trenta comunarios , lavorano, ridono, giocano, piangono, ricordano, decidono e realizzano quanto l’assemblea ha deciso. Quello che doña Ricarda, don Julio, il professor Zacarías e Beltrán avevano sognato; l’enorme generosità costruita da mani contadine, operaie, di giovani, di bambini, di anziane e di anziani, di donne, di ricercatori, di organizzatori, di attivisti, di studenti, di persone che provengono dall’altra parte del mondo.
Fuori dal villaggio, molto lontano, non solo per la distanza ma per la sordità delle istituzioni e dei malgoverni, si parla del cosiddetto “cambiamento climatico”.Se ne parla in maniera incomprensibile, si dice che c’è un “vertice” dei popoli che adesso vuole lottare contro questo nemico. Noi, la gente semplice che lavora nelle campagne e in città, noi che in passato abbiamo fatto barricate e posto sotto assedio il capitale e i cattivi governi, abbiamo compreso che i mali che affliggono i nostri villaggi e i nostri territori sono mali contro i quali è difficile collocare una barricata, dire NO con i nostri corpi. I cambiamenti nella natura che percepiamosono quasi invisibili, però sentiamo come ci attaccano, come ci aggrediscono, come ci uccidono.
Affrontarli è ritornare alla terra, ricostruire i territori, costruire comunità, recuperare la memoria, la nostra storia, e ricambiare, con reciprocità, il saluto e la generosità alla Pachamama, al fratello, alla sorella, al compagno e alla compagna, all’amico e all’amica, al tata Inti (Sole), alla madre Quilla (Luna), alle Acahachilas (le montagne), a quello che ci circonda, perché siamo parte del tutto.
Bella Flor de Pukara, è quanto sta accadendo in ogni parte del mondo, dove le persone stanno costruendo, in forma silenziosa, molto abajo (in basso, ndt) e a sinistra, cioè con semplicità e affetto, quella società che sentiamo e che viviamo con il lavoro, con la lotta, con il ritrovarsi.

Fonte: comune-info.net 

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