martedì 29 marzo 2016

Alcuni diritti umani sono meno umani degli altri

di Giorgio Fontana 
Sembra difficile provare sospetto nei confronti dell’espressione diritto umano. Cosa c’è di più universale e condivisibile, quale elemento giuridico — fin dal suo stesso nome — porta il marchio di assoluta priorità rispetto alle leggi locali? Eppure, nella pratica contemporanea, la necessità di garantire tali diritti nasconde delle contraddizioni insanabili. Il prezioso lavoro di Nicola Perugini e Neve Gordon, The Human Right to Dominate (Oxford University Press 2015, di prossima pubblicazione per nottetempo) ci aiuta a capire perché.
Il punto di partenza dei ricercatori è che esiste una relazione profonda tra diritti umani e arte politica del dominio statale. A partire dal nuovo millennio, i conservatori americani hanno iniziato a usare questo linguaggio per esercitare meglio la loro autorità: una strategia che si è diffusa rapidamente ed è stata usata anche da Marine le Pen o Geert Wilders in Olanda.
In tutti i casi si tratta di sfruttare l’alfabeto universale dei diritti umani per ridurlo a un’edizione estremamente selettiva e locale, che ne garantisse l’applicazione per una determinata fetta di individui. Proprio perché l’aura di immediata giustizia che circonda tale alfabeto consente di usarlo come potentissimo strumento di organizzazione dell’autorità. Come scrivono Perugini e Gordon, “I discorsi sui diritti umani hanno il potere di modellare categorie legali e morali (vittime e carnefici), e di invertire e sovvertire la definizione del rapporto di potere nel quale sono invocate”.
Gli autori producono dunque una critica serrata al modello “idraulico” dei diritti umani, per cui la proliferazione di questi porta automaticamente alla diminuzione delle oppressioni. In realtà non è così. La pretesa globalità di tale discorso è anzi sempre fortemente politicizzata e legata alla centralità della forma-stato — e insieme alla difesa di alcuni esseri umani che, nel frame, diventano a tutti gli effetti più umani degli altri. In sintesi: “appartenere a uno stato-nazione è diventata la condizione fondamentale per acquisire diritti umani e divenire membro di una comunità riconosciuta internazionalmente”. Al di fuori di tale schema, un individuo — ad esempio l’appartenente a uno stato-nazione non riconosciuto — perde rapidamente la sua umanità, e dunque i suoi diritti.
La conclusione può sembrare drastica. Purtroppo, nella pratica geopolitica, il paradosso si rivela in tutta la sua forza: basti solo pensare agli stati che si proclamano difensori dei diritti umani sono gli stessi che lasciano affogare migliaia di migranti nel Mediterraneo. Ma il dato più inquietante è che la rilettura localista di questi diritti è sfruttata non solo dagli stati e dagli apparati militari: anche diverse Ong la fanno propria.
Ad esempio, in Israele un’organizzazione può condannare Hamas per l’uso di “armi indiscriminate”, ma non l’esercito locale per l’uso di “armi precise”: come notano gli autori, il maggior numero di civili uccisi da Israele non c’entra nella definizione di crimine di guerra. Tutta la parte centrale del volume di Perugini e Gordon è dedicata al conflitto israelo-palestinese, una disamina sostenuta da un’ampia mole di dati, la cui conclusione è più volte ribadita: sia per le ONG israeliane conservatrici che per quelle liberali la vita palestinese “vale meno”: da un lato per pregiudizio etnico, dall’altro perché “la legge internazionale favorisce gli stati altamente tecnologici” (quelli delle armi precise, appunto).
Benché il terreno qui sia particolarmente delicato, Perugini e Gordon sostengono un punto cruciale: il principio del diritto umano universale è invocato da Israele per sostenere il diritto alla riparazione di una tragedia immane come l’Olocausto, giustificando a sua volta il colonialismo in Palestina (e la conseguente raffica di espulsioni e distruzioni di villaggi). Questa coincidenza fra diritti umani e diritti degli ebrei ignora sia la violenza esercitata dai nazisti sui non-ebrei (ad esempio i rom), e genera un paradosso dolorosissimo: nati come reazione a una catastrofe senza pari come l’Olocausto, i diritti umani vennero usati da Israele per dare fondamento a uno stato colonialista e a sua volta violento verso chi abitava quei territori.
Purtroppo — ed è forse l’unica obiezione che si può sollevare — lo spazio dedicato a questo unico caso è talmente vasto che rischia di mettere in ombra le importanti conclusioni generali cui giunge lo studio. C’è uno squilibrio di peso irrisolto fra la brillante idea di fondo e la scelta di esaminare soltanto il conflitto israelo-palestinese per illustrarla.
In ogni caso, Perugini e Gordon spendono numerose pagine sui risultati di questo corto circuito: l’uso dei diritti umani da parte dell’esercito americano per “rendere più civili le forme di uccisione e attribuire obiettivi razionali all’atto stesso di uccidere”; l’asimmetria delle guerre urbane dove gli human shields non sono soltanto una violazione del diritto di guerra, ma anche un’implicita legittimazione a considerare i civili non bersagliati direttamente come un danno collaterale; la giustificazione dell’uso dei droni a patto che non colpiscano “soltanto dei civili”; l’uso di parole “umanitarie” da parte dell’esercito israeliano nella sua comunicazione (come “IDF without borders”, che richiama subito alla mente “Doctors without borders”). E così via.
Il tutto produce, come controcanto negativo della retorica universalista, una serie di diritti espressi e sostenuti dagli stati a loro uso e consumo: il diritto a uccidere, a colonizzare, e appunto quello a dominare altre persone nel nome di una legge più alta.
Giunti a questo punto, resta da capire se il frame giuridico legato a una pretesa umanità sovra-statale abbia ancora senso, o possa essere utilizzato in modo autentico ed efficace. Gli autori pensano che la risposta sia positiva. In sé — al di là della loro applicazione deviante — i diritti umani posso sempre essere rivestiti di nuovo significato per contrastare la pratica del dominio.
Il “che fare” qui si traduce innanzitutto in una sottrazione di tale discorso giuridico dall’ingerenza statale, e più ancora — in una vena libertaria — la riappropriazione di esso da parte dei soggetti che dovrebbe rappresentare. Invece di delegarne la grammatica e la pratica a una classe di “professionisti dei diritti umani”, che spesso li osservano attraverso una lente di neutralità assoluta, occorre democratizzarli e restituirli ai movimenti sociali. Per evitare che vengano usati come strumento per mobilitare il dominio, in un’ottica piattamente legalista e non-conflittuale.
Il fine è allora di ridare linfa a un’etica negativa che troverebbe probabilmente d’accordo Salvatore Veca. Nel suo La priorità del male e l’offerta della filosofia (Feltrinelli 2005), il pensatore romano individua nei diritti umani niente più che un’arma per arginare i molti e terribili modi con cui un gruppo di persone può fare liberamente del male a delle altre: “le ragioni della giustificazione di una tesi universalistica sui diritti umani sono ragioni prudenziali, dettate dalla paura del male, piuttosto che dalla speranza del bene”. Ed è verso questa loro riattivazione — affinché comprendano davvero l’intera umanità, fuori da ogni cerchia di riconoscimento locale — che bisogna muoversi.
Certo tale pars construens può apparire minimale, e necessita di ulteriore indagine. Ma al suo fianco resta il preciso lavoro destruens di Perugini e Gordon: un correttivo benefico per riconoscere le trappole che ci assalgono quando cerchiamo di elaborare un linguaggio dei diritti universali nel quadro di un potere statale — anche in buona fede.

Fonte: lostraniero.net

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.