lunedì 14 marzo 2016

Chi ha creato Trump(enstein) e la nuova Weimar americana?

di Paul Street 
Che cosa dobbiamo fare del fenomeno arci-autoritario bianco-nazionalista Donald Trump? Non dovremmo ingannarci circa la sua natura pericolosa. Come ha recentemente scritto l’opinionista del New York TimesRoger Cohen in un articolo intitolato ‘La routine di Trump su Il Duce’:
“… Trump rilancia via Twitter ai suoi sei milioni di seguaci una citazione attribuita a Mussolini: ‘Meglio un giorno da leone che cento anni da pecora’ … Trump rifiuta di condannare David Duke, l’ex grande stregone del Ku Klux Klan che gli ha manifestato appoggio … La violenza è radicata nel linguaggio di Trump tanto indelebilmente quanto il ringhio è radicato nelle sue caratteristiche: il parlare di sparare a qualcuno o di prendere a pugni in faccia un manifestante, l’insultare i disabili, l’irrisione maschilista delle donne, le tirate anti-mussulmane e anti-messicane … [il tutto evocante] echi … di tempi in cui i cieli si rabbuiarono [sull’Europa] … dopo guerre perse, in tempi di paura e rabbia e di difficoltà economiche, quando compare il ghigno del demagogo con le sue esibizioni e promesse”.
Non sono un tifoso di Cohen o del Times ma ciò è detto molto bene. Ha ragione.
“Il Frankenstein del Partito Repubblicano”
Oggi che Trump è sotto attacco da parte di un discreto segmento della dirigenza Repubblicana, merita di essere ricordato che gran parte del morboso repertorio di Trump è coerente con il copione consolidato del GOP [Grand Old Party = Partito Repubblicano – n.d.t.]. Trump può essere una nuova avanguardia, spingendosi oltre Sarah Palin quanto a maleducazione, grossolanità e assoluta imbecillità bianco-nazionalista, ma il razzismo, il nativismo e il militarismo viriloide che sparge a piene mani nelle sue manifestazioni scorrono in solchi profondi e violenti tracciati dai Repubblicani sin dagli anni ’60 del secolo scorso. Il Partito Repubblicano ha dedicato decenni a rimestare la pentola dell’odio bianco amerikaner [il neologismo riecheggia il più noto ‘afrikaner’ – n.d.t.] e a scagliare il terribile intruglio contro donne, neri, immigrati, gay, liberali, mussulmani, intellettuali, smidollati liberali e difensori delle libertà civili e socialista sia reali sia (come Barack Obama, Hillary Clinton e, in effetti, Bernie Sanders) immaginari. Nel far questo si è sforzato di depistare la rabbia della classe lavoratrice bianca dai plutocrati capitalisti e della Grande Finanza a bersagli facili meno potenti e più vulnerabili quali le madri nere “che campano di assistenza sociale” e gli “immigrati illegali”. Leggete il libro, a suo tempo campione di vendite, di Thomas Frank “What’s the Matter with Kansas? How Conservatives Won the Heart of America” [Qual è il problema del Kansas? Come i conservatori hanno conquistato il cuore degli Stati Uniti]. In quel senso il leader della minoranza Democratica al Senato USA Harry Reid (Democratico dell’Arkansas) ha ragione a chiamare Trump “Il Frankenstein del Partito Repubblicano”.
Il vero motivo dell’odio delle élite repubblicane nei confronti di Trump
Che cosa rende Il Donald un anatema per molti nella dirigenza Repubblicana? In parte sono certamente l’estrema grossolanità e rudezza e buffonaggine narcisistica de Il Donald. Le buffonate e la brutalità di Il Donald sorpassano i confini della rispettabilità, guadagnandoli livelli estremamente elevati di disapprovazione. Repubblicani suscettibili, come il campione conservatore dell’urbanità David Brooks sono inorriditi da tutto ciò.
Trump minaccia anche di contribuire a far schiantare il GOP, già malamente danneggiato come partito politico funzionante (mantiene la sua presa sul Congresso e su governi statali grazie a una perversa combinazione di soppressione degli elettori, brogli e denaro dei fratelli Koch) alle elezioni di Novembre. Egli attacca le élite del partito poiché eccessivamente indipendente e naturalmente egli in larga misura si autofinanzia. Inoltre ha la pessima abitudine di mettere in discussione il cervello e il fegato di Repubblicani di vertice attuali e del passato, come John McCain, George W. Bush e il recentemente dimessosi Jeb Bush.
Oltre a tutto ciò, tuttavia, c’è qualcosa di molto diverso le élite in gessato del GOP non amano a proposito di Il Donald. Ha a che vedere con come e perché egli potrebbe vincere (con parecchi voti trasversali Indipendenti e Democratici) le elezioni nazionali, non con come potrebbe perdere. Quest’altro e, penso, più grave problema con Trump è colto molto bene in un recente pezzo di Matt Taibbi su Rolling Stone. “I giornalisti si sono concentrati moltissimo sui temi folli, nativisti, razzisti della campagna di Trump”, osserva Taibbi, “ma essi costituiscono una piccolissima parte delle sue solite presentazioni. I suoi discorsi hanno sempre più un contenuto considerevolmente populista”.
Trump dedica molto tempo a fustigare il “libero scambio” e a parlare della necessità di approvare dazi per proteggere “i posti di lavoro statunitensi”. (“Dobbiamo fare qualcosa per riprenderci i posti di lavoro” ha dichiarato a Taibbi un sostenitore di Trump quando gli è stato chiesto perché i dazi sono improvvisamente una buona idea). Denuncia le imprese che chiudono fabbriche statunitensi per avviare attività in altri paesi a minor costo del lavoro, come il Messico. Ha detto che l’assicurazione sanitaria nazionale unica (cancellando le imprese assicurative private dalla copertura sanitaria) sarebbe stata la via migliore da seguire. Si scaglia contro l’esenzione dalle norme antitrust goduta della imprese assicurative e nota che quei cartelli parassitare “preferirebbero avere monopoli in ciascuno stato piuttosto che centinaia di imprese a proporre offerte dovunque”. Condanna la morsa che la grande industria farmaceutica ha su entrambi i partiti, così forte che il governo federale assurdamente si vieta di negoziare prezzi all’ingrosso per i farmaci Medicare [assistenza sanitaria pubblica per gli anziani]. Egli osserva che i politici della nazione sono comprati e venduti dalle imprese meglio offerenti. “Il sistema è marcio”, osserva Trump.
E’ questa retorica populista, mirata a compiacere la classe lavoratrice che fa correre l’élite Repubblicana a bloccare Trump, non il disgustoso nazionalismo bianco, nativismo, sessismo e autoritarismo.
Il populismo elettorale di Trump potrebbe sembrare accordarsi male con la sua spettacolare ricchezza e con la sua storia, che ammette, di plutocrate clientelare. Ma in realtà vi si adatta. “Il suo punto forte”, osserva Taibbi, “è: è ricco, non dovrà nulla a nessuno una volta eletto e perciò non farà ciò che fanno i politici sia Democratici sia Repubblicani una volta al potere, cioè approvare marce politiche regressive che fottono la gente comune”.
Esattamente: Trump “sarà indipendente” ha dichiarato a Taibbi un Trump-proletario del New Hampshire. “Qualcuno deve opporsi a questi bastardi e Il Donald è ricco abbastanza per farlo!”
Un’analogia con Weimar: il risentimento aborre il vuoto
Ma se Trump è “il Frankenstein del Partito Repubblicano” i Democratici non sono meno responsabili per l’ascesa del mostro. Non fatevi ingannare: egli è l’osceno Frankenstein anche dei Democratici neoliberisti.
Mi viene in mente un discorso tenuto da Noam Chomsky a Madison, Wisconsin, nella primavera del 2010, quando il fenomeno arci-autoritario Repubblicano di destra del Tea Party stava accelerando verso le sue vittorie storiche alle elezioni statali e del Congresso più avanti in quell’anno. “Sono semplicemente vecchio abbastanza da aver sentito numerosi discorsi di Hitler alla radio”, disse Chomksy, “e mi ricordo la sonorità e il tono delle folle plaudenti e ho la paurosa percezione delle nuvole fosche del fascismo che si stanno adunando” qui in patria. “Ridicolizzare le spacconate del Tea Pary è un grave errore”, disse Chomsky. I loro atteggiamenti “sono comprensibili”, disse. “Da oltre trent’anni i redditi reali ristagnano o si sono ridotti. Questo è in larga misura conseguenza della decisione degli anni ’70 di finanziarizzare l’economia”. C’è rancore di classe, osservò. “I banchieri, che sono i principali responsabili della crisi, festeggiano premi record, mentre la disoccupazione ufficiale è attorno al 10 per cento e la disoccupazione nel settore manifatturiero e ai livelli dell’era della Depressione”.
E Barack Obama era collegato ai banchieri, spiegò Chomsky. “L’industria finanziaria ha preferito Obama a McCain”, ha detto. “Si aspettavano di essere ricompensati e lo sono stati. Poi Obama ha cominciato a criticare gli avidi banchieri e ha proposto misure per disciplinarli. E la punizione per questo è stata molto rapida. Avrebbero dirottato i loro soldi ai Repubblicani. Così Obama ha detto che i banchieri erano “persone perbene” e ha assicurato il mondo degli affari: ‘Io, come la maggior parte del popolo statunitense, non sono contro il successo o la ricchezza delle persone. Fa parte del sistema del libero mercato’. La gente vede questo e non ne è felice.”
Chomsky rifletté che “il colossale pedaggio dei crimini istituzionali del capitalismo di stato” stava scatenando “l’indignazione e la rabbia dei gettati da parte… La gente vuole delle risposte” e “sta ascoltando risposte da un solo luogo: Fox, programmi radiofonici e Sarah Palin”.
Chomsky evocò la Germania durante la Repubblica di Weimar e tracciò un raggelante parallelo tra essa e gli Stati Uniti sotto Obama. “La Repubblica di Weimar fu il picco della civiltà occidentale e fu considerata un modello di democrazia”, disse. E si disfece a grande velocità. “Nel 1928 i nazisti avevano meno del due per cento dei voti”, disse. “Due anni dopo furono appoggiati da milioni. Il pubblico era stanco di dispute incessanti e del servizio ai potenti e del fallimento di quelli al potere nel trattare le sue doglianze”. Il popolo tedesco cadde preda di appelli alla “grandezza della nazione e alla sua difesa dalle minacce attuando la volontà dell’eterna provvidenza”. Quando i contadini, la piccola borghesia e le chiese cristiane si misero a braccetto del nazionalsocialismo “il centro crollò molto velocemente”, disse Chomsky. “Nessuna analogia è perfetta”, aggiunse, ma gli echi del fascismo stavano “riverberando oggi … Ci sono lezioni da tenere presenti”.
Consentitemi di estrarre e ripetere una frase chiave del discorso di Chomsky: “Il pubblico era stanco di dispute incessanti e del servizio ai potenti e del fallimento di quelli al potere nel trattare le sue doglianze”. E un’espressione chiave: “la grandezza della nazione”.
Si tratta di una parte non piccola dell’attrattiva di Trump: egli promette di spazzar via e di distruggere tutta quella litigiosità disfunzionale con grande martello nell’interesse del lavoratore e dello stato nazione per “Rendere gli Stati Uniti [la Nazione] Grandi di Nuovo”.
Il risentimento aborre il vuoto.
Il Frankenstein di Obama: l’attenzione alla finanza
Chomsky, semmai, ha sottostimato il rapporto di Barack Trans-Pacific Obama (BTO) con i padroni della finanza. “Non è sempre chiaro che cosa vogliono i finanzieri sostenitori di Obama”, ha notato nell’autunno del 2006 il giornalista progressista Ken Silverstein in un articolo sulla rivista Harper’s intitolato “Obama s.p.a.”, “ma pare certo concludere che i contribuenti alla sua campagna non siano interessati semplicemente a un governo pulito e a riforme politiche … A condizione di anonimato”, ha aggiunto Silverstein, “un lobbista di Washington con il quale ho parlato è stato disposto a indicare l’ovvio: che i grandi donatori non aiuterebbero Obama se non lo considerassero un ‘giocatore’. Il lobbista ha aggiunto: ‘Qual è il valore in dollari di un idealista sognatore?’”
Il “valore in dollari” di Obama per i suoi finanziatori record di Wall Street è risultato dannatamente quasiinestimabile. Nel suo libro Confidence Men: Wall Street, Washington and the Education of a President (2011) [Uomini di fiducia: Wall Street, Washington e l’educazione di un presidente”] l’autore Premio Pulitzer Ron Suskind ha narrato una notevole storia del marzo del 2009. Tre mesi dopo l’insediamento di Obama alla presidenza la rabbia popolare contro Wall Street era intensa e le principali istituzioni finanziarie erano deboli e sulla difensiva. L’élite finanziaria della nazione aveva portato l’economia nazionale e mondiale a un crollo epico nel periodo successivo alla pubblicazione dell’articolo di Silverstein e milioni di persone lo sapevano. Avendo ottenuto la carica in parte sull’onda della rabbia popolare contro gli sbalorditivi illeciti dell’”élite” finanziaria, BTO convocò una riunione alla Casa Bianca dei tredici maggiori dirigenti finanziari. I titani del mondo bancario si presentarono alla riunione pieni di paura solo per uscirne compiaciuti di sapere che il nuovo presidente era dalla loro parte. Poiché invece di schierarsi a favore dei più danneggiati dalla crisi – lavoratori, minoranze e poveri – Obama si schierò inequivocabilmente con quelli che avevano causato il crollo.
“La mia amministrazione è la sola cosa che si frappone tra voi e i forconi”, disse Obama. “Voi, gente, avete un problema acuto di pubbliche relazioni che sta diventando un problema politico. E io voglio essere d’aiuto … Non sono qui per attaccarvi. Vi sto proteggendo … vi farò da scudo contro la rabbia del Congresso e del pubblico”.
Per l’élite bancaria, che aveva distrutto innumerevoli milioni di posti di lavoro non c’era, come dice Suskind, “nulla di cui preoccuparsi. Mentre [il presidente Franklin Delano]Roosevelt aveva [nel corso della Grande Depressione] spinto per dure riforme, brutalmente contrastate, di Wall Street e aveva notoriamente affermato ‘Sono contento del loro odio’, Obama stava dicendo ‘Come posso aiutarvi?’” Come disse a Suskind un banchiere eminente “La sensazione di tutti dopo l’incontro fu di sollievo. Il presidente ci trovava in un momento di grande vulnerabilità. A quel punto avrebbe potuto ordinarci di fare semplicemente qualsiasi cosa e noi avremmo alzato bandiera bianca. Ma non lo fece; egli voleva principalmente aiutarci a venirne fuori, a placare la folla” (corsivi aggiunti).
Il massiccio salvataggio dei gatti super ricchi a spese dei contribuenti sarebbe proseguito, assieme a numerose altre forme di assistenza alle imprese per i super-ricchi, potenti e parassiti. Questa generosità stato-capitalista non fu accompagnata da alcun serio tentativo di disciplinare la loro condotta o da un qualsiasi salvataggio remotamente paragonabile dei milioni di cacciati dalle loro case e dal loro lavoro dalla mano non così invisibile del mercato. Nessuna meraviglia che il 95 per cento degli aumenti del reddito USA sia andato all’un per cento al vertice nel corso del primo mandato di BTO. Si chiama “prendersi cura della finanza”, per rubare il titolo dell’infantile canzone di successo del 1974 dei Bachman Turner Overdrive (BTO).
Fu un momento cruciale. Con la maggioranza Democratica in entrambe le camere del Congresso e una popolazione arrabbiata che agitava “forconi” alle porte, un presidente Obama davvero progressista avrebbe potuto schierare la popolazione perché si opponesse alle strutture concentrate di ricchezza e potere della nazione portando avanti aggressivamente un certo numero di politiche: uno stimolo a programmi di occupazione in grandi opere pubbliche; una reale riforma dell’assicurazione sanitaria; una seria disciplina e persino lo smembramento o la nazionalizzazione delle principali istituzioni finanziarie; una massiccia assistenza federale agli alloggi e al sollievo dai mutui ipotecari e l’approvazione della Legge sulla Libera Scelta dei Dipendenti, che avrebbe ri-legalizzato l’organizzazione sindacale negli Stati Uniti. Come ha osservato l’anno scorso su Salon il citato Thomas Frank, sarebbe stato più che buona politica se Obama avesse messo in atto misure populiste e progressiste (“l’economia si sarebbe ripresa più rapidamente e il pericolo di una crisi futura causata dal potere finanziario concentrato sarebbe stato ridotto”). Sarebbe anche stato “buona politica”, molto popolare presso la maggioranza prevalentemente della classe lavoratrice bianca della nazione, qualcosa che avrebbe “sgonfiata la rampante falsa coscienza del movimento del Tea Party e avrebbe prevenuto la riconquista Repubblicana della Camera nel 2010”. (Una delle molte cose perverse dell’esperienza di Obama è stata ma considerevole misura in cui coltivò le proprie scusanti per le elezioni del Tea Party nel 2010 e nel 2014).
Ma nessuna di tali iniziative politiche fu assunta dalla Casa Bianca di BTO, che scelse invece di impartire alla popolazione statunitense quella che William Greider definì memorabilmente “una lezione senza mezzi termini sul potere, chi ce l’ha e chi non ce l’ha”. Gli statunitensi “osservarono Washington correre al soccorso di quegli stessi interessi finanziari che avevano causato la catastrofe. Appresero che il governo è pieno di soldi da spendere quando servono alla gente giusta. ‘Dove sta il mio salvataggio?’ divenne la triste battuta ai banconi e nei cantieri edili dell’intera nazione. Poi, ad aggravare l’insulto, la gente vide le forze del sistema rilanciare la loro campagna per la ‘riforma dei titoli’, un eufemismo per la demolizione delle provvidenze dell’Assistenza Sociale, di Medicare e Medicaid [i programmi di assistenza sanitaria pubblica per gli anziani e i poveri – n.d.t.]. Gli statunitensi osservarono anche BTO passare ad approvare una riforma dell’assistenza sanitaria (la cosiddetta Legge sull’Assistenza Accessibile) che poteva piacere solo alle grandi assicurazioni e imprese farmaceutiche accantonando l’alternativa popolare (assicurazione unica “Medicare per Tutti”) affrettandosi contemporaneamente ad approvare un programma stilato dalla Heritage Foundation Repubblicana e attuato per la prima volta nel Massachusetts dall’ultra membro dell’un per cento Mitt Romney. Non molto tempo dopo il popolo statunitense ha osservato BTO offrire ai ‘Tea-pubblicani’, che aveva rafforzato, tagli all’Assistenza Sociale e a Medicare maggiori di quelli che avevano richiesto come parte del “Grandioso Affare” offerto nel corso dell’apice della crisi del debito prodotta dall’élite.
“Spingetemi a farlo”
Fu a quel punto che centinaia di migliaia di statunitensi prevalentemente giovani avevano ricevuto la “lezione senza mezzi termini sul potere” per aderire al Movimento Occupy Wall Street che perseguiva cambiamenti progressisti attraverso l’azione diretta e la costruzione di un movimento sociale anziché mediante la politica elettorale ostaggio della finanza. Non sapremo mai fin dove avrebbe potuto arrivare Occupy poiché fu schiacciato da una campagna di repressione coordinata a livello federale che riunì l’amministrazione Obama con centinaia di amministrazioni cittadine prevalentemente Democratiche nell’infiltrazione, sorveglianza, diffamazione, disarmo e cacciata del movimento dalla breve vita; ciò persino mentre i Democratici si appropriavano di parte della retorica di Occupy per utilizzarla contro Romney e i Repubblicani nel 2012. Otto mesi prima della repressione di Occupy, BTO non fu capace di indursi a offrire una parola di sostegno alla grande ribellione dei dipendenti pubblici e al movimento che sorse contro le politiche antisindacali del governatore di arci-destra e sniffatore dei fratelli Koch, Scott Walker, a Madison, Wisconsin.
La repressione di Occupy fu una forte strigliata ai progressisti sciocchi e confusi che ci raccontavano dai piedistalli privilegiati quali The Nation che Obama, come Franklin Roosevelt nella prima metà degli anni ’30, aveva bisogno di pressioni dalla base dei lavoratori e cittadini per “spingermi a farlo”, cioè per fargli intraprendere politiche progressiste e socialdemocratiche. Beh, i giovani statunitensi che avevano occupato parchi cittadini nell’interesse del “99%” spinsero decisamente BTO e le amministrazioni cittadine democratiche a farlo, se “farlo” significa schiacciare proteste popolari.
Il Frankenstein dei Clinton
La presidenza di Obama, traditrice del populismo, è stata coerente (come inutilmente predetto dal sottoscritto) con l’amministrazione ferocemente industriale-neoliberista, compiacente Wall Street di Clinton negli anni ’90, che contribuì a ingrassare i pattini del crollo del tardo Bush II e dei salvataggi di Bush-Obama-Paulsen-Geithner-Bernanke facendo doverosamente progredire il programma di liberalizzazione della finanza di Robert Rubin e della Goldman Sachs.
Donald Trump è il Frankenstein anche dei Clinton. Sicuramente la posa Democratica elettorale standard da populista di Hillary non va giù a milioni di membri della classe lavoratrice e media. Lei ha ricevuto innumerevoli milioni di milioni di dollari di fondi elettorali e di compensi per discorsi dall’élite finanziaria e dagli Stati Uniti industriali. Ha fatto parte per anni del Consiglio di Amministrazione della catena al dettaglio terribilmente sfruttatrice del lavoro a basso costo e gigantesca piattaforma d’importazione dalla Cina Wal Mart, una società che lei ha ripetutamente e assurdamente elogiato per la sua dedizione ai lavoratori.
In un recente articolo sul Guardian, sostenendo che il sostegno della maggioranza degli elettori Democratici sotto i cinquant’anni al nominalmente socialista Bernie Sanders mostra che gli Stati Uniti stanno entrando in una nuova fase politico-ideologica progressista, l’economista liberale francese Thomas Piketty osserva che “Hillary Clinton … appare oggi come una che difende lo status quo, giusto un’altra erede del regime politico di Reagan-Clinton-Obama.” Lei appare così perché è così. Per Hillary, così come suo marito firmatario del NAFTA e per il Trans Pacifico Obama, c’è un’utile traduzione di “progressista che sa come ottenere che le cose siano fatte”: un neoliberista industriale che manipola sentimenti populisti e liberali al diligente servizio delle dittature interconnesse e non elette del denaro e dell’impero. E, come ama segnalare Il Donald, la signora Clinton fa parte del vasto gruppo di politici che potrebbero non resistere ai suoi investimenti elettorali egoistici. C’è una foto su Internet dei Trump e dei Clinton a braccetto, a un incontro in smoking lubrificata dallo squallore di quella corruzione organizzata che è la fiera elettorale statunitense.
Il Frankenstein dei media: battere Il Bern con Il Donald
Non dimentichiamo che Donald Trump è il Frankenstein anche dei media. Il buffonesco Donald è divenuto un nome familiare grazie alle sue filippiche eccentriche inneggianti al capitalismo, o deridenti lo stesso, su reti televisive già anni addietro. In questa stagione elettorale il “patologicamente educato” (secondo Taibbi) Bernie Sanders ha fatto del suo meglio, nominalmente socialista, per catturare la diffusa e legittima rabbia populista della nazione e incanalarla in modo progressista nel noioso Partito Democratico fradicio di dollari. Contrariamente alla saccenteria convenzionale, non c’è nulla di sorprendente nel successo che Sanders ha avuto alle primarie. Si tratta di un Democratico liberale con tendenze socialdemocratiche la cui retorica pettoruta riguardo alla riduzione della disuguaglianza e al controllo della politica nazionale da parte della “classe dei miliardari” si accorda più appropriatamente con i tempi ferocemente plutocratici. E’ più vicino di Hillary a ciò che si presume debba essere un Democratico in termini della retorica manipolatrice del populismo tuttora proposta dal partito in ciascun baraccone elettorale quadriennale. La sua piattaforma è largamente coerente con radicati sentimenti socialdemocratici e di maggioranza progressista. E’ anche un candidato populista molto migliore e più acceso, più convincente della legnosa e scialba Hillary, la cui ricchezza, visione del mondo e storia la collocano ben a destra dell’opinione pubblica. Ciò avvantaggia Sanders presso un elettorato Democratico che ha operato una svolta alla sinistra liberale e “molto liberale” sin dal 2008.
I cosiddetti media dominanti, tuttavia, si sono assicurati di avere un ruolo centrale nel rendere probabile che il fascistoide Trump e non il liberale di sinistra Sanders sarà l’unica alternativa elettoralmente percorribile a un terzo mandato presidenziale Democratico industrial-neoliberista in stile Clinton-Obama-Goldman Sachs-Citigroup-NAFTA-Trans Pacific Partnership-neoliberista falso progressista. Si sono attaccati a ogni parola e gesto grotteschi della loro deleteria creatura, Donald Trump, minimizzando contemporaneamente le gigantesche affluenze ai suoi comizi, coprendo in generale poco la sua campagna e non denunciando l’abietta intimità di Hillary Clinton con Wall Street (tra altri problemi della Clinton). Sanders avrebbe potuto sfruttare con successo abbastanza del risentimento popolare che il Tea Party e Trump sono andati sfruttando in conformità alla venerabile Strategia Repubblicana Meridionale e ai precetti del “Qual è il problema con il Kansas?” per vincere in un’elezione nazionale? Uno dei motivi per cui probabilmente non lo sapremo mai (anche se la vittoria di Sanders in Michigan è interessante, nulla è impossibile e non è finita fino a quando non è finita) è la prevedibile preferenza dei media dell’industria per una potenziale “Berlusconi con l’atomica” (la divertente descrizione di Cohen di un Trump presidente) rispetto a un aspirante Mitterand (al massimo della sinistra) che vorrebbe che gli statunitensi prendessero consiglio politico da Danimarca, Svezia e dal fantastico tifoso dell’Europa Michael Moore.
Quale democrazia?
Nel suo citato articolo sul Times a proposito di Trump, Roger Cohen osserva che “l’Europa è allarmata dall’abbraccio degli statunitensi a un Mussolini dell’ultima ora”, cioè Donald Trump. “L’Europa sa che le democrazie possono crollare” scrive Cohen, aggiungendo che “Una volta persa il costo per recuperarla è elevato”.
Ma quale “democrazia” è esattamente quella che potrebbe morire negli Stati Uniti? Le dittature statunitensi non elette e interconnesse dello “stato ombra” del denaro e dell’impero risalgono a molto prima che Trump comparisse sulla scena come serio candidato alla presidenza. Hanno sempre dato una risposta fredda a tali sentimenti popolari: “E allora? A chi importa?” L’opinione pubblica è impietosamente derisa da realtà socioeconomiche duramente asimmetriche e da una politica e politiche freddamente plutocratiche negli Stati Uniti. Il paese è impantanato in un Nuova Età dell’Oro di feroce disuguaglianza e di abietta corporatocrazia finanziaria così estreme che l’un per cento al vertice possiede più del 90 per cento della ricchezza nazionale assieme a una quantità sproporzionata di dirigenti “democraticamente eletti” della nazione. Negli ultimi tre decenni e più, hanno scritto nell’autunno del 2014 gli eminenti politologi tradizionali statunitensi Martin Gilens (della Princeton University) e Benjamin Page (della Northwestern University), il sistema politico statunitense ha operato come “una oligarchia”, in cui “governano” ricche élite e le loro imprese. Esaminando dati di più di 1.800 iniziative politiche diverse nel tardo ventesimo secolo e agli inizi del ventunesimo, Gilens e Page hanno rilevato che élite ricche e ben collegate reggono costantemente il timone del paese, indipendentemente dalla volontà della maggioranza statunitense, e contro di essa, e indipendentemente da quale partito detenga la Casa Bianca e/o il Congresso.
“Il punto centrale che emerge dalla nostra ricerca è che le élite economiche e gruppi organizzati rappresentati gli interessi del mondo degli affari hanno considerevoli impatti indipendenti sulla politica governativa statunitense”, hanno scritto Gilens e Page, “mentre gruppi d’interesse a base di massa e cittadini medi hanno scarsa o nulla influenza indipendente”. Come Gilens ha spiegato alla rivista liberale in rete Talking Points Memo, “i cittadini comuni non hanno virtualmente alcuna influenza su ciò che fa il loro governo negli Stati Uniti”. Tale è la dura realtà della “democrazia capitalista realmente esistente” negli Stati Uniti [… – omessa la citazione di un gioco di parole intraducibile di Chomsky – n.d.t.] con il “liberale” Democratico Obama alla Casa Bianca.
Un articolo sulla storia della ricerca di Gilens e Page sulla rivista liberale in rete Talking Points Memo (TPM) nella primavera del 2014 aveva un titolo interessante: “Studio di Princeton: gli USA non sono più una vera democrazia”. Ma quando mai gli Stati Uniti sono stati una democrazia? E’ una domanda seria e onesta. L’autogoverno e la sovranità reali erano il massimo incubo degli aristo-repubblicani Padri Fondatori degli Stati Uniti e la struttura governativa e le regole politiche che essi scolpirono nella pietra costituzionale furono attentamente elaborate per tenere a bada l’incubo e per assicurarsi che, nelle parole dell’eminente Fondatore John Jay, “chi possiede il paese lo amministri”. Ottantacinque anni fa il grande filosofo statunitense John Dewey osservò che “la politica è l’ombra gettata sulla società dall’alta finanza”. Dewey correttamente profetizzò che la politica statunitense sarebbe rimasta così fintanto che il potere fosse risieduto nell’”attività economica a fini di profitto privato mediante il controllo privato di banche, terre, industria, rafforzato dal potere sulla stampa, gli addetti stampa e altri mezzi di pubblicità e propaganda”. Quello è il controllo privato che Bernie Sanders desidera conservare intatto, per inciso: ha annunciato che (contrariamente sia a Karl Marx sia al Dizionario Webster’s) la sua visione del “socialismo” non comprende l’assunzione pubblica dei mezzi di produzione più di quanto gli richieda di candidarsi fuori dal Partito Democratico ostaggio della finanza. Possono sentire John Jay e gli eminenti plutocrati dei temi di Dewey ridere a distanza mentre le elezioni presidenziali statunitensi di novembre stanno “evolvendo in una gara tra le due persone più odiate degli Stati Uniti “ (Diana Johnstone). Riflettete su questo. Grazie a tutti i colpevoli individuali e istituzionali discussi in questo articolo “può ben essere che Il Donald [il ‘Trumpenstein’ – n.d.t.] possa diventare una realtà”.

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: Counterpunch
Traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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