La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 8 marzo 2016

E se invece della ripresa arrivassero altre manovre dure e altre ristrutturazioni?

di Federico Giusti
Dopo una crescita assai moderata nel 2015 (sotto lo 0,8), l’economia italiana sembrerebbe solo in parte riprendersi nel 2016 e nel 2017: Il Pil quest’anno previsto dovrebbe crescere dell' 1,4% e dell’1,3% il prossimo. Ma i dati riportati dai media sono anche altri: il deficit al 2,5% in crescita rispetto alle precedenti stime così come e il debito pubblico al 132,4%.
La commissione europea ha rivisto dopo pochi mesi le previsioni economiche per l'Ue, ebbene i dati relativi alla crescita sono tutti ridimensionati e cresce la distanza tra Italia e altri paesi europei che registrano statistiche di ripresa piu' convincenti.
I dati sono spesso parziali e ingannevoli e una statistica puo' essere letta con quella discrezionalità che svia l'attenzione dai problemi reali. Per esempio con questi dati, non è da escludere una nuova manovra economica, aggiuntiva alla legge di stabilità, il calo della disoccupazione (di mezzo punto) è dovuto ai mini jobs, a salari dimezzati e a prospettive occupazionali che vedono magari dei contratti a tutele crescenti che nei prossimi anni potrebbero tradursi in licenziamenti.

In arrivo la detassazione dei contratti di secondo livello, possiamo dire che la economia Italiano ha oltrepassato il guado della crisi recessiva?
Risposta negativa e oltre a nuovi tagli si intravedono anche accelerazioni nello smantellamento della legislazione in materia di lavoro all'insegna della flessibilità, del contenimento della dinamica salariale (tenete conto che il Governo Renzi dovrà a fine anno sottoscrivere anche quella miseria dei contratti pubblici che qualche spesa in piu' dovranno pur determinarla). Il debito continua a crescere poi a dimostrazione che le politiche recessive e i tagli non comportano ripresa dell'economia.
Vediamo allora qualche dato partendo dal Pil che cresce in Italia meno che in altri paesi europei , alla fine del 2015 supera di poco l'1%, in sostanza il prodotto interno lordo dopo anni di decrescita si è praticamente fermato.
Se i dati sono confrontati con altri paesi europei c'è poco da rallegrarsi ma avere affermato la tendenza alla decrescita è giudicata dagli analisi economici un successo ma non certo dagli ambienti confindustriali che dalle pagine de Il sole 24 ore non lesinano critiche all'operato del Governo e chiedono ulteriori sgravi e maggiore flessibilità del lavoro.
Dati alla mano, la produttività cala e avere fermato la caduta del prodotto per occupato, cosa ben diversa dalla crescita economica, è giudicato un successo. Ma perché diminuisce la produttività dell'economia italiana?
Proviamo a sviluppare alcune considerazioni.
- La produttività per addetto diminuisce come anche le ore lavorate per occupato. Dal 2007 ad oggi la erosione dei posti di lavoro sembra inarrestabile , la ripresa parziale non compensa le decine di migliaia di posti perduti ogni mese, non una parola poi viene spesa sulla contrazione degli ammortizzatori sociali che da qui a un anno porteranno migliaia di ex lavoratori a non percepire alcun reddito con la possibilità di trovare solo vaucher o qualche contrattino stagionale.
- il prodotto per ora lavorata risulta in lieve crescita nella seconda metà degli anni 90, ma dal 2000 ad oggi risulta praticamente fermo se non addirittura in calo, basti ricordare che il reddito di 16\7 anni fa era, in proporzione alle ore lavorate, superiore ad oggi.
Per quasi 20 anni la produttività del lavoro non è cresciuta, da qui la ricerca del Governo Renzi di promuovere nuova occupazione, magari a bassissimo costo\reddito, per poche ore ma pur sempre tale da favorire una pseudo ripresa contenendo il numero dei disoccupati. A questo servono anche le parziali valutazioni statistiche magari con sistemi di calcolo tali da prevedere tra gli occupati quanti lavorano per pochi giorni all'anno, ma soprattutto lo scenario per l'immediato futuro prevederà una accelerazione nello smantellamento del welfare e nella spasmodica ricerca di maggiore flessibilità.
Le prossime mosse del Governo Renzi saranno la ulteriore liberalizzazioni del mercato del lavoro, la riduzione della pressione fiscale a favore delle imprese attraverso i tagli al welfare, alla istruzione e alla sanità, accelerando sulla privatizzazione dei settori pubblici e sulla riforma della contrattazione.
Se l'economia italiana stagna, i processi di ristrutturazione sono all'orizzonte. C'è poco da stare allegri e non solo a leggere le statistiche ma a passare in rassegna le indicazioni della Ue al Governo italiano che tornano a chiedere misure drastiche per contenere il debito e accrescere la flessibilità e la competitività. Per raggiungere questi obiettivi non resta che attaccare direttamente il welfare e promuovere nuove privatizzazioni.

Fonte: controlacrisi.org

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