di Matteo Saudino
Questi sono i giorni del lutto e del silenzio. Sono soprattutto i giorni del dolore, un dolore atroce e lacerante perché morire ad appena vent’anni, quando si inizia a viaggiare nella vita con consapevolezza e speranza, non trova nessun luogo della mente e del cuore in cui comprendere e rielaborare tale inaccettabilità esistenziale. Nei prossimi giorni, però, proviamo ad utilizzare il silenzio e il disagio, che solo la morte ci sa donare e imporre, per riflettere su alcuni aspetti che vanno al di là della casualità, dell’assurdo e dell’imponderabile, di fronte alle cui ragioni irrazionali non possiamo far altro che tacere, completamente nudi e disarmati.
Da domani dobbiamo riprendere, infatti, con intelligenza e lungimiranza la nostraanalisi critica dei fatti e della realtà che caratterizzano la natura storica del capitalismo del XXI secolo, sempre più fondato sulla precarizzazione del lavorosulla mercificazione delle vite. La privatizzazione dei servizi pubblici e l‘assunzione della logica del profitto nel governare la res pubblica e nel costruire le politiche sociali e culturali, da parte delle classi dirigenti europee, sta peggiorando in modo inarrestabile le condizioni di lavoro dei lavoratori e svuotando i diritti sociali ed economici dei cittadini europei.
Trasformare i sistemi pubblici di mobilità in servizi di pubblica utilità, venduti o appaltati a privati, il cui obiettivo principale è realizzare guadagno e moltiplicare gli investimenti di partenza, porta alla realizzazione di una società frammentata e liquida, a tutele decrescenti, dove la parola libertà non significa emancipazione, ma deregulation e giungla, in cui regna la legge del più forte, scaltro e cinico. Sono proprio la logica e la pratica di chi vuole che tutto sia una merce (il lavoratore, lo studente, i cittadini, i pendolari, la natura) a rendere più insicure le nostre vite. L’unica regola che va rispettata in modo assoluto è quella dell’accumulo e proliferazione del capitale. Ma si può realizzare profitto su beni comuni come acqua, sanità, scuola e trasporti, senza che ciò si traduca in una costante perdita di diritti dei lavoratori, degli studenti, dei passeggeri e dei cittadini tutti?
Il capitalismo pota i rami improduttivi, anche quando si tratta delle vite degli uomini e delle donne. Lo smantellamento del welfare rientra proprio nell’ottica di provare a fare profitto dove prima vi era un diritto, e in breve il diritto è divenuto un privilegio. Allora ecco che l’appalto per la sicurezza nei luoghi di lavoro è vinto non tanto da chi opera al meglio, ma da chi costa meno e lo stesso vale per gli appalti per le mense, per le pulizie, per i trasporti, per i servizi sociali, educativi ed ecologici. Cooperative di ogni sorta nascono per vincere appalti, scegliendo di offrire un servizio fondato su mezzi di produzione spesso scadenti, su salari sempre più bassi e su turni lavorativi troppo lunghi e pesanti. Sui bus notturni che percorrono tragitti di molte ore, servono due autisti pronti a darsi al cambio per ogni evenienza. Ma la sicurezza e la qualità della vita del cittadino e del lavoratore comune sono un costo, che rientra nella voce delle spese da tagliare. Pertanto via con la grande ruota della fortuna. Di giro in giro, di tragedia in tragedia, tutte dipinte come amaro scherzo del destino e del fato avverso, ma in realtà spesso evitabili, se solo l’economia tornasse a mettere al centro i bisogni delle persone e non del capitale, sempre più un vampiro che succhia sangue vivo e ci ridà corpi morti.
Fonte: comune-info.net

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