di Guido Viale
Che cos’è la conversione ecologica? Si usa spesso questo termine in modo intercambiabile con green economy, e certamente non esiste un significato consolidato di queste due espressioni che impedisca di usare l’una al posto dell’altra. Ma concettualmente si tratta di due cose distinte se non opposte. La green economy è la ricerca di opportunità di business, cioè di profitto, in ambiti che promettono un minor impatto ambientale rispetto al business as usual (BAU): sia che si tratti di sostituire vecchie tecnologie o vecchi prodotti con prodotti e tecnologie nuove, sia che si tratti di tecnologie, prodotti o soluzioni organizzative completamente innovative, che aprono nuove prospettive alla vita associata con un impatto ambientale ridotto. In quanto tale, la green economy (anche quando non èsemplice green washing, cioè «una mano pittura verde» sopra impianti o prodotti ambientalmente dannosi) è sempre costituita da interventi random: casuali. Si investe dove c’èprospettiva di profitto, altrimenti si la- sciano le cose come stanno. Anche quando ci sono misure pubbliche di incentivazione di interventi ambientalmente sostenibili per rendere profittevole ciòche altrimenti non lo sarebbe, non èdetto che a quelle misure faccia poi riscontro un investimento effettivo, se la decisione su di esso viene comunque affidata all’iniziativa privata. A volte, anzi spesso, le valutazioni degli investitori privati sono diverse da chi mette a punto le politiche industriali.
Viceversa la conversione ecologica è una prospettiva di carattere prioritariamente sociale (e culturale). È la partecipazione dei lavoratori e della cittadinanza attiva alla trasformazione del tessuto produttivo e dei modelli di consumo vigenti, guidata da considerazioni di ordine ambientale e sociale (promuovere comportamenti e produzioni che ne garantiscano la sostenibilità ambientale e arricchiscano le relazioni sociali). La redditività degli investimenti necessari a questa trasformazione, salvaguardando comunque l’equilibrio tra costi e ricavi, ovvero tra oneri e benefici – a livello complessivo e non relativamente a ogni singolo intervento; e sul lungo periodo, e non nell’immediato –, è certamente un vincolo anche in questa prospettiva; ma non ne è l’obiettivo prioritario. Inquadrata in questo modo, la conversione ecologica è un processo al tempo stesso partecipativo e conflittuale, che definisce un modello di società non come obiettivo finale da raggiungere – e di cui appagarsi una volta raggiunto: «il sol dell’avvenire» – ma come condizione permanente dell’umanità nell’epoca in cui sono destinate a vivere le attuali e le prossime generazioni. Èpartecipativo, perché senza il concorso e il contributo di una maggioranza attiva dei cittadini di questo pianeta, una trasformazione sociale di questa portata non è nemmeno pensabile, e meno che mai praticabile. Èconflittuale, perché per aprire e per tener aperta una prospettiva radicalmente alternativa allo sta- to di cose presente non è possibile ipotizzare una società pacificata, in cui tutti si riconoscano e pratichino gli stessi obiettivi (il «Bene Comune»). È giocoforza attrezzarsi per affrontare un conflitto per- manente contro chi oggi trae vantaggio dagli assetti vigenti, e contro chi, ad ogni nuova tappa, cercherà di piegare a vantaggio esclusivo proprio o del proprio gruppo gli assetti che saranno stati raggiunti.
Ma se la riconversione produttiva è il lato oggettivo, strutturale, della conversione ecologica, la strada per costruire e unire le forze necessarie a imporre, in tutto il mondo, una svolta di questa portata, non può che fare ricorso anche al suo lato soggettivo, a una rivoluzione culturale, a una profonda trasformazione del nostro atteggiamento verso l’umanità, i viventi tutti, la Terra che ci ospita, alla pratica quotidiana di una utopia concreta. La tensione verso le utopie concrete è uno dei grandi lasciti intellettuali e morali di Alex Langer: utopie globali nello loro prospettiva; locali, e per questo concrete, nella loro costruzione. Tra questi lasciti, l’idea della conversione ecologica appare sempre di più centrale per affrontare la crisi che stiamo attraversando. Alex preferiva questo termine a quelli di rivoluzione, riforma, svolta, cambiamento e simili. Il perché di questa sua preferenza rimanda in parte alla sua storia personale di ebreo convertito al cattolicesimo, di cattolico eretico, di militante rivoluzionario convertito all’ambientalismo, ma mai indissolubilmente vincolato a un credo o a un’organizzazione, nemmeno a quelle organizzazioni alla cui creazione aveva dato un contributo decisivo; e poi, ancora, di «statista senza Stato», vale a dire di politico disarmato che non rinunciava a confrontarsi in termini operativi con problemi, come quello della guerra e della pace, su cui le decisioni di merito sono da sempre considerate appannaggio del potere statuale.
Conversione ecologica èun termine che ha un risvolto soggettivo e uno oggettivo, un risvolto etico e uno sociale, un risvolto personale e uno strutturale. Il termine conversione rimanda innanzitutto a un cambiamento spirituale: del nostro stile di vita, dei nostri consumi, del modo in cui lavoriamo e del fine per cui lavoriamo o vorremmo lavorare, del nostro rapporto con gli altri e con l’ambiente.
È ecologica perché tiene conto dei limiti dell’ambiente in cui siamo gettati: limiti che sono essenzialmente temporali; sia perché fanno i conti con il fatto che siamo esseri mortali in un mondo destinato a durare anche dopo di noi, e per questo toccano il nucleo più profondo della nostra esistenza; sia perché ci ricordano che non si può consumare in un tempo dato più di quello che la natura èin grado di produrre; néinquinare in un tempo dato – inquiniamo e inquineremo sempre tutti, chi più e chi meno – più di quanto l’ambiente riesce a rigenerare. Questo vale tanto per il singolo che per una comunità, per una nazione, per l’umanità intera.
Ma se i nostri comportamenti, quelli individuali, ma soprattutto quelli collettivi, sono la radice ultima tanto dello stato di cose presente quanto della sua abolizione e della sua trasformazione, non c’èdubbio che questa trasformazione si potrà tradurre in un cambiamento oggettivo, cioè in un recupero di sostenibilità (che vuol dire capacitàdi durare nel tempo), cioè compatibilità con i tempi di riproduzione e di rigenerazione dell’ambiente, solo se è l’oggetto di un progetto consapevole e condiviso.
Oggi tutto ciò richiede uno sguardo disincantato sulla natura della crisi in corso; cioè sul lato oggettivo di ogni progetto di con- versione. Questa crisi è senza sbocchi: non se ne uscirà, népresto nétardi, riprendendo il cammino interrotto della crescita e della distruzione dell’ambiente: più ci si accanisce in questa direzione e più la crisi si avvita su se stessa. Lo vediamo bene nel riproporsi in termini sempre più drammatici della dimensione finanziaria della crisi, dimensione che trascina con séredditi, occupazione, sicurezze, aspirazioni. Lo vediamo ancora meglio – per quelli di noi che, sulle tracce di Alex, e grazie anche ai suoi insegnamenti, si adoperano per tenere unite le dimensioni ambientali e quelle sociali degli eventi – nell’incapacità delle classi dominanti di tutti i paesi del mondo di far fronte alla crisi ambientale che incombe sul pianeta.
Non si può cambiare il mondo solo con delle scelte individuali su come vivere e che cosa consumare, mentre i comportamenti collettivi in grado di incidere sulla realtà, di trasportarci dall’etica dell’intenzione all’etica della responsabilità, richiedono sempre una condivisione più o meno spinta di analisi, di intenti, di progetti, di strumenti. Una condivisione che non esclude certo la presenza e la permanenza di divergenze e di conflitti tra chi di essa partecipa. In questi comportamenti collettivi orientati rientrano tutti quelli che un tempo, e anche ora, chiamavamo e chiamiamo «lotte» – e, prima tra tutte, quello che resta della lotta di classe – ma certo le lotte non esauriscono l’arco delle opzioni coinvolte dalla conversione ecologica. Molte trasformazioni avvengono infatti sotto traccia e non sulla ribalta della vita sociale e dello spazio pubblico, magari attraverso processi molecolari e non di massa. Ma in generale, i processi che contribuiscono a cambiare il mondo in modo orientato, cioè secondo un progetto, anche quando l’esito non corrisponde che in parte agli obiettivi perseguiti, sono sempre il frutto di un’attività di aggregazione di una domanda esplicita o latente, enunciata o silente.
Aggregare domanda, per rispondere a desideri, aspettative, bisogni che non possono essere soddisfatti in forma individuale, rivolgendosi a quello che oggi offre, o non offre, il mercato, costituisce una vera e propria impresa sociale. L’esempio più chiaro, perché capillare, diffuso ormai ovunque e alla portata di tutti noi è forse costituito dai Gruppi di acquisto solidale, che nel corso degli ultimi anni hanno registrato un aumento esponenziale. Ogni impresa sociale richiede comprensione del contesto, capacità di ascolto, relazioni di- rette, competenze tecniche e, soprattutto, capacità imprenditoriali. Non tutte queste doti possono essere riunite nella stessa persona o nello stesso gruppo di persone; ma dove non c’ènessuno che «tiri», assumendo delle responsabilità che travalicano la propria persona, i processi di trasformazione non raggiungono la meta, le lotte non partono o si arenano, la disgregazione prevale.
La conversione ecologica allude quindi a un duplice passaggio: da un lato, la riconversione strutturale dell’apparato produttivo per ridurre l’aggressione alle risorse della natura (produrre meno e meglio; utilizzare meno materiali; usare più a lungo quello che si è prodotto e scartarlo meno; recuperare tutto quello che si èscartato) e, soprattutto, per ridurre lo sfruttamento degli uomini, delle don- ne e degli esseri viventi che abitano la Terra; dall’altro lato, quel passaggio comporta la conversione personale del nostro stile di vita, attraverso una riduzione e una qualificazione ecologica dei nostri consumi e un miglioramento dei nostri rapporti con il prossimo, gettando un ponte verso chi ci èestraneo, o in competizione con noi o nemico. In questo processo occorre attivare un duplice movimento: dall’alto e dal basso.
Dall’alto, occorre imporre ai governi, sia a livello locale che nazionale e sovranazionale, una diversa politica industriale (o una politica industriale tout court, dato che il pensiero unico liberista che domina e impregna di sé l’attività economica da oltre trent’anni ha messo al bando questo termine): cioè dei piani organici, e non delle misure saltuarie, che orientino l’attività economica verso prodotti, tecnologie, sistemi di produzione e un’organizzazione del lavoro sostenibili.
Politiche, dunque, che entrino nel merito del che cosa produrre (e che cosa non produrre), di come produrlo, con che cosa, per chi e anche dove. Ma tutto ciò si può proporre e cercare di realizzare solo promuovendo la più larga partecipazione dal basso della popolazione coinvolta: sia di quella che vive del lavoro nelle o delle imprese da convertire, sia di quella che subisce l’impatto, cioè i danni ambientali e le trasformazioni sociali provocati da quelle aziende. Ma insieme a quello del lavoro occorre promuovere anche l’impegno e la presenza organizzata di una comunità più larga, delle sue amministrazioni locali, di altre imprese che operano sullo stesso territorio, dei saperi diffusi tra i membri di tutta la comunità; per poi allargare il coinvolgimento ad altre aziende e ad altre comunità, e con esse preparare e sostenere programmi e rivendicazioni di valenza nazionale o europea. Tra le nuove produzioni bisognerà scegliere quelle che hanno un futuro e, quindi, anche un mercato sicuro; che sono quelle che si renderanno sempre più indispensabili mano a mano che gli effetti della crisi ambientale si faranno sentire su tutto il pianeta: impianti per lo sfruttamento delle fonti energetiche rinnovabili; soluzioni per promuovere l’efficienza energetica; veicoli da usare in forma condivisa e sistemi di governo della mobilitàe del trasporto sostenibili; sistemi di riciclo totale di scarti e rifiuti; progetti, know-how e strumenti per la salvaguardia e la rinaturalizzazione del territorio; sistemi di coltivazione ecologici a elevata intensità di lavoro qualificato e di tecnologia; progetti per il recupero e l’efficienza degli edifici obsoleti o dismessi; laboratori e capaci- tà tecniche per prolungare la vita dei prodotti con la manutenzione e la riparazione; ecc. Ma per avviare queste nuove produzioni oc- corre garantire loro un mercato di sbocco e questo può essere fatto solo coinvolgendo una comunità, o un insieme più ampio possibile di comunità, e i relativi governi locali. Su questi temi si può aprire una vertenza nei confronti dei governi locali e – eventualmente con il loro appoggio – nei confronti dei governi regionali, di quello nazionale e dell’Unione Europea, a seconda della portata della rivendicazione.
Ma occorre rendersi quanto più possibile autonomi a livello locale o di area vasta. Per esempio, le energie rinnovabili o l’efficienza energetica sul lungo periodo si ripagano da sé, perché fanno risparmiare denaro e combustibili fossili, ma per diffonderle in forme produttive e sensate ci vogliono programmi a livello territoriale, ricognizioni sul territorio e sugli edifici, progetti, tecnici, imprese di installazione e manutenzione; e poi anche imprese per la produzione degli impianti, di materiali e attrezzature per l’efficienza energetica. Cosi, con il coinvolgim ̀ ento di un certo numero di En- ti locali, si può cercare di mettere in contatto i potenziali produttori (cioè le aziende che hanno bisogno di riconvertire le loro produzioni) con i potenziali utenti di questo intervento (enti pubblici come Comuni, ospedali, ASL, imprese, ma anche singoli privati, soprattutto se associati).
La conversione ecologica èdunque innanzitutto un processo di riterritorializzazione (reshoring) dei rapporti economici attraverso relazioni quanto più dirette possibile tra produttori e consumatori, in un regime di totale trasparenza, per consentire un controllo pubblico delle transazioni in corso.
La direzione di questo cambiamento è chiara: in tutti i campi si tratta di passare da un mondo dominato dalla concentrazione dei poteri, dai grandi gruppi finanziari e dalle grandi imprese, dagli Stati che ne eseguono gli ordini, a un sistema di poteri, di impianti, di imprese, di attività, diffusi, differenziati, adattati alle caratteristiche di ogni territorio e di ogni comunità, ma non isolati tra loro, perché collegati da un sapere condiviso, reso possibile dall’estensione planetaria dell’istruzione e dalle potenzialità delle reti di telecomunicazione. Prendiamo il caso dell’energia: si tratta di passare dai grandi impianti legati allo sfruttamento dei combustibili fossili – grandi miniere, campi petroliferi e metaniferi, oleodotti, gasdotti, flotte petroliere, carboniere e metanifere, grandi raffinerie, grandi centrali termoelettriche, grandi reti di vettoriamento dell’energia (e quindi grandi investimenti, grandi capitali, grandi società̀, grande centralizzazione dei poteri; e guerre per accaparrarsi le risorse) – a un’impiantistica diffusa sul territorio, differenziata a seconda delle risorse locali (le fonti rinnovabili sono molteplici) e dei carichi energetici da servire, e a un’efficienza energetica basata sulle caratteristiche specifiche di ogni utenza: tutte cose che richiedono la mobilitazione di saperi diffusi sul territorio (sono processi che non si possono governare solo dall’alto o da un centro) e, quindi, un altissimo livello di partecipazione democratica. Lo stesso vale, a maggior ragione, per ambiti come l’agricoltura, l’alimentazione, la mobilità, la salvaguardia del territorio, l’edilizia, il recupero di risorse dagli scarti dei processi di produzione e consumo.
Fonte: Ecologia politica

Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.