La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 28 marzo 2016

Il giorno del demagogo

di Tanya Golash-Boza 
Nel 2006, quando ho per la prima volta cominciato a condurre ricerche sulle espulsioni, George W. Bush era presidente e stava costruendo silenziosamente la macchina dei rimpatri presso il Dipartimento della Sicurezza Nazionale. A eccezione di piccoli circoli di attivisti, pochi statunitensi sapevano che le deportazioni erano andate crescendo dal 1996 grazie a una legge firmata dal presidente Bill Clinton. Né allora nessuno avrebbe immaginato che il presidente successivo sarebbe stato un Democratico, il figlio di un immigrato keniota, è che avrebbe fatto sembrare Bush tirchio quanto ai livelli record di espulsioni. Né, quanto a questo, nessuno si sarebbe mai sognato che le deportazioni sarebbero diventato un – forse il – tema distintivo della campagna presidenziale 2016.
E tuttavia tutto questo e altro ha avuto luogo in una rovente stagione di demagogia, nativismo e puro e semplice razzismo. Come, di nuovo, sarebbe stato inimmaginabile solo un decennio fa, i candidati Repubblicani favoriti Donald Trump e Ted Cruz hanno entrambi promesso di espellere fino all’ultimo uomo gli immigrati illegali negli Stati Uniti, stimati in 11 milioni, tutti loro, aggiungendo, come bonus, la messa al bando dei mussulmani dal paese. Trump ha dato alle sue particolari proposte una speciale torsione definendo i messicani in arrivo attraverso il confine “stupratori” e gli immigrati, più in generale, “serpi”.
Sul tema delle espulsioni gli aspiranti presidenti Repubblicani differiscono in un solo modo: Trump afferma che consentirà agli immigrati “davvero buoni” di tornare, mentre Cruz vuole liberarsi permanentemente degli immigrati illegali fino all’ultimo uomo.
Per porre tutto questo in prospettiva, ecco la cosa cruciale che occorre capire: con tali “proposte” siamo precipitati in un cupo mondo di fantasia. Potete star certi che nessuno di questi due uomini ha dedicato un serio momento a considerare che cosa davvero significherebbe deportare quegli undici milioni di esseri umani in carne e ossa. Dietro un programma simile non può essere alcun piano reale perché si dimostrerebbe sia insostenibile sia inattuabile (per non parlare della sua assoluta disumanità). Indubbiamente né a Trump né a Cruz interessano i dettagli di tutto questo, poiché il punto è di suscitare profonde paure di perdita e tradimenti viscerali tra gli elettori bianchi della classe lavoratrice che vogliono attirare. Ma val la pena di prendere le loro proposte tanto sul serio da porsi una domanda relativamente semplice: è fattibile deportare 11 milioni di persone?
Deportatori in capo?
Ogni piano per deportare tutti gli immigrati irregolari implicherebbe un’espansione inconcepibilmente massiccia dell’attuale programma di espulsioni, che dal 1996 ha già vista una considerevole crescita. Il maggior numero di persone mai espulse dagli Stati Uniti in un determinato anno è di 237.941. Quello era il numero degli “allontanamenti interni” riferito dall’Ufficio Immigrazione e Dogane (ICE) del Dipartimento della Sicurezza Nazionale nel 2009. Un allontanamento, per inciso, è un’espulsione che comporta un processo giudiziario, mentre un allontanamento interno è un’espulsione che riguarda una persona arrestata negli Stati Uniti che non abbia superato il confine di recente.
Si tenga presente che quei 237.941 immigrati irregolari espulsi dal paese hanno rappresentato un numero molto più elevato di deportazioni di quelle mai sperimentate in precedenza. Prima del 1995 non c’erano mai stati più di 50.000 allontanamenti totali (compresi quelli colti nel corso dell’attraversamento del confine). Solo nel 2003 i dati degli allontanamenti al confine e di quelli interni sono stati comunicati separatamente, e in quell’anno gli allontanamenti interni furono 30.000. Uno sforzo concertato negli anni a seguire si sarebbe poi tradotto in un aumento di sette volte del numero degli allontanamenti interni durante la presidenza Bush.
Quando il presidente Obama si è insediato nel 2009 ha superato le cifre di Bush, sovrintendendo a deportazioni record e mantenendo gli allontanamenti interni costantemente sopra i 200.000 fino al 2012. Poi tali cifre hanno cominciato a diminuire, scendendo ad ancora considerevoli 69.478 allontanamenti interni nel 2015. Per il suo iniziale record di espulsioni Obama si è guadagnato il titolo di “deportatore in capo” dagli attivisti per gli immigrati oltre all’ira della comunità latinoamericana. Forse a causa della pressione di tale comunità in anni recenti ha ridotto le deportazioni, oltre ad emettere un decreto presidenziale che concede un’autorizzazione temporanea a rimanere a lavorare negli Stati Uniti a immigrati che sono arrivati qui da bambini. Ha anche emesso un altro decreto presidenziale che concederebbe le stesse protezioni ai loro genitori, anche se è ancora bloccato nei tribunali.
Ora, riguardo al futuro: la promessa di deportare tutti gli 11 milioni di immigrati irregolari in, si suppone, due mandati presidenziali quadriennali significherebbe la deportazione di 1.375.000 persone l’anno, o sei volte quel record assoluto di 237.000. In altre parole Donald Trump o Ted Cruz dovrebbe quasi pareggiare l’aumento di sette volte delle deportazioni da parte di Bush in una scala davvero monumentale, essenzialmente inconcepibile. La domanda più realistica nel mondo fosco delle deportazioni sarebbe: potrebbe uno di loro mai tornare al dato di 237.000 persone l’anno? E’ lungi dall’essere chiaro che un qualsiasi presidente potrebbe davvero ripristinare oggi quelle percentuali record di espulsioni (dimentichiamoci la promessa di milioni di esse).
Così come stanno le cose, accelerare di nuovo le deportazioni richiederebbe collaborazione di forze dell’ordine locali contro la criminalità, il che è improbabile. In realtà i dipartimenti di polizia locali negli ultimi anni si sono allontanati da tale collaborazione, in parte per la critica che tali programmi incoraggiano laprofilazione razziale riducendo contemporaneamente la fiducia tra comunità e polizia locale.
Lo spettacolare aumento delle deportazioni sotto il presidente Bush si era basato pesantemente sull’accresciuta collaborazione tra polizia locale e ICE, a causa delle reali limitazioni circa i modi in cui le leggi sull’immigrazione possono essere fatte valere. Mentre agli agenti della polizia locale è consentito pattugliare le strade e arrestare i sospetti di commettere reati, gli agenti dell’immigrazione non sono autorizzati a strappare le persone dalle strade solo su sospetti che possano essere irregolari. Un motivo importante di questo: non c’è modo di capire la condizione di immigrato di una persona semplicemente guardandola.
Solo gli agenti della Dogana e Controllo Confinario (CBP) sono autorizzati a basarsi sull’”aspetto messicano” per decidere chi interrogare e possono operare solo fino a 100 miglia dal confine. Il controllo interno dell’emigrazione è per lo più condotto dagli agenti della Dogana e dell’Immigrazione con l’aiuto di agenti della polizia locale che possono in effetti verificare la condizione di immigrati delle persone, ma solo dopo che esse sono state fermate in base al ragionevole sospetto che stiano commettendo un reato.
Nel paese ci sono attualmente circa 5.000 agenti dell’ICE. Il loro potenziale, con una limitata collaborazione della polizia locale, sembra al momento essere di circa 70.000 deportazioni l’anno, come risulta da dati del 2015. Per riportare tali deportazioni sopra le 200.000 ci vorrebbero sforzi giganteschi e costosi e un recupero del rapporto logorato tra ICE e dipartimenti locali di polizia.
Irruzioni nelle abitazioni e nei luoghi di lavoro
Come faranno allora 5.000 agenti, o persino 15.000 – il numero voluto da Donald Trump – a deportare più di un milione di persone l’anno? In realtà non c’è modo che con tali numeri si riesca ad arrestare e a espellere le circa 4.000 persone al giorno, o 1.460.000 persone l’anno che Ted Cruz suggerisce che raggiungerebbe nella sua presidenza.
Può sembrare che 5.000 agenti dovrebbero essere capaci di arrestare almeno una persona al giorno e così raggiungere quegli obiettivi. Ma il processo è semplice solo in un mondo di fantasia alla Trump. Nel mondo reale, individuare e poi arrestare gli irregolari è tutt’altro che un processo semplice. Dopotutto gli agenti dell’ICE non possono andare in giro a interrogare persone per scoprire se sono irregolari e poi spazzarle via dalle strade. Possono, tuttavia, arrestare le persone nelle loro case, se sono in possesso di un mandato.
Una volta che un’indagine è completata e un tale mandato è stato emesso, un’irruzione dell’ICE nella casa di un sospetto di immigrazione illegale coinvolge circa una dozzina di agenti che operano sulla base del Programma Nazionale di Operazioni contro i Latitanti che è finito sotto dure critiche per la sua notevole inefficienza. La descrizione di una tale irruzione domestica può far cominciare a capire perché tali irruzioni tendono a funzionare così scarsamente.
Nel febbraio del 2010 Maximo, un cittadino dominicano che viveva a Puerto Rico e ha subito una tale irruzione, mi ha descritto la procedura. Condivideva un appartamento a San Juan con altri due uomini, un venezuelano e un portoricano. Una mattina presto hanno sentito picchiare forte alla porta. Maximo ha cercato di continuare a dormire, ma il rumore è solo divenuto più forte. Alla fine si è alzato. Prima che potesse rispondere alla porta, tuttavia, gli agenti dell’ICE avevano deciso di abbatterla e si è trovato circondato da parecchi di loro, armi impugnate, che chiedevano di vedere tutti gli occupanti dell’appartamento. Ai tre uomini è stato ordinato di sedersi sul pavimento. Alla fine a Massimo sono stati dati i suoi abiti e gli è stato consentito di vestirsi.
Richiesto di identificarsi egli ha consegnato loro il suo passaporto dominicano. Gli è stato chiesto se era nel paese illegalmente. Lo ha ammesso, il che ha determinato il suo arresto e il suo invio a centro di detenzione di immigrati. Là ha firmato un ordine di allontanamento volontario e due giorni dopo è stato deportato a Santo Domingo. In altri termini quella giornata di lavoro di almeno una dozzina di agenti ha portato alla deportazione di un solo dominicano, poiché i suoi coinquilini erano residenti permanenti legali. Questo è tipico dei “successi” conseguiti dagli agenti dell’ICE.
Tra altre cose, il prossimo presidente potrebbe rivisitare le strategie di controllo sul luogo di lavoro attuate negli anni di Bush per scoprire lavoratori irregolari. Tali irruzioni nei luoghi di lavoro, tuttavia, si sono dimostrate meno efficaci ed efficienti delle irruzioni nelle case.
Si consideri l’irruzione del 2008 a Postville, Iowa, all’epoca la più vasta del genere. Cominciamo dal fatto che ci volle quasi un anno e mezzo di indagini e di pianificazione per attuarla. Nel dicembre del 2006 agenti federali cominciarono a esaminare un’operazione di polizia sul luogo di lavoro a Postville, una cittadina di 2.273 abitanti, 968 dei quali lavoravano all’Agriprocessors, un macello e luogo di lavorazioni delle carni kosher. Il 12 maggio 2008 il piano divenne realtà con l’arrivo di 900 agenti nella cittadina. Perché ciò accadesse fu necessaria la collaborazione di numerose agenzie federali e locali. In tutto furono arrestati389 lavoratori immigrati, anche se alla fine fu espulsa solo la metà di loro. In altre parole l’ICE trascorse un anno e cinque mesi a lavorare a un caso che richiese quasi 1.000 agenti sul terreno e alla fine sfociò in meno di 300 deportazioni.
Dunque diciamolo semplicemente: non c’è nessun modo rapido e facile per deportare milioni di persone dagli Stati Uniti, in parte perché siamo una nazione che valorizza i diritti individuali e che prescrive almeno una qualche apparenza di processo prima che una persona sia sradicata dalla sua casa o dal suo luogo di lavoro. Non rientra nelle facoltà del ramo esecutivo rovesciare leggi e procedure giudiziarie esistenti al fine di attuare un massiccio allontanamento di un considerevole segmento della popolazione.
In una parola, il presidente Obama ha causato tutto il danno attualmente possibile a immigrati irregolari e alle loro famiglie entro questi limiti legali e giudiziari. Le affermazioni di Trump e Cruz che faranno considerevolmente di più sono infondate, a meno che il sistema statunitense sia cambiato in misura fondamentale (e anche in quel caso, conseguire i loro obiettivi si dimostrerà estremamente improbabile).
Muri e altre fantasie
Si aggiunga a tutto questo un’ancor più grande e letterale costruzione di fantasia: il muro di Donald Trump. Quel futuro concorrente da quasi 25 metri di altezza della Grande Muraglia Cinese è previsto per coprire le 2.000 miglia del confine meridionale, ridicolizzando tutti gli altri più recenti in fatto di tecnologia di sorveglianza e (come Il Donald rassicura il pubblico nelle sue manifestazioni) sarà pagato dai messicani. Intanto il presidente messicano Enrique Peña Nieto, che recentemente ha paragonato il linguaggio di Trump a quello di Hitler, dissente. Ha reso abbondantemente chiaro che non aderirà mai a tale richiesta, mentre il precedente presidente messicano, anche citando Hitler, ha semplicemente definito “stupida” l’idea stessa. Felipe Calderon, predecessore di Peña Nieto, ha detto che il popolo messicano “non pagherà nemmeno un centesimo per un tale stupido muro!”
Sulla proposta inverosimile di Trump incombe una cruciale ironia del nostro tempo: i messicani non emigrano più in gran numero negli Stati Uniti. Nello scorso decennio sono tornati dagli Stati Uniti più messicani di quanti vi si siano diretti illegalmente. Gli attraversamenti irregolari del confine dal Messico sono, di fatto, scesi negli ultimi 15 anni, in parte a motivo di un forte declino della fertilità in quel paese e della conseguente assenza di pressione demografica all’espatrio.
E non dimentichiamo che il muro sarebbe un progetto infrastrutturale impressionante. Richiederebbe, ad esempio, il 10% di tutto il cemento prodotto negli Stati Uniti in un anno. E poi c’è la questione del prezzo. Si stima che solo recintare le intere 2.000 miglia di confine costerebbe fino a 25 miliardi di dollari, cioè un quarto di quanto il governo federale spese annualmente in infrastrutture. Un muro ad alta tecnologia alto 25 metri costerebbe molto di più. E non dimentichiamo che le infrastrutture negli Stati Uniti stanno cadendo a pezzi; le autostrade si stanno sgretolando e grandi sistemi di transito hanno un bisogno disperato di riparazioni e modernizzazione. Si immagini che il governo federale, respinto dai messicani, spenda decine di miliardi di dollari per un tal muro quando l’Amtrak, ad esempio, tira avanti con un bilancio annuale di 1,6 miliardi di dollari, mentre altri paesi sviluppati ci fanno mangiare la polvere con treni da 200 miglia l’ora.
Tutto questo significa che le proposte di “costruire un muro” e di “deportarli tutti” che hanno animato questa stagione elettorale sono del tutto fantasiose. E poi c’è l’ironia che tali piani vengono da un partito politico che ha a lungo criticato la spesa e gli sprechi governativi. Quando a sprecare denaro stiamo parlando di testi da manuale qui.
In breve, considerati nel “merito”, i numeri non hanno senso. I costi sarebbero enormi. I problemi per la vita statunitense, in cui gli irregolari hanno un ruolo poco notato ma cruciale, sarebbero di gran lunga più inquietanti di quanto immaginino gli ammiratori di Donald Trump o Ted Cruz, e nessun muro o programma di deportazione li proteggerà dalle reali forze che decimano le loro vite (e la durata di esse). In realtà, osservato analiticamente, in modo puramente pratico, il presente dibattito sulle espulsioni, che si è dimostrato estremamente efficace nell’aumentare la temperatura del momento politico, è semplicemente l’essenza della demagogia
Se Donald Trump o Ted Cruz dovessero conquistare la presidenza, è garantito che essi renderebbero la vita un inferno per milioni di essere umani irregolari che vivono e lavorano estremamente duro in questo paese, e che i loro piani fallirebbero miseramente, ma quel fallimento si dimostrerebbe indubbiamente già di per sé un orrore.

Questo articolo è inizialmente apparto su TomDispatch.com, un blog del Nation Institute, che offre un flusso costante di fonti, notizie e opinioni alternative a cura di Tom Engelhardt, a lungo direttore editoriale, co-fondatore dell’American Empire Project, autore di ‘The End of Victory Culture’ e di un romanzo ‘The Last Days of Publishing’. Il suo libro più recente è ‘Shadow Government: Surveillance, Secret Wars and a Global Security State in a Single-Superpower World’ (Haymarket Books).

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: TomDispatch.com
Traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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