La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 24 marzo 2016

La Bolivia dopo il voto “no”

di Bret Gustafson 
Come ora sanno i più il presidente boliviano Evo Morales ha subito una sconfitta di stretta misura al referendum costituzionale del 21 febbraio. Un voto “Sì” avrebbe consentito a Evo di rappresentare il suo Partito del Movimento al Socialismo (MAS) in una corsa per un terzo mandato nel 2019. Nonostante recenti battute d’arresto pareva che la combinazione di successi economici e di sostegno politico in Bolivia avrebbe portato Evo a una vittoria e una possibilità di ricoprire la carica per due decenni. Tuttavia a metà febbraio Evo era in mezzo a una situazione caotica. C’erano crescenti rivelazioni a proposito di un’ex amante, di un figlio naturale, e di corruzioni collegate a una società cinese. Evo, che è sempre sembrato estraneo agli scandali che devastavano l’amministrazione, era stato colto in una tragica commedia di lussuria e di traffico di influenze?
Evo l’ha negato. Il figlio era morto da piccolo, ha affermato essergli stato detto. E, nonostante prove del contrario, egli ha affermato di non avere più legami con la madre del bambino.
Tuttavia l’opposizione ha riscoperto la sua femminista interna e ha deplorato la mancanza machista di rettitudine di Evo. Come poteva essere, ha chiesto, così sprezzante riguardo all’intera faccenda? Contemporaneamente Evo stava già occupandosi dello scandalo di corruzione al FONDIOC, il Fondo Indigeno di Sviluppo. Mentre dirigenti più prossimi a Evo cominciavano a finire sotto la lente delle indagini, scoppiava un razzismo a lungo soffocato. C’era una possibilità di distruggere Evo, presumibilmente il rappresentante iconico mondiale della lotta indigena e popolare. Il momento era maturo per l’attacco dei detrattori di ogni corrente politica.
Non è stata una coincidenza che quattro giorni prima del voto si sia trasformata in una tragedia una marcia di genitori contro il sindaco d’opposizione di El Alto, città gemella di La Paz. Gruppi di giovani – alcuni dicono partecipanti alla marcia, altri dicono agitatori prezzolati – hanno incitato i marciatori e appiccato il fuoco al municipio. Nell’incendio che è seguito sei dipendenti della città sono morti intossicato dal fumo. Quella che era già una campagna elettorale tesa è esplosa. Entrambi gli schieramenti hanno accusato dell’incendio quello avversario, definito un “massacro” alla pari dell’uccisione di 87 persone da parte dell’esercito nel 2003. Accuse di corruzione, criminalità e omicidio sono volate avanti e indietro, riprodotte in una sfera di media sociali largamente contrari a Evo. Analogamente alla reazione dopo la Guerra del Gas del 2003, quando l’allora presidente Goni fu definito assassino, graffiti a El Alto ora dicono ‘Evo asesino”. La tattica, direttamente da un manuale di sabotaggio e destabilizzazione, ha chiaramente giocato contro Evo.
E’ dubbio che il MAS avrebbe commesso un simile grave errore di calcolo istigando la violenza a pochi giorni dal voto. Tuttavia, al diavolo la verità. I media e le ‘redes sociales’ (Twitter, Facebook e simili) hanno ritenuto Evo colpevole. Forse non sapremo mai quale impatto abbia avuto ciò sul voto nazionale, ma la sera del 21 febbraio il voto “No” aveva raggiunto il 51,27%. Tuttavia, lungi dal risolvere semplicemente la questione della rielezione, la situazione tesa è esplosa in un dramma politico a tutto campo.
Chi ha votato “No”? I partiti d’opposizione di destra e centrodestra, divisi tra loro ma uniti contro Evo, sono stati all’avanguardia. C’era la vecchia guardia dell’era neoliberista alla ricerca di un futuro politico: il perenne candidato e magnate del cemento Samuel Doria Medina e l’ex presidente Tuto Quiroga, un protégé dell’ex dittatore (ed ex presidente) Hugo Bànzer. E dalle ceneri della Guerra del Gaso del 2003 è arrivato Carlos Sànchez Berzain, l’ex ministro della difesa del MNR (Movimento Nazionalista Rivoluzionario) del deposto presidente Gonzalo Sànchez de Lozada. Dagli USA Sànchez Berzaìn ha lanciato una corrente di attacchi virtuali usando la strategia della destra venezuelana, definendo Evo un “dittatore”. (Sia Sànchez Berzaìn a Miame, sia Sànchez de Lozada, in Maryland, stanno affrontando una causa civile presso tribunali statunitensi per crimini contro l’umanità).
Anche nuovi partiti regionali hanno aderito al “No”. Vi sono stati inclusi di Demòcratas, guidati da Rubén Costas governatore e un tempo agitatore di un progetto razzista di autonomia a Santa Cruz, e il nuovo partito Sol.bo. Sol.bo è un’accozzaglia di politici e di ex militanti del MAS con tendenze di destra il cui partito ha recentemente conquistato il governatorato e la carica del sindaco di La Paz. Intellettuali di destra che si definiscono liberal nel senso latinoamericano si sono uniti a questa folla e hanno creato la propria piattaforma per il “No”.
Tutto questo c’era da aspettarselo. Ma è parsa esserci ambivalenza anche da parte di alcuni progressisti. Come ha scritto recentemente per NACLA Emily Achtenberg, c’era una quantità di motivi per votare “Sì”. Accanto a un’economia prospera e a una serie di sforzi per aiutare i poveri, Evo e il MAS non erano il baluardo contro l’imperialismo statunitense le tendenze revansciste della destra? Forse. Come ha detto più di un collega “la gente è esausta”. Desgaste, esausto, è stato il termine che ho sentito più frequentemente: il partito di Evo ha sofferto di esaurimento politico (desgaste politico). Troppi accordi con troppi interessi avevano creato macchinazioni, manipolazioni e corruzione nel governo. L’esodo di militanti devoti pro-MAS ha significato che la visione del partito di una rivoluzione democratica e culturale era stata infiltrata da‘neoMASistas’, cioè da attori politicamente interessati di vario genere con scarse convinzioni politiche.
Il processo si è sviluppato lentamente fino al punto che un osservatore un tempo amico ha scritto che Evo era diventato il suo peggior nemico. L’eredità del conflitto sul TIPNIS del 2011 e la corruzione presso il Fondo Indigeno non sono state che la punta dell’iceberg. Il MAS aveva gestito l’indebolimento del proprio impegno sin dalla sua costituzione. I sintomi di questo sviluppo erano visibili nell’opposizione di una serie di intellettuali critici di sinistra che avevano anche espresso il loro scontento.
Intellettuali chiave, come Raùl Prada, hanno abbandonato l’ovile pro-MAS subito dopo che l’assemblea costituzionale si è incagliata e hanno condotto una costante critica dello smantellamento politico ed etico del proceso de cambio (processo di cambiamento) del MAS. Difensori dei diritti degli indigeni, come Alejandro Almaràz, molti con simpatie di sinistra, hanno formato una coalizione chiamata “No significa nuova opportunità”. Questi critici, la maggior parte della classe media di sinistra, hanno sostenuto che un voto “Sì” avrebbe ulteriormente eroso le istituzioni democratiche costruite in anni di lotta.
Ancora altri intellettuali eminenti, da Silvia Rivera Cusincaqui a Maria Galindo, hanno reagito per anni con acre sdegno all’abbraccio da parte del MAS di politiche maschiliste e dietro le quinte alimentate da compromessi, misoginia, omofobia e prepotencia. Lo scandalo più recente, collegato all’apparente rigetto noncurante da parte di Evo della sua ex amante, del figlio e di una storia andata male, non è che uno di tali momenti. Un altro “No” è emerso da intellettuali indianisti delle Ande, la maggior parte Aymara, che hanno criticato Evo per un certo tempo. Evo, sostengono, è stato catturato da interessi “bianchi e meticci” della vecchia classe dominante, tradendo la ribellione indigena che ha guidato la sua ascesa. E criticano la folclorizzazione della lotta indigena, la sua conversione nella celebrazione di rituali apparentemente farseschi, nei costumi di Evo e del vicepresidente Alvaro Garcia Linear in ogni evento e la crescente vuota invocazione di Pachamama, la Madre Terra.
E tra i movimenti sociali di ogni tipo le fazioni si sono allineate con questo o quello schieramento della divisione tra il ‘Sì’ e il ‘No’. Certamente sia il MAS sia i partiti di destra hanno contribuito a queste divisioni. I partiti politici in Bolivia hanno sempre operato per assorbire le lotte dei movimenti autonomi nella logica divisiva della politica partitica. Tutto questo ha spinto ha uno sgradevole incontro tra il ‘No’ progressista e il ‘No’ della destra razzista, reazionaria e revanscista. Il vicepresidente Alvaro Garcìa Linera è saltato fuori, mentre i voti erano ancora in corso di conteggio, a denunciare i tentativi di destabilizzazione della destra e a ricordare ai suoi detrattori “progressisti” che “una cosa come un ‘No popular’ non esisteva”. Un voto contro Evo, ha intimato, era un voto a favore dell’impero.
Anche così Evo e il MAS hanno conservato un considerevole appoggio nelle città e nella campagna rurale. Nonostante le violenze a El Alto il voto “Sì” ha vinto nella località con il 58%. Nel bastione orientale del sentimento anti-Evo, Santa Cruz, il “No” ha ottenuto il 60% (ma il 65% nella città stessa); anche un sostegno del 40% è rimarchevole in questa regione conservatrice che una volta ha chiesto l’”autonomia”. Ciò nonostante ci si sarebbe potuto aspettare un po’ più di gratitudine da Santa Cruz. Evo e Alvaro avevano fatto marcia indietro sulla riforma fondiaria, fatto di tutto per offrire credito e sostegno all’élite agroindustriale e rafforzato il sostegno all’industria del gas e del petrolio la cui direzione generale è incentrata a est. Il MAS aveva neutralizzato la sua piattaforma rivoluzionaria per placare queste élite. L’edilizia e l’attività bancaria prosperavano. Per aggiungere l’insulto al danno contro la Pachamama negli ultimi due anni il governo ha patrocinato il Rally Dakar, uno spettacolo deleterio alimentato da combustibili fossili che ha tagliato panorami andini immacolati. Il Dakar è stato uno dei molti modi con cui il MAS si è aperto al carnevale culturale e politico che descrive la politica dell’est boliviano. Morales e Linera si sonopersino messi in posa e hanno fatto l’occhiolino accanto a reginette di bellezza, motociclette e dune buggies, applaudendo un spettacolo più prossimo a Mad Max che al Buen Vivir. Tuttavia quando la vittoria del “No” è divenuta chiara ed è esploso il vetriolo razzista contro il MAS, la facciata dell’egemonia si è erosa. Un osservatore sardonico che ha osservato esplodere il razzismo su Twitter ha ironizzato: “Se tutti questi idioti stanno affilando le fauci per andare a pestare gli indios, immagino sia perché la rivoluzione culturale è fallita. Non tutto è Dakar, amici.”
Lo sfinimento politico è innegabile. Ma si dovrebbe essere cauti nel leggere i voti “Sì” e “No”. Nella sfera di Twitter e in quella mediatica, entrambe distorte e non rappresentative, sembra esserci una polarizzazione profonda e maligna. Tuttavia molti nello schieramento del “Sì” hanno probabilmente votato tanto per la stabilità del posto di lavoro quanto per convinzione profonda. E molti nello schieramento del “No”, specialmente la sinistra progressista, hanno votato per un rinnovamento basato sull’impegno ideologico. Tuttavia può non essere il voto referendario ciò che conta ora. Dopo la violenza, e sia prima sia dopo il voto, paiono essere in corso tentativi di destabilizzare il regime. Le iniziative del MAS nei prossimi mesi possono o possono non aiutare. Nel corso delle stesse votazioni è stato chiaro che la destra – in stile Venezuela – aveva pianificato di denunciare brogli, che ci fossero o no. In effetti, mentre affluivano i risultati, operatori anonimi hanno postato su Twitter immagini di risultati del voto e pagine web – debitamente manipolate – che suggerivano che il corpo elettorale era coinvolto in frodi. A loro volta utenti di Twitter inattesamente complici, da economisti della Banca Mondiale e intellettuali universitari, hanno debitamente rilanciato i post, contribuendo a una propria frode di massa. Agitatori e alcuni giornalisti altrimenti rispettati hanno sollecitato “veglie” fuori dall’ufficio elettorale del tribunale, un chiaro tentativo di generare disagio e sfiducia tra il pubblico. Nessuna di queste denunce di frode, per quanto ne so, è stata comprovata. Ma l’intenzione era chiara, così come il suo effetto: amplificare un senso di polarizzazione, scontro e abietto disgusto.
Supponendo che la destra non riesca nel tentativo di preparare il terreno per dimissioni anticipate, il mandato di Evo terminerà il 22 gennaio 2020. Che cosa succederà dopo? Nelle reti sociali l’attenzione è ora concentrata sulla società cinese, sull’ex amante e sul figlio naturale. Alcuni dicono che il bambino è vivo, per altri il bambino è una finzione. L’affare sempre più sordido sta invischiando il circolo di Evo in reti sempre più profonde di urgenze e intrighi machiavellici. Nel lungo termine sta emergendo una nuova lotta intellettuale. C’è un collegamento tra interessi convergenti da D.C., via Miami, e Caracas a La Paz: distruggere l’”immagine” di Evo e della lotta di sinistra e a favore degli indigeni che egli rappresenta in tutto il mondo. Parlare di desgaste può riflettere la realtà, ma è anche una questione tattica. Alimento l’abbandono dell’illusione della speranza progressista legata all’intero decennio di cambiamento.
Con una punta di compiaciuta superiorità i tecnocrati degli anni ’90 stanno già scrivendo di imprenditorialità e della nuova economia post-Evo della Bolivia. Stanno già spazzando via i successi del governo MAS, screditandolo come un’anomalia, affermando che la riduzione della povertà è avente dovuta solo all’elevato prezzo del gas, affermando che il merito non va riconosciuto a Evo bensì alle riforme neoliberiste dell’ex presidente Gonzalo Sanchez de Lanzada. In modo non tanto sottile, può tornare allo scoperto un razzismo mascherato nel linguaggio della cultura. Sentiremo di nuovo dire che gli indios non sono adatti a governare (cosa importano cinque secoli di colonialismo)? La Pachamama è stata solo una farsa indigena? Restate sintonizzati.
Tuttavia va ricordato che il voto “Sì” ha rappresentato quasi metà del paese, disseminato in lungo e in largo, in città e paesi, indigeni e no. “Il ‘Sì’ vincerà” mi hanno detto attivisti del movimento indigeno giorni prima del voto. “Deve vincere”. Al riguardo la preoccupazione era che la fine di Evo potesse determinare il ritorno del passato. “Che cosa ne sarebbe delle fragili conquiste ottenute con le marce, i blocchi e la violenza subita per mano dei latifondisti e dei teppisti della destra? Abbiamo combattuto per questo solo per darlo via?” chiedeva la gente. Per quelli ai margini Evo aveva finito per significare speranza e possibilità.
Evo resta un segno storico nella lotta collettiva di migliaia di battaglie in molti decenni, se non secoli. Naturalmente ci sono state divisioni nei movimenti, ma quando non c’erano state? Naturalmente c’era corruzione, ma non abbiamo assistito a essa per molti decenni con le élite criollo? Il movimento del “Sì” non è stato un segno di approvazione cieca. E’ arrivato che Evo rappresentasse o no desgaste e immoralità per le ONG urbane. Un “Sì” per Evo era un sì per la più lunga storia di lotta e speranza per il futuro. Mentre la manna del gas entra in tempi difficili, possiamo sperare che il “No” progressista delle ONG e delle classi libresche possa tornare al “Sì” popolare dei movimenti. Poiché è là, non nelle redes sociales o nei pronostici della classe tecnocratica, che sta la speranza della Bolivia per il proprio futuro.
Bret Gustafson insegna antropologia sociale alla Washington University di St. Louis. E’ autore di ‘New Languages of the State’ (Duke University Press, 2009) e co-curatore, con Nicole Fabricant, di ‘Remapping Bolivia: Resources, Territory and Indigeneity in a Plurinational State’ (School for Advanced Research Press, 2011).

Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
Originale: NACLA
Traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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