di Michele Prospero
Qualche tempo fa il presidente del consiglio si era presentato in tuta mimetica in visita ai contingenti militari italiani. In tempi caldi, che fanno parlare di terza guerra mondiale strisciante, sarebbe consigliabile evitare con cura certe pose gladiatorie. Ma il personaggio è fatto così. E proprio ora che ha acquistato anche un gigantesco Air Force presidenziale, pensa che l’Italia sia una grande potenza che deve spostarsi per il mondo con vertiginosa celerità a dettare l’agenda.
Ancora non ha compreso che nelle relazioni internazionali non si addicono le trovate grottesche, la politica d’avanspettacolo in cui primeggia. I toni che il premier usa con i sindacati (“la pacchia è finita”) valgono solo a stretto uso domestico. Chi mai gli ricorderà, nei media servizievoli, che un sindaco che si faceva pagare l’affitto di casa da un imprenditore non ha precisamente l’ethos giusto per stigmatizzare “la pacchia” e suggerire regole di condotta morale ai lavoratori? Per gli affari esteri però la cautela e la sobrietà sono d’obbligo.
Quando ha minacciato di spezzare le reni alla Germania, il presidente del consiglio è apparso alquanto sperduto nei delicati giochi dei rapporti interstatali. E quelli che più contano nel mondo lo hanno fatto tremare con limpidi cenni di impazzimento dello spread. Non contento del potere interno, aspira a un renzismo d’esportazione. Lo tallona per questo il dubbio se per la grandezza basta autorizzare a sganciare qualche bomba o se bisogna indossare la mimetica per ottenere sul campo di battaglia l’agognato riconoscimento del ruolo guida italiano nelle spartizioni delle aree tribali del nord Africa.
L’impazienza di fare qualcosa nel mondo grande e terribile lo tormenta. In un primo tempo pensava di far esplodere i gommoni dei migranti. Poi ha osato di più: la forza delle armi perché non misurarla in Libia dove coesistono governi rivali e si sgozzano eserciti privati? Fa la posa del conducator pronto alle avventure coloniali, sebbene nella carta geografica del potere odierno il mondo si chiuda nell’angolo di terra compreso tra Rignano e Laterina. Chi ha promosso il capo dei vigili fiorentini alla testa dell’ufficio legislativo del governo non avrebbe esitato un istante a tramutare un brigadiere della municipale a comandante delle forze armate.
Ma il desiderio macabro di attraversare il deserto africano con gli anfibi allacciati dei guerrieri non è ancora stato esaudito e l’esitazione domina. Più delle difficoltà strategiche e logistiche dell’impresa lo hanno bloccato i sondaggi. Che rivelano l’ostilità dell’81 per cento degli intervistati all’avventura di Tripoli. E quindi, per il momento, avanti solo con la guerra interna, quella condotta sui numeri dell’economia. Dopo raffiche di tweet trionfalistici sulla splendida crescita è calato il gelo.
L’Istat, nel giro di pochi giorni, ha dovuto ammettere il trattamento allegro dei numeri (per compiacere il governo?) e quindi ha dovuto stimare più correttamente la crescita del Pil allo 0,6 per cento. Un niente, se si considera che per il 2015 sono state conteggiate per la prima volta anche le “ricchezze” nazionali poco onorevoli, quelle provenienti dalla prostituzione, dalla droga e da altri arricchimenti illeciti. Cioè una somma di ben 16 miliardi.
A un esecutivo del tutto inutile per la cura dell’economia, si aggiunge un governo molto pericoloso per la gestione della crisi libica. La concessione delle basi siciliane per il lancio dei droni, il pressapochismo nella direzione delle operazioni riservate di sicurezza, l’evocazione degli scarponi per inaugurare operazioni militari via terra rivelano i costi tragici del dilettantismo al potere. Il pantano libico nasconde rischi catastrofici che l’Italia affronta con un governo esperto solo nella retorica del comico. Un vero castigo del fato che si accanisce senza tregua su un paese alla deriva.
Fonte: Pagina Facebook dell'Autore

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